Il Tar non ferma (ma neppure conferma) la riforma dei cartelloni. Un'arma a doppio taglio per il Comune

21 maggio 2015

La non-sentenza del TAR sulla riforma dell'intricato e terribile mondo dei cartelloni romani (un grumo di illegalità che umilia la città e le ruba decine di milioni di euro ogni anno) va visto sotto luci diverse.

Da una parte il TAR non ha concesso la sospensiva alle ditte cartellonare che volevano mettere i bastoni tra le ruote alla riforma orchestrata dall'assessore Marta Leonori, dall'altro ha rimandato ad ottobre per un pronunciamento definitivo sul ricorso. Altri 5 mesi di agonia prima di procedere a regolari bandi? Sarebbe una beffa.

La riforma infatti da una parte obbliga ad una riduzione degli impianti a livello di dimensioni (i 4x3 diventano 3x2), ma dall'altra prevede lo svolgimento finalmente delle gare. L'unico sistema che può finalmente spazzare via e mandare dove meritano (tendenzialmente sotto a qualche ponte) gli imprenditori che hanno ridotto Roma nel letamaio in cui appare oggi. Il fatto è che la riduzione degli impianti ha una data dopo la quale bisogna adeguarsi mentre lo svolgimento delle gare non ha una scadenza prevista.

Dunque cosa succede? Succede che i cartellonari potranno mantenere i loro impianti per ora semplicemente riducendone le dimensioni. Resteranno sul territorio ma con impianti più piccoli, con una efficacia commerciale simile (insomma venderanno gli spazi alla stessa cifra) ma pagando tasse molto inferiori perché le tasse si pagano sui mq effettivi di superficie pittorica. Insomma l'amministrazione comunale incasserà meno.

Ripetiamolo: l'amministrazione comunale incasserà meno. Avrà un ammanco e percepirà ancor meno milioni dei pochissimi che ora incamera da questo settore che, in tutte le altre capitali occidentali, porta alle amministrazioni un sacco di soldi e soprattutto un sacco di servizi (arredo urbano, bike-sharing, toilette pubbliche...).

E continuerà ad incassare meno fino allo svolgimento delle gare. Ecco perché le gare non devono tardare e sicuramente non devono attendere i tempi assurdi della giustizia amministrativa italiana. Solo con le gare pubbliche, infatti, la città potrà sperare di ottenere da questo settore una giusta valorizzazione sia in termini economici sia in termini di servizi. Solo con le gare, ad esempio, potremo sperare di avere finalmente uno schema di bike-sharing (anche se c'è ancora qualcuno che rema contro) che potrà segnare una importante svolta nella mobilità cittadina. Solo con le gare potremo finalmente vedere degli operatori qualificati gestire l'advertising outdoor in città e invece che gli scalzacani avanzi di galera attuali.

Ovvio che poi le gare debbano essere fatte bene, preparate bene, e disegnate bene in modo da rendere l'investimento nella nostra città appetibile per le ditte serie che a livello internazionale gestiscono questi business in tutte le città occidentali. Perché, purtroppo, c'è una terza ipotesi tra gare subito e gare ritardate: gare fatte in modo tale da non interessare chi può davvero portare un valore aggiunto in termini di professionalità e competenza. Sarebbe terribile. Significherebbe cambiare tutto affinché nulla cambi nella migliore gattopardesca tradizione italiana.

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