Recentemente Ostia, il lido di Roma, è venuto alla ribalta
delle cronache per ragioni non del tutto commendevoli.
Secondo me dovremmo rivalutare alcuni aspetti di Ostia e di
Roma in generale e per questo vorrei riportare quanto di triste e regressivo ho
visto questa estate in un'altra località balneare all’estero.
La località, pur avendo una storia molto antica, ha oggi una
impronta moderna, ma al di là delle parole qualche foto può essere esplicativa
della terribile situazione.
Fin dall’800 la località aveva fra la spiaggia e la città un
giardino alberato lungo circa un chilometro percorso da un viale pedonale, che
creava una ferita e una separazione fra la città e la riva del mare. Le
amministrazioni locali, passate ed attuali, hanno avuto la folle idea di
estenderlo per svariati altri chilometri e di aggiungere una pista ciclabile, privando
i cittadini del sacrosanto diritto di parcheggiare vicino all’ombrellone, e
costringendoli a lasciare l’auto in regolari parcheggi a pagamento e a
camminare sotto il sole!
Qualche foto che documenta lo scempio:
Da queste foto, oltre a vedersi l’inumano trattamento
riservato ai bagnanti costretti a camminare e impossibilitati dal parcheggiare la maghina a vista bagnasciuga, è possibile dedurre l’altra grande
limitazione alla libertà economica e d’impresa: gli unici esercizi commerciali
sono quelli degli stabilimenti o della città; sul viale non è presente neanche
una bancarella dove poter acquistare indispensabili generi di sussistenza ed
eleganti capi di abbigliamento.
Il giardino è inoltre intervallato da aree giochi per
bambini e mini palestre all’aperto. Altra abnorme limitazione delle libertà fondamentali:
parrebbe che nessun abitante di questa sfortunata località abbia il sacrosanto
diritto di vandalizzare giochi e palestre, né di adornarli di pregevoli
espressioni artistiche con lo spray, né tantomeno di abbandonare ovunque
cartacce, rifiuti e bottiglie di birra.
Credo che questa repressione dei fondamentali diritti umani sia
dovuta ad una inspiegabile frequenza di contenitori (peraltro sempre vuoti)
dall’uso misterioso nonché dall’assidua ed inquietante presenza di personaggi
in divisa preposti all’osservanza di queste barbare regole.
Per non parlare dell’arenile. Già provati dalla camminata fra
il parcheggio regolamentare e il mare, i bagnanti devono subire lo sconcio di
trovare ombrelloni e sdraie tutti uguali, anziché avere la libertà di portarsi
ombrelloni, sdraie e frigobar da casa.
Se poi vuoi un caffè o una bibita anziché avere la libertà
di poterla acquistare in un baracchino abusivo di lamiera, sei costretto ad
accomodarti o nello stabilimento balneare con tavolini e sedie o su pontili
attrezzati. Dove peraltro accettano carta di credito e rilasciano ricevuta.
Inaudito.
Tutta la parte balneabile è poi delimitata da boe che
separano le imbarcazioni da diporto dai bagnanti. Anche qui il povero
possessore di motoscafo o moto d’acqua, oltre ad essere obbligato a prendere il
largo solo in un delimitato punto autorizzato, non può scaricare la moto
d’acqua dal rimorchio del suv parcheggiato direttamente in spiaggia, e non ha nemmeno
la sacrosanta libertà di sfrecciare a suo piacimento a 10 metri dalla riva in
mezzo a festosi e felici bagnanti.
Anche questo è costantemente controllato da occhiuti uomini
in divisa che pattugliano la costa su una motovedetta: un vero clima di
terrore!
E infine che dire dell’edilizia?
In questa sventurata città la libertà di costruire
abusivamente secondo la vena artistica del geometra locale, di chiudere una
semplice verandina, di fare una sopraelevazione posticcia, di piazzare i
condizionatori sulle facciate dei palazzi, insomma il piccolo abuso di
necessità figlio dell’italico genio, sembra essere negata. Le persone sono
obbligate a vivere in condomini costruiti da architetti. E i palazzi degradati
della seconda metà del XX secolo vengono addirittura demoliti e sostituiti da
grattaceli: non è questa un’altra feroce violazione delle libertà individuali?
Addirittura alcune di queste costruzioni non hanno nessun
uso abitativo, e sciupano terreno con costruzioni il cui unico scopo sembra
essere estetico.
Per quale assurda ragione una amministrazione locale sensata
dovrebbe sprecare del terreno in riva al mare antistante al porto, che potrebbe
essere utilmente utilizzato come parcheggio (o anche come sfasciacarrozze, o
come deposito di materiali edili) e invece vi costruisce una torre di metallo
che si illumina la notte, con in cima un ristorante panoramico e un piccolo
museo del folklore locale, e poi pretendere addirittura il biglietto per
salirci sopra con l’ascensore?
E infine adibisce lo spazio sottostante a zona di passeggio
con vialetti e aiuole?
Totalmente assurdo.
In alcuni casi poi l’antico, il XX° secolo e il moderno si
fondono nello stesso luogo, probabilmente su suggerimento di un urbanista
folle, senza che questo sollevi sacrosante sollevazioni popolari in nome della
tutela della palazzina anni ’40.
Ebbene nonostante tutte queste brutture e atteggiamenti
illiberali e repressivi, la località è, inspiegabilmente, frequentata da
migliaia di turisti che arrivano persino e soprattutto da paesi esteri
confinanti. Mha.
Ah, dimenticavo, la sventurata località balneare è Batumi sul Mar Nero, Georgia, Caucaso, ex Unione Sovietica.
Che tristezza.
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Al di là di tutto quello che non riesco a mostrare con le
foto è la percezione di un costante tentativo, pur in una situazione di
partenza più difficile della nostra, di migliorare, e contemporaneamente
l’orgogliosa percezione che i passi in avanti siano una apertura di credito
verso il futuro. Si percepisce però che questo sviluppo avviene all’interno di
un contesto ordinato e regolamentato, non lasciato al caso e alla prepotenza. E
questo in tutti gli aspetti della vita cittadina.
Provo a fare qualche esempio, riferito a Batumi, ma
sovrapponibile alle altre mete turistiche georgiane.
1.
Esiste una piazza in pieno centro (che
paradossalmente chiamano proprio Piazza, con il termine italiano) che è stata
costruita (o ricostruita, non saprei) con i portici per alloggiare bar e
ristoranti (i cui tavolini occupano d’estate l’intera piazza) nonché alberghi e
case di abitazione. Su un lato della piazza c’è un palco dove suonano dal vivo.
Ebbene:
Ebbene:
·
si consumano bevande esclusivamente seduti ai
tavolini, non esiste che qualcuno cammini bevendo da una bottiglia di vino o consumi
della birra in un bicchiere di plastica fuori da un negozio di alimentari.
·
c’è un palco nella piazza da cui si suona dal
vivo: alle 10 di sera la musica pop lascia spazio ad un sommesso pianobar che
intorno alla mezzanotte cessa del tutto, tant’è che gli alberghi intorno ne
traggono beneficio e non danni.
·
L’unico venditore che ho visto è una cortese signora
che, nel pomeriggio, dipinge dal vivo e vende le sue realizzazioni.
·
Il tutto avviene in un contesto di relax e di
calma: niente ubriachi, niente posteggiatori abusivi, niente motorini e
macchinette smarmittate, nessuna macchina parcheggiata sui marciapiedi.
È forse superfluo, ma aggiungo
che la piazza era sempre strapiena di persone e tutte le centinaia di tavoli
erano occupati.
2.
In tutti i ristoranti/trattorie dove siamo stati
a Batumi si notava lo sforzo di rendersi accessibili ai turisti: i menù sono in
genere scritti in inglese, russo e a volte in turco. Prima di ordinare sai già
cosa mangerai e quanto spenderai: cose incomprensibili fuori dall’Italia come
pane e coperto sono assenti.
Naturalmente lo street food, che da noi alimenta degrado, sporcizia e lavoro irregolare, non esiste.
Naturalmente lo street food, che da noi alimenta degrado, sporcizia e lavoro irregolare, non esiste.
3.
I negozi di abbigliamento o di scarpe, anche i
più semplici, spesso propongono, oltre ai soliti capi internazionali, tutta una
serie di prodotti, a volte anche molto costosi, di stilisti locali. Mai viste
bancarelle di stracci sui marciapiedi.
4.
Ugualmente le enoteche, con personale che si
esprime in inglese, propongono accanto a prodotti internazionali, generalmente
francesi, vini georgiani che negli ultimi anni hanno una qualità paragonabile
ai migliori vini europei. Ovviamente non vendono birre fredde da asporto.
5.
Nessun negozio di paccottiglia per turisti:
evidentemente nessuno dei turisti che affolla la località sente la necessità di
una torre di Pisa in plastica cinese. I cosiddetti souvenir avevano comunque
una loro dignità artigiana. Presenti comunque alcuni negozi antiquari e
gallerie d’arte.
Ora si tratta di fenomeni che possono apparire fra loro slegati,
ma che in realtà vanno tutti nella stessa direzione: cercare di attirare un
turismo civile e consapevole e, perché no, benestante. Un turismo che alimenti
la ricchezza e la crescita della città.
Sono fenomeni che cercano di realizzare un ambiente che, al
contrario, non attiri un turismo che consuma, logora le città e alla fine
distrugge sé stesso e le città che le ospita. Mi riferisco al turismo alcolico,
al turismo dello sballo, della movida e del casino a tutti i costi, che alla
fine scaccia il turismo stesso e lascia le città impoverite e imbruttite.
Con quasi 3,5 milioni di turisti stranieri il piccolo e
periferico paese caucasico trae dal turismo straniero il 7% del Prodotto
Nazionale Lordo (https://gnta.ge/statistics/
).
In Italia (con la maggiore concentrazione del mondo di
patrimonio artistico, culturale e culinario) il peso del turismo arriva al
10,2%, percentuale che però va dimezzata considerato che la quota di stranieri
su turismo complessivo è solo del 49%. (http://www.enit.it/it/studi.html )
Che tristezza un'altra volta.
Paolo









































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