Tutta la spiegazione sul perché il piano Calenda è concettualmente sbagliatissimo

18 ottobre 2017
Parlando del favoleggiato Piano Calenda per il rilancio di Roma, ovvero della serie di provvedimenti messi insieme dal Ministero dello Sviluppo Economico (MISE) per portare investimenti nella capitale, bisogna partire da due premesse.

La prima premessa è che quando parliamo di 2 miliardi di investimenti sembra che parliamo di chissà quale cifra. In realtà, tenuto conto il bilancio, la stazza e anche il depresso pil annuo che cuba la città, stiamo parlando di una cifretta incapace di spostare realmente le cose, tanto più se spalmata in annu e anni. 2 miliardi, tanto per capirci, sono poco più dell’investimento che era previsto a Tor di Valle con la trasformazione immobiliare che comprendeva lo stadio della Roma. Sarebbe bastato che una amministrazione di lestofanti non avesse bloccato l’ottimo progetto messo in campo da Giovanni Caudo durante gli anni della Giunta Marino e avremmo avuto la stessa quota di investimenti. Senza chiacchiere, senza finti litigi tra ministro e sindaca, senza giochi di ruolo e gioco delle parti. E soprattutto senza esborso di denari pubblici (soldi dei contribuenti di Gorizia e di Trieste, di Biella e di Lecce, tutti gettati nel buco nero di Roma), ma esclusivamente privati.

La seconda premessa è che seppur volessimo considerare significativo l’ammontare del piano, si tratterebbe comunque di un provvedimento fragilissimo, sub iudice delle prossime elezioni, destinato a vacillare e forse a cadere visto il periodo di feroce campagna elettorale che ci aspetta e visto il certo cambiamento di quadro politico a Palazzo Chigi e dunque in tutti i dicasteri.

Tutto ciò premesso prendiamo la cosa sul serio e ne parliamo come se fosse una cosa davvero cocreta. E moduliamo le nostre critiche, anzi sostanzialmente la nostra unica critica, assumendo che questo piano andrà in porto. 

Quale è la nostra unica critica? La visione distorta della città. Carlo Calenda e il suo team hanno prodotto settimane fa un eccellente documento di analisi della disperata situazione della Capitale. Hanno perfettamente capito che siamo agli sgoccioli e che le pressoché inesistenti chance di risollevare la città stanno esaurendosi e che la situazione si fa pericolosa non solo economicamente e politicamente parlando, ma anche socialmente e in termini di ordine pubblico. Roma è una polveriera pronta a generare violenza, un laboratorio antropologico dove si stanno producendo cittadini privi di dignità, pronti a tutto, aggressivi, autolesionisti. Un qualcosa che non ha paragoni e raffronti a livello nazionale e men che meno internazionale. 

Come reagire? Calenda risponde che - da una parte sollecitando e dall’altra tendendo la mano a Comune e Regione - bisogna aumentare gli stanziamenti sulla città. Individua insomma una città sottofinanziata, e probabilmente ha ragione, e immagina che per finanziarla serva del denaro dall’estero. Denaro pubblico, drenato a tutti i contribuenti italiani e investito in un contesto di illegalità, inefficienza, corruzione, racket, mafia. In un contesto ingovernato e ingovernabile. 

Secondo noi così non si risolvono i problemi bensì se ne generano di nuovi. Ecco la visione distorta della città, ecco la mancata osservazione della realtà: Roma non ha bisogno di soldi, ha solo bisogno che i soldi che già ci sono, e sono tanti, prendano la strada corretta. Escano dalle saccocce dei furfanti e entrino nelle casse di chi gestisce i servizi pubblici ad esempio, o nei portafogli dell'economia sana, pulita, internazionale. 

Calenda non ha ben compreso che il punto non è trovare 100 milioni per comprare autobus Atac, il punto semmai è recuperare i 100 milioni all’anno (all’anno!!!) di evasione dei ticket, anche perché una azione simile non solo genera cash vero ma combatte l'inciviltà diffusa (se al mattino ti obbligo a pagare il bus ti svegli sentendoti attorno una città che non è terra da depredare); il punto è valorizzare i cespiti immobiliari Atac pregiatissimi ma abbandonati, che valgono anche loro centinaia di milioni. 

Il punto non è finanziare le municipalizzate, bensì renderle efficienti, fare in modo che chi lavora bene venga valorizzato e i tantissimi che lavorano male licenziati in tronco. Il punto non è trovare i soldi per la manutenzione delle strade andandoli a chiedere ai cittadini di Bologna o di Ancona che versano le loro tasse allo stato, il punto è capire che il mondo delle bancarelle a Roma versa al Comune 7 milioni l’anno mentre ne potrebbe cubare 90; capire che il mondo dei cartelloni pubblicitari versa al Comune 20 milioni quando il settore è valutato 80; capire che solo facendo pagare il giusto a chi mette tavolini fuori al proprio ristorante (e che deve poterlo fare con maggiore facilità nell’ambito di una semplificazione normativa radicale e profonda) si potrebbe risanare mezzo debito pubblico. 

Per tacere poi dello sviluppo immobiliare. Ex Fiera di Roma ferma, Tor di Valle ferma, Torri dell’Eur ferme, ferma perfino la sistemazione di superficie del parking di Via Giulia perché nessuno si piglia la responsabilità di mettere una firma. E se si abbatte un palazzo irrilevante sulla Salaria per sostituirlo con un edificio nuovo si mobilita mezza città. Questa mentalità, questo atteggiamento, queste tare mentali costano alla città in termini direttamente economici molto più dei 2 miliardi spot che arriverebbero in ossequio al piano. 

Roma ha in se stessa, in questo momento, le risorse necessarie per sviluppare, per fare investimenti, per trasformarsi. . Non occorrono dunque nuove risorse ma occorre profonda semplificazione burocratica, cambiamento radicale della classe amministrativa (o sostituzione di persone o cambiamento totale di mentalità delle persone che già ci sono), commissariamento lungo. Ad oggi queste risorse l’amministrazione rinunzia ad andarle a prendere, preferisce lasciarle nelle tasche della peggiore imprenditoria europea dei bancarellari, degli ambulanti, dei tassinari, dei balneari, delle dittuncole di manutenzione stradale, dei pessimi esercenti, dei mutandari, dei cartellonari. Queste realtà portano un sacco di voti e in cambio vogliono un sacco di soldi. Sono questi potentati che privano la città di ossigeno. In questo quadro i soldi di Calenda farebbero la stessa identica fine: in larga parte nelle tasche dell’imprenditoria alla romana.


Solo gestendo in maniera imprenditorialmente sana un bene straordinario come i suoi arenili, le sue splendide spiagge, le sue dune, i suoi lungomare Roma potrebbe generare annualmente economie 5 volte tanto quelle del piano Calenda. Basterebbe solo sistemare il mare. E poi ci sono cento altre cose così: business abbandonati  da chi amministra per favorire orde di speculatori che succhiano sangue alla città minuto dopo minuto. Vogliono mettere in circolo nuovo sangue, senza nessunissima azione su chi a vario titolo e a vario spettro succhia. Dalla signora che non fa il biglietto sul tram su su fino al palazzinaro che lucra sui suoi pessimi edifici forte di una città che pur di favorirlo artatamente ha rinunciato a modernizzare le sue architetture e la sua urbanistica. 

Video. Delirio Via Marsala. I romani incorreggibili e una proposta per redimerli

16 ottobre 2017
Per qualcuno sarà noioso, ma a noi sottolineare e insistere sui problemi non annoia mai. Anche perché, è dimostrato, alcuni nostri tormentoni magari hanno stufato qualche lettore ma alla fine hanno ottenuto il risultato: far sì che ci si occupasse del problema e talvolta lo si risolvesse. 

Siamo tornati, ieri sera, a Via Marsala. Domenica sera, ore 20, fuori dalla stazione ferroviaria più importante d'Italia. Nonostante il tentativo di canalizzare il traffico, l'ignoranza e l'inciviltà dei romani è stata per ora più forte di qualsiasi arredo urbano. Anche perché come abbiamo più e più volte precisato in passato l'arredo urbano è fatto male e necessita di adeguamenti (vi ricordate il nome del nostro Assessore ai Lavori Pubblici? Ehehehe...).

Quello che ci è venuto in mente girando tra questa autentica pazzia ieri sera e discutendo animatamente, a telecamere spente, con i personaggi dentro e fuori le auto è l'idea di una dissuasione di questi fenomeni non tanto tramite multe, ma tramite una mediazione culturale.


Immaginatevelo e pensate quanto sarebbe innovativo e che incredibile risultato potrebbe ottenere la cosa. Vai a Termini, ti parcheggi in mezzo alla strada o sul marciapiede e aspetti il tuo caro che arriva. Invece del tuo caro dopo pochi secondi ti si avvicina un mediatore culturale, incaricato dal Comune, ti spiega che stai facendo una roba scorretta, che stai rallentando il traffico, che stai creando inquinamento, che altri al posto tuo si comportano più correttamente, che c'è il parcheggio gratuito a quaranta centimetri da te. Il mediatore si prende insulti e rispostacce (se si esagera può qualificarsi come incaricato di Roma Capitale, altrimenti lo può fare tranquillamente in maniera anonima), ma insiste incessante. Pesante. Palloso. Rompe le scatole. Sulla strada 8 mediatori a turno, tutti a spiegare quanto è sbagliato quel comportamento, tutti a disturbare la serenità di chi si comporta con prepotenza, tutti a spiegare che in nessuna città del mondo succede una roba simile, tutti a sottolineare che in caso di emergenza in quello spazietto non passerebbero ne vigili del fuoco ne ambulanze. Tecniche spicce di psicologia, far sentire in colpa le persone, farle sentire adeguate e sporche, metterle in conflitto con coloro che si comportano bene, infine convincerle a mettere in modo e andarsene. Come delle zanzare, uno sciame fastidiosissimo. Davvero se un cittadino vive questa esperienza poi ce ri fa? Davvero? Secondo noi non solo difficilmente ce ri fa, ma secondo noi soprattutto gli rimane molto impresso, magari ne parla a casa, alla moglie, ai figli, in ufficio...


Molti se ne vanno imprecando, molti se ne vanno arrabbiati, molti se ne vanno avendo aperto gli occhi. L'azione non solo tiene la strada pulita o quasi ma soprattutto fa didattica profonda sulle persone. Questo ti saresti aspettato dai grillini quando si vendevano come un progetto innovativo. Invece 'ste proposte le trovi solo sui blog (non quello di Grillo).

Ecco perché la nuova palazzina di Via Ticino va fatta anche se fa schifo

14 ottobre 2017
Cosa ne pensa Roma fa Schifo della faccenda di Via Ticino? Cosa ne pensa il blog che più di ogni altro è favorevole all'architettura contemporanea del palazzo che si sta per edificare al posto di un convento risalente agli anni Trenta e poi pesantemente modificato negli anni Cinquanta? 

Come i nostri lettori ben sanno noi ci schieriamo quasi sempre dalla parte del nuovo. Specie quando, grazie alla virtuosa pratica della demolizione e della ricostruzione, il nuovo sostituisce il vecchio. E specie quando questo "vecchio" è privo di valore storico, urbanistico, paesaggistico, artistico, architettonico. E questo sembra proprio un caso simile: il palazzo di origine non ha grande rilevanza (qualcuno parla addirittura di falso storico) e il progetto di destinazione, oltre a generare indotto, posti di lavoro, operai, ingegneri e impiantisti che si allontanano di un passetto da depressione, declino e disoccupazione, è firmato da uno studio importante. Uno studio, tra l'altro, che ha fatto ma soprattutto che farà cose significative in questa città. A partire dalla nuova sede IBM prevista nella landa desolatissima della Nuova Fiera di Roma. 

E però c'è un però. Un però molto semplice: il progetto fa pietà! Lo studio è buono, l'architetto sa il fatto suo, l'operazione è importante e ha tutto il nostro appoggio perché bisognerebbe farlo con mezza città di demolire il vecchio e costruire nuovo e di qualità. Il punto è che il nuovo deve essere meglio del vecchio, solo così possiamo smontare la malata impalcatura mentale di chi dice che comunque il vecchio è meglio. Solo così possiamo demolire le errate convinzioni di Vittorio Sgarbi (autore contro questo progetto della piazzata via Facebook che ha aperto le danze alle polemiche parlando assai impropriamente di "villino liberty", bah...) e di Italia Nostra convinti che si debba tutelare a prescindere e che qualsiasi cosa contemporanea sia peggiore di quanto era stato fatto 50, 60, 70 anni fa. 

Se Italia Nostra ci fosse stata negli anni Trenta avrebbe protestato perché si edificava su un'area verde; se ci fosse stata negli anni Cinquanta avrebbe protestato perché si sopralzava un villino degli anni Trenta. Oggi negli anni Dieci del Duemila fa patetiche manifestazioni per tutelare esattamente quello che avrebbe ostacolato. Italia Nostra è una organizzazione che, qualora già in essere (e per fortuna non c'era) avrebbe fatto manifestazioni contro la edificazione di San Pietro in Vaticano visto che si stavano utilizzando i marmi depredandoli dal Colosseo. Italia Nostra avrebbe bloccato la costruzione di Palazzo Pamphili, di Sant'Agnese in Agone e proprio di tutta Piazza Navona, d'altronde erano solo case di lusso per famiglie ricche (come dicono sempre coloro che ostacolano lo sviluppo immobiliare) costruite sopra ad una prestigiosissima area archeologica di un circo romano assai meglio conservato del Circo Massimo. 

Epperò stiamo dando benzina alla folle corsa di queste sciocche automobili che puntano addosso a noi stessi. A Roma la sostituzione edilizia, la demolizione di vecchi brani di città per costruire nuovi edifici con materiali migliori, con classe energetiche migliori e quant'altro si sta rivelando troppo spesso un flop. C'è Via Ticino, ma c'è anche Piazza Pitagora. Dovunque zero coraggio, zero capacità di guardare come e cosa si costruisce nel mondo, zero senso estetico.
Così si rafforza la fronda ignobile e dannosa di chi dice che l'architettura contemporanea è qualcosa da tenere alla larga da questa città. Così si dà forza a chi, come Italia Nostra, ha il coraggio di dichiarare robe tipo: "abbiamo paura perché quando sentiamo che si vuole guardare alla modernità temiamo che si voglia considerare Roma come una delle altre città del mondo". Queste folli dichiarazioni resterebbero folli se dall'altra parte si potesse rispondere con dei contenuti. E invece al posto dei contenuti c'è una palazzina che sarebbe sgradevole sul lungomare (chiamiamolo così) di Torvajanica.

Dunque la nostra posizione? Paradossale, ma al solito molto lucida. L'edificio è orribile, ma (sperando in qualche miglioramento in fase di progettazione esecutiva) va fatto a tutti i così. Va fatto perché grave sarebbe se la combriccola di cui sopra riuscisse a portare a casa un risultato. Significherebbe il blocco - se non altro per evitare beghe - di altre iniziative, significherebbe un nuovo macigno di depressione sull'atmosfera allucinante di questa città che invece al contrario di quello che dice Italia Nostra deve ambire eccome ad essere a livello delle altre città, significherebbe la vittoria dell'immobilismo imbalsamato. Il tutto, ovviamente, mentre dovunque in città si edificano strutture progettate al più da geometri, ma quando arriva un progettista che sia questo del quartiere Coppedè che ha firmato un progetto infelice o che sia Daniel Libeskind (è stata Italia Nostra a contribuire bloccare le sue torri, ricordiamocelo) allora apriti cielo, allora giù a farsi pubblicità mettendosi in mezzo. Sull'immondizia edilizia che ancora sta investendo l'area periferica e semicentrale della città non una parola che sia una. 
Come vedete è un problema culturale, che attiene ai due fronti opposti di chi vede la città come un organismo morto da tutelare imbalsamato (stanno da questa parte anche tutti i partiti politici, PD e Fratelli d'Italia hanno dichiarato allo stesso modo sulla questione) e di chi la vede come un organismo vivo in eterna trasformazione come è sempre stata fino ad oggi. E una faccenda culturale di questa portata val bene un edificio che, per lo meno dai rendering, ci pare molto brutto.

Dobbiamo renderci conto che se ci fosse stata la mentalità Italia Nostra style nei secoli passati, questa città non sarebbe esistita, non sarebbe progredita, non avrebbe conquistato il mondo, non tramanderebbe oggi una stratificazione di epoche straordinaria e unica sul pianeta. Dunque ogni tassello è buono per combattere questo modo di pensare che è una delle metastasti che più di altre sta uccidendo la città. In tutto questo può intervenire il Comune? Certo che può. Facendo una seria commissione capace di fermare, rallentare o non facilitare progetti di sostituzione edilizia non improntati alla qualità, capace di avere l'autorevolezza per far modificare realizzazioni che non portano in se cultura architettonica. E al contempo in grado di fare tappeti rossi a chi fa il contrario.


Apre la Rinascente. Ma il punto vendita non è raggiungibile dai clienti. Il filmato

11 ottobre 2017




Domani apre la Rinascente. E' una cosa importante perché un grande mall commerciale nel cuore della città Roma non lo aveva mai avuto. E' una cosa importante per l'investimento da centinaia di milioni (dovunque è la norma, a Roma è l'eccezione) e per i tanti addetti che così si sono salvato dal gorgo della disoccupazione e della depressione economica.

La struttura è clamorosa. Hanno - come si fa nel mondo civile - spellato un edificio, lasciato solo i muri esterni e dentro hanno ricostruito tutto all'interno. Un nuovo edificio a forma di L nella corte, alto e possente con all'interno una tromba delle scale magniloquente e per ogni piano l'allestimento di un diverso architetto. Sotto il recupero dell'archeologia (alla faccia di chi pensa che per tutelare il patrimonio non bisogna costruire "nuovo cemento", mentre è proprio grazie alle nuove costruzioni come dimostra anche Metro C a San Giovanni che si riesce a studiare e rendere fruibile nuovo patrimonio) e in cima un grande spazio dedicato alla ristorazione e una terrazzona panoramica.
Ecco i marciapiedi di Via dei Due Macelli. Si va solo in fila indiana
Chi ha effettuato l'investimento, il grande gruppo thailandese che da anni è proprietario di Rinascente e la sta rilanciando in grande stile dopo la crisi degli anni precedenti, punta a 15mila persone al giorno. Questi i flussi attesi. Flussi che sono in grado assolutamente di cambiare faccia al percorso che i turisti e i romani faranno in centro. Gli itinerari dovrebbero cambiare. Alcune assi che erano abbandonate (Via del Tritone in primis) saranno da domani frequentatissime. 

Un cambio di questo genere in tutto il mondo è preceduto da un adeguamento urbanistico, architettonico. A Roma nulla di tutto ciò è successo. Secondo il Comune, evidentemente, le persone alla Rinascente debbono arrivarci volando, attaccate ad un drone, calandosi con il parapendio o qualcosa di simile. Nonostante gli oneri concessori che Rinascente ha versato al Comune per ottenere il cambio di destinazione d'uso, parliamo di 25 milioni di euro pianificati da 10 anni quasi, dal 2009, le cose tutto intorno non sono migliorate. Iniziò Alemanno a sciupare questi soldi e a distrarli su aree che era meglio lasciare com'erano, come Piazza San Silvestro, la più scadente isola pedonale del mondo. 


A Via dei Due Macelli basterebbe togliere la sosta e allargare i marciapiedi. Esattamente come fece nel breve volgere di 5 mesi (dopo 30 anni di chiacchiere) Ignazio Marino a Via del Babuino. Perché non si è fatto lo stesso? Eppure i Due Macelli sono esattamente la ideale continuazione del Babuino e istimo di collegamento tra Piazza di Spagna e Via Nazionale. Perché zero pianificazione?


Delle due l'una. O la Rinascente sarà un flop e allora i marciapiedini di un metro a Via dei Due Macelli e quelli di due metri e mezzo neppure protetti dalla preferenziale su Via del Tritone saranno sufficienti. Oppure la Rinascente andrà bene e tutto questo assurdo assetto urbanistico circostante creerà pericoli e problemi di ordine pubblico. Oppure c'è una terza ipotesi, la più triste e la più verosimile: che le difficoltà ad affermarsi commercialmente la Rinascente ce le avrà proprio a causa del contesto urbano in cui è calata. Proprio a causa del fatto che i suoi portoni sui Due Macelli sono invisibili dietro auto e furgoni parcheggiati liberamente. Proprio a causa del fatto che una realizzazione così importante non è percepibile, non è visibile fuori, è solo interna. Solo interna perché la città non ha risposto, non ha reagito, non ha dato seguito, non ha supportato. 

E una grande tristezza ti avvolge anche quando dovrebbe essere festa perché apre una nuova attività finalmente di caratura e stazza europea.

Oggi è la strada più bella di Roma, ma tutti hanno cercato di affossarla. Storia e video

10 ottobre 2017
Stiamo parlando semplicemente della strada più bella di Roma. Si percepiva dal progetto e così è stato. Anzi: una delle strade più belle in assoluto nelle grandi città turistiche occidentali. Perché un progetto così non c'è a Londra, non c'è a Vienna, non c'è a Madrid e hanno provato, però senza riuscirci (si chiamava la Jeaune Rue) a farlo a Parigi.

Visto che la bellezza e la rivoluzione già si capiva dal progetto e visto che la bellezza a Roma è considerata un nemico (solo nella bruttezza possono proliferare incontrastate la clientela, la ruberia e la corruzione oltre che la squallida ideologia di chi amministra per gestire le proprie nevrosi mentali e non per migliorare la società in cui vive), questo progetto è stato ed è ostacolato in maniera assurda e inimmaginabile.

Stiamo parlando di Via della Frezza (andateci, rimarrete senza parole) e stiamo parlando di un calvario che è durato per anni e anni. Una strada abbandonata, buia, sporca, con commerci in disuso e falliti. Grazie a questa situazione una imprenditrice (la stessa che vent'anni fa si inventò 'Gusto, svecchiando la stanca ristorazione romana dell'epoca) riuscì ad accumulare una serie di fondi commerciali sulla strada. Quasi tutto un lato della via aveva così lo stesso proprietario. Non si tentò di accorparli ma di creare la prima strada commerciale italiana. Una specie di centro commerciale di altissimo livello, con prodotti di iper ricerca, declinato utilizzando tutti i negozi di una strada. Dalle biciclette al cibo, dalle scarpe ai gioielli, dagli arredi per esterni agli accessori per scrivere e disegnare. 

In vista dell'inizio dei lavori alcuni residenti della strada fecero un esposto. Non c'era niente di ché, ma per non saper ne leggere e ne scrivere i Vigili Urbani bloccarono tutto il quartiere per mesi e mesi. Poco importa che nel frattempo i proprietari pagavano fior di affitti, poco importa se un sequestro così evidente al mondo è capace di danneggiare la tua immagine di persona per bene. Loro sequestrano, poi mettono la pratica sulla scrivania, poi quando hanno tempo controllano. Così funziona. Responsabilità certo di chi deve fare i controlli e li deve garantire in 7 ore, non in 7 mesi, ma responsabilità anche della meschinità di chi tollera ogni forma di illegalità sotto casa propria e l'esposto lo fa solo quando questa illegalità viene combattuta da un investimento legale. Lo schifo della cittadinanza romana.


Lo schifo che non si arresta. Un vecchietto, un tempo personaggio famoso della politica, che abita nella strada, inizia a fare il diavolo a quattro durante tutti gli anni di questo calvario, prova a frapporsi furente e... furio, ostacoli su ostacoli, "avete rovinato la strada" urla il giorno dell'inaugurazione quando come un ossesso, più furio e furetto che mai, cerca di spostare gli splendidi arredi urbani che hanno trasformato in luogo straordinario un vicolo piscioso.


Ma non basta. Ci si mettono le società di sottoservizi che impiegano il doppio del tempo per riqualificare il sottosuolo e far passare le condutture. E intanto giù a pagare affitti. Ai cittadini locali non basta avere una strada-esempio, non basta che un imprenditore paghi di tasca sua per riqualificare ciò che il Comune non avrebbe mai riqualificato. Alcuni di loro si infilano nei blog civici, solitamente nostri alleati come ad esempio Diario Romano, per scrivere menzogne, cattiverie e per mettere in cattiva luce un progetto che necessitava invece solo di supporto. 


Ancora oggi che la strada è pronta, arredata con i migliori elementi di arredo per esterni in produzione al mondo e con molti dei negozi arredati il calvario non è finito. Il Municipio, che pure tra alterne vicende bisogna dire che non è stato tra coloro che hanno ostacolato l'iniziativa (anzi proprio l'ente guidato dalla Alfonsi si è inventato il modo per far passare panchine e vasi pagati dal privato, indicandoli come parapedonali anti sosta selvaggia, altrimenti non si potevano per legge mettere!), non riesce a dare il via libera alle OSP: gli imprenditori dopo aver allestito tutto con piante, fiori e panchine che ogni angolo di Roma se le può tranquillamente sognare, sono pronti a allestire i salotti dove poter somministrare cibo e drink, un ulteriore upgare alla bellezza di questo angoletto della città ma niente. Uno degli esercizi commerciali è un mix tra ricettivo (un piccolo design hotel), ristorazione (il ristorante) e una spa. Ebbene i Regi Decreti del 1943 o giù di lì su cui si basano gli atti che l'amministrazione deve emettere non prevedono, ovviamente!, questo tipo di struttura. E dunque non è facile arrivare ad un'autorizzazione. Risultato? Restano nei buchi dell'arredo urbano - laddove sono previste le OSP (occupazioni di suolo pubblico) - che servono ai cafoni motorizzati per parcheggiare fior di suv sul marciapiede. E poi ci sono i tavolini, con i Vigili Urbani che dicono che vanno attaccati al palazzo e con la Soprintendenza di stato che dice che vanno staccati dal palazzo. Una cosa kafkiana che tiene le richieste bloccate per mesi, la condizione ideale per funzionari, dirigenti e impiegati che non vogliono lavorare: portare le cose sul binario morto è l'unica preoccupazione di tutti. Nessuno si prende a cuore un progetto e lavora per rimuovere gli ostacoli, tutti puntano a mettere semmai ostacoli nuovi in modo da farlo bloccare per mesi e mesi. Chi ha investito paga affitti su affitti dei locali di ristorazione, ma non li può aprire.


Poi scopri che sulla strada ci sta la qualsiasi. Compreso un bar che non potrebbe cucinare ma cucina, sottoterra, compreso un bar che non ha OSP ma mette ettari di tavolini, compreso un bar che riempie la strada di cartelli pubblicitari abusivi sul marciapiede. I Vigili? Guardano e non fanno nulla. Magari puntano allo zerbino di design fuori da uno dei negozi iper eleganti del progetto commerciale in questione: lì, anche se si sfora di 5 centimetri, sono subito 400 o 700 euro di multa. E' successo davvero a quanto pare.

Intanto però Fòndaco c'è ed è aperto. Andate a vedere questa strada e condividete con noi la meraviglia e la tanta rabbia. 

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