Dopo il nostro articolo pulito il Ponte Nomentano (e il Parco Sempione). Ma l'iFest insiste: il degrado è il nostro blog, non i loro vandalismi

7 luglio 2015

Ieri gli organizzatori dell'IFest che ha messo a ferro e fuoco mezzo quartiere Nomentano hanno ritenuto di rispondere alle nostre denunce parlando di "menzogne". Peccato che tutte le nostre "menzogne" fossero documentate da fotografie sia nostre, che del blog Diario Romano, che del blog Roma Migliore. 
Se la sono presa con noi (va di moda) incuranti del fatto che tutta la blogosfera romana che tiene alla città si era mobilitata per denunciare il livello di degrado che la festa aveva contribuito a portare nella zona di Piazza Sempione. 

Il vandalismo sullo storico Ponte Nomentano è stato solo il tocco finale di uno scenario di prepotenza, fascismo, degrado e cafonaggine che ben conosciamo. Ma vediamo cosa hanno scritto i simpatici amici "rivoluzionari" (scrivono proprio così, per davvero!) nel loro comunicato di risposta.


       IL SUCCESSO DELL’IFEST E 
LE FARNETICAZIONI DI ROMAFASCHIFO
RIQUALIFICAZIONE DAL BASSO VS MENZOGNE DI UN BLOG

Apprendiamo con un certo sgomento l’articolo, comparso stamattina sul blog RomaFaSchifo, nel quale sono riportate una serie di menzogne. Inoltre strumentalmente viene accostato l’iFest ad un episodio di cui siamo totalmente estranei.
A chi blatera che “l'iFest si è svolto per far divertire un migliaio di curiosi personaggi, a tanto ammonta il bacino di utenza dei folkloristici centri sociali romani”, noi replichiamo che non ha attraversato il parco Ponte Nomentano in questi giorni 5 giorni. O mente sapendo di mentire. I numeri dicono altro. Quasi 10mila persone hanno animato una kermesse aperta e adatta a tutti e tutte: famiglie con bimbi, giovani e meno giovani hanno assistito ad un evento culturale, di qualità, totalmente autorganizzato e senza aver ricevuto finanziamenti pubblici né sponsor privati.
Una riqualificazione dal basso di un parco troppo spesso abbandonato al disagio (vedere link http://roma.corriere.it/…/ponte-nomentano-storia-nascosta-r…) che abbiamo voluto restituire alla collettività organizzando un festival che dell’eterogeneità del pubblico presente ha fatto un punto di forza. Il tutto, nell’era della desertificazione culturale nella città di Roma e dei tagli draconiani imposti dall’austerity. Ma forse qualcuno preferisce che quel parco sia solo una discarica a cielo aperto, una stanza del buco piena di siringhe abbandonata a se stessa
Invece di valorizzare tali festival, poggiati sulla fatica di 30-40 ragazzi volontari che lo fanno per passione e mossi dal desiderio di un reale cambiamento dei nostri territori, il blog RomaFaSchifo attacca l’iFest per una scritta sul monumento di Ponte Tazio. Fatto che ovviamente condanniamo.
Innanzitutto l’episodio è avvenuto fuori la cornice del festival, e noi avevamo il compito di controllare l’interno e non le strade di Roma, e soprattutto siamo stati noi – appena ci siamo resi conto dell’episodio – a fermare i due ragazzini arrampicati sul ponte e “armati” di bombolette. Erano minorenni. Cosa avrebbe potuto fare la polizia? Abbiamo parlato con loro, fatto capire l’errore commesso e lasciati andare perché a danno avvenuto non si poteva porre rimedio. E’ un lavoro chiaramente da tecnici essendo il Ponte Tazio un monumento antico. Abbiamo subito informato le istituzione dell’accaduto e siamo pronti a collaborare con la Sovrintendenza per ripulire il danno, anche se – ripetiamo – totalmente estranei al fatto, perché non vogliamo prestare il fianco a strumentalizzazioni o a degradanti (quelli sì) articoli di sedicenti blog. Così come le pulizie erano già previste per oggi.
Ci spiace per RomaFaSchifo e per qualche consigliere municipale pronto a tutto per far parlare di se, ma l’iFest è stato un enorme successo, anche quest'anno. In allegato la foto delle decine di bimbi che ieri sono venuti al parco per assistere a giochi di animazione e spettacolo di burattini. Eh sì, caro blog, proprio pericolosi vandali.
Non ci faremo rovinare cinque giorni meravigliosi dal rancore e l'invidia, da inutili strumentalizzazioni.
In due è amore, in tre è una festa, tutti insieme è rivoluzione!
iFest
Ci spiace aver rotto le uova nel paniere dei "ragazzi" (loro parlano così), ma i fatti parlano. L'episodio di Ponte Nomentano era così "esterno" alla manifestazione che loro per primo hanno affrontato il vandalo (se era esterno perché se ne sono occupati), vandalo che è un frequentatore della loro manifestazione, che loro per primi hanno lavorato per insabbiare il fatto, che loro per primi hanno chiesto al vandalo di ripulire "con solventi". E per fortuna che Roma fa Schifo è prontamente uscita (avvertita proprio da alcuni partecipanti e simpatizzanti dei centri asociali: "scrivetene voi, vogliono nascondere quello che è successo e pulire loro")  con un articolo, altrimenti col ciufolo che sarebbe arrivata la Sovrintendenza a pulire professionalmente.


Quello che spiace è che l'iFest si metta sulla difensiva senza rispondere sulla cosa più importante: le centinaia di manifesti abusivi e scritte vandaliche con le quali hanno imbrattato Roma. Come spesso accade in questi casi gli organizzatori strumentalizzano "bambini e famiglie". Vorremo sapere come spiegano ai bambini l'immagine qui sopra. Solo i nostri bambini domandano "babbo ma perché qui è tutto sporco?" quando vedono scene simili?

Vista la cordiale antipatia che lega Roma fa Schifo ai centri asociali romani, perché non facciamo un patto: voi fate manifestazioni in maniera inattaccabile, così noi eviteremo di attaccarvi. Niente sporcizia, niente abusi, niente imbrattamenti. E così sarete liberi di fare qualsiasi manifestazione senza venire presi di mira dai cattivi 'fascisti' del blog. 



Certo noi non avremo mai uno dei nostri come presidente del Municipio, come hanno i centri sociali nel III, e non avremo mai parchi storici a disposizione per dire la nostra. Ma se mai ci succedesse non ci sogneremmo di festeggiare la cosa riempiendo Roma di affissioni abusive e di scritte sui muri. I loro abusi non sono affatto da meno dello scarabocchio del ragazzino sul ponte storico. Se il prossimo anno gli organizzatori decideranno di organizzare una festa senza effettuare queste prepotenze saranno i benvenuti, se continueranno a imbrattare abusivamente e a imbruttire il territorio saranno come sempre i nostri nemici. Speriamo che cambino e speriamo che migliorino: a quel punto, per quanto ci cale, possono far festa anche 365 giorni all'anno. Tanto più che effettivamente hanno alla fine lasciato pulito tutto il giardino.

Un video allucinante per capire quale è l'atmosfera nella metro romana. 3 minuti di aggressione ai macchinisti sulla Roma-Lido


Ieri dopo 6 giorni che lo sollecitavamo con continui tweet, il sindaco Ignazio Marino si è accorto che la città non ha più un servizio di metropolitana e che questo sta comportando delle conseguenze gravissime sulla vita dei cittadini e dei turisti. E finalmente è intervenuto con un videomessaggio intitolato "Atac. Facciamo chiarezza". Il sindaco ha parlato chiaro occorre dire: "si tratta di singoli macchinisti che stanno danneggiando i cittadini solo perché io ho preteso che firmassero il cartellino. E solo perché vogliamo che lavorino come i loro colleghi di Napoli o di Milano". 

Ma oltre alla chiarezza purtroppo sono necessari urgentemente dei provvedimenti perché la situazione sta degenerando e la giusta, sebbene tardiva, presa di posizione del sindaco ha sortito effetti zero: oggi il servizio è peggiore di ieri e le cronache dei viaggiatori, dei turisti e dei pendolari consegnate ai social network sono davvero incredibili.



Questo video (pubblicato sul profilo YouTube di RomaPost) dice tutto su quale sia l'atmosfera e la tensione e a che punto sia arrivato il livello di guerra civile di cittadini contro cittadini. Molto interessante ascoltare ciò che urlano i cittadini ai macchinisti: dimostra nonostante tutto lucidità e comprensione del problema. I cittadini hanno capito di chi è la colpa, hanno capito a che gioco si sta giocando, hanno perfettamente capito che qualcuno protesta per cose (un badge da strisciare per esempio) che sono invece la normalità quotidiana da anni per chi invece la protesta la subisce. 



Urgono interventi radicali, subito, in fretta, urgentemente. Viceversa i cittadini, come appare evidente, faranno da soli. 

Ecco come Roma dà calci nel deretano ai grandi investitori stranieri. Il caso di Valentino a Piazza Mignanelli

Nel 2012 la Maison Valentino dello stilista romano d'adozione Valentino Garavani venne acquistata per la somma montre di 700 milioni di euro dall'Emiro del Quatar. Con quella somma il sovrano dello staterello del Golfo si portò a casa non solo il blasone, ma anche alcune prestigiose proprietà immobiliari tra cui il palazzo Valentino in Piazza Mignanelli.

L'acquirente, giusto per capirci, è un fondo sovrano che amministra qualcosa come 135 miliardi di euro (il 10% dell'intero Pil italiano!) con operazioni di grandissima portata in tutto il mondo. Sono i proprietari di Harrods, del Baglioni di Firenze, del Gallia di Milano, di tutti i nuovi grattacieli di Milano, di al Jazeera, del Paris Saint Germain e di molto molto altro.

E vogliono e volevano investire a Roma.


La prima mossa è stata spendere ancora, anche dopo l'esborso dei 700 milioni. Il fondo sovrano infatti è andato avanti ed ha acquisito circa 1000 metri quadri di spazi commerciali che giacevano inutilizzati e abbandonati in piena Piazza di Spagna. Li ha restaurati, ha fatto intervenire l'architetto David Chipperfield (uno dei più importanti studi del pianeta) che ha realizzato una boutique di altissimo livello (andate a vederla) e così ha investito ulteriori 100 milioni di euro. La strepitosa boutique sarà celebrata giovedì quando, nell'ambito di AltaRoma, dopo 25 anni Valentino tornerà a sfilare in città.

Perché lo ha fatto se aveva Palazzo Mignanelli? Lo ha fatto perché il progetto di sviluppo della maison è molto più ampio e prevede il debutto nel mondo degli hotel griffati (come Bulgari, Armani ecc). Il primo a livello mondiale dovrebbe essere appunto quello di Piazza Mignanelli, peccato che l'Emiro del Qatar non abbia considerato la faccia di tolla dei nostri uffici, delle nostre soprintendenze, dei nostri regolamenti e regi decreti, dei nostri funzionali pubblici secondo i quali, sotto sotto, l'arrivo di grandi somme di denaro, grandi investimenti, grandi imprenditori non è una opportunità ma una minaccia: non sia mai che poi, se la città si trasforma in un posto normale, ci tocchi metterci a lavorare per davvero. E così l'hotel è bloccato o procede con lentezze assolutamente non compatibili a nessun investitore serio. E così spunta il vincolo che ti fa perdere anni, decenni (pensiamo al gruppo Hyatt che vorrebbe aprire da anni un grandissimo hotel a Via del Corso e non riesce a venire a capo delle scartoffie. E tutto rimane in abbandono). Quando l'unico vincolo dovrebbe essere quello di consentire alla città di trasformarsi, di svilupparsi, di diventare appetibile per gli investimenti stranieri, di permettere ai propri cittadini di lavorare, di trovare opportunità senza dovere scappare all'estero. 

Per non dire degli spazi e dei palazzi. Tutelarli significa mettervi sopra dei vincoli che hanno come diretta conseguenza l'abbandono (nessuno può investire laddove i vincoli sono stringenti) oppure significa permettere che gli edifici vengano curati, restaurati, vissuti?

Sarebbe simpatico organizzare un incontro all'americana, face-to-face, tra il soprintendenziale di turno e il ragazzo neolaureato che potrebbe venire assunto nel nuovo hotel e che invece resta disoccupato a causa delle scelte scellerate e ideologiche di qualcuno. Chissà cosa si direbbero. 

Il punto nodale è che - a Roma così come accade in ogni grande sistema urbano - chi porta soldi, investimenti, qualità, riqualificazione, posti di lavoro, ricchezza, benessere deve avere i tappeti rossi. Ben puliti, profumati e spazzolati. Deve avere corsie preferenziali e percorsi garantiti. E non è un'istanza per favorire i "padroni" o gli "speculatori" (così parla ancora una minima percentuale di città che però influisce grandemente sulla restante), è al contrario una istanza per favorire i poveri, i disagiati, le persone in difficoltà, le quali sono in un contesto simile possono avere un giorno l'opportunità lavorativa per riscattarsi.

Ma quale guerra tra poveri!? Ecco i motivi per cui Atac deve fallire il prima possibile

6 luglio 2015

Oggi è molto in voga (tra le tante) la retorica della "guerra  tra poveri".
Io se i cittadini che sono in guerra gli uni contro gli altri siano ricchi o poveri non lo so. Del resto il concetto di povertà o ricchezza è alquanto relativo: rispetto a profugo nigeriano direi che siamo tutti piuttosto ricchi. 
Secondo me la guerra è tra due categorie di lavoratori: chi lavora nel settore privato e chi lavora nel pubblico. Settore, questo, in cui si è completamente perso di vista il rapporto tra costi e produttività. 
Lo scopo principale di un lavoro è produrre un risultato, proporzionato ovviamente al suo costo. Il ritorno economico lo si ha in cambio del risultato, non del lavoro in sé stesso. Tant'è che ciascuno di noi lavora gratis parecchie ore a settimana e lo fa perché è lui stesso a beneficiare del risultato di quel lavoro. 
Un lavoro che non produce risultati apprezzabili è un lavoro che non viene pagato. Che nessuno di noi pagherebbe. In buona sostanza non è un "lavoro".
Non così purtroppo per il settore pubblico. Lì i costi non vengono sostenuti dal fatturato, che consiste nel compenso ricevuto a seguito dei risultati prodotti, ma principalmente da fondi pubblici, cioè da noi. 
Questo partendo dal concetto che un'azienda pubblica, in quanto di solito fornitrice di un servizio pubblico (ovvero di pubblico interesse) possa operare anche in perdita. Questo concetto, che di base è giusto perché costituisce il fondamento del welfare, ovvero della garanzia della prestazione di un certo numero di servizi essenziali anche a coloro che non se li possono permettere, è stato del tutto pervertito. Ed è stato tradotto nell'idea che un lavoro (ed il suo costo) possa essere del tutto scollegato dal risultato che produce. 
Il fatto che un'azienda pubblica possa operare in perdita, perché comunque economicamente sostenuta "da fuori", e dunque in buona sostanza non possa fallire, ha portato a ritenere che essa possa, anzi debba, esistere a prescindere dalla sua effettiva utilità in termini di risultati prodotti in relazione ai costi. Formalmente "perché produce un servizio pubblico". Ma in pratica anche se non lo produce o lo produce in misura largamente inadeguata e insufficiente in rapporto a quello che costa. 
Ovvio che poi lo scopo reale dell'esistenza di quell'azienda, nel tempo, possa diventare altro da sé. Per la politica ad esempio, un bacino di posti di lavoro da distribuire in cambio di voti e, conseguentemente, di poltrone da dirigente da regalare in cambio di favori, a prescindere dall'effettiva necessità o dallo spessore professionale necessario a ricoprire quegli incarichi. O nel migliore dei casi, in passato è successo, lo strumento con cui si faceva fronte a una determinata emergenza disoccupazionale. Vinceva il partito che garantiva assunzioni pubbliche, ve lo ricordate? 
Ma anche per coloro che ci lavorano finisce con l'essere essenzialmente il luogo che ti garantisce uno stipendio, prima ancora che il luogo di "lavoro". Da cui il mito, tutto italiano, del "posto pubblico" quale garanzia di un futuro chiaro e privo di incertezze. 
Com'è altrettanto ovvio che possa diventare il teatro di ogni sorta di ruberie, grandi e piccole, da parte di tutti, utenti, dipendenti, dirigenti. Perché esse non vengono adeguatamente perseguite in quanto non c'è alcun interesse a perseguirle perché non c'è alcun interesse a valutare il risultato prodotto in relazione alle risorse impegnate. 
E i sindacati hanno dato un contributo essenziale a questo stato di cose. Essendosi sempre più evoluti in soggetti politici, oltretutto rivali, e quindi alla ricerca perenne di consensi e dunque di potere (non di "potere contrattuale" che è ben altro), essi hanno trasformato il concetto di "lavoro" in una sorta di monade, snaturandone il significato che in realtà è quello di "attività preposta alla produzione di un risultato". Essi non difendono il "lavoro" (come ben dimostra il fatto che siano del tutto assenti nel difendere il lavoro di artigiani, imprenditori, piccoli professionisti e in generale il lavoro autonomo) ma il "posto di lavoro". 
Cosicché il "diritto al lavoro" diventa "diritto al posto di lavoro", ovvero alla percezione di uno stipendio. C'è una bella differenza.
Perché in questa seconda configurazione l'"attività preposta alla produzione di un risultato" diventa una mera formalità, da soddisfare in modo ormai del tutto discrezionale, collegata alla circostanza  che si ricopre "un posto di lavoro". Lo dimostra ancor più il fatto che i temi della lotta sindacale vertano quasi esclusivamente sui "diritti" del lavoratore, in termini di garanzie, tutele, bonus ecc. e mai sulla problematica del risultato effettivamente prodotto in cambio di tutto questo, o della disciplina e del rigore richiesti al lavoratore nonché del suo codice deontologico. Essi continuano a difendere un lavoro che non produce risultati adeguati e che dunque tale non è. Essi difendono dei rapporti impiegatizi ormai del tutto astratti dal contesto nel quale essi dovrebbero ritenersi "necessari". 
E' chiaro che questa "filosofia" possa crescere, prosperare e diffondersi soprattutto in quelle aziende che operano secondo criteri di antieconomicità (perché le altre chiuderebbero e fallirebbero con buona pace di tutti). E queste sono le aziende pubbliche. 
Lo si evince chiaramente  dal fatto che le organizzazioni sindacali si rivelano assai più propense a sedersi al tavolo delle trattative quando il loro interlocutore è un'azienda privata, la cui dirigenza alla fine della fiera può sempre dire "non mi conviene, perciò chiudo tutta la baracca".
Un'azienda pubblica non può chiudere e non può fallire. Ed ecco le battaglie sindacali tradursi in forme di lotta che rasentano il sabotaggio e l'illecito, quando proprio non lo sono, come pure la netta opposizione a qualunque forma di controllo del "risultato prodotto" che costituisce l'assoluta normalità in qualsiasi ambiente di lavoro che debba autofinanziare la sua esistenza.
Con questo non intendo certo alimentare tutti i soliti luoghi comuni del dipendente pubblico che ruba lo stipendio. Ma un luogo comune se esiste è per una ragione.
Ora a me non interessa stabilire quanti, fra dirigenti e impiegati, in ATAC rubino lo stipendio e quanti invece no. Mi dispiace doverlo dire, ma di fatto lo rubano tutti, volenti o nolenti. 
L'ATAC è allo stato attuale un'azienda inutile. Dovrebbe fornire un servizio di trasporto che di fatto è lento, saltuario e disagevole anche oltre i limiti di quel minimo di dignità che dovrebbe distinguere chi se ne avvale da un animale trasportato al macello. In queste condizioni ogni utente, ogni pendolare, avrebbe le stesse possibilità di arrivare puntuale dove deve andare mettendosi sul ciglio della strada col pollice alzato. E il paragone regge anche in termini di sicurezza. 
Le sempre più frequenti manifestazioni di intolleranza degli utenti sono una conseguenza fisiologica del fatto che noi tutti dobbiamo mantenere in piedi un apparato aziendale che costa e non serve. Ovvero non produce risultati apprezzabili.  
E questo è un fatto, non un'opinione. 
Non voglio entrare nelle meccaniche interne dell'azienda. Anche perché non le conosco e non mi compete valutarle. Come al solito ci saranno responsabilità diffuse e di tutti: politici, dirigenti e dipendenti. E come sempre in Italia, quando tutti sono responsabili di qualcosa, questo fatto costituisce un'ottima scusa per puntarsi il dito accusatore vicendevolmente, rimpallandosi colpe e responsabilità, senza concludere nulla. 
In ATAC (e non solo) si può fare. Ci si può permettere il lusso di fare questioni di principio, anche le più oziose. Perché ATAC non può fallire. 
Penso a tante piccole, medie e grandi imprese colpite da ogni sorta di catastrofe, economica e naturale. Penso ai tanti casi in cui tutti coloro che ci lavoravano si sono rimboccati le maniche, collaborando, sacrificandosi allo scopo di rimettere in piedi l'azienda e continuare, tutti, a lavorare. 
Ma in ATAC nessun sacrificio, o spirito collaborativo e organizzativo è necessario. Perché ATAC non può fallire. 
Mi chiedo come sia possibile che in un'Azienda con dodicimila dipendenti qualcuno possa continuare a sostenere che mancano i macchinisti, o il personale per la pulizia, per la manutenzione, per la sicurezza e la custodia di mezzi e stazioni. Come sia possibile che addirittura ci sia la necessità di ricorrere a ditte terze per certi servizi. 
Penso a me stesso, e tante persone che ho conosciuto le quali hanno dovuto accettare di buon grado l'assegnazione a mansioni diverse, hanno dovuto firmare nuovi contratti, hanno dovuto e devono fare corsi per ottenere attestati e qualifiche, tutto al fine di poter continuare ad essere "utili" alla loro azienda o appetibili sul mercato del lavoro. Perché  "lavorare" vuol dire essere utili, cioè essere in grado di produrre risultati.
Penso a quel tizio che ho conosciuto durante il corso per la patente C. Io la prendevo per il camper, ma lui perché doveva avere la qualifica per poter guidare un mezzo per il trasporto di passeggeri. Era entrata in vigore una qualche normativa che richiedeva l'attestazione di queste competenze ed era molto preoccupato per l'esame perché il suo futuro lavorativo dipendeva da quello. 
Ma quelli delle competenze non sono problemi di chi opera in ATAC. Perché ATAC non può fallire.
Resto basito quando vedo che la mancanza dei titoli di viaggio possa continuare a non rappresentare un problema gravissimo, urgentissimo e che necessiti di un' immediata soluzione. Parliamo, cioè, di un'impresa che non si preoccupa di incassare i compensi dovuti per le sue prestazioni di servizi. Provate un po' a trovare un qualunque commesso di negozio che vi lasci uscire con la merce senza pagare. 
Ma in ATAC si può. Perché ATAC non può fallire. 
ATAC è un carrozzone inutile. Se ne facciano una ragione tutti quelli che ci lavorano, a prescindere dal loro grado di responsabilità in tutto questo. Non servono a niente. I loro stipendi sono di fatto un emolumento che la collettività corrisponde loro a titolo gratuito, ovvero in cambio di poco o nulla. Ne prendano atto. Se ne preoccupino sul serio. Come tutti quei lavoratori che hanno dovuto pagare, e tutt'ora continuano, per scelte imprenditoriali sbagliate fatte da altri.
La vecchia Parmalat contava 36.000 dipendenti. La nuova ne conta la metà. Sedicimila hanno dovuto cercarsi o accettare un altro lavoro. E in quella vicenda non si parlava neanche di scelte imprenditoriali ma di  colpe e responsabilità penali  ben chiare e di sicuro non imputabili a quei sedicimila. Ma Parmalat poteva fallire. 
E allora? Fallisca anche ATAC. Perché se non è giusto che qualche migliaio di dipendenti perdano il lavoro per colpe non loro, lo è assai meno che i romani tutti, debbano continuare a pagare un servizio (essenziale alla vita della città) che non ricevono e su cui nessuno può intervenire perché esistono ATAC e le sue dinamiche folli, che trascendono ogni legge di mercato e di semplice buon senso. 
Quanti sono dotati di competenze e volontà verranno ricollocati, previo accertamento del loro spessore professionale, e superamento di un congruo periodo di prova, in una nuova azienda rifondata. E si preoccuperanno di aggiornare la loro figura professionale in base alle nuove esigenze, come devono fare tutti coloro che non lavorano per un'azienda pubblica e che quindi devono preoccuparsi di produrre "risultati". Gli altri, che siano dirigenti o semplici impiegati di basso livello, se ne stiano a casa perché non è scritto da nessuna parte che debbano campare mantenuti da noi altri.
Del resto non è neanche giusto quel che i romani subiscono ora, e dovranno assai più pesantemente subire durante il periodo di transizione da una vecchia a una nuova realtà del trasporto pubblico capitolino.
Basta!
Francesco Giovanni De Simone

*Alcuni elementi molto calzanti. Quello di Parmalat (decine di migliaia di persone hanno perso il loro lavoro e le persone quando perdono il lavoro hanno due alternative: o minacciare le sommosse popolari come si fa a Roma ogni giorno, oppure trovarsene un altro e farsi una nuova vita), quello della guerra tra poveri, ridicola frase fatta molto romana. Ma anche quello dell'eterno conflitto tra dipendenti pubblici e privati. Certo si rischia di semplificare (i dipendenti privati incapaci non mancano, come non mancano i bravi dipendenti pubblici) ma è vero che oggi i dipendenti privati pagano le loro tasse e in più (in più!!!) pagano le inefficienze dei dipendenti pubblici. Una cosa non accettabile. 
Una cosa sola aggiungiamo: perché nessuno parla di quanto influirebbe profondamente sula produttività della città un'Atac funzionante? Enormemente. Non solo per i turisti, ma ovviamente soprattutto per i cittadini: più puntualità a lavoro, meno appuntamenti persi, meno necessità di far ricorso all'auto. Insomma una Atac funzionante renderebbe tutti noi più ricchi, l'Atac in queste condizioni, al contrario, ci rende tutti un po' più poveri. Un ottimo motivo per arrabbiarsi: stanno di fatto rubando i nostri quattrini. Chi se li è sudati onestamente la smetta di subire.
-RFS

Non basta più neppure il morto! A Piazza Istria e dintorni è tutto come prima. Reportage allucinante sulla doppia fila


Eccolo, il mitico street control fatto dai nostri lettori. Quanti ne vorremmo impegnati in questo senso! E dunque bravo il nostro lettore che ha indossato la fotocamera e ci ha aiutato in questo video fantastico a renderci conto del livello di bassezza a cui sono arrivati quelli che, purtroppo, sono nostri concittadini.

Autentici sottosviluppati mentali, autentici trogloditi, gente violenta, gente stupida, gente ignobile, gente che non esiste in nessuna altra città non d'Europa, ma del mondo. Gente che fa rischiare la vita ad altra gente, gente che uccide altri cittadini per comprare un pacchetto di sigarette o un etto di prosciutto. Una guerra civile non dichiarata e osservata con compiacenza dalle istituzioni che potrebbero risolvere facilissimamente (poche telecamere, qualche passaggio dello street control e soprattutto una protezione invalicabile della corsia preferenziale) ma che preferiscono tenere le persone bloccate nel traffico, preferiscono lasciare i pedoni nel pericolo, preferiscono vedere gli scooteristi che vengono ammazzati dagli autobus come è successo a Piazza Istria qualche tempo fa. Indifendibile e impensabile da qualsiasi altra parte del mondo.

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