Prossime elezioni a Roma nel 2048! Ecco perché la diarchia Gabrielli-Marino va nella giusta direzione: un commissariamento pesante e duraturo

29 agosto 2015
L'assunto è che Roma non può essere governata da chi è scelto dai romani e non può essere governata da chi, alla fine del mandato, deve poi chiedere agli stessi romani una riconferma. No way.

Il livello di degrado morale, umano, intellettuale e culturale della città è infinitamente più grave del livello di degrado urbano e determina l'impossibilità del funzionamento di una democrazia compiutamente intesa. L'interesse particulare e il tasso emergenziale di ignoranza travalica a tal punto l'interesse pubblico e il concetto di bene comune da rendere insensato un processo ordinario. Gli interessi, i gruppi di pressione, la criminalità, le mafie sono così radicate, presenti, connaturate, inserite nel dna anche di chi propriamente mafioso non è  (si pensi al tasso di omertà dei romani, che fa spavento, come fa spavento l'aggressività quasi sempre dovuta al rapporto malato tra romani e automobile) sono capaci ormai di spostare un'enorme quantità di voti e di condizionare qualsiasi consultazione elettorale. Ne deriva che elezioni non debbono svolgersi. Se ne riparli tra qualche decina d'anni.

Attenzione, non è una novità. Le altre due grandi capitali occidentali con le quali per vocazione, ruolo, peso culturale e appeal economico Roma dovrebbe confrontarsi (stiamo parlando di Parigi e Londra, non di Varsavia e Lisbona, al livello delle quali neppure siamo e aspiriamo di arrivare) hanno avuto per anni una situazione simile. Nessuna democrazia di modulazione comunale, bensì una nomina governativa di un 'commissario' che per conto dell'esecutivo centrale - che in quelle città ha sede - pensava all'amministrazione. Il Comune della Grande Londra e il Comune di Parigi sono istituzioni recenti (si pensi che Anne Hidalgo è il quarto sindaco di Parigi, Boris Johnson è il secondo sindaco di Londra!), negli anni in cui queste città hanno costruito la loro leadership europea e mondiale chi le amministrava non doveva stare a preoccuparsi più di troppo del consenso di quartiere. Anche perché quando amministri una città come Parigi o come Londra (ma anche come Roma, per come vediamo Roma noi) la tua visione deve essere globale, transnazionale, prospettica. Non puoi preoccuparti di dover poi ottenere il voto da quei cittadini che non vogliono il parcheggio interrato, da quei cittadini che considerano "speculazione edilizia" qualsiasi sviluppo urbanistico, da quei cittadini che occupano case e tu perdi consenso se li riconduci alla legge, di quei cittadini infastiditi dal cantiere della metropolitana e così via. 

Ne abbiamo avvisaglie anche a Roma, perfino in questi terribili anni. Ci sono degli assessori, ad esempio, distantissimi da qualsiasi meccanismo del consenso romano. Gente che non ha preso il becco di un voto a Roma, che non ha probabilmente bisogno di prenderne in passato, che fa altro nella vita e che non deve costruirsi il proprio bacino di consenso. Ed è questa l'unica gente che fa bene e che si comporta con una logica razionale in linea con le buone pratiche globali. Prendi Marta Leonori, che è stata l'unica assessora al Commercio che dopo decenni sta mettendo mano allo sterco dell'ambulantato romano, che sta mettendo mano allo sterco della cartellopoli romana. Mondi che spostano alcuni miliardi (miliardi, non è un errore di battitura) di euro ogni anno, che pagano le campagne elettorali a decine di consiglieri comunali e che proprio per questo sono stati liberi di divorarsi la città. Alla Leonori quei soldi non interessano, non deve fare la campagna elettorale nel 2018 per diventare consigliera comunale nella fogna dell'Assemblea Capitolina, viene da altri universi e aspira ad altri universi e dunque ha maggiore margine di manovra. Prendi Guido Improta, un signore di ottima famiglia che ha fatto il gran commis, che ha studiato, che ha una carriera credibile e che non è un disperato (pensiamo, con tutto il rispetto, agli assessori che l'hanno preceduto: Sergio Marchi, Antonello Aurigemma...) che ha come sua massima aspirazione una poltrona in Consiglio Comunale a 1200 euro al mese da utilizzare magari come merce di scambio col Buzzi di turno. Ecco perché Improta (sebbene impallinato dal TAR) ha proposto misure impopolari come l'aumento delle strisce blu e l'eliminazione dei dannosissimi abbonamenti, l'area C che speriamo venga implementata presto e quant'altro. Nessun individuo che avesse dovuto sottostare all'elettorato romano avrebbe osato, perché a Roma c'è un elettorato così di bassa lega che qualsiasi misura volta a migliorare la città chiedendo un piccolo sacrificio privato per un grande beneficio comune viene considerata un sacrilegio dai sottosviluppati e arretrati mentali che poi si recano alle urne. 
Lo stesso Ignazio Marino è stato capace di grandi discontinuità (seppur in una azione amministrativa discontinuia, poco lucida, mal comunicata) proprio perché nato e cresciuto politicamente lontano dalla città e imposto dal partito come una sorta di "commissario democratico" per mancanza di alternative che volessero venire a farsi massacrare in una città ridotta allo stremo da i debiti di Veltroni e lo scempio inaggettivabile di Alemanno. Grazie (anche) a Marino la pax mafiosa che teneva buona la città è saltata in aria e tutto ha smesso di funzionare in virtù di un vasto boicottaggio che interessa aziende, uffici, dipartimenti che grazie a questa pax galleggiavano nelle ricchezze del malaffare e della corruzione. La città (e la sua ridicola stampa) è imbufalita con Marino e questo è soltanto buon segno: deve essere così.

La città, sgovernata da sempre (quale è stato l'ultimo sindaco vero? Forse Ernesto Nathan? Beh, sono passati oltre cento anni), ha oggi bisogno di interventi a tal punto impopolari e così massicciamente e radicalmente contrari al comune sentire dei 'cittadini' (arduo definirli così) che un processo democratico per la scelta di chi amministra è assolutamente inadeguato, utopistico, velleitario. Unfit. 

E se questo processo ha fatto danni fino ad oggi (sia in questa che nella scorsa consiliatura i recordman di preferenze in consiglio comunale sono finiti agli arresti: ergo la gente va a votare indicando sulla scheda, per motivi di clientela e di ignoranza, i cognomi di criminali), può fare ancor più danni in futuro. Più si rafforza il contesto di degrado e di disagio, più aumenta la presa del populismo spiccio (si pensi al successo di Alfio Marchini che riesce a partecipare al dibattito civico da protagonista senza aver, in due anni, fattoci capire come la pensa su almeno una delle grandi partite di governo della città) e dell'antipolitica (voto in massa per i Cinque Stelle, non perché siano o non siano in gamba, ma semplicemente perché sono Cinque Stelle). Alle prossime elezioni (e così alle prossime ancora) il risultato non potrà che essere, in virtù di un errato sistema elettorale basato sullo scempio delle preferenze, peggiore che in passato. D'altronde cosa pensate che potrà votare il cittadino che scarica materassi a fianco dei cassonetti, il cittadino che parcheggia sulle strisce pedonali per risparmiare i pochi euro delle strisce blu, il cittadino che entra di soppiatto in metro per evadere il ticket, il cittadino che occupa una casa popolare o che entra contro mano in ztl per eludere le telecamere, il cittadino che ignora il fatto che la propria città è scarnificata dalla mafia e invece si mobilita perché il prefetto divide la curva allo stadio? O il cittadino che, vedendosi contestata qualsiasi infrazione, risponde che "i problemi sono altri"? Potranno mai esprimere dei rappresentati di qualità? 

I romani, insomma, se lasciati andare alle urne non possono far altro che farsi del male da soli ancor più di quanto non abbiano fatto negli ultimi 45 anni. Ecco perché la strada indicata dal Governo è quella corretta, seppure ancora incompleta e operante nell'ambito della legislazione ordinaria (non c'è nessun commissariamento, se non blandamente politico). Roma dev'essere amministrata da personalità selezionate dall'esecutivo centrale. Lontane dalle logiche della città, lontane dagli interessi della città, sconosciute alle lobbies della città e ignote ai cittadini. Roma deve essere amministrata da personalità che non debbano poi costruire a Roma il loro consenso e il prosieguo politico della loro carriera, grandi dirigenti pubblici la cui carriera non deve dipendere dal giudizio dei cittadini romani che, anzi, deve essere profondamente negativo. Quello sarà il termometro. I romani si sono da tempo adeguati, assuefatti e abituati ad uno stato di cose inacettabile, sono diventati cattivi, aggressivi e profondamente stupidi pur di sopravvivere in uno zoo chiamato città che non ha paralleli a livello globale, ne deriva che più i romani saranno scontenti, più significa che questa azione di cambiamento sarà efficace e ben congegnata. 
Se il Governo vuole bene a Roma deve pensare ai suoi cittadini come tanti tossicodipendenti in fase di avanzatissima decomposizione cerebrale (e fisica), si tratta di decidere: lasciare che si suicidino continuando ad assumere stupefacenti o provare a rinchiuderli in una comunità specializzata per salvare loro la vita? Chi viene rinchiuso in comunità si ribella, schiuma, si arrabbia, vuole uscire, detesta chi lo sta aiutando considerandolo un carceriere. Questa deve essere la reazione, se la cura sarà davvero somministrata in maniera coraggiosa.

Questa cura non può essere somministrata da chi poi deve chiedere una riconferma al paziente, è del tutto evidente. Cantone, Gabrielli, Scozzese (magari con l'aggiunta di qualche personalità più consapevole di problematiche amministrative, pensiamo a Walter Tocci o a Umberto Croppi e con una serie di assessori - ne abbiamo citati un paio prima - che allo stesso modo provengano da ambiti distanti dal corpaccione marcio della città) sono personalità che dovrebbero amministrare la città non nei prossimi anni, ma nei prossimi decenni. Con poteri però differenti da quelli dell'attuale sindaco, totalmente privo di reali leve di comando. Sospendendo tassativamente la democrazia in città e pianificando il ritorno alle urne non nel 2018, ma nel 2048. A patto che a quell'epoca la città sia tornata a parlare la stessa lingua degli altri grandi sistemi urbani europei e occidentali. Ne va del futuro dell'Italia, se non lo si fosse capito. 

I 5 motivi per cui il GRAB non è soltanto inutile, ma profondamente dannoso per Roma

La premessa è che più ciclabili si fanno e meglio è. Questo è un postulato che funge da regola aurea. L'altro postulato, tuttavia, è che le risorse sono un bene limitatk (anzi, un bene scarso) e dunque tutt'altro che infinito. Ciò significa che se c'è una disponibilità pari a 100, investendo 100 su un progetto si avrà zero da investire sull'altro progetto.
Ecco perché il Grab comincia ora, all'appropinquarsi del Giubileo della Misericordia, ad essere qualcosa di preoccupante. La proposta di per se è interessante e innocua: realizzare (unendo alcune ciclabili già esistenti, adeguando alcune strade e attrezzando alcuni percorsi dentro ai parchi ed alle aree verdi della città) un anello ciclabile di 44 km dedicato ai turisti e ai ciclisti della domenica. Non si capisce come alcune importanti associazioni (VeloLove, Legambiente, Touring Club, Salvaiciclisti ecc) si possano permettere il lusso di pensare ai cicloturisti in una città dove chi va a lavoro, a scuola, a fare la spesa, a cena fuori o ad accompagnare i figli a scuola con la bici rischia la vita ad ogni angolo, ma comunque sono affari loro e dei geni che sottoscrivono la tessera. Sono affari loro finché non arrivano voci di finanziamento. Ed è quello che sta succedendo in queste ore col Ministro Delrio pronto a staccare l'assegno. Proprio quel Ministro che, giustamente, è il modo più rapido e intelligente, usa la bici per andare da Palazzo Chigi a Porta Pia (dove ha sede il suo ministero) ma che poi finanzia ciclabili in campagna invece di proporne una, sacrosanta, su Via XX Settembre ad esempio.
In una città dove non esistono ciclabili urbane (vere, non sentieri lungo l'Appia Antica o Villa Ada) e dove non si trovano i soldi per finanziarle, si trovano invece i milioni necessari a produrre un velleitario circuito per chi la bici la usa non per spostarsi da un punto A ad un punto B bensì per girare in tondo divertendosi e pigliando il sole? E' quanto meno un insulto, una visione della ciclabilità datata 30 anni fa, un voltafaccia per i tantissimi ciclisti urbani che ogni mattina per andare a lavoro ed ogni sera per tornare affollano strade che dovrebbero essere dotate di percorsi ciclabili e che invece offrono soltanto enormi rischi per l'incolumità, stress, insicurezza.

"Il percorso" dicono sul sito del Grab "si snoda principalmente lungo vie pedonali e ciclabili, parchi, aree verdi e argini fluviali (31,9 km, pari al 72,2% del tracciato). Altri 3,6 km (l’8,1%) si sviluppano su marciapiede che possono facilmente accogliere una ciclabile e 6,8 km (il 15,4%) interessano strade secondarie e a bassissima intensità di traffico. Solo 1.900 metri del GRAB sono attualmente congestionati da un intenso flusso di veicoli motorizzati". Ecco Roma ha bisogno esattamente del contrario, ha bisogno di permettere ai ciclisti di utilizzare le grandi direttrici urbane di penetrazione alla città, ha bisogno della ciclabile su Viale Marconi e su Via Nazionale, della ciclabile su Via Nomentana (storia annosa) e e di quella sulla Circonvallazione Gianicolense o su Viale Trastevere così come di ciclabili su Via Appia, Via Prenestina (forse siamo riusciti ad ottenerla strillando come aquile con il sindaco), Via Casilina e così via.
La città ha bisogno poi di migliaia di km di ciclabili leggere (il modello è questo qui sopra, lo potete trovare su Via Portuense subito fuori Porta Portese) che rappresentano una svolta benefica enorme per il traffico urbano: costano pochissimo, riducono o eliminano lo spazio per la sosta selvaggia (è facile distinguere una ciclabile utile da una inutile, è utile quando toglie spazio alle macchine, specie quelle in sosta, specie quelle in sosta abusiva), rendono la strada più facile da pulire per l'Ama, trasformano le auto in sosta da fastidio pericoloso a opportunità di sicurezza. Con i soldi (4 milioni) necessari a fare i 44 km totalmente inutili (se non per qualche turista, ma ne dubitiamo) del Grab si potrebbero portare a termine 400km di ciclabili leggere.


1. ignora il piano quadro della ciclabilità
Dopo anni di calvario Roma ha approvato nel 2012 un Piano Quadro della Ciclabilità. Un documento ufficiale che dice dove vanno e non vanno fatte le ciclabili in città e ne prevede diverse centinaia di chilometri. Invece di attuare il Piano Quadro, che non è il massimo della vita (è molto poco coraggioso) ma potrebbe cambiare in meglio la faccia di una città disegnata per le macchine che manco Los Angeles negli anni Settanta, si pensa a nascondere i ciclisti a Villa Borghese o lungo le banchine perennemente allagate del Tevere? Roba da non credere. E se è vero, come pare, che il progetto Grab si porta dietro anche la realizzazione di 22 bike lanes confacenti al Piano Quadro della Ciclabilità, non si capisce perché per avere queste, che dovrebbero essere dovute, ci dobbiamo prendere nel pacchetto anche il Grab. Come dire che per fare una cosa buona, economica e utile devi accollarti anche una roba totalmente campaga in aria per compiacere associazioni e amici che poi potranno tornarti utili.

2. fa un danno culturale relegando la bici a strumento di svago
Questa forse è una delle cose peggiori. Considerare le biciclette come qualcosa di "bello", "pulito" ed "ecologico". Roba da fricchettoni che non vogliono inquinare. Ridicolo e superato dovunque. In tutte le città occidentali, anche quelle - si pensi a Londra e a Parigi - dove fino a 10 anni fa tutto sembrava fatto su misura per le auto, la bici è oggi considerata lo strumento di trasporto più smart per coprire distanze sotto i 5km. In città come Parigi, che era il regno delle maghine ancor più di quanto non lo sia Roma, oggi la bicicletta copre il 10% degli spostamenti urbani. E nessuno si sognerebbe di finanziare piste ciclabili dentro il Bois de Boulogne... Perché Graziano Delrio dunque non si pone il problema di investire cum grano salis i pochi soldi che destina alla ciclabilità?

3. consente a chi amministra di poter dire che ha fatto km di ciclabili
E distoglie l'attenzione. Con la nenia della "ciclabile urbana più lunga del mondo" il Grab è il perfetto grimaldello per chi amministra. Senza fare nulla, senza torcere il capello a nessuno, senza cambiare mezza abitudine urbana, senza togliere sosta selvaggia, sosta abusiva e ostacoli alle biciclette e ai pedoni puoi andare in giro per il mondo - supportato da fior di associazioni che ci sanno fare con la visibilità e gli uffici stampa - a dire che hai fatto la ciclabile più lunga delle terre emerse. Poco importa che non sia vero, ppco importa che non serva a nulla: ci pensano i pr a convincere i giornali. Vuoi mettere? Ecco perché il Grab oltre ad essere inutile è profondamente dannoso: fornisce un pretesto, una scusa, un appiglio ad una politica sempre poco lucida e poco capace di incidere. Non solo avremo ciclabili inutili e pretestuose, ma non potremo neppure più protestare perché il Sindaco e l'assessore ai trasporti potranno risponderci "ehi, ma cosa volete? Abbiamo fatto 44km di pista e ne parlano in tutto il mondo: siamo una città ciclabile ora!!!". 

4. distrae soldi da progetti più significativi
Lo abbiamo detto in premessa: i soldi non sono infiniti e i finanziamenti per la ciclabilità quelli sono, occorre concentrarli al massimo affinché il singolo euro serva a portare un ciclista urbano in più per strada e serva a migliorare confort, benessere e sicurezza dei tanti ciclisti urbani che già hanno deciso di mettere in pratica questo che oggi è uno sport estremo lasciando l'auto a casa o vendendola.
Praticamente Roma rimarrà senza ciclabili urbane, rimarrà senza direttrici radiali lungo le consolari e le strade principali, rimarrà con una carneficina di ciclisti e con una quantità immensa di ciclisti potenziali che non lo diventano a causa delle condizioni delle strade, rimarrà senza un bike-sharing (fattore dirimente di ciclabilità come Parigi, Milano, Londra, Barcellona e New York insegnano), ma avrà l'anello del Grab. Più che ridicolo!

5. umilia il lavoro delle associazioni romane
Non siamo mai stati teneri con le associazioni romane. Anzi pensiamo che se la situazione della ciclabilità in città è disperata è anche e soprattutto a causa di associazioni che hanno lambiccato per anni sulla "ciclabile per Fiumicino" quando invece si trattava di ottenere una ciclabile su Corso Vittorio Emanuele o di lottare pancia a terra per avere un serio schema di bike-sharing sul modello di Milano, Parigi, Barcellona o Londra che è il primo passo verso la trasformazione della ciclabilità da una roba di nicchia a una roba di massa. Ma qui si esagera: dopo anni di lotte e di negoziati arrivano delle associazioni che si materializzano totalmente dal nulla, propongono un progetto, vanno su tutti i giornali del mondo, ministri e sindaci si inginocchiano e poi arrivano i finanziamenti? Ma una roba del genere annulla, azzera e spazza via tutto l'impegno civico profuso fino ad oggi a Roma sul tema. Cioè basta essere ammanicati e si ottiene ascolto, non importa il valore, l'impatto e l'utilità del progetto. Umiliante. Ma l'umiliazione sarebbe pure accettabile in presenza di progetti seri; beh non è questo il caso..

Perché tutti sorpresi dei Casamonica quando la tv nazionale ne parlava da anni a intervalli regolari? Ecco Presa Diretta del 2012

28 agosto 2015

È l'ennesimo post sui Casamonica, lo sappiamo, come sappiamo di rischiare di annoiare i lettori. Ma è un rischio ben calcolato e che ci piace correre: non siamo infondo qui per intrattenervi e preferiamo perdere qualche migliaio di lettori piuttosto che rinunziare ad approfondire un tema.

Specie quando, rispetto al tema stesso, molti si divertono a minimizzare, derubricare, scimmiottare. Da Pennacchi a Ferrara passando per Sgarbi purtroppo in molti si sono esercitati nella (ig)nobile arte del banaltrismo: la mafia è benaltra, mica questa di questi quattro zingari. "E i rubinetti d'oro si trovano su eBay a 50 euro" ha chiosato Sgarbi buttandola in burletta al grido di "non c'è nessun mafioso".

Evidentemente questi signori non hanno mai avuto a che fare neppure tangenzialmente con il portato di violenza che questa tipologia di criminalità può scaricarti addosso. Violenza che, mescolata con l'omertà diffusa a Roma, genera un cocktail a dir poco mortale.


Nella nostra serie di filmati sui Casamonica che stiamo ripubblicando e che dimostrano che il fenomeno è stato ampissimamente trattato dai media italiani negli anni passati, abbiamo deciso di ripubblicare oggi questo servizio di Presa Diretta risalente al 2012. All'epoca non era passato neppure un anno dalla morte di Edoardo Sforna, in questi giorni si celebrano i 4 anni dalla scomparsa del giovane garzone di una pizzeria di Morena ucciso per sbaglio (questi elementi sono del 2013, successivi al filmato) nell'ambito di una guerra tra bande dello spaccio, i Casamonica da una parte, una nuova banda di giovani dall'altra. Chi minimizza e sminuisce la pericolosità e l'impatto criminale di certi soggetti, forse dovrebbe parlare 10 minuti con chi ne ha pagato le conseguenze...

Con la cultura non si mangia? Con i bandi delle cascine di Villa Pamphilj la Sovrintendenza ci spiega che è proprio così


Il Comune, e nella fattispecie la Sovrintendenza Comunale, ha pubblicato con scadenza ottobre il bando per assegnare 4 belle cascine dentro al recinto di Villa Pamphilj. Iniziamo dicendo che è una notizia positiva: finalmente qualche funzionario ha deciso di non passare tutta la giornata aspettando l'orario di uscita (e tutto il mese aspettando il 27) e si è sbattuto per fare qualcosa che cambiasse il destino di una minima parte dell'abnorme patrimonio pubblico in abbandono.


E così sono andate sul mercato quattro strutture significative. La Cascina Floridi, la Casetta di Monti della Nocetta, la Cascina Legnara e la Casetta Rossa del Lago. Carini pure i nomi. Ci si potranno fare preponderantemente non meglio specificate "attività culturali" (che vuol dire tutto e niente) con, in alcuni casi, possibilità di fare punti ristoro, vendita di oggettistica, bookshop. Nella Casetta Rossa del Lago andrà il centro di documentazione della Villa, gestito dunque da un privato. Curiosa come cosa.


Ma non è l'unica cosa curiosa, anzi. La cosa più curiosa è la modalità del bando. Il bando prevede, a monte, di assegnare i quattro spazi ad associazioni no profit, fondazioni, società cooperative e altri enti senza fini di lucro. Con la cultura, insomma, non si può mangiare. Chi fa "attività culturali" deve essere no profit. Non si capisce perché. 

Il danno così, oltre quello di mentalità e di immagine che racconta ancora una città che ruota attorno a vecchi modelli superati da decenni altrove, è anche economico. E manco poco. La città rinuncia ad affittare i suoi beni a prezzo di mercato pur di affittarli a "enti senza fine di lucro". Così un casale di 700mq con 2170 mq di superficie esterna viene ceduto a meno di 22mila euro l'anno. Semplicemente ridicolo. Ma così si può dire che si è assegnato ad una "associazione". Poco importa poi se l'associazione, come avviene in un'enormità di casi, sistema i bilanci in modo da posizionare gli utili (quando ci sono, e glielo auguriamo) da qualche altra parte in modo che il conto economico risulti rigorosamente a somma zero. Un escamotage che interessa una percentuale schiacciante delle associazioni a Roma e in Italia. E così, capolavoro nel capolavoro, oltre al Comune (ovvero tutti noi) che incassa meno del dovuto, a rimetterci è pure il Fisco (ovvero tutti noi). Zero possibilità di rilanciare, zero aste, zero "chi-offre-di-più". Tra i criteri di giudizio non c'è un eventuale rilancio economico. Se dovesse arrivare l'emiro del Qatar o Alain Ducasse in persone voglioso di investire milioni, voglioso di assumere cento persone e disposto a pagare 50mila euro al mese (non ventimila all'anno) di affitto verrebbe fatto accomodare fuori: il Comune quei soldi, che potrebbero essere investiti nella villa, nella manutenzione, nello sviluppo, proprio non li vuole incassare; il Comune con gli imprenditori proprio non vuole avere a che spartire. Meglio le associazioni, loro si che sono pulite, giuste e soprattutto trasparenti... Per tacere delle fondazioni.

Certo, poi ci sono le eccezioni e naturalmente ci auguriamo che i vincitori del bando (anche grazie al lavoro della commissione) saranno tutti soggetti di altissima e specchiata qualità che faranno del bene a Villa Pamphilj: le realtà di buon livello non mancano, ma questo non ci esime dall'argomentare queste critiche. E d'altronde è un po' l'atteggiamento generale dell'amministrazione (non solo in ambito culturale, beninteso, ma con maggiore tigna in questo settore): guardate ad esempio il bando per l'assegnazione (la scadenza è sempre il 9 ottobre 2015) della Sala Troisi. Curiosissimo, sostanzialmente suona cosi: affidiamo questo spazio comunale per fare attività culturali, se lo volete viene 172mila euro (anche qui senza rilancio, se c'è qualcuno che offre di più cavoli suoi), ma se le vostre attività culturali sono proprio ma proprio di qualità allora ci accontentiamo di 35mila euro. Praticamente i quasi 140mila euro annui di differenza ce li mettono i cittadini romani quotaparte. Però così, io amministrazione, possono avere la soddisfazione di seviziarti: non ti faccio vendere merchandising, non ti faccio aprire dentro al cinema un ristorante, non ti faccio fare un ciufolo perché tanto ti ho fatto il mega sconto e non ti puoi lamentare. 


E così ci perdono tutti: attività imprenditoriali mortificate, bilanci impapocchiati per nascondere gli eventuali utili, utili che non si generano perché si limitano le attività per avere la foglia di fico delle "attività culturali" da offrirsi, così dice il bando di Villa Pamphilj, rigorosamente aggratis a chi le fruirà. Però delle due l'una: o si fanno attività totalmente pubbliche che non hanno bisogno di un incasso e di una sostenibilità economica (e allora le fa un ente pubblico, che ha il sostentamento delle tasse), oppure si fanno attività imprenditoriali e private. La via di mezzo rischia di provocare deperimento della qualità, opacità nel conto economico e soprattutto perdita di opportunità, di sviluppo, di incasso, di lavoro, di business. Un vero peccato per tutti, sia chi gestisce, sia chi fruisce, sia chi assegna. In nome dell'ipocrisia burocratico-amministrativa. Invece gli obbiettivi dovrebbero essere, in questi casi, sempre tre:
1. massimizzare i guadagni per chi assegna i beni (il Comune)
2. massimizzare i guadagni per chi gestisce i beni
3. massimizzare la qualità del servizio erogato verso i cittadini
Ma ancora buona parte della nostra cultura considera qualcuna di queste tre massimizzazioni (o magari tutte e tre) qualcosa di profondamente immorale...

Voi di Roma fa Schifo infangate il nome di Roma. A questa idiozia lasciamo rispondere Roberto Saviano

27 agosto 2015

Qui il link originale. A voi i commenti. Ma c'è poco da commentare: ogni volta che menzionerete il lavoro del nostro blog e dall'altra parte troverete qualcuno che vi risponderà, come molti, privi di neuroni, fanno, robe tipo "sì, ma io non leggerò mai un blog che si chiama romafaschifo", voi fategli leggere questo articolo. E spiegategli che nulla è peggio dell'omertà...


CIÒ CHE ACCOMUNA il “Don’t fire on Italy if you love it” e l’appello del sindaco di Napoli Luigi De Magistris a «mettere in evidenza anche il bello del nostro territorio», ciò che unisce tutto questo alle autorizzazioni negate a poter girare scene di Gomorra la serie in alcuni paesi della provincia di Napoli, è la demagogia.

Quando si è opposizione, quando si sta dall’altra parte, si sottolineano solo gli aspetti di un territorio che non funzionano, quelli che vanno cambiati, e spesso l’urgenza sembra massima. Chiunque stia facendo campagna elettorale dà l’impressione che quando la sua forza politica smetterà di essere opposizione e potrà finalmente governare tutto sarà diverso a partire dalla fine immediata di inutili proclami. Chiunque faccia campagna elettorale promette che il proprio sarà il governo del fare, delle azioni e che le parole saranno messe al bando, che le promesse saranno mantenute.

Poi accade inesorabilmente che quando si va al potere il racconto della propria terra che si vuole fare, e l’unico che si accetta di ascoltare, sia tutto concentrato sulle bellezze naturali e sull’amore che ciascun italiano dovrebbe provare per la patria. Rispetto prima di tutto e a prescindere da tutto. A prescindere da come si vive, dalle opportunità, dal rispetto che a loro volta i cittadini ricevono dalle istituzioni. A prescindere dalle ingiustizie che subiscono. Per capire il concetto: quando si è al potere il racconto di ciò che funziona diventa l’unico racconto possibile e non è lontano da una normale quanto ridicola dinamica di autocompiacimento.

Ma tra l’amore che ciascun individuo prova per la propria terra, quell’amore che la politica peggiore continuamente ci invita a esternare, e la politica stessa, non esiste alcun legame. Se non la constatazione che le bellezze che siamo costantemente invitati a decantare, ai nostri amministratori, non devono nulla. Esse esistono e resistono nonostante la politica non grazie alla politica. In un Paese in cui deve essere normale amare il proprio Paese ed è considerato deprecabile sottolineare ciò che non funziona, non c’è spazio per alcun miglioramento.

QUALCHE SETTIMANA fa mi sono imbattuto in un video diffuso dai media inglesi. Si tratta del racconto commovente di un bambino di 8 anni, Bailey Matthews, che ha una paralisi cerebrale e che con suo padre partecipa alla gara di Triathlon nello Yorkshire. Bailey corre aiutandosi con una specie di girello, ha suo padre accanto. Giunto con molta fatica al traguardo, lascia il girello e inizia a correre con la sola forza delle gambe. Cade una volta, il padre commosso guarda ma non va in suo soccorso. Cade una seconda volta, il fotografo che è lì vorrebbe aiutarlo, ma capisce che Bailey vuole farcela da solo, e infatti si rialza e taglia il traguardo. L’ostinazione e la forza di Bailey, il coraggio di suo padre diventano una storia che invita al coraggio. Superare i propri limiti, sognare di poterlo fare, è il solo modo per vivere quando tutto sembra compromesso. Ma tutto questo può avvenire solo dove le istituzioni si assumono le proprie responsabilità. Questo può accadere dove non si parla di famiglia solo in campagna elettorale.

HO CONDIVISO SU FACEBOOK la storia di Bailey e in molti l’hanno commentata. Non mi aspettavo tante testimonianze di genitori che quotidianamente lottano per dare dignità alle vite dei propri figli affetti da patologie simili a quella che colpisce Bailey. Non mi aspettavo le tante testimonianze che sono arrivate di persone che lavorano per le aziende sanitarie e che spesso ammettono che «la priorità per alcuni dirigenti non è semplificare la vita a chi ne ha bisogno, ma produrre carta per giustificare i propri compensi».

Non è sempre così, naturalmente, ma è troppo facile per i nostri amministratori invitarci ad amare il nostro Paese e a non denunciare ciò che non funziona. Troppo facile e autoassolutorio. E questo non possiamo accettarlo, perché compito della politica non è solo difendere la bellezza di un territorio, ma dotare quella bellezza e l’amore per la propria terra di vivibilità. Quando questo non accade, la politica ha fallito miseramente e non deve in alcun modo appropriarsi di vittorie che non le appartengono, che non appartengono a nessuno, ma che sono patrimonio dell’umanità. Un patrimonio che la cattiva gestione sta compromettendo.

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