La doppia presa per i fondelli delle #stradenuove. Il caso di Via Arenula

29 maggio 2017
Per quanto ci riguarda tutto è partito da un post di Pietro Calabrese, consigliere a Cinque Stelle tra i più folkloristici, fautore della decrescita felice e dunque entusiasta dei licenziamenti di Almaviva, di Esso, di Sky e compagnia bella: finalmente, come ha auspicato da sempre, le multinazionali lasciano la città.
Ebbene il buon Calabrese prende il suo profilo Facebook (questa multinazionale, tra le più atroci al mondo per certi versi, però va bene e si può usare) e col solito mood pentastellato (della serie "aiutateci a condividere") pubblica delle foto di Via Arenula sottoposta a lavori in corso.

Ohibò, pensiamo, ma che sul serio il grande raggiro delle #stradenuove nascondeva in realtà un'operazione doverosa e strategica come la riqualificazione di Via Arenula? Di una strada così importante? Ma allora non è vero che l'amministrazione Raggi è totalmente inefficace. Ci precipitiamo sul posto e naturalmente emerge la verità: anche in questo caso grande bufala. Il progetto risale addirittura al luglio 2016, quasi un anno fa, dunque predisposto dalle precedenti amministrazioni. 



Ma la cosa più grave non è questa, giacché siamo abituati alle piccole grandi bugie a Cinque Stelle. La cosa grave è che dopo qualche giorno siamo tornati a vedere il lavoro finito e ci è venuto un groppo alla gola.

Via Arenula era stata, semplicemente, riasfaltata. Ma le buche erano solo uno dei cento problemi che questa strada aveva. Non è un caso che ne facemmo proprio un post qualche mese fa, convinti che la nuova amministrazione ci avrebbe dato retta. "Via collettore" la chiamammo, e infatti così è. Via Arenula è importantissima e doveva essere riqualificata per eliminare la sosta selvaggia, per dare maggior sicurezza ai pedoni, per disegnare una pista ciclabile.


Quello che lo sbandierato progetto #stradenuove ha restituito lo potete apprezzare nel filmato. Ma che senso ha investire milioni e vantarsi di farlo se poi i problemi non si risolvono e la città non si trasforma in qualcosa di meglio rispetto al caos che è oggi? Questo modo di lavorare è ultra-vecchio, altro che strade nuove e noi l'inganno lo avevamo già ampiamente spiegato qui. Vecchio, pericoloso e costosissimo per le tasche dei cittadini, senza avere seri servizi in cambio. A Roma abbiamo le uniche strade "riqualificate" che ospitano al loro interno decine di auto in sosta abusiva (tra l'altro sempre le stesse, appartenenti ai negozianti che sfruttano il fatto di poter controllare l'arrivo dei Vigili e strumentalizzano la posizione della strada che permette di "parcheggiare" praticamente a Largo Argentina senza entrare in ZTL): ma allora che riqualificazione è? Allora i soldi dei cittadini sono utilizzati solo per ungere ditte che fanno lavori inutili e per alimentare la nevrosi dei post Facebook e delle condivisioni selvagge senza un briciolo di approfondimento e riflessione su quel che sta succedendo per davvero.


Come fanno questi nuovi amministratori dopo così pochi mesi ad aver imparato così bene a comportarsi come e peggio dei vecchi? Tra l'altro come al solito fessacchiotti: avrebbero potuto dire "si stanno ultimando dei cantieri ma scusateci perché non sono stati concepiti da noi e dunque sono pessimi come impostazione". E invece per correre ad intestarsi cose altrui, si finisce per intestarsi anche e soprattutto i demeriti prima ancora dei meriti. Una bella figura, l'ennesima...

PS. Questo post non menziona alcun assessore perché la città, dopo 12 mesi di amministrazione, ancora non è riuscita a dotarsi di un assessore ai lavori pubblici. Non c'è.

La città non ha più un delegato alle biciclette. Ma le dimissioni sono inquietanti

28 maggio 2017
Buoni ultimi ci inseriamo pure noialtri nel dibattito relativo non solo al "delegato alla ciclabilità" a Roma, ma proprio alla ciclabilità in senso lato. Nota dolente storica e ancor più dolente dopo un anno di amministrazione pentastellata presentatasi in campagna elettorale come amica delle biciclette e della mobilità sostenibile, ma alla resa dei conti effettiva nemica giurata e ostacolo insormontabile a ogni evoluzione concreta in questo senso.

Tra l'ottimo lavoro del blog Diarioromano e la grave disinformazione del Corriere della Sera con un articolo apparso oggi, cerchiamo di fare un po' di chiarezza su cosa è successo.

Lo scorso agosto l'amministrazione, senza una condivisione con le associazioni (anzi facendole arrabbiare non poco) e senza una evidenza pubblica, nelle segrete stanze nominava tale Paolo Bellino a capo dell'ufficio bici di Roma Capitale. Trattavasi di mero appassionato di bici, ma soprattutto di figura assai divisiva e borderline: classico comunista alla romana (di quelli che guadagnano 4 o 5mila euro al mese e hanno casa nel cuore del Rione Monti, per capirsi) e in virtù di ciò contrario al bike-sharing che però è l'unica soluzione plausibile per allargare la ciclabilità in città come dimostrano metropoli come Parigi, New York, Barcellona o Milano. Ma il bike-sharing è per pezzenti che usano la bici per arrivare in orario a lavoro (oh, il lavoro, che volgarité!) non per appassionati duri e puri che la bici se la costruiscono a mano come il Bellino e non concepiscono - da bravi comunisti alla romana - la condivisione al posto della proprietà. Dunque un delegato alla ciclabilità che ha dichiaratamente ostacolato lo strumento principe che può far diventare Roma una città ciclabile a tutto tondo.

Insomma una scelta sbagliatissima sotto ogni punto di vista. Ovviamente Bellino, zavorrato da un carattere difficile e aggressivo e poco propenso al compromesso purtroppo sempre necessario nell'amministrazione pubblica (fino al giorno prima di essere cooptato girava per le strade a dipingere corsie ciclabili abusive e dimostrative su ponti e gallerie), ha potuto concludere ben poco. Si è scontrato con gli uffici un giorno si e uno pure e invece di aggirare l'ostacolo l'ha considerato un baluardo ideologico contro cui "scazzare" di continuo (parole sue). Poca furbizia e scarsa efficacia, a 55mila euro l'anno. Ma tanto, da bravo comunista alla romana, ha sempre fatto sapere che la sua paga nel lavoro precedente era perfino superiore e che dunque si stava sacrificando per il "bene" della città.

Sta di fatto che dopo poco più di 8 mesi, come tutte le nomine fallimentari della Giunta Raggi, anche questa è saltata: Bellino si è dimesso. Ora dovremmo solo pressare affinché l'amministrazione trovi un nuovo delegato questa volta adottando procedure serie, facendo una evidenza pubblica (certo se l'evidenza pubblica fa la fine di quelle fatte per gli assessori ai Lavori Pubblici e alla Casa... Si stanno cercando da mesi senza esito) e andando a pescare tra professionisti efficaci e di qualità. Ma prima ancora dobbiamo analizzare alcuni elementi relativi alle caratteristiche di queste dimissioni, del come sono state comunicate, gestite e da quali dichiarazioni da parte del dimissionario sono state rese.

Dal post pubblicato ieri sul suo blog da Bellino apprendiamo innanzitutto che le dimissioni decorrono dallo scorso 4 maggio. Sono ben tre settimane. In queste tre settimane nessuno (ne Bellino ne i suoi referenti politici ne il Sindaco che sulle bici ha fatto mezza campagna elettorale) si è sentito in dovere di comunicare la cosa alla città o quanto meno ai ciclisti urbani che ogni giorno rischiano la vita in una città infame e meschina. Una mancanza di trasparenza che confina con l'omertà. Tanto più che Bellino ha deciso di comunicare la fine del suo incarico non certo di spontanea volontà, ma solo in virtù di uno scoop del blog Diario Romano. Senza questo ottimo lavoro giornalistico (ancora una volta proveniente dai blog, non certo dalla stampa romana che arriva sistematicamente dopo la musica) probabilmente ancora si sarebbe rimasti nella pozzanghera di opacità che contraddistingue sostanzialmente tutte le mosse di questa amministrazione ad ogni livello e in ogni ambito.

Ma c'è di più e i contorni oscuri di queste dimissioni non finiscono assolutamente qui. Nei giorni precedenti allo scoop di Diario Romano, infatti, Bellino si era prodotto su Twitter in un certamen di insulti e volgarità rivolto ad un altro blog: Riprendiamoci Roma. Tra attacchi e cattiverie inutili, tuttavia, molti lettori ci hanno fatto notare qualcosa di assurdo nei post di Bellino (che noi, in mancanza di trasparenza, credevamo ancora delegato alla ciclabilità nel momento in cui scriveva). Un paio di post infatti facevano riferimento all'azienda IGPDecaux, filiale italiana della multinazionale JCDecaux ovvero una delle principali società al mondo a gestire schemi di bike-sharing (ad esempio Parigi, Bruxelles o Lione) insieme a pochi altri operatori come ad esempio Clear Channel o quello che gestisce gli schemi di bike-sharing di New York e Londra.



In un periodo che vede la città (Andrea Coia permettendo, visto che il capo della Commissione Commercio oltre che a lavorare a favore delle bancarelle sta facendo lo stesso anche a favore della micidiale imprenditoria cartellonara) andare verso dei bandi per la risistemazione del settore delle pubblicità esterne e mentre uno di questi bandi - il principale - dovrebbe finalmente dotare la città di un serio servizio di bike-sharing sul modello di Milano, il delegato - o meglio l'ex delegato - alla ciclabilità spiega in alcuni tweet che "decaux non ce la fa" e che "igp nada, nulla". Bellino sa qualcosa? E' venuto a conoscenza che nell'amministrazione ci sono movimenti per sfavorire questo serio partecipante alle gare e favore di altri? E' una faccenda che secondo noi deve interessare la magistratura: un rappresentante delle istituzioni che, in vista di una importantissima gara pubblica, anticipa che uno dei potenziali concorrenti non ce la farà. E' semplicemente gravissimo e folle e Bellino dovrebbe a nostro modestissimo parere risponderne sia in sede penale (turbativa d'asta?) sia in sede civile (danni di immagine all'azienda, che ci auguriamo non lasci passare in cavalleria).


Le pazzie finiscono qui? Neanche per sogno. Perché Decaux torna nella storia, seppur semplicemente con una foto, nel profilo ufficiale del Comune di Roma dove un recentissimo post annuncia la sperimentazione di un servizio di bike-sharing in un municipio della città. E per farlo si serve delle foto del bike-sharing di Parigi, il celebre Velib', gestito proprio da Decaux. La notizia è che mentre il Velib' festeggia i suoi primi 10 anni di eccellente servizio a Roma si procede per "sperimentazioni". Sarebbe ridicolo se non fosse tragico. Questa imbarazzante sperimentazione, impossibile da far funzionare, con 6 stazioni in un solo Municipio contro le centinaia e centinaia di qualsiasi bike-sharing degno di questo nome, rischia di essere un granello nell'ingranaggio. Non servirà a nulla per i cittadini (anzi contribuirà a gettare dalla finestra tantissimi soldi pubblici), ma sarà strumentalizzata da chi nel Movimento 5 Stelle (in stretta alleanza con il PD e Forza Italia) sta cercando di stoppare il bike-sharing ufficiale così come è previsto dal Piano Regolatore degli Impianti Pubblicitari e dal Piano Generale del Traffico Urbano. Queste 78 biciclette totalmente inutili e pretestuose rischiano di far arenare qualsiasi reale e concreta riforma fino all'agosto 2020, "perché tanto fino ad allora dobbiamo vedere come va la sperimentazione". Una follia che oggi il Corriere della Sera saluta come notizia positiva e che la sempre più imbarazzante Linda Meleo saluta come strumento "innovativo" (?) per "testare il gradimento" dei cittadini verso il bike-sharing. Peccato che una sperimentazione a Roma si stata fatta nel 2008, quasi 10 anni fa, proprio negli anni in cui tutte le città partivano con questo servizio. La sperimentazione andò bene, ma si dovette interrompere per la incapacità del Comune di riformare il settore dei cartelloni che tradizionalmente remunera gli operatori del bike-sharing in tutto il mondo. E' davvero strano che Meleo spari idiozie su questo progetto forsennato e non dica nulla sul fatto che qualche settimana prima aveva perso il suo delegato alla ciclabilità. Davvero strano e assurdo.

Oggi, quando la riforma dei cartelloni è fatta e andrebbe solo applicata potendo generare in un attimo oltre 300 ciclostazioni e uno schema davvero efficace di bike sharing, l'amministrazione propone un progetto di finta sperimentazione in complicità con chi vuole buttare in caciara tutto. Un progetto, quello del IX Municipio, che dovrebbe chiamare in causa la Corte dei Conti: come si fa a sciupare così centinaia di migliaia di euro? Di progetti di bike-sharing municipale sperimentali ce ne sono stati a bizzeffe in questi anni (al Pigneto o a Ostia, tutti studiati semplicemente come strategia dilatoria per procastinare la partenza di un bike-sharing vero) e tutti sono ovviamente falliti miseramente perché proporre il bike-sharing in un territorio circoscritto è una contraddizione in termini: non può funzionare e lo sanno tutti. Equivale a sperimentare un servizio di scooter sharing nel centro storico di Venezia: fisicamente impossibile. 

Se Linda Meleo si fosse dotata nel frattempo di un delegato alla ciclabilità serio e capace glielo avrebbe fatto notare con la massima autorevolezza evitandole questo ennesimo scivolone. Ma forse proprio per questo una persona seria, preparata, internazionale e capace in quel ruolo non ci sarà mai. Perché, anche se i cittadini non lo sanno, sul progetto di bike-sharing e di bici in condivisione passano degli interessi enormi e passa la scelta politica di lasciare la città alla camorra micidiale delle dittuncole romane dei cartelloni o di metterla in palio affinché venga gestita dalle più qualificate società internazionali che portano qualità, servizi di eccellenza e benessere in tutte le città d'Europa e d'Italia a partire da Napoli, Firenze o Milano. Indovinate un po' il MoVimento 5 Stelle quale scelta sta intraprendendo...

Ultimo elemento misterioso e inquietante? Sta sempre nel post in cui Bellino annuncia le sue dimissioni: "Continuo a collaborare sui temi della ciclabilità, ma in forma per ora privata e volontaria, con chi ha la responsabilità politica di Roma. Con una formulazione differente tra qualche mese". Bellino, insomma, ha un nuovo incarico temporaneo (chi decide deve sentire lui) e presto diventerà ufficiale con una "formulazione differente". Praticamente, non se ne esce.

Follia. Per pulire i parchi il Servizio Giardini si serve di chi ci dorme dentro abusivamente

26 maggio 2017

Semplicemente il colmo dei colmi. Le classiche cose che il vostro blog pubblica e che, come si suol dire, a raccontarle fuori da Roma non ci crederebbe nessuno.
Ieri ho visto movimento al Parco di Via Statilia, che ha una condizione allucinante di cui avete già parlato in passato, e c'era il camion-cassone del Servizio Giardini. Alleluja ho pensato. Poi ho capito, informandomi, che non stavano pulendo (o meglio dire: disboscando) perché era opportuno farlo, ma solo perché nel parchetto si terrà un evento sabato prossimo, con tanto di patrocinio del I Municipio.



Ma insomma stavano pulendo e togliendo le erbacce altre oltre un metro e i cumuli di feci umane, visto che ne parco vivono decine di persone. Ho notato delle scene strane e ho chiesto: praticamente gli addetti del Servizio Giardini hanno chiamato le persone che vivono abusivamente nel parco e hanno chiesto loro di lavorare in loro vece. Gli addetti comunali se la prendevano rilassata e i profughi lavoravano come somari. "Ma poi avvisate i servizi sociali per far togliere tutte queste casette nate sotto agli archi? Pare di stare alla vergogna del Mandrione negli anni Cinquanta", ho chiesto. "Ma no, ma che, ma chi vuoi avvisà. E poi ndo' li mandano?". Mi hanno risposto. "E questi ragazzi?". "Beh", hanno risposto, "gli abbiamo chiesto di dare una mano e hanno detto di sì...".


Io, per mille motivi, sono rimasto sconvolto. Oggi qui abbiamo un palco finalmente senza erbacce ma con una quantità incredibile di alloggi sotto agli archi di un importante e storico acquedotto. Stanotte è nata una seconda tenda: una baraccopoli. Domani il Primo Municipio farà in questo contesto la sua festa? O faranno finta di togliere i giacigli per qualche ora?
Ester

*Rigraziamo Ester, il resto delle riflessioni e delle immagini nel nostro filmato. 
-RFS

Tavolini invece del posto disabili. Un altro caso assurdo in centro storico

25 maggio 2017

Dopo quasi un anno di amministrazione a dir poco latitante, il centro storico è ridotto ad una sorta di grande parco divertimenti decadente, anzi decaduto, ad uso e consumo di un turismo di qualità sempre più infima. 

Si ha la netta sensazione che la volontà sia quella di allontanare i pochi residenti che ancora resistono e lasciare il centro nelle mani di gestori di B&B abusivi, ristoranti di mediocrissima qualità, negozi di paccottiglia nei punti più prestigiosi e così via. 


Eppure qualcuno ancora cerca di resistere al degrado oramai "legalizzato" nell'assenza totale di controlli, provando caparbiamente a segnalare piccoli e grandi abusi. Uno degli ultimi in ordine di apparizione riguarda l'attività di ristorazione in Via dei Filippini 4/7 che con grande arroganza e disinvoltura si è incredibilmente appropriata di almeno due posti macchina piazzando i propri tavolini in barba a qualsiasi concessione, autorizzazione e sicurezza per i clienti. Ecco le foto che documentano la situazione. Alle mie rimostranze il gentile e raffinato gestore ha risposto "Ahò .. manco le machine ce ponno parcheggià".
Ilaria


*Onestamente come la pensiamo lo sapete: secondo noi in quel preciso punto i tavolini stanno molto meglio delle macchine. Il punto è che i tavolini devono essere autorizzati (e bisogna essere in grado di darle queste autorizzazioni, anche in deroga al Codice della Strada - che non ha senso per i centri storici - e non di negarle a prescindere o con metodi patetici come i Piani di Massima Occupabilità) e che devono pagare fior di miliardi perché non esiste che tu guadagni come uno sceicco dando in cambio le briciole al Comune che di guadagnare ti ha permesso cedendoti il suo suolo pubblico. 

Il tutto in un contesto di grande trasparenza per cui, come succede a New York, ogni esercente ha un cartello sulla vetrina che indica quanti tavolini può mettere fuori, quante sedie, quando è stata chiesta l'autorizzazione, quando scade e un bel codice QR da cliccare per chi vuole saperne di più o segnalare anomalie. Chi non ha il tagliando e ha tavolini è abusivo e deve schiattà, ma proprio schiattà.


Dovunque in Europa e in Occidente i tavolini all'aperto oltre ad essere un servizio formidabile per cittadini e turisti, oltre ad essere un elemento distintivo di disegno della città (ma a Roma ci piacciono le piazze trasformate in parcheggi, cimiteri di lamiere), oltre a consentire lo sviluppo e la crescita economica e l'aumento dei posti di lavoro, sono un introito cospicuo e irrinunciabile per gli enti pubblici che grazie a quei soldi possono pulire le strade, manutenerle, renderle sicure, illuminate e controllate. 
Tutto questo a Roma non accade. Roma è la patria del compromesso al ribasso: io non ti do' i permessi, tu stai abusivo, io non ti dico nulla, però non esigi da me il fatto che io sia capace, preparato, onesto, aggiornato. Così ci "guadagniamo" tutti: tu hai i tavolini ma non paghi la tassa, io ho il tuo consenso però non devo neppure sbattermi per guadagnarmelo e meritarmelo. Quindi l'imprenditore ha la scelta davanti a se: o la povertà e il fallimento, o l'abusivismo e la connivenza con la pessima politica.
La notizia - queste immagino lo dimostrano - è che non è cambiato nulla dopo un anno di amministrazione di "ragazzi meravigliosi", coraggiosi, rivoluzionari e soprattutto honesti. Ma sapete che vuol dire nulla? Ecco nulla. Tutto come prima. I prepotenti e i paraculati godono, gli imprenditori onesti (quelli senza la acca) portano i loro denari altrove, a Milano o all'estero. 

PS. Dopo aver letto un nostro articolo di esattamente un anno fa, la Sindaca in un convegno durante la campagna elettorale promise esattamente di implementare la gestione newyorkese delle OSP. La promessa è rimasta tale e non se n'è parlato più.
-RFS

Marco Terranova. Il Consigliere M5S chiede ai cittadini di aiutarlo nel suo lavoro privato

24 maggio 2017

Ne capita una al giorno quando va bene, alcuni giorni ne capitano anche svariate. Stiamo parlando degli sfondoni assolutamente inaccettabili che i rappresentanti amministrativi a 5 Stelle ci regalano ogni dì invece di concentrarsi ad amministrare la città.
Sfondoni, gaffes, irritualità, mancanza totale di rispetto delle istituzioni. Ieri, per dire, il capogruppo pentastellato in Campidoglio se n'è uscito con un post su Facebook (poi modificato, ma Facebook conserva impietoso la cronologia delle modifiche) in cui strumentalizzava a squallidi fini politici la memoria di Giovanni Falcone. Non felice la sindaca Virginia Raggi ha proseguito blaterando di San Francesco e di come il Movimento politico cui appartiene (ma lei ha scritto MoVimento, la V maiuscola, la V di Vaffanc...) si riferisca al santo di Assisi come stella polare per le proprie azioni. Falcone, San Francesco... Poi vai ad indagare e trovi un gruppo di affaristi che da mesi si muovono a Roma con l'unico scopo di accumulare potere e consenso occupando militarmente la città nell'ambito di una fratricida lotta tra fazioni avverse. Il tutto utilizzando come scorciatoia la assoluta tutela delle lobbies, delle mafiette, dei piccoli e dei grandi racket che hanno spolpato la città negli ultimi trent'anni: cartellonari, dipendenti pubblici, tassinari, vigili urbani, balneari, ambulanti e bancarellari sono solo degli esempi soft.

In tutto questo teatro continuo, in questa ininterrotta performance dell'assurdo e della mancanza di dignità, in questa pozzanghera di mal governo in cui le azioni dei pochi pentastellati in gamba vengono inquinate e vanificate, si rischia di "perdersi" le chicce più di nicchia. 



Ieri ne abbiamo trovata una niente male. Riguarda il buon Marco Terranova, da qualcuno soprannominato "me lo magno" per i modi volitivi con cui si rivolge al prossimo quando si arrabbia (la conversazione in cui parlava di Marcello De Vito è solo un esempio).



Rappresentante di quella genìe pentastellata del XIV Municipio di cui abbiamo parlato diffusamente in questo anno per tutto quello che di raccapricciante è successo nel territorio dove è nata e cresciuta politicamente la nostra Sindaca.


Ebbene in perfetta coerenza e addirittura con le stesse frasi e la stessa impostazione riportate nelle migliaia di manifesti abusivi - ovviamente contro "il PD"... - che hanno incartato la città in questi giorni, il presidente della Commissione Bilancio del Campidoglio (sic.) ha deciso di utilizzare il suo ruolo per aizzare i cittadini contro una riforma (giusta o sbagliata non sappiamo e poco ci interessa in questa sede) promossa dal Governo. Ma perché lo ha fatto? Perché crede che la cosa riguardi Roma? Perché è un tema di interesse collettivo? Perché è un tema coerente con il suo complicatissimo ruolo di Consigliere Comunale? 
Niente di tutto questo: lo ha fatto perché l'Aci Informatica, presunta vittima della riforma del PRA che il Governo sta portando avanti, rischia di trasformarsi o di chiudere e lui... lavora ad Aci Informatica.

Un livello di ineleganza e inopportunità amministrativa che, a parti inverse, avrebbe fatto gridare come aquile e scendere in piazza qualsiasi grillino che si rispetti. Ma ora che al potere ci sono loro, nelle piccole e nelle grandi cose, si comportano molto ma molto peggio di come facevano quelli prima. Utilizzare un ruolo pubblico e istituzionale per coinvolgere l'attenzione dei cittadini su battaglie assolutamente private se non addirittura personali. Grande squallore.

Ma in realtà la cosa che ci interesserebbe di più è capire cosa ne pensa il buon Terranova delle migliaia e migliaia di manifesti abusivi e anonimi (anzi, firmati dai "lavoratori e lavoratrici di Aci Informatica", ovvero i suoi colleghi) che umiliano la città in questi giorni, che invadono stazioni della metro, mura monumentali, che coprono pubblicità regolarmente acquistate, che stuprano pareti storiche e che - su questo Terranova in qualità di Capo della Commissione Bilancio dovrebbe dire qualcosa - comportano spese su spese per le defissioni al Comune...

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