800 sedi diverse per gli uffici comunali. L'ultima follia romana

12 settembre 2021


La polemica innescata dalla proposta di Carlo Calenda di destinare gli uffici comunali siti sul campidoglio a area museale, al di là delle reazioni corporative e spesso strumentali, nasconde un problema serio, che larga parte dei romani, compresi gli amministratori di questa città, ignora.

Il Comune di Roma impiega direttamente 24.000 persone fra uffici centrali e periferici, distribuiti su 800 sedi. Non è un errore di battitura, non è scappato uno zero. Avete letto bene: ottocento.

Una polverizzazione degli uffici che ha un costo economico incredibile che, in una realtà lavorativa dove i più comuni ausili tecnologici sono malvisti, causa rallentamenti, smarrimenti di documenti, irrintracciabilità delle risorse e difficoltà organizzative che si possono facilmente immaginare. Per sorvolare sulle spese per i fitti,  i taxi, corrieri e le auto di servizio che tutto ciò comporta.

Inutile dire che la quasi totalità di queste sedi sono totalmente inadatte ad ospitare uffici. Se le Asl competenti e i vari ispettorati dovessero smettere di chiudere entrambi gli occhi, verrebbe chiuso il 90% delle sedi a partire dal Campidoglio per  il mancato rispetto delle più elementari norme di sicurezza o di accesso.

Il progetto di un Campidoglio2, ovvero una sede unica moderna e facilmente raggiungibile dove raggruppare il grosso delle attività (come avvenuto a Bologna ad esempio), è una sorta di chimera che viene agitata da almeno trent'anni. Il progetto esiste, lo spazio pure, ma viene misteriosamente bloccato Insieme allo SDO è un mito romano di cui tutti si riempiono la bocca ma che nessuno prende sul serio.  

Chiunque dovesse vincere le elezioni dovrebbe a differenza dell'attuale inquilina cominciare ad alzare le chiappe dalla stanza del sindaco per visitare dipartimenti, assessoriati uffici di scopo e municipi per rendersi conto delle condizioni in cui versa la macchina amministrativa. Magari il perché la città va a rotoli potrebbe apparirgli più chiaro. Certo non sarà facile: la più parte di queste sedi sono in affitto, e i percettori di questi affitti non sarebbero contenti di dovervi rinunziare qualora il Comune dovesse finalmente organizzarsi in maniera efficiente. Anche perché si tratta di uffici ed edifici che solo un ente incommentabile come il Comune di Roma potrebbe affittare ma che non potrebbero interessare nessun'altra azienda. Ora avete capito cosa blocca la realizzazione di un Campidoglio2...?

L'immagine fornisce giusto un'idea della dispersione degli uffici comunali.

Pensa che vergogna se Roma avesse ospitato l'Eurovision in Fiera...

26 agosto 2021





Il problema non è che Roma abbia perduto la possibilità di ospitare il Festival Eurovision. Il problema sarebbe stato se Roma, per qualche motivo magari legato all'origine dei Maneskin, vincitori di questa edizione, l'avesse spuntata. 

Sarebbe significato centinaia di giornalisti, artisti, appassionati e le telecamere di mezz'Europa puntate su un luogo raccapricciante come la Fiera. Perché è quello lo spazio - l'unico spazio - che la città è riuscita a mettere sul tavolo. Potete analizzarne le condizioni facendovi un 'giro' su Google Street View...

Una partecipazione (come tutte le sortite internazionali della città) patetica e risibile visto che i requisiti parlavano chiaro e i padiglioni della Fiera di Roma non hanno quei requisiti. 

Forse Milano non vincerà (la concorrenza di Torino e Bologna è forte, e Rimini così come Pesaro ce la metteranno tutta), ma la proposta di Milano è il Palazzo delle Scintille. La proposta però si articola non solo sul mero palazzo delle scintille bensì su tutto il quartiere circostante che è il quartiere di CityLife. Un concentrato di grattacieli molto belli, residenze, spazi per uffici, appartamenti, parchi, arte contemporanea, spazi per il commercio e la socialità, asili nido, orti, ristoranti, un grande centro congressi per ospitare i giornalisti e le sale stampa. C'è tutto: verde, scenografia, servizi, comodità, trasporti (una metropolitana sotto a tutto, altro che Fiera di Roma...).

CityLife non è altro che la trasformazione dell'ex quartiere fieristico di Milano. I quartieri fieristici urbani di Milano e di Roma sono stati dismessi nello stesso anno. Nel 2005 poi a Milano venne inaugurata la nuova fiera di Massimiliano Fuksas a Rho mentre nel 2006 a Roma venne inaugurata la nuova fiera di Tommaso Valle sulla Portuense. Orbene nei quartieri fieristici dismessi a Milano si progettò un nuovo quartiere, che venne realizzato e che oggi è una delle attrazioni assolute della città. Anche a Roma si progettò un nuovo quartiere che però da 15 anni è rimasto bloccato tra delibere, blocchi, discussioni da parrucchiere sulle cubbbature (sul serio!). 

Se avessimo realizzato il nuovo development della ex fiera magari il palazzetto dedicato alla musica leggera che a Roma manca clamorosamente (con conseguenze agghiaccianti sulla cultura e il futuro della città, sistematicamente fuori dalle tournée più importanti) ci sarebbe stato così come c'è a Milano. E ci sarebbe stato un nuovo quartiere credibile da mettere sul tavolo per competere. Invece non solo non c'è niente, ma non ci sarà niente neppure in futuro e la ex Fiera continuerà a marcire a causa del degrado mentale e dell'ideologia miserabile e poraccista che si divora sta città: piuttosto che ci guadagni qualcuno, meglio se ci perdiamo tutti.

La sorte terribile di Villa Borghese: trovarsi a Roma

20 agosto 2021




Ovunque si trovasse nel mondo sarebbe il vanto della nazione, il giardino incantato da mostrare a turisti stupiti e di cui i fortunati indigeni sarebbero orgogliosi. 

E invece Villa Borghese ha la sfortuna di trovarsi a Roma, ma iniziamo dalle buone novelle: l'erba è raramente più alta di mezzo metro e il parco non è un cumulo di rifiuti, anzi per la media romana risulta  decisamente pulito.

Villa Borghese è, o meglio  sarebbe, per distacco, largo distacco, il più bel parco pubblico dell'orbe terracqueo. Un'ottantina di ettari nella parte più pregiata della città dove trovano sistemazione giardini inglesi, laghetti dal gusto romantico, architetture neoclassiche, liberty e roseti. In poche centinaia di metri c'è Piazza di Siena, la Casina Valadier, villa Medici (acquistata da Napoleone e fortunatamente sede dell'Accademia Francese, perciò conservata come un gioiello), la galleria Borghese, il museo d'arte moderna, l'hortus, la casa del cinema, il Museo Bilotti e la terrazza del Pincio con la più clamorosa vista della città, giusto un po' rovinata dagli immancabili camion bar della famiglia che sapete. E l'elenco potrebbe continuare a lungo.
Non esiste nulla di simile Central Park, ad Hide Park, a Bois de Boulogne o a Parc Guell. 
In tutta Villa Borghese non c'è un'aiuola curata, un filo di erba che non sia secco o un solo fiore che anche il più sfigato vivaista di Roma saprebbe far crescere decentemente. I campi di patate sono forse l'unica specialità nella quale gli indefessi operatori del servizio giardini comunale eccellono. 
Nonostante la villa sia quasi tutta pedonalizzata, la strada principale è attraversata da taxi e autobus che non si capisce perché non possano percorrere  il muro torto. L'accesso da piazzale Flaminio fa spavento, con il quotidiano assedio di mutandari che Accra pare un elegante cittadina svizzera al cospetto.
Appena entrati ci si confronta con i veri simboli del comune, non la lupa capitolina e lo scudo porpora  SPQR, ma il nastro giallo dei vigili urbani e le reti arancioni da pollaio. Il primo provvedimento che dovrebbe prendere il prossimo sindaco sarà senz'altro di privare la polizia municipale di questi due presidi. 
I punti di ristoro e le giostrine sono molteplici, a differenza di quasi tutti gli altri parchi romani è possibile prendere un caffè  o noleggiare una bici e se si è coraggiosi mangiare un panino. Sarebbe interessante conoscere i canoni pagati e se sono previste obblighi di compensazione visto che le strutture sono tutte fatiscenti e i gestori di curare l'area circostante non ci pensano proprio.
Le zone recintate sono decine, ma di lavori in corso non ce ne sono. L'abitudine romana di rinchiudere con l'orribile rete da pollaio ogni buca nel marciapiede  è qua ancora più disturbante. La segnaletica ridotta quasi sempre uno schifo e i graffitari, che a Roma andrebbero chiamati imbrattamuri, hanno vita facilissima nel lasciare le loro firme ovunque.
Eppure anche se meno frequentata di un tempo, apprezzata solo da spaesati turisti, runner della Roma bene e canari, resta un posto che non ha pari al mondo e in cui passeggiare tocca il cuore.
Niente foto dei numerosi clochard che ci vivono, è un problema comune a tutte le città del mondo e non vorremmo incorrere nelle ire dell'occhialuto assessore municipale nostalgico degli anni di piombo. Sarebbe però utile sapere in quali parchi storici europei è possibile montare delle tende fisse e stendere gli stracci senza che i servizi sociali intervengano per trovare una più umana sistemazione.

Ambulanti e bancarelle. Cosa c'è dietro la finta bagarre 5 Stelle?

14 marzo 2021

La bagarre sulle postazioni degli ambulanti (parliamo di un autentico cancro maligno per la città di Roma) merita una spiegazione che vada oltre al vergognoso caos visto poche ore fa in Aula Giulio Cesare.
Cosa è successo?

Dopo anni e anni di fiancheggiamento con le squallide lobbies dei mutandari (che invece erano state combattute fieramente e perfino efficacemente ai tempi di Marino sindaco e Leonori assessore alla cultura), la Sindaca Raggi, guarda caso in vista della campagna elettorale, se n’è uscita con un provvedimento per la prima volta contrario al rinnovo automatico delle concessioni fino al 2032. “A Roma” è stata la proposta estermporanea di Raggi “applicheremo la Direttiva Bolkestein e le postazioni andranno a regolare bando”. 

Una follia per mille motivi: prima del bando serve una riforma anche perché occorre mettere a bando non tutte le posizioni che ci sono ora, ma prima vanno ridotte, spostate, convertite, va imposto un banco-tipo dal design adeguato e molto molto altro. Tanto per dire la strumentalità della posizione della sindaca, con la proposta di bandi che diventa una roba buttata lì esclusivamente a fini propagandistici e demagogici, ma incapace di risolvere davvero il problema di strade, marciapiedi e piazze umiliate dal mutande, panciere e reggipetti in vendita a 0,99 cent e tante tante scatole delle banane Ciquita.

Ovviamente la sindaca sapeva benissimo che la sua proposta sarebbe stata inattuabile, ma le serviva per mandare dei precisi messaggi politici al suo partito e al PD. E per guadagnarsi una fragilissima verginità nonostante sia lei che il suo partito per anni siano stati totalmente contrari alla Direttiva Bolkestein e alla necessaria riforma di un settore.
Se Raggi infatti avesse voluto davvero sistemare questo bubbone, sul serio pensate che l’avrebbe affrontato nelle ultime settimane di consiliatura? Stiamo parlando di uno dei drammi della città e qualsiasi sindaco davvero intenzionato a superarlo ci avrebbe lavorato fin dal primissimo giorno per portare a casa un risultato ottima prima della fine dell’incarico. Insomma il modo di saper discernere tra un cialtrone e un sindaco serio ce l’abbiamo e sappiamo perfettamente individuare la tipologia-Raggi. La volontà di riformare il settore, insomma, lo avete capito tutti, non era autentica e sincera, ma solo strumentalizzata per gettare fumo negli occhi. 

L’epilogo di questa storia c’è stato poche ore fa in Aula Giulio Cesare. Marcello De Vito, parte del Movimento 5 Stelle, ha fatto approvare un provvedimento che stronca l’iniziativa anti-ambulanti della sindaca. Ovviamente tutte le opposizioni l’hanno votato perché la cosa certifica, semmai ce ne fosse bisogno, la spaccatura di una maggioranza che non esiste più, distrutta dalle liti interne. I cosiddetti fedelissimi della Sindaca hanno inscenato una protesta con tanto di occupazione dell’aula per non far passare il provvedimento, un siparietto miserabile con un consigliere - uno dei più folkloristici di questa patetica cricca che speriamo di non vedere più nei palazzi pubblici della città - che ha inscenato anche un malore svenendo addosso al collega-complice. Insomma, esattamente le stesse metodologie messe in pratica dai bancarellari nelle loro proteste. E qui il cerchio si chiude.

La città rimarrà (almeno fino al 2032, così ha deciso il Governo Conte e i 5 Stelle) ostaggio delle bancarelle. Strade, piazze e marciapiedi continueranno a essere ingombre di banchi agghiaccianti e di furgoni Euro 0 parcheggiati in doppia fila. E tutto questo grazie alla Raggi e al suo partito: hanno interrotto le riforme di Marino, hanno flirtato con le peggiori cricche (pensate a cosa sono riusciti a fare con il settore dei cartelloni), hanno lucrato sui rapporti con le lobby più squallide e, in chiusura, hanno pure fatto finta di volerle combattere. Degli autentici attori, ma pessimi, di quelli che non riescno a far ridere ne piangere. Di quelli che fanno solo profondamente pena e tanta tanta rabbia per i danni lasciati che dureranno decenni.

Mega campagna di affissioni abusive. L'ultima carognata di Scomodo

19 dicembre 2020







In una città normale non sarebbe necessario insistere ulteriormente per qualificare una esperienza losca e inquietante come quella di Scomodo. Lobby di figli di papà, figli di assessori, figli di potenti, iper protetta dalla politica romana (ma una volta i giovani non combattevano contro il sistema?) e ciononostante votata totalmente all'illegalità e alla prepotenza fascistella e menefreghista
 delle occupazioni abusive. 


Un fenomeno simile, vergognosamente mascherato per di più da iniziativa culturale (Roma è piena di iniziative culturali serie gestite da giovani, non fatevi raggirare da questa gentaglia), si dovrebbe qualificare da solo. E invece a Roma insistere è opportuno perché nonostante i nostri plurimi tentativi di smascherare l'imbroglio, solo una piccola parte dei cittadini ha capito di che pasta sono fatti i "ragazzi" di Scomodo (anche perché siamo gli unici, noi, a proporre una contronarrazione su questa esperienza che invece ha buona anzi ottima stampa su tutti i media nessuno escluso come si addice ai raccomandati di ferro). Per comprendere ulteriormente il fenomeno ad ogni modo è perfetto l'ultimo recente episodio, che parla di miracoli.
Avrete infatti tutti notato il delirio di manifesti abusivi, a volte di dimensioni gigantesche, che hanno invaso la città in questi giorni. "CI VORREBBE UN MIRACOLO" c'è scritto sui cartelli affissi su palazzi storici, monumenti, architetture pubbliche, mercati rionali, addirittura istituti scolastici. Non ci vuole un miracolo invece per scoprire i responsabili di questa meschina campagna di affissioni abusive modello Casa Pound dei tempi d'oro: si tratta dei nostri "ragazzi" di Scomodo. È sufficiente andare sui loro social per scoprire la rivendicazione e apprendere che i manifesti servono come campagna abbonamenti alla loro rivista.
Scomodo infatti non solo è l'unica redazione culturale della città che può esistere senza pagare affitto e utenze essendosi imbucata in uno spazio occupato illegalmente dai furfanti di Action, ma è anche l'unica testata che può promuovere il proprio abbonamento senza pagare alcunché. Adoperando esclusivamente inserzioni abusive e illegali, facendosi forza delle raccomandazioni che dicevamo sopra e che garantiscono zero sanzioni, zero multe, zero rischi rispetto alla propria condotta illegale. Qualsiasi organizzazione che si promuovesse in questo modo e con campagne di questa aggressività con mega manifesti affissi dovunque sarebbe pesantissimamente sanzionata, ma loro non rischiano nulla in virtù di entrature politiche potentissime. Questi sono oggi, a Roma, i giovani intellettuali: professionisti della prepotenza senza neppure rischiare nulla. 
Incredibile poi constatare che se invece si va sui social, Instagram e Facebook ad esempio, si trovano dovunque inserzioni a pagamento di Scomodo. I post sponsorizzati si sprecano, i denari investiti in social media marketing sono cospicui e questo vuol dire una cosa sola: quando si tratta di foraggiare multinazionali globali che pagano le imposte  in Irlanda o in Olanda allora i nostri "ragazzi" ribelli e anti-capitalisti pagano e muti. Quando invece si tratta di sostenere il Comune di Roma (ergo la collettività) acquistando a poche lire qualche regolare spazio per pubbliche affissione, i nostri "ragazzi" invece evadono senza ritegno, magari addirittura coprono le affissioni di chi ha regolarmente pagato, contribuiscono al degrado e generano anche un danno collettivo perché poi qualcuno - pagato dal Comune appunto, dunque da noi e dalle nostre tasse, quelle che Scomodo non sa neppure cosa siano - dovrà andare a pulire questa porcheria. Ma del resto chi è causa del suo mal pianga se stesso: Instagram e Facebook semplicemente NON CONSENTONO abusivismo al loro interno, il Comune di Roma invece sì, anzi quasi lo incoraggia. E quando sei eccessivamente permissivo, i prepotenti e i drittoni se ne approfittano. Ecco perché i prepotenti non vedono di buon grado l'applicazione delle leggi, perché significherebbe mettersi a livello di tutti gli altri e smetterla di sentirsi più forti. Il vero fascismo.
Mega affissione abusiva al San Calisto. Perché il target alla fine è esattamente quello: il gregge dei lobotomizzati del San Calisto, ovviamente in gruppo in piazza senza mascherina
Questo succede quando sei raccomandato, viziato, stronzo, aggressivo, prepotente, fascistello dentro e privo di qualsiasi visione civica e culturale che vada oltre il concetto ultra romano de "io faccio come cazzo me pare anagabidoh".
Tutto sto autentico distillato di spazzatura che sarebbe inimmaginabile in qualsiasi altra città italiana ed europea, a Roma è contrabbandato come "progetto culturale giovane da promuovere e tutelare": chiedete cosa ne pensano Luca Bergamo o Sabrina Alfonsi di questa immondizia. Chiedete e diteci le risposte. Rendiamoci conto quali conseguenze, soprattutto di diseducazione, tutto ciò riesce ad ingenerare specie per i giovani che, ingenuamente, si fidano di chi gli indica esperienze simili come casi validi da seguire e da cui prendere ispirazione.

P. S. Come vedete, un sacco di gente non gliela fa più e reagisce nei commenti. Fatelo anche voi se vi va.

P. P. S. Scomodo con questa campagna anche mediante affissioni con adesivi sta mirando a imbrattare non solo Roma ma altre città. Se ci leggete da Torino, Firenze o altre città dove è presente questa organizzazione, segnalate alle forze dell'ordine della vostra città i responsabili degli adesivi. A Roma è utopistico, ma altrove magari le multe partono eccome.
P. P. P. S. Abbonarsi a riviste come questa è una beffa. Lo è soprattutto per le riviste serie che lavorano in maniera onesta. Se volete sottoscrivere un abbonamento ad una testata culturale avete una scelta sconfinata, se invece sovvenzionate iniziative simili siete solo degli squallidi complici.

Perché i nuovi cestini Ama sono un progetto sbagliato. E il confronto con Parigi

17 dicembre 2020


Non occorrono neanche la "sperimentazione" (citando il presidente della Commissione Ambiente Diaco) o il "test" (citando la sindaca Raggi). Che il discutibile prototipo di cestino romano sia sbagliato in partenza è lapalissiano. Non serve disseminare Piazza della Rotonda - per gli amici Piazza del Pantheon - di urnette di metallo per comprendere che il modello decisamente  non è quello che serve a Roma per sostituire (dopo anni) le orribili bustine svolazzanti gioia dei gabbiani e dolore dei cittadini e dei turisti quando c'erano e quando torneranno.

Ma perché non va bene questo pesante oggetto di metallo che punta a sostituire i terrificanti cestini a forma di finta colonna romana e a superare le buste svolazzanti resesi necessarie in tempi di anti terrorismo? Innanzitutto c'è un problema progettuale. Perché visto che ci si è impiegato anni (altre città hanno risolto il problema verso il 2015...) non si è colta l'occasione di mobilitare idee e creatività facendo un concorso internazionale oppure rivolto ai giovani progettisti della città? Non è dato sapersi. Il progetto sarebbe stato redatto dall'architetto Marco Tamino al quale sarebbe stato assegnato un affidamento diretto. Ama può fare affidamenti diretti di massimo 40mila euro, altrimenti deve fare gara. Ebbene quale è stata la cifra garantita a Tamino? 39.500 euro.

Ma al di là delle imbarazzanti procedure tipiche grilline che sono un classico pesce in faccia alla meritocrazia, il prodotto finale è  sbagliato. 

Un cestino di questo tipo, previsto per i centri storici, dovrebbe avere alcune caratteristiche che possiamo elencare.
1. ESSERE ANCORATO A TERRA MEDIANTE VITI E BULLONI. E invece il nostro catafalco a forma di portaombrelli è solo appoggiato a quanto pare. Ne deriva che se qualche organizzazione interessata al metallo volesse passare col proprio furgone sgangherato e rubarne qualcuno può accomodarsi; significa inoltre che chiunque può decidere di spostarli. Per non dire di quanti si divertiranno ad atterrarli o a farli rotolare
2. ESSERE ANTI_VANDALISMO. Significa avere un numero il più possibile basso di superfici vandalizzabili, soggette ad affissioni abusive, a adesivi, a scarabocchi con marker, bombolette e pennarelli. Ebbene questo nostro anforetto ha una superficie enorme per questo e in un attimo diventerà la lavagna preferita per ogni genere di schifezza contribuendo a imbruttire il centro storico ancor più delle bustacce volanti che sostituisce. Difficoltà di manutenzione e di pulizia notevoli.

3. PERMETTERE LA VISIBILITA' DELL'INTERNO. Questo cestino la permette, ma non abbastanza ancorché la Questura pare sia soddisfatta. Si poteva fare molto meglio per permettere a colpo d'occhio e a distanza di ispezionare cosa c'è all'interno. E invece si è optato per queste grandi losanghe di acciaio che coprono ben più del 50% della visibilità sul sacchetto interno.
4. ESSERE ESTETICAMENTE NEUTRI. E invece siamo in presenza di un'anfora. Un'anfora, rendiamoci conto. Invece di fare una cosa pulita, una cosa il più trasparente possibile, una cosa che sparisca, non venga ricordata e non distragga l'occhio dovendo essere collocata nel centro storico più bello del mondo, loro cosa ti fanno? Un'anfora! Una simbologia completamente cannata: le anfore hanno fatto grande Roma (ce n'è una enorme discarica ancora in città, chiamata poi Monte Testaccio) perché servivano per trasportare materie nobili e frutto dell'ingegno e dell'altissimo artigianato come l'olio o il vino. Oggi a Roma servono per metterci dentro a monnezza. Siamo agli stessi livelli appunto se non peggio - a riprova che passano i decenni ma non si migliora mai - dell'agghiacciante cestino in ghisa a forma di colonnotto romano, come se la spazzatura fosse un'architrave architettonica.
5. ESSERE FACILMENTE E VELOCEMENTE UTILIZZABILI DAGLI OPERATORI. E invece il nostro trabiccolo ha il solito sportello apri e chiudi che si può rompere (quanti cestini del vecchio modello in ghisa a forma di colonna abbiamo visto senza un pezzo? Troppi) e che oltretutto rallenta e di molto le operazioni di sostituzione del sacchetto








Ma come hanno risolto il problema in altre città? 
A Parigi la faccenda è stata affrontata nel 2013 e già nel 2015 hanno iniziato a installare i nuovi cestini. Si sono rivolti al gigante dell'arredo urbano SERI il quale ha chiamato come fornitore per questo progetto Jean Michel Wilmotte. Pieno rispetto per Marco Tamino, ma quella di Wilmotte è una delle agenzie di design, architettura e urbanistica più importanti di Francia e d'Europa. Il risultato ha vinto premi in giro ed è tutt'oggi utilizzato con buoni risultati a Parigi. Dei 5 punti che abbiamo elencato li assolve tutti e cinque: è facilissimo da utilizzare perché non va aperto e chiuso nulla e i movimenti per l'operatore sono limitatissimi; è elegante ma esteticamente non impatta, scompare, quasi trasparente pur essendo molto molto robusto anche perché è ancorato a terra; la visibilità all'interno è massima ed è praticamente impossibile vandalizzarlo, scriverci sopra, affiggerci cartacce o i soliti adesivi. 

Che fare dunque? Semplice. Dichiarare la sperimentazione fallita, andare dall'azienda SERI e acquistare i cestini che occorrono, uguali al modello di Parigi. Semplice.

Finito lo spazio per le cremazioni: 500 decessi in più a ottobre. Ama in allarme

29 ottobre 2020
Oggettivamente è abbastanza inquietante la comunicazione che AMA (azienda municipalizzata per l'ambiente che a Roma - purtroppo, secondo molti - gestisce anche i servizi cimiteriali) ha inviato alle agenzie funebri della città.
O si tratta di una comunicazione esagerata (e ci sembrerebbe davvero strano, anche perché le agenzie tendenzialmente confermano), oppure la cosa getta un'ombra macabra sulla reale situazione sanitaria della Regione. Perché? Perché i decessi per Coronavirus nel Lazio sono in questo ottobre circa 250. Attenzione: nel Lazio, non a Roma. A Roma, quindi, sono significativamente meno. Come si arriva dunque ai 500 defunti in più di cui parla Ama in questo dispaccio? Le persone hanno preso a trascurare altri sintomi, indipendenti dalla Covid, e così si muore di infarto e di ictus quando prima ci si recava con maggiore tranquillità al pronto soccorso? Oppure il "picco di mortalità" di cui parla Ama è dovuto ad altro? Oppure non c'è alcun picco ma si grida al lupo al lupo solo per nascondere inefficienze? Sarebbe interessante approfondire. E subito.


Nel frattempo registriamo che AMA ha finito gli spazi per cremare le persone, che ci sono centinaia e centinaia di salme "in coda" e che viene tolto il diritto ai cittadini di cremare le salme dei loro cari: viene tolta la scelta lasciando solo opzioni molto ma molto più care, come un loculo che ormai costa 4mila euro in strutture così fatiscenti e marce che AMA chiede di firmare una liberatoria dopo averle vendute! Insomma negli ultimi anni per cremare i propri cari i romani hanno dovuto sborsare tasse sempre più alte, a fronte delle quali non è stato migliorato il servizio visto che il forno resta sempre quello che si usava quando di cremazioni se ne facevano un decimo di oggi.
Come se non bastasse a Roma vige una simpatica tassa (alta) per chi porta gli estinti a cremare in forni privati (e finalmente funzionanti in maniera efficiente, ad esempio a Viterbo o Civitavecchia) e non gestiti da AMA: il ritorno nei cimiteri capitolini si paga a caro prezzo. Oltre il danno, insomma, la beffa. 
Come per mille altre cose a Roma, ci troviamo al cospetto di scenari inesistenti ed impensabili da qualsiasi altra parte d'Italia e d'Europa. Strano comunque che AMA abbia questa gestione discutibile dei cimiteri, su tutto il resto è così impeccabile...


La farsa della differenziata a Torre Angela

19 ottobre 2020


Abito dal lontano 2004 a Torre Angela ma per lavoro ho avuto la fortuna di vivere in passato in altre città come Milano. Quella città così lontana che i superficiali concittadini disprezzano tanto ma che se ci andassero almeno una volta capirebbero che cosa significa arrivare in Europa.

Tornando a Torre Angela, quasi non mi sembrò vero ricevere comunicazione due anni fa che la raccolta porta a porta stava per iniziare con relativa rimozione degli orribili secchioni in strada. Bellissimo! Ci stiamo civilizzando, pensai.

Con tutti i limiti di AMA ma comunque funzionava. Un bel giorno il comitato di quartiere raccoglie 1000 firme. Per cosa? Per eliminare il porta a porta e rimettere i secchioni. La gente evoluta commenta: "ma ti pare che per 1000 persone in un quadrante di Roma tra i più popolosi vengano prese in considerazione soprattutto per un tema cruciale come quello dell'ambiente?" Invece gli evoluti si erano sbagliati.

Il comitato riesce in una cosa senza precedenti. Per non scontentarli si divide il quartiere in due. Ad oggi quindi ci troviamo nel paradosso. Mia sorella che abita a 200 metri da me ha il porta a porta, io ho i cassonetti. La cosa ancora più bella è stata la visita della Raggi. Venuta a via di Torrenova con tanto di post Facebook a sponsorizzare le strade nuove come fosse un qualcosa di miracoloso e non dovuto. 500 metri solo, gli altri 2 km sono in gara d'appalto. La stessa sindaca non si è accorta che a sinistra della strada ci sono i secchioni e a destra il porta a porta con tanto microchip per monitorare i passaggi AMA, quelli a sinistra invece i secchioni.

Un caos totale poiché ovviamente tra gli utenti porta a porta non mancano furbetti e incivili che attraversano la strada per buttare ai cassonetti, falsando tutta l'operazione. Anche qui, su una questione importantissima, solo una farsa.

Lettera Firmata

Come un italo-brasiliano vede Roma

15 settembre 2020

Roma un tempo irradiava bellezza e armonia attraverso la sua cultura e architettura. In seguito Roma e l’Italia continuarono a irradiare di nuovo bellezza con la sua nuova architettura rinascimentale e barocca, oltre alle sue abitudini raffinate e ai suoi deliziosi giardini... Caterina de Medici quando arrivò a Parigi si sentì sopraffatta dall'asprezza della città e costruì per la sua gioia, e poi, per la gioia della civiltà, due dei giardini più belli dell mondo, il Jardin des Tuileries e il Jardin de Luxembourg, oggi, simboli inseparabili di Parigi e dello stile di vita francese!

Secondo Roger Scruton «I giudizi di bellezza non sono né soggettivi né arbitrari e sono una parte necessaria del ragionamento pratico in ogni tentativo di armonizzare le nostre attività e modi di vita con quelli dei nostri vicini. La creazione di un quartiere, di un luogo, di una casa o di qualsiasi altro insediamento in cui risiedono fianco a fianco persone di diverse occupazioni e punti di vista comporta un coordinamento di un tipo che solo il giudizio estetico può tranquillamente raggiungere. Ed è per questo che esiste un tale giudizio, e perché un essere razionale che non lo capisce è disabile».
Raffaello, Montesquieu, Victor Hugo, Edmond Burke, Umberto Eco, Freud, Hegel, tra gli altri, difendono gli standard di bellezza, natura, il segmento aureo che si riflette in armonia, ordine, conforto dell'anima, indipendentemente dal credo, ideologia e cultura. Un tale spirito si avvicina al sublime.

La città è un organo vivente e Roma è un chiaro esempio di questa realtà. Se non ci si prende cura si può morire. Altri ai anni bui dell’alto medio evo che ci hanno privato dello splendore classico, gli anni '50, '60 e '70 del secolo scorso hanno condannato in modo indelebile le periferie delle nostre città, Roma notevolmente. L'architettura utilitarista ha privato la bellezza di ogni possibilità d’esistere ed ha decretato l'impero della bruttezza e del decadimento della società.

Alla fine degli anni '60, gli psicologi americani decisero di iniziare un curioso esperimento. Hanno lasciato due auto identiche abbandonate in due quartieri dello stato di New York, una in un quartiere di lusso e un'altra in periferia. L'auto che si trovava in periferia è stata rapidamente distrutta, rubata e le parti che non erano in vendita sono state distrutte. L'auto che si trovava nella zona privilegiata della città è rimasta intatta. Poi hanno continuato l’esperimento a rompere i finestrini dell'auto abbandonata in un quartiere ricco e il risultato è stato lo stesso di quanto accaduto in periferia: l'auto è diventata oggetto di furto e distruzione. Con ciò, i ricercatori sono giunti alla conclusione che il problema del crimine non risiedeva tanto nella povertà, quanto nello sviluppo delle relazioni sociali e della natura umana.

La base per questa scoperta proveniva dalla teoria della finestra rotta, sviluppata presso la scuola di Chicago da James Q. Wilson e George Kelling. Spiega che se una finestra di un edificio viene rotta e non viene riparata, la tendenza è che i vandali lanciano pietre contro le altre finestre e successivamente occupano l'edificio e lo distruggono. Il che significa che il disordine crea disordine, che il comportamento antisociale può dar luogo a vari crimini.
Roma oggi corre un grande rischio e perde l'occasione per riconquistare il posto che gli spetta di caput mundi, umbilicus mundi.

Io sono un viaggiatore «professionista» e soffro nel constatare lo stato di degrado in cui oggi versano la maggior parte dei parchi di Roma e di molti monumenti, soprattutto se paragonato ad altre città in Europa. Una svolta importante è stata compiuta, soprattutto grazie al Giubileo del 2000, si è assistito ad un grande sforzo collettivo che, a mio parere, ha conferito nuova vita ai palazzi grigi e stanchi della città, che per l’occasione furono ripuliti. Tuttavia alcune cose mi danno davvero fastidio perché, a principio, sono facili da risolvere ed migliorare non solo l'esperienza turistica (degli stranieri e degli Italiani), ma, soprattutto, elevare l'anima dei cittadini romani, piuttosto di quelli meno privilegiati relegati nelle periferie decrepite e nei brutti quartieri residenziali:

1- Stato di conservazione dei parchi: con l’eccezione della Piazza Cavour (di gestione privata), di Villa Borghese, l’Orto Botanico ed il Parco di Villa Ada (per cui vigono ancora molte restrizioni) gli altri parchi di Roma versano in condizioni vergognose, quasi una discarica a cielo aperto, come Villa Sciarra, Piazza Albania, i Giardini Nicola Calipari, Villa Carlo Alberto al Quirinale, Villa Torlonia, Villa Paganini, Parco degli Scipioni e perfino anche le Terme di Traiano (Parco delle Cole Oppio). Villa Dora Pamphilj è un boschetto senza infrastrutture. La mancanza di indicazione e di acqua nel giardino della Villa Aldobrandini è straziante. Luoghi dalle grandi potenzialità come il Parco del Celio, il Giardino degli Aranci, il Parco di Porta Capena, il Parco del Gianicolo, il Parco della Mole Adriana, il Monte di Cocci, solo per citarne alcuni. Come risolvere la questione?  
La mia idea è quella di vedere queste realtà in custodia alle grandi aziende che vogliono adottarli come forma di pubblicità. Le aziende godrebbero di incentivi da parte del governo e il comune risparmierebbe non essendo più responsabile (o irresponsabile) della sua conservazione/gestione. 

2- A Roma non ci sono fiori! Né nei parchi, né su pali, né su balconi o finestre. Il Comune dovrebbe incoraggiare le persone a decorare le loro strade e case, togliendo le tasse alle materie prime o addirittura sovvenzionando in parte, creando gare per la strada più bella, etc. 

3- Una miriade di fantastici monumenti sono in stato di abbandono o poveramente promossi, ed hanno un enorme potenziale turistico. Alcuni esempi sono il Mausoleo de Santa Helena, il Tempio di Minerva Medica, il Mausoleo di Santa Costanza, la Cisterna delle sette sale, il Tempio di Claudio, il lago sotterraneo di  Monteverde Vecchio, Parco della Torre Fiscale, Viale di Porta Ardeatina, il Giardino di via Carlo Felici, gli Horti Sallustiani, la Basilica Pitagorica di Porta Maggiore, etc. Qualsiasi città al mondo darebbe tutto per avere dei simili monumenti. 

4- Monumenti pubblici e privati ​​senza accesso o con accessi estremamente limitati come Villa Madama, Palazzo Madama, il Villino Algardi (Cassino del bel Respiro) alla Villa Pamphilj, la Villa Albani, il Palazzo Colonna e suoi giardini, i sotterranei di Terme de Caracalla, l’Acqua Vergine sul Trinità del Monte, i Templi del Foro Boario, la Cloaca Massima, Il Palazzo Quirinale, il Palazzo del Montecitorio, il Palazzo Chigi, il Palazzo della Giustizia, ecc.  ... Anche la Casa Bianca e i Palazzi della Regina d'Inghilterra sono visitabili!

5- Accumulo di rifiuti ovunque!!! negli ultimi mesi la raccolta dei rifiuti pubblica è leggermente migliorata ma è ancora lontana da un luogo civile! Le campagne educative per la popolazione sono anche assolutamente necessarie!
È difficile, se non impossibile, trovare qualcuno senza il sorriso sulla faccia a Keukenhof, a Giverny, a Tivoli, ecc. Gli ambienti contribuiscono decisamente all'umore delle persone ed nel benessere della società. Roma merita di più!

Renato Dani

Perché a Roma i monopattini sono un incubo pericoloso e altrove no?

19 giugno 2020

Nelle scorse settimane, a seguito di alcuni bandi comunali, Roma si è dotata di un servizio di monopattino-sharing con quattro o cinque operatori abilitati a offrirlo.
Sperando che le cose cambino presto e che tutto questo sia frutto solo dei uno sciatto effetto-novità, occorre rendersi conto che il servizio è stato recepito dai romani nel peggiore dei modi. Nessuno utilizza gli apparecchi come reale strumento di mobilità per spostarsi da un punto A ad un punto B per motivi di lavoro, di servizio o di studio. Nulla di tutto questo. Una enfasi fuori luogo da parte della sindaca e del suo codazzo per un servizio che non dà e non darà un solo grammo di valore aggiunto alla mobilità urbana della città.

Un servizio usato solo per divertirsi (male) e non certo per spostarsi

La schiacciante maggioranza dei noleggi (basterebbe chiedere dati ufficiali alle compagnie, che hanno big data perfetti da analizzare e devono condividerli quanto meno con l’amministrazione!) è invece appannaggio di ragazzi e, soprattutto, ragazzini che utilizzano i velocipedi elettrici per scorrazzare per il centro, fare le impennate, fare prove di carico con due, tre o più persone sul singolo monopattino e soprattutto organizzare gite di gruppo sciamando in maniera scomposta e caotica per la città (molti di loro non hanno neppure la patente). Spuntano da tutte le parti come palline impazzite di un flipper ad alto tasso di rischio abbattendo totalmente la serenità di chi decide di sposarsi a piedi e in bici: il rischio non è solo che non migliorino nulla della mobilità sostenibile della città, ma che la peggiorino consigliando a chi prima prendeva la bicicletta o andava a piedi a fare diversamente! Il colmo dei colmi. 
Esiste qualcuno che passeggiando in centro in questi giorni non si sia sentito almeno una volta minacciato da un ragazzino cretino su un monopattino con avvinghiato l'amico addosso?
Qualcuno dirà: meglio che girino su piccoli monopattini elettrici rispetto ai caroselli coi motorini. Vero in parte, ma stiamo parlando di luoghi della città dove caroselli pericolosi non ce n'erano - non potevano essercene - e dove invece oggi ci sono.

E pensare che alcuni consiglieri pentecatti si aggirano sui social - poi hanno smesso dopo i primi incidenti - a vantarsi dei buoni risultati dei primi giorni di servizio. Si facessero dire l’età media dei noleggiatori, si facessero dire in che zona avvengono i noleggi e quali sono i percorsi. Andassero a sperimentare cosa significa da qualche settimana frequentare il centro storico sentendosi come attaccati da uno sciame di api inferocite. 
Le compagnie hanno tutto: si capirebbe a quale esigenza rispondono i monopattini a Roma: tutto fuorché una civile esigenza di commuting casa-lavoro, data anche la ridicola area operativa di alcuni operatori che si limita ad una piccola parte del centro storico.
Tutto questo determina però non pochi pericoli (già ci sono stati vari incidenti) e soprattutto una atmosfera orribile di insicurezza in zone che, almeno la sera, erano facilmente fruibili da chi decide di spostarsi a piedi o in bici. 

A causa dei monopattini è diventato pericoloso andare a piedi e in bici

Il filmato è stato girato da una famiglia che - ieri sera - dovendo muoversi dall’Esquilino per andare a cena al Flaminio ha deciso di utilizzare la bici. L’andata è stata fattibile, il ritorno (a mezzanotte) è stato semplicemente un incubo a causa dei mezzi elettrici che sfrecciavano da tutte le parti. Davvero uno scenario difficile da raccontare e il video fa fatica a farlo. Questa è la situazione di un normalissimo giovedì sera di post emergenza: non siamo nel week end, non siamo con una città piena di turisti. Pensiamo cosa può succedere in seguito...

Dice: ma i monopattini ci sono in tutto il mondo ormai. Verissimo. Ma in tutto il mondo i monopattini (quelli di Parigi come quelli di Milano) sono inseriti in un articolato ecosistema di mobility sharing più ampio. Ecosistema che ha al vertice un ampio schema di bike sharing pubblico (quello che a Roma non si fa perché il Comune ha deciso di favorire i malavitosi della cartellonistica) che negli anni ha in qualche modo educato la popolazione a cosa significa utilizzare strumenti di mobilità in condivisione. 

Il vero problema? A Roma non c'è un ecosistema di sharing mobility

A Roma nulla di tutto questo. A Roma - dopo aver visto il trattamento che la città aveva riservato alle biciclette di qualche sparuto bike sharing privato - migliaia e migliaia di monopattini sono stati consegnati nelle mani di una popolazione totalmente impreparata, immatura rispetto ai principi del mobility sharing. i risultati sono sotto gli occhi di tutti e, dopo alcuni feriti, si aspettano purtroppo incidenti più gravi. Ma la cosa più brutta in questo momento è che l’atmosfera per i veri utenti della mobilità leggera (non i ragazzini annoiati che giocano a fare le gare) è peggiorata: andare in bici specie la sera è diventato insidioso. Davvero un bel risultato...

Incubo monopattini. Come provare a risolvere?

Quali contromisure possono essere rapidamente prese contro questo autentico scempio che ben presto, oltre a ulteriori incidenti, inizierà a portare morti e renderà sempre più infrequentabile il centro per chi si muove a piedi e in bici?
Qualche idea:
1. Obbligare gli operatori a aumentare di molto i costi di noleggio orari rendendo invece piuttosto vantaggiosi gli abbonamenti. In questo modo il servizio resterà appetibile per i turisti, per chi usa davvero i monopattini per lavoro ma non per i depensanti che lo usano due ore la sera per cazzeggiare.
2. Escludere i monopattini dalle aree pedonali. Molto complicato a livello normativo e molto complicato da far rispettare però.
3. Incrementare di molto controlli e multe (ieri alcuni ragazzi dicevano “aho c’ha fermato a Munigibale e c’ha fatto scenne perché eravamondue”: beh non ti deve fare scendere, ti deve fare scendere e farti 250 euro di multa; poi forse te la fai finita)
4. Obbligare gli operatori implementare un blocco sui monopattini oltre una certo peso (120kg ad esempio) in modo da rendere impossibile il costume di usarlo in due
5. Obbligare ad un limite di età. Misura antipatica ovviamente (ci vanno di mezzo i giovanissimi che però sono persone per bene) che non risolve il fatto che molti coglioni su due ruote sono ben più che maggiorenni
6. Imporre al funzionamento degli apparecchi un limite orario. Altra misura antipatica, ma se le cose continuano così sarebbe opportuno chiedere agli operatori di spengere i trabiccoli tra mezzanotte e le sei
7. Vietare agli operatori (come fanno oggi, vedasi la app di Lime) di incoraggiare con sistemi di pagamento e di sblocco vantaggiosi le “corse di gruppo”. Che saranno anche divertenti ma sono molto pericolose sia per chi le fa sia per chi le deve subire come appunto chi cerca di transitare in bici o a piedi.

Tutto ad ogni modo potrebbe essere in qualche modo inutile se, come prevediamo, gli apparecchi verranno danneggiati così tanto dal poco corretto utilizzo che se ne fa da costringere le compagnie a sospendere o a modificare radicalmente il servizio. 
Beninteso - per chiudere - siamo stati tutti giovani e abbiamo fatto tutti scemate per divertirci anche oltre i limiti. Ma qui la sensazione è che nella totale irresponsabilità si sia consegnato nelle mani di migliaia di ragazzini uno strumento profondamente pericoloso per loro e per gli altri. Il problema non sono i diciassettenni mentecatti e lobotomizzati (tutti più o meno lo siamo stati), il problema è cosa possono o non possono fare. Si intervenga. 

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