Video. Entrare a Roma da fuori. L'enorme differenza sulle condizioni dell'asfalto

23 aprile 2017
Il tema meriterebbe un bel servizione come Le Iene ad esempio sanno fare, noi lo abbiamo fatto coi nostri mezzi che sono poverissimi. Però il lavoro rende l'idea: si tratta di raccontare la differenza abissale di condizioni, sicurezza, manutenzioni delle strade tra le arterie gestite dai dipartimenti del Comune di Roma e le arterie gestite da altri enti. 

La cosa migliore è farlo su strade che, nel loro percorso, cambiano ad un tratto competenza. Come ad esempio Via Salaria, che passa dalla gestione Anas (segnaletica impeccabile, asfalto liscio, illuminazione buona) alla gestione Roma Capitale all'altezza del Raccordo. E appena entri in città, dopo il cartello che segnala la fine della gestione Anas, giù buche, cartelloni pubblicitari allucinanti, segnaletica sparita e erbacce nello spartitraffico che sono diventate alberi.


Poi c'è l'altro video. quello su Via Kennedy, piccola grande arteria che collega il Comune di Roma con il Comune di Ciampino. Il filmato dice tutto e noi non aggiungiamo nulla. Godetevelo.


Godete di meno però quando vi ricordiamo una cosa: l'Anas - che in queste settimane sta con Ferrovie Spa creando un grande gruppo di caratura globale di trasporti e logistica guidato da persone in gamba e pieno di ingegneri, funzionari, dirigenti e professionisti capaci - aveva proposto al Comune di Roma un accordo per la gestione delle strade. Era la fine del 2016. Nella somma eleganza istituzionale che contraddistingue l'ente retto da Virginia Raggi, ad Anas manco è arrivata una risposta. Ovviamente i rapporti con le dittuncole di "manutenzione" fanno gola e portano voti. E il Comune, anche se questo significherebbe finalmente strade in sicurezza e manutenute in maniera professionale, non vuole rinunciarci. E' un po' lo stesso motivo per cui l'Ama "deve restare pubblica" e l'Atac "è un patrimonio dei cittadini". In realtà l'unico patrimonio è un patrimonio di lottizzazione e voto di scambio, utilissimo per chi vuole conservare il potere puntando non sulla qualità dell'azione di governo ma sul garantirsi sacche di consenso in cambio di quieto vivere, se non peggio.

Per lo meno, magra consolazione, la retorica sulle "strade nuove" che ha tenuto banco nelle settimane scorse, è un po' venuta meno. Era fuffa totale e come neve al sole si è sciolta...

Ennesima farsa. Pubblichiamo il bando clandestino con cui si cerca l'Assessore alla Casa

22 aprile 2017
A Roma, il posto da Assessore alla Casa (così come quello a Assessore ai Lavori Pubblici ad onor del vero) è vacante da 10 mesi, cioè da quando Virginia Raggi si è insediata in Campidoglio senza essersi minimamente preoccupata di predisporre prima la sua squadra di governo, o semplicemente senza avere i margini di manovra per farlo stretta com'è tra le maglie di un movimento di radice fascisteggiante, privo di democrazia interna, senza regole certe e con zero contendibilità di leadership. Insomma, qualcosa di proprietà di qualcuno. Qualcosa dove, per fare qualsiasi movimento, devi chiedere il permesso.
Peccato che a Roma il problema della casa sia abnorme. Peccato che in quel posto si debba immaginare una presenza competentissima, forte, credibile, con il massimo appoggio e copertura politica da parte della Sindaca, della Giunta e del Consiglio. 
Nella scorsa Consiliatura, quando su tutti i fronti delle politiche abitative si è iniziato a smontare il sistema mafioso che ha portato la città al collasso, l'assessore Francesca Danese finì sotto scorta dopo poche settimane dal suo insediamento. Questo per dire quale è la caratura della sfida. 
La delega è pesantissima: all’Assessore alla Casa competerebbero facoltà di indirizzo politico ed amministrativo rilevanti, come il “superamento” del sistema dei residence (una delle sfide della Danese, appunto), le occupazioni illegali, la gestione delle graduatorie delle case popolari, l'affermazione del buono casa. 
Ma il dubbio è che al Campidoglio qualcuno abbia confuso “assessore alla casa “ con “agente immobiliare”, perché il linguaggio utilizzato nell’annuncio delirante che da alcuni giorni sta, semiclandestinamente, girando via mail tra i simpatizzanti dei 5stelle, sembra preso in prestito dalle inserzioni di Tecnocasa: “cercasi giovane motivata disposta a lavorare in team”...



Insomma, se vi sentite i nervi abbastanza saldi per combattere a mani nude contro le camorre che sovraintendono il mondo delle politiche abitative a Roma fatevi sotto: avete ancora qualche ora di tempo per aderire e gli estremi sono tutti qua sotto. 
Ma attenzione: non basta che voi siate bravi, preparati, abbiate esperienza, vi siate formati magari all'estero con enorme investimento economico. No. Il prerequisito basilare è essere iscritto ("almeno dal 1 gennaio 2016") al partito di Giuseppe Grillo. Una visione della meritocrazia tutta particolare che in anni passati si chiamava "lottizzazione" e che invece ora fa parte della grammatica operativa dei "ragazzi meravigliosi" che amministrano Roma e grazie ai quali "il vento sta cambiando".


In sintesi: il sindaco non ha la più vaga idea riguardo a chi affidare questo delicato e importantissimo incarico politico.

Il posto è libero e se siete disoccupate e iscritte ai 5Stelle (nel testo si dice “indipendenti e… iscritte”. Sic!), inviate il vostro curriculum al buon Frongia, perché potreste ricevere un prestigioso incarico a tempo determinato.

Roma è definitivamente in mano a veri e propri professionisti dell’incompetenza. Un insulto alle oltre 8000 famiglie in lista d'attesa per le case popolari. L’inoperosità di sindaco, Giunta e consiglieri è ormai totale: zero atti approvati, qualche réclame sui social-network (alle quali anche i più grulli cominciano ormai a credere poco) e ogni tanto una nomina per questa o quella poltrona lasciata vuota da chi è costretto a dimettersi a seguito di qualche scandalo.

Per emergere da questo nulla cosmico, capita poi che il Campidoglio produca queste perle di scempiaggine che quasi imbarazzano a leggerle, se non servissero a costituire ulteriore prova della china tragica e suicida assunta da questa città. Ma è possibile un'altra lettura: che magari il bando e la cagnara che gli girerà attorno servano a liberarsi della figura scomoda di Aldo Barletta, il tostissimo direttore di dipartimento delle Politiche Abitative che non ne fa passare una ai cialtroni pentastellati che sono convinti di poter utilizzare il bene comune per pagare i loro debiti elettorali e per mantenere le mille promesse fatte per accaparrarsi centinaia di migliaia di voti non proprio pulitissimi?

Stupisce poi come i campioni dell’anticasta e del “no ai professionisti della politica”, si siano trasformati in lottizzatori selvaggi come mai se n'era visti e dimostrino di non aver minimamente compreso la differenza tra linguaggio politico e cultura aziendale, tra incarico di governo e incarico professionale.

Un buon assessore deve godere della fiducia politica di chi lo nomina e non di referenze curriculari da centro per l’impiego. Non saranno questi “casting” da pantomima a colmare le tragicomiche deficienze del sindaco e dei suoi miracolati accoliti. Anche e soprattutto su temi delicati come questo: dove ballano i diritti di famiglie in difficoltà da una parte e gli interessi mafiosi dall'altra. 

Scimmiottando un talent show con bandi fatti girare sotto banco (peraltro copiati a quelli sull'Assessore ai Lavori Pubblici, che però ancora non c'è!), la nomina dell’eventuale Assessore alla Casa non sarà più trasparente né più popolare, ma solo più ridicola e istituzionalmente indegna.

Ricordate la Ferrari che si prostituisce a Piazza del Popolo? Ecco cosa abbiamo scovato

21 aprile 2017
Ponte Flaminio, si vede chiaramente il tachimetro che misura 140 km/h in un tratto di strada dove il limite è 50 km/h (goo.gl/maps/tGNzpfmXmSz)

Abbiamo già parlato con un post a gennaio della Ferrari in sosta abusiva che si può noleggiare a piazza del Popolo e dintorni. Nonostante le decine di segnalazioni naturalmente da gennaio (anche se se ne parla da anni) non è cambiato nulla di nulla e quindi abbiamo riproposto il problema sulla nostra pagina facebook
In uno dei commenti al post qualcuno, postando il video della sua performance per le stradine di Roma con una vettura da 600 CV, scriveva: "Intanto io me so divertito". Abbiamo osservato il video e vi invitiamo a farlo, vedrete un bambino diciannovenne che sfreccia a 170 km/h per le strade della città dove il limite è 50 km/h e tutto questo senza che il noleggiatore, al suo fianco, dica una parola. Anzi...


Cercando poi su YouTube ne abbiamo trovati altri tra il noleggiatore che si lamenta del parcheggio degli altri (lui  che sosta abusivamente ogni giorno a Piazza del Popolo!), sorpassi contromano, accelerazioni suggerite dal noleggiatore e velocità da pista con questo bolide in mano al primo che capita che mette a rischio la vita di altri automobilisti, ciclisti, motociclisti e pedoni. 






Ovviamente tutto questo sarebbe letteralmente impossibile se la città - come accade in altre città più civili della nostra ma come è accaduto anche a Milano grazie alla Giunta Pisapia - fosse disseminata di autovelox perfettamente funzionanti. E invece nella città che ha 10 volte il tasso di mortalità più alto d'Europa (rispetto a metropoli della stessa grandezza) gli autovelox sono considerati qualcosa di violento, di volgare, un attacco alle persone. La stessa sindaca lo ha spiegato in un incontro pubblico qualche mese fa: "noi non vogliamo fare cassa". Dire che gli autovelox "fanno cassa" equivale al berlusconiano "le mani nelle tasche degli italiani" per tradurre semplicemente il gesto di pagare le tasse. 
A Milano montando non molti autovelox hanno abbattuto incidentalità, mortalità, costi sociali, costi economici, costi per il sistema sanitario della Lombardia. A Roma neppure se ne parla, non esiste un piano, non c'è un progetto. 

Abbiamo deciso di pubblicare questo articolo oggi per ricordare l'ennesimo ragazzino morto ammazzato: è successo ieri su Via Nomentana. Lui aveva 18 anni. In una città cosparsa di autovelox e con sanzioni vere nessuno accelera e tutti imparano a rispettarsi a vicenda, e se non lo fanno i milioni che affluiscono all'amministrazione servono per lo meno per sistemare le strade e renderle sicure per i pedoni e l'utenza leggera. In una città dove nessuno accelera e dove si rispettano i 50 km/h nessuno muore ammazzato a causa di un incidente. 
Dopo 10 mesi di governo honestoh, rivoluzionario e di vento in cambiamento, la città ancora aspetta un serio piano sugli autovelox e sull'abbattimento dei limiti di velocità in città: porterebbe denaro, abbatterebbe i costi, ridurrebbe l'inquinamento: solo vantaggi per tutti, salvo per i cafoni (che purtroppo votano, e votano eccome!). E le Ferrari affittate abusivamente nel cuore della città sfrecciano davanti ai vigili contromano a 170 sul Lungotevere. E a voi continuerà a non fregarvene nulla finché non impatteranno sullo scooter di vostra figlia. 

Roma condannata a restare così. Il regolamento sulle bancarelle scritto dai bancarellari

20 aprile 2017

Qualunque cittadino che segue Roma fa Schifo (è uno dei temi che più di ogni altro abbiamo approfondito in questi dieci anni), ma in realtà qualsiasi abitante della città dotato di buon senso e di occhi per guardare è in grado di mettere in fila quali siano i problemi che affliggono nella capitale il settore dell'ambulantato, del commercio su area pubblica, delle bancarelle e dei mercati.

Le bancarelle sono troppe, migliaia e migliaia. A tal punto che trasfigurano intere strade commerciali, anche centrali, cambiando le sembianze alla città e trasformandola in un autentico suq. Qualcosa che non ha paralleli e raffronti da nessuna altra parte del mondo, terzo mondo incluso in realtà.



Le bancarelle pagano poco.  Non è rara l'equazione, in molte zone della città, del 1000-1000. Cosa significa? Significa che molte bancarelle (ma per alcune l'algoritmo è ancora più favorevole agli “imprenditori”) incassano 1000 euro al giorno – quasi sempre esentasse visto che per queste attività commerciali sembrano sospesi gli obblighi fiscali che tutti gli altri imprenditori hanno – e pagano 1000 euro all'anno di occupazione di suolo pubblico. Insomma avere una bancarella a Via Cola di Rienzo, la zona commerciale più lussuosa della città, costa 1000 euro all'anno, avere nella stessa strada un negozio delle medesime dimensioni costa 30 o 40 mila euro all'anno. La differenza la mette il Comune che rinuncia a far fruttare il suo principale patrimonio che è il suolo pubblico. La differenza è il motivo per cui gli appetiti sull'ambulantato sono quelli che sappiamo.



Le bancarelle sono brutte, orribilihanno un'estetica allucinante, contribuiscono al degrado urbano a causa della loro struttura, della loro illuminazione, dei loro ombrelli, delle loro merci.

Le bancarelle rappresentano un grumo inaudito di evasione fiscale e di lavoro nero. Ovviamente non tutte, ovviamente ci saranno chiaramente degli operatori onesti. Ma in linea di massima il problema è gigantesco. 



Le bancarelle occupano i marciapiedi, cancellano i percorsi pedonali, oscurano le insegne e le vetrine dei negozi danneggiandoli gravemente. Le bancarelle sono anche pericolose quando obbligano i pedoni a camminare sulla strada e quando ostruiscono le vie di fuga o le uscite di sicurezza. Ci sono già stati morti.



Le bancarelle sono mal dislocatesi concentrano in alcuni punti con grappoli e cluster di punti vendita tali da somigliare a mercati.



Le bancarelle vendono prodotti scadenti sia per quanto riguarda oggetti e abbigliamento sia per quanto riguarda il cibo.



Le bancarelle vivono su licenze che sono parte di un mercato protetto, privo di concorrenza, non contendibile – a dispetto delle normative europee! - e dunque privo di qualità: gli operatori di eccellenza di cui hanno beneficiato altri contesti (si pensi a Londra e ai suoi ottimi foodtruck) sono sostanzialmente impossibilitati dall'affacciarsi in città, dall'investire qui, dal portare qui la loro qualità.

Per quanto riguarda i mercati rionali i problemi sono differenti: c'è un problema di orari, un problema di possibilità di somministrare cibo (ormai solo a Roma è vietato), c'è un problema di tante e tante strutture fuori norma per le quali bisogna pianificare radicali trasformazioni a costo zero per il Comune (modello Mercato di Testaccio, ovviamente con le dovute correzioni e nell'ambito di un quadro normativo e strategico chiaro, trasparente e di visione) e c'è infine un grandioso problema di banchi non assegnati. Un problema che può essere girato in opportunità andando a inserire in questo quadro l'eccesso di bancarelle su suolo pubblico di cui sopra: molte di quelle concessioni potrebbero essere trasferite nei mercati prendendo i proverbiali due piccioni con una fava.

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Qualsiasi riforma del mercato dell'ambulantato a Roma, se fatta in maniera onesta e seria e per il bene della città, non deve fare che una cosa: osservare questi problemi e trovare la strada per risolverli. Anche Andrea Coia, attuale capo della Commissione Commercio dell'Assemblea Capitolina (la medesima commissione che ha affossato la riforma dei cartelloni, quasi portata a termine da Marino), la pensava allo stesso identico modo nostro. Per anni ha fatto opposizione, nel VII Municipio (pieno di bancarelle, tra l'altro), ripetendo questi concetti in maniera lucida e ricorsiva. Sembrava un redattore di Roma fa Schifo. Quando il Movimento 5 Stelle ha vinto le elezioni e quando egli è diventato capo della Commissione Commercio il suo approccio, un giorno scopriremo anche il perché magari, è cambiato in maniera profonda e netta dalla sera al mattino. L'ambulantato da cancro da debellare è diventato una risorsa da tutelare al di là di ogni vergogna e di ogni dignità. Le sue posizioni sono divenute sovrapponibili e identiche a quelle dei vecchi volponi della politica (contro i quali il M5S ha stravinto le elezioni) che a tutt'oggi sono in forze alla Commissione. E così, dopo un percorso di mesi in cui il lavoro è stato fatto “assieme ai portatori di interesse” (lo scrive Coia su Facebook senza alcun ritegno, amettendo candidamente di aver scritto un regolamento assieme a chi dovrà esserne regolamentato), Coia a braccetto con Orlando Corsetti e Davide Bordoni ha partorito un Regolamento delle Attività Commerciali su Area Pubblica da fare accapponare la pelle a chiunque trovi 20 minuti per leggersi le quaranta pagine di cui il testo (che ora rischia di approdare in Aula) è composto.

In questo preciso momento storico, con la Direttiva Bolkestein che sta finalmente andando in porto e con i bandi previsti per il prossimo anno, l'amministrazione ha una opportunità grande, unica e irripetibile per riformare in toto il settore. È un treno che non passerà più. Se la città perderà questo treno, come sembra voglia fare, certificherà il suo stato per i prossimi decenni: Roma firma la sua condanna e si suicida dichiarando, ufficialmente e inderogabilmente, che la situazione dell'ambulantato rimarrà questa, che le bancarelle non diminuiranno, non smetteranno di fare concorrenza sleale ai negozi, che non smetteranno di essere di proprietà di poche famiglie, che Via Tuscolana, Via Appia, la Stazione, Via Cola di Rienzo, Piazzale Flaminio rimarranno delle favelas vergognose per sempre. A vita. In cambio peraltro di pochi spicci. Anche nella città dei nostri figli e dei nostri nipoti. La città, con questa proposta, sta svendendo la sua capacità di riformare profondamente un settore sull'altare del consenso elettorale, del voto di scambio, del sostegno economico che queste caste e queste lobbies hanno sempre storicamente garantito alla politica romana e alle sue alte spese per iniziative e campagne elettorali. Se una cosa del genere fosse successa durante il governo Alemanno ci sarebbe stata una rivolta nazionale, visto che la porcata la fanno i grillini sta tutto passando pian pianino in cavalleria, con ovviamente il PD e Forza Italia ben favorevoli di fare gli interessi delle caste che li hanno sempre sostenuti senza neppure la seccatura di doversi sporcare le mani.

Rileggete la lista di complain che abbiamo elencato sopra. La riforma proposta da Coia e dal Movimento 5 Stelle, che ora rischia di approdare in aula e di essere approvata definitivamente, non risolve nessuno dei problemi in lista. Anzi spesso considera i problemi come non problemi, ma come normalità da certificare, da fotografare e ufficializzare. Sarebbe gravissimo di per se, ma è doppiamente gravissimo se si pensa che ci troviamo nell'unico momento utile per proporre una riforma davvero coraggiosa per risolvere uno dei problemi più profondi della città. Tra sanatorie, condoni mascherati (tutte le concessioni anomale diventano concessioni normali, praticamente il racket dei bancarellari fa bingo su tutta la linea) e regali alle categorie (il regolamento sembra proprio scritto dai bancarellari, e sostanzialmente Coia ammette che così è), il regolamento fotografa la raccapricciante situazione attuale e la trasforma in regola abdicando a qualsiasi trasformazione dell'immondi status quo che fa di Roma un posto da cui viene voglia di fuggire.

Le bancarelle sono troppe abbiamo detto. Benissimo, il Comune oggi e solo oggi potrebbe risolvere questo grave problema. Le autorizzazioni e le concessioni scadono tutte il prossimo anno: è la legge europea. A quel punto non sta scritto da nessuna parte che i bandi per il rinnovo debbano essere uguali alle concessioni scadute, possono essere di meno, le concessioni anomale possono essere eliminate, si possono spostare delle autorizzazioni dalla strada ai mercati, si può decidere di indennizzare gli operatori offrendo altri cespiti (licenze taxi ad esempio) in cambio della rinuncia alle attuali licenze. Si può fare tutto, al di là di quello che vi raccontano una amministrazione democraticamente eletta può fare tutto. Basta che pianifichi. Se le decisioni sono prese nel quadro di una seria pianificazione nulla è escluso, nulla è davvero impugnabile. Questo ci si sarebbe aspettati dall'amministrazione a Cinque Stelle: pianificare una città radicalmente diversa dal punto di vista del commercio ambulante. Una città in cui le bancarelle sono molte meno, in cui i prodotti che vendono saranno di qualità altissima, una città in cui il Comune cede suolo pubblico a imprenditori solo in cambio di fior di denari poi da reinvestire nell'abbattimento dell'abnorme debito che grava sui nostri figli o nei servizi da erogare alle fasce deboli, una città che attira in questo settore investimenti, anche dall'estero, e che dà una opportunità ai giovani di talento che dal commercio ambulante vogliono far partire da loro carriera (invece nel dispositivo diabolico di Coia le concessioni per itineranti sono bloccate: chi è dentro al mercato è dentro, chi è fuori non potrà entrare mai). Una città in cui un banco di vendita su strada è motivo di riqualificazione urbana (magari in aree che ne hanno bisogno), non di degrado urbano.

Nulla di tutto questo, neppure lontanamente, è ricompreso nella scandalosa riforma del commercio su strada firmata dal Movimento 5 Stelle.



Invece di proporre una visione innovativa, ricalcata sulle migliori esperienze occidentali, i grillini hanno deciso (chi ha deciso? La sindaca? Coia da solo? Giuseppe Grillo? Da chi proviene l'input politico di appiattirsi sulle posizioni delle lobbies bancarellare? Da chi?) di farsi scrivere la riforma dagli ambulanti. La prova schiacciante di questo – al di là della lettura del provvedimento di cui riporteremo qualche passo agghiacciante – è il silenzio delle categorie: se tu, amministrazione, metti mano ad un settore incancrenito, anchilosato e problematico, è normale che la tua azione sia seguita da proteste di ogni tipo. Ignazio Marino lo diceva sempre: “se non vedo gente che protesta in Piazza del Campidoglio significa che abbiamo sbagliato qualcosa durante la giornata”. Voi vedete le categorie, le lobbies, le caste che si sono divorate la città protestare in questi mesi? In realtà, dopo anni, tutto questo mondo di mezzo che andrebbe spazzato via o profondamente riformato e riportato su standar europei, collabora gomito a gomito con l'amministrazione. Nel silenzio. E così una enorme riforma dell'ambulantato sta andando a dama senza un pelo di protesta – manco finta, perché loro organizzano anche proteste finte e strumentali alla bisogna – da parte degli ambulanti. Praticamente, come durante il fascismo o come durante il medioevo, governano la città le corporazioni. Al di là della legge, delle norme europee, del buon senso e delle speranze di riscatto futuro della città.

Gli indizi che ci dimostrano come i “portatori gli interesse” (così li chiama Coia stesso) siano riusciti a farsi scrivere un regolamento tagliato sulle loro esigenze sono numerosissimi. Nel Comma 4 punto 3 dell'articolo 36 (quello sulle rotazioni) si concede solo ad alcune rotazioni – guardacaso quelle relative alla vendita di dolciumi – di cambiare tipologia commerciale passando anche a quella non alimentare. Si tratta probabilmente dei camion bar che Marino e Leonori riuscirono a togliere da Colosseo e Fori Imperiali ricollocandoli sul Lungotevere: lì i gestori hanno sempre detto che vendere dolciumi, sorbetti (?) e bibite non aveva senso, ora potranno vendere anche altro e così questi posteggi, fino ad oggi lasciati vuoti, potranno essere occupati e il Lungotevere Testaccio si potrà popolare di venditori di panciere, calzini e mutande. Incredibile, poi, quanto fatto su Piazza Navona. La fiera della Befana, che per fortuna da alcuni anni (anche qui grazie a Marino) non si svolge perché era diventata una bidonville a unico vantaggio delle pochissime famiglie bancarellare che l'avevano conquistata negli anni trasformandola in qualcosa di riprovevole, viene sfilata alle competenze del I Municipio e portata nell'alveo del Comune (al I Municipio, ovviamente, silenzio!). Tra la caratteristiche per parteciparvi vince su tutto la “anzianità” a prescindere dalla qualità. E vedrete cosa succederà a dicembre a Piazza Navona, d'altro canto quest'anno già Coia ci aveva provato per fortuna non riuscendoci in extremis. Anche qui si ritorna ai tempi di Alemanno.
“Anzianità” abbiamo detto. Il nuovo Regolamento pentastellato si sofferma molto su questo che è, appunto, un cavallo di battaglia delle caste bancarellare a Roma in vista delle temute gare Bolkestein. Se le gare le vince chi ha più anzianità, ragionano i bancarellari romani, nessun nuovo soggetto di qualità potrà entrare nel mercato e noi continueremo come nulla fosse in barba a meritocrazia e concorrenza. Fin'ora questo principio, probabilmente illegale e anti concorrenziale, era contenuto in norme regionali fatte approvare, come te sbagli, dai tempi di Francesco Storace e anche lì scritte sottobanco dalle lobbies degli ambulanti. Da oggi, se il Regolamento-vergogna di Coia passerà, anche il Comune sposerà questa logica. “Ma noi citiamo solo una norma Regionale” spiega Coia sul suo Facebook “e poi se non piaceva questa norma Zingaretti poteva anche cambiarla”. Siamo a questo signori: le mancanze e le collusioni, che ci sono eccome, del Governo di Nicola Zingaretti non vengono più attaccate, messe in evidenza, pungolate, stimolate a risolversi per il bene comune. No. Vengono utilizzate come strumenti e trampolini per favorire le proprie clientele. È un precedente gravissimo. La vecchia politica ha fatto delle norme pessime? Vero. Puoi decidere di combatterle e contrastarle oppure di utilizzarle e strumentalizzarle per favorire i tuoi clientes elettorali esattamente come la vecchia politica ha fatto per decenni. A Roma il Movimento 5 Stelle ha scelto questa squallida opzione. Si trattava di fare una battaglia in Regione per modificare norme assurde che bloccano il mercato e condannano Roma, al contrario hanno usato queste norme assurde per cucirci sopra un nuovo regolamento. Questo è il nuovo. Di più: se domani la Regione, finalmente, in preda a qualche impeto d'orgoglio, dovesse finalmente approvare la Legge Quadro sul Commercio e dovesse eliminare le follie inserite da Storace negli anni Novanta, allora ci troveremmo nella condizione che il Comune avrebbe comunque, nei suoi “nuovi” regolamenti nel frattempo approvati, queste norme in vigore. Questa autentica follia accade senza la minima opposizione, nessuno in Consiglio o in Commissione apre bocca. Totale e profondissimo consociativismo, tutti d'accordo: Grillini, Pd, Forza Italia. Non era mai successo.







Ma i paradossi non sono finiti qui. Per capire quale sia lo spirito di questo regolamento dovete assolutamente leggervi il passaggio in cui, nell'articolo 37, si dice che “gli automezzi adibiti alla vendita del settore alimentare devono essere di colore beige, o bianco, o rosso”. Incredibile, no? Per quale motivo il Comune entra nel merito della carrozzeria dei camion bar imponendo delle tonalità assolutamente a caso. Camion rossi che vendono cibo? È presto spiegato: si tratta dei furgoni (quelli fuori allo stadio o ai concerti) già esistenti, i famosi “Empori” appartenenti ad una specifica famiglia di venditori ambulanti. Ancor più incredibile il dettaglio dei venditori di alimenti nel centro storico. Secondo il regolamento i camion devono essere “beige, avere la scritta 'bibite e gelati' sulle tende e avere delle riproduzioni fotografiche dei monumenti del centro storico”. Praticamente la descrizione degli orrendi e vomitevoli camion bar romani, ora finalmente certificati da un regolamento (ci aveva già provato Alemanno con il fido Bordoni). Così magari un domani, quando le attuali famigghie che umiliano la città monopolizzando il commercio ambulante si saranno messe a fare un lavoro vero e avranno lasciato la palla ad altri, anche questi altri saranno costretti all'estetica micidiale da pseudo carretto siciliano degli attuali camion bar. Per regolamento.

Guardatevi il video che abbiamo girato (la prima parte la mattina, la seconda la sera) fuori dalla Stazione Termini ieri. L'amministrazione sta certificando che tutto rimanga così. Guardatevi il video mentre vi leggete il vero capolavoro protagonista di questo articolo: la mitologica riforma-Coia sull'ambulantato.


Parchi e ville aperti tutta la notte. A Via Statilia compaiono le tende. Il video

19 aprile 2017
Dalla fine di marzo, a causa della scadenza di un appalto che nessuno si è premurato di rinnovare o di ribandire, aree verdi, giardini e ville della città restano aperte anche la notte. In ossequio alle necessità di decoro, di tutela delle aree storiche e anche di sicurezza, tutti possono entrare, bivaccare, dormire in parchi e verde pubblico.
Non ne parla nessuno, ma è un altro disastro che si assomma ai tanti disastri che giorno dopo giorno la Giunta (per colpe sue o per colpe pregresse) sta inanellando. Al di là dell'inefficienza della macchina grillina e dell'incapacità dell'assessore Pinuccia Montanare di mettere in fila e predisporre una gerarchia dei problemi, c'è da dire che gli uffici capitolini sono la quintessenza della palude. Chiedi un capitolato per fare una gara e possono passare dei mesi: secoli di assistenzialismo clientelare ha portato ad uffici pubblici popolati di personaggi imbarazzanti, inquietanti, totalmente incapaci anche di svolgere le mansioni più basiche. E la città è completamente bloccata. Certo, si tratta di voto di scambio e di assunzioni clientelari effettuate dalle precedenti amministrazioni, ma la grande colpa del M5S è che invece di rappresentare un nuovo approccio chiedendo ad esempio il licenziamento per gli incapaci o i lavativi, si è subito posto in difesa di questa gentaglia. Che oggi si sente coperta e protetta.


Le conseguenze di tutto questo sono sotto casa di ciascuno di noi. Nel Parco di Via Statilia ad esempio, che fa pure più rabbia perché è nuovissimo e realizzato da pochi anni (ne abbiamo già parlato qui e ancora qui), i fornici di un antico acquedotto romano sono stati trasformati in favela, uno di questi fornici è usato come gabinetto e l'arco si sta riempiendo di feci umane in decomposizione in attesa che parta qualche seria epidemia che ci proietti sulla stampa mondiale. Il tutto nell'ambito di un'area archeologicamente importantissima. E, tra erba alta un metro e mezzo non sfalciata da mesi, da qualche giorno è sorta pure una tenda. Non per la notte, ma ormai fissa tutto il giorno.


Immaginatevi uno scenario del genere in qualsiasi parco o giardino iper-centrale di Londra, di Berlino, di Parigi, di Madrid. Qui siparietti simili iniziano ad essere assolutamente normali. I cittadini stessi guardano tutto con una tristissima condiscendenza mista di rassegnazione e di zero ambizione di vivere in una città normale. 

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