9 motivi per cui è criminale manifestare in piazza al fianco degli ambulanti

28 settembre 2016


Le parole chiave che hanno portato il clamoroso successo del Movimento 5 Stelle in città lo scorso giugno sono poche, semplici, conosciute e condivise. Al primo posto c'è il cambiamento, subito dopo il corretto sentimento di vendetta verso le angherie del PD, ma nei posti altissimi della classifica delle motivazioni che hanno portato i cittadini ad un voto così esasperato e di protesta c'è il degrado. Il settanta per cento dei suffragi che hanno portato in trionfo Virginia Raggi sono in larga parte un voto anti degrado. Illegalità, sporcizia, caos, disordine, impunità sono le cose che i cittadini vogliono cambiare, e le speranze sono state riposte nel movimento di Beppe Grillo.
Oggi i cittadini si svegliano scoprendo che uno dei principali motivi di caos, disordine, illegalità e degrado della nostra città - il commercio ambulante - non è considerato un problema da risolvere, bensì una risorsa da tutelare, per il Movimento 5 Stelle. Un risveglio amarissimo che, ne siamo convinti, farà perdere decine e decine di migliaia di voti al consenso pentastellato. Ma evidentemente difendere mafie e lobbies e assicurarsene i voti è troppo importante per il movimento che governa la capitale e che si candida ad amministrare il paese.

Il risveglio di cui sopra è dovuto alla manifestazione nazionale degli ambulanti oggi a Roma, a Piazza Esedra (speriamo che passino, vista la quantità di oscene bancarelle che ingombrano una delle piazze più belle del mondo e tutta Via Nazionale), alla quale il Movimento 5 Stelle sta da giorni dando (assieme a Salvini, Fassina, Brunetta e ad Alemanno, per dire i compagni di strada che uno si sceglie) un appoggio incondizionato imperniato sulla retorica, trita e retriva, della "lotta alle multinazionali", ma se i banchetti dei Tredicine vanno a bando e qualche bando lo vince Eataly o Slow Food o qualche ristorante di qualità questo può rappresentare un problema? Questo può rappresentare una decrescita della forza lavoro? Qualcuno ci casca?
La manifestazione è contro la Direttiva Bolkestein, una sacrosanta riforma europea che obbliga i paesi a mettere a bando, invece che assegnarle a vita, tutte le cose che riguardano il suolo pubblico, ovvero di tutti noi. Dalle bancarelle alle spiagge passando per le affissioni, sarà obbligatorio dal 2017 effettuare
dei bandi pubblici in modo che - quando si tratta di attività economiche che usano il suolo pubblico come bene primario - tutti possano partecipare e in modo che possa vincere il migliore e soprattutto quello che offre di più con vantaggi enormi per la fiscalità pubblica. 
Oggi lo stato e gli enti locali ricavano dallo sfruttamento del suolo pubblico spiccioli. Le spiagge potrebbero rendere a Roma miliardi, e invece se ne ricavano poche decine di milioni all'anno. Vale lo stesso per cartelloni e commercio ambulante. In cambio a questo mancato introito abbiamo città mostruosamente sfigurate da un commercio su strada che non esiste da nessuna altra parte del mondo (ormai neppure in Nordafrica, in Sudamerica o nel subcontinente indiano, le nostre foto lungo questo articolo lo dimostrano in maniera plastica). L'ideologia del Movimento 5 Stelle, a quanto pare, punta a difendere questo stato di cose che provoca danni inenarrabili a fronte di privilegio per una piccola setta di privilegiati che stanno distruggendo il commercio normale e affossando le finanze pubbliche rapinando beni che sono di tutti e sfruttandoli economicamente non dando nulla in cambio.

Naturalmente non tutti gli ambulanti sono il male e naturalmente fiere, sagre, mercati rionali e rotativi in Veneto o in Lombardia non sono necessariamente paragonabili al racket e alla mafia che rappresenta l'ambulantato a Roma. Ecco perché sorprende l'incapacità di fare distinguo e la realizzazione di una manifestazione proprio a Roma e con il sostanziale appoggio del Movimento romano. I Cinque Stelle capitolini - in primis l'assessore Meloni, che in parte lo ha fatto, e il presidente della commissione commercio Coia, che invece non lo ha fatto per niente - avrebbero dovuto dire: okkay, la Bolkestein va adeguata alle caratteristiche della nostra economia, ma non dimentichiamoci che Roma fa storia a parte e qui nella Capitale l'applicazione della riforma va utilizzata come irripetibile occasione per riformare un settore che è un cancro della città".
Nulla di questo è stato proferito. Neppure un millimetro di questa lucidità è apparsa da nessuna parte. Solo cieca difesa degli atroci danni che questo ambulantato e questa gestione del patrimonio pubblico genera. Questi danni abbiamo provato a sintetizzarli in 9 punti. Che vi dimostreranno come se Malagò e Montezemolo rappresentano i poteri forti, la lobbies degli ambulanti (e di tutti coloro - balneari, cartellonari - che sfruttano il suolo pubblico), rappresenta i poteri giganteschi. Unica cosa da sottolineare: qui si parla solo di bancarelle regolari (così sono, purtroppo, quelle delle foto), non di vu cumprà o di banchi abusivi - che pure sono attratti dalle aree dove si affollano i regolari - che sono affare delle forze dell'ordine e non della direttiva Bolkestein.


1. DEGRADO
E' il primo punto e il più grave di tutti. A causa dell'ambulantato la nostra città è più brutta. La bruttezza crea danni sotto ogni punto di vista. Vivere in un luogo brutto ha conseguenze inimmaginabili. Abituarsi a bruttezza e sciatteria, tollerare la violenza verso i beni culturali, rappresenta un danno civico abnorme con cascami gravi in tutti gli altri settori della vita economica, della vita sociale, della vita personale e culturale della città. 

2. EVASIONE FISCALE
Non che il commercio tradizionale non sia affetto da questo tumore, ma il livello di evasione fiscale delle bancarelle non ha limiti e confini. Sono miliardi e miliari di euro sottratti all'erario. Soldi con cui si potrebbero dare servizi, scuola, università, manutenzione, sanità e che invece rimangono nelle tasche di chi non li versa. 

Qui sopra Viale Regina Elena e Stazione Ostiense irriconoscibili senza bancarelle grazie allo sciopero

3. TRAFFICO, INSICUREZZA STRADALE, SOSTA SELVAGGIA
Avete notato il dimezzamento del traffico oggi? Avete visto la differenza per le strade? Motivo? Semplice: le migliaia e migliaia di ambulanti romani erano in sciopero. Niente furgoni, niente camioncini in sosta selvaggia dovunque, niente semafori intasati da Fiat Ducato del 1977 a ammorbare il traffico. Tutto quello che invece succede regolarmente gli altri giorni. Per tacere poi i rischi per i pedoni (non sono passati in passato i morti) e la violenza verso i disabili. Siamo arrivati al punto che anche le vie di fuga delle stazioni metro sono intasate da decine di mutandari. In caso di attentato o di incendio nella stazione Flaminio della A o della stazione San Paolo della B voi utenti del trasporto pubblico dovete fare la morte del topo perché fuori invece di esserci lo spazio per farvi defluire in caso di emergenza, ci sono bancarelle e furgoni.

4. INQUINAMENTO
Voi dovete fare il tagliando, il bollino blu, l'analisi dei gas di scarico altrimenti vi fanno passare una nottata a Rebibbia? Nulla di tutto questo per gli ambulanti che girano con furgoni vecchi di trent'anni senza colpo ferire. Guardate, fateci caso: ogni bancarelle gira, come una chiocciolina, con la sua casetta fetente usata o come magazzino o come lurido spogliatoio per i clienti. Rigorosamente posteggiata in seconda fila e rigorosamente fuori norma. Moltiplicate il tutto per migliaia e migliaia e conteggiante quanto del traffico della città è dovuto a queste autentiche bombe ecologiche. Bombe ecologiche che non si accontentano di avvelenare le strade, ma che continuano a ammorbare il mondo anche da ferme. Chi, infatti, dà luce ad una bancarella piazzata in mezzo ad un marciapiede? Gli allacci della corrente elettrica non esiste e dunque via di gruppi elettrogeni. Fate caso: ogni bancarelle è affiancata da un puzzolente generatore di corrente a kerosene che rende i nostri marciapiedi un luogo da cui fuggire via, in cui stare il meno possibile. Ovvio poi che molti romani, anche per fare 300 metri, preferiscano la macchina. Sarà sempre così finché non renderemo i marciapiedi degli effettivi marciapiedi!

5. CONCORRENZA SLEALE
Noi non vi vogliamo dire niente. Parlate con qualsiasi negoziante che abbia di fronte al proprio negozio (di cui paga affitti monstre) e alla sua insegna (che costa tasse monstre) una bancarella di mutande e di pigiami o similia. Fatevi una passeggiata non in periferia ma a Prati, quello che dovrebbe essere l'unico quartiere europeo della città, e osservate. La merce alle bancarelle costa meno? Certo, senza pagare l'affitto, pagando tasse irrisorie per il suolo pubblico, evadendo il fisco e non pagando seriamente i collaboratori tutti sono capaci ad applicare al pubblico prezzi inferiori. La clamorosa crisi del commercio romano è dovuto a tanti motivi, uno tra questi e uno dei principali è la concorrenza sleale portata dalle bancarelle.
Con queste politiche, addirittura, gli enti locali si fanno addirittura concorrenza da soli. Per lo meno a Roma: i mercati rionali sono vuoti e piazze e marciapiedi sono piene di bidonville. Stare su strada costa talmente poco e rende talmente tanto che non sono si sono fatte fallire migliaia di negozi, ma si è mandato a ramengo anche il sistema dei mercati rionali. La Bolkestain è proprio l'occasione, invece, per spostare le licenze e permutarle con ad esempio quelle dei mercati, riempiendoli nuovamente di operatori che ne sono fuggiti.

6. LAVORO NERO
A rafforzare il punto 5, ecco il punto 6 sui contratti di lavoro. Basterebbe un controllo di questo tipo per far chiudere centinaia a centinaia di esercizi commerciali. Ma i controlli sulla regolarità dei lavoratori si fanno esclusivamente sul commercio tradizionale e sulla ristorazione, sull'ambulantato c'è libertà assoluta e impunita di lavoro nero e schiavitù diffusa.

7. INVESTIMENTI PERDUTI
Quanto costa in termini di investimenti questa immagine di città. Quante compagnie internazionali (quelle che pagano tasse vere, che fanno contratti di lavoro veri, che portano qualità vera) hanno rinunciato ad essere presenti a Roma dopo aver visto cosa è capitato a alla gioielleria Tiffany che a Viale Cola di Rienzo risulta invisibile perché seppellita dietro ad una coltre di bancarelle-favelas? Quanti miliardi (miliardi!) costa avere una città che respinge gli investimenti, che rifugge e umilia la qualità, che fa passare la voglia di intraprendere? E' qualcosa di incalcolabile. 

8. MANCATI INTROITI
In una città che va a pietire soldi al governo e che ha un bilancio in deficit oltre che un debito spaventoso come si fa a non capire che il primo bene da mettere a reddito è il suolo pubblico. Ogni singolo centimetro di territorio comunale deve essere messo nelle condizioni di rendere il più possibile, e dunque messo all'asta, messo a bando come vuole la Bolkestein. Oggi le bancarelle pagano cifre irrisorie, 1000 o 2000 euro all'anno: di fronte un negozio delle stesse dimensioni paga il doppio o il triplo di affitto. Sì, però al mese! Perché dunque il Comune non si fa pagare da chi occupa suolo pubblico cifre di mercato? Perché abbiamo paura di dire che il suolo pubblico lo può occupare chi offre di più e dunque chi garantisce un introito più alto possibile alle casse pubbliche e dunque al benessere di tutti quanti?

9. MERCATO CHIUSO \ ZERO MERITOCRAZIA
L'assenza di bandi non porta solo un appiattimento verso il basso della qualità (non c'è città al mondo dove le bancarelle vendono immondizie come a Roma), ma anche una grave chiusura del mercato. Oggi se volete aprire un ristorante potete farlo in maniera relativamente semplice, se volete aprire un progetto di street food (food truck, camion bar) non potete farlo, o potete farlo con dei limiti assurdi. Perché? Perché il mercato è stato monopolizzato da assurde oligarchie imprenditorial-criminali che hanno chiuso tutti gli spazi azzerando la concorrenza e impedendo alle forze giovani e di qualità di poter entrare. Lo spirito che anima la tanto temuta e mistificata direttiva Bolkestein è "basta discriminazioni"!

Pensare di mantenere lo status quo di questa corporazione medievale inesistente in altre città del mondo è semplicemente criminale. Non c'è altra ulteriore riflessione da fare. Ieri il Movimento 5 Stelle ha approvato in aula una mozione-truffa sul Cinema Aquila (leggete qui), oggi manifesta a fianco del racket bancarellaro, domani organizzerà un sit-in per la pronta liberazione di Carminati? Dove arriveremo con una amministrazione che considera "luridi" i privati e gli investitori seri e invece tutela la criminalità che si nasconde dietro alle bancarelle? Stiamo continuando a rendere questa città sempre meno appetibile per i capitali seri e puliti e sempre più comoda per gli arraffoni che da anni banchettano su uno stato che si fa depredare in cambio di qualche voto. 

E' naturale - lo stanno facendo in tutta Italia, d'altronde non siamo il Regno Unito e non abbiamo quella cultura di competizione e apertura che porta Londra ad essere la capitale del mondo e Roma ad essere una bidonville - che si cerchi di mitigare gli effetti della Direttiva e che si provi a tutelare un minimo gli ambulanti. Ma questo passaggio doveva comunque servire a riformare il settore, doveva essere utilizzato come scusa per spingere sulla qualità, spostare i posteggi fuori dalle zone di pregio, densificare i mercati rionali, liberare i marciapiedi, dare ossigeno al commercio tradizionale, far entrare una imprenditoria di qualità, valorizzare le eccellenze. Tutto questo viene meno se l'obbiettivo è soltanto accaparrarsi i voti degli ambulanti, dei balneari, dei cartellonari e delle loro famiglie.

Non sappiamo le altre città italiane - che comunque, da Nord a Sud, non sembrano affatto avere i nostri problemi - ma Roma di questo passo rischia di diventare una città di sole bancarelle e a commercio zero. Via via tutto il commercio tradizionale chiuderà e si riempiranno ancor più strade e piazze di orribili bancarelle. Chi amministra invece di fermare questa deriva e questo declino tifa per i protagonisti della stortura. Uno scempio politico inaggettivabile e tristissimo.

L'ultima di Berdini: "inefficienze&clientele romane le paghino tutti gli italiani"

27 settembre 2016
Bisogna dare atto a dispetto del ground zero della Giunta (pensate all'inconsistenza del nostro assessore al sociale, del nostro assessore al commercio...) che l'assessore Paolo Berdini non lascia nulla intentato per muoversi, fare ragionamenti, proporre visioni. 
Certo, la maggior parte delle prese di posizione sono modulate per soddisfare il proprio ego e per togliersi decennali sassolini e non per il bene della città (anzi, per il suo male!), tuttavia almeno Berdini ci dà modo di sentirci vivi, di aggrapparci ad un barlume di dibattito civico che dagli altri assessorati - che paiono imbalsamati in se stessi - non arriva. 

L'ultima dell'assessore comunista prestato alla giovane Giunta Raggi merita un rapido commento e non possiamo esimerci di farlo. Secondo Berdini, infatti, il Governo dovrebbe a questo punto sostenere Roma con un finanziamento di 4,5 miliardi di euro. 

Il calcolo della cifra deriva da un ragionamento che manco dal barbiere: "visto che col Patto per Milano il Governo ha scommesso 1,5 miliardi sul capoluogo lombardo, deve darne almeno il triplo a Roma visto che Roma ha il triplo degli abitanti". Una roba che farebbe ridere se non facesse tristezza. In primis perché Milano è un'area urbana in realtà un po' più grande di Roma e non certo più piccola o addirittura un terzo, in secundis perché il Patto su Milano parla di investimenti pubblici che vanno a corroborare la crescita e lo sviluppo di una città, non di assistenzialismo statale per tamponare inettitudine, incapacità e clientela.

E' importante riflettere su questa proposta perché tutto ciò rischia di essere la filastrocca dei prossimi mesi: "non possiamo fare nulla perché Renzi cattivo non ci dà i soldi e a Milano li dà visto che è governata dal Pd". 
Ovviamente in questo quadro è vero il contrario: il governo fa benissimo (e 1,5 miliardi è una cifra irrisoria se davvero si vuole andare a creare una città globale) a scommettere su Milano e altrettanto bene fa a guardarsi bene dal dilapidare risorse nel buco nero di Roma.

La richiesta di Berdini si basa su un assunto totalmente errato che sono anni (da tempi non sospetti) che confutiamo: l'assunto secondo cui a Roma mancano i soldi. Nulla di più sbagliato. Certo, la città non gode di trasferimenti pubblici generosissimi, ma le sue penurie finanziarie dipendono solo da lei stessa. 

Roma continua a rifiuarsi - e con questa amministrazione lo fa sempre di più - di farsi pagare i servizi che offre e di mettere a reddito i suoi cespiti e le sue risorse. Tutto è in abbandono, tutto è sostanzialmente gratuito (dal biglietto del bus alle multe che nessuno paga), e poi si vanno a chiedere i soldi al Governo.
L'eventuale finanziamento, dunque, servirebbe non certo a sviluppare la città, ma soltanto ad alimentare inefficienze, incapacità e clientele. Ribadiamolo con chiarezza: inefficienze, incapacità e clientele. 
Berdini insomma sta chiedendo a tutto il popolo italiano, all'imprenditore di Gorizia e all'agricoltore di Ragusa, all'impiegato di Novara e al negoziante di Lecce di mettersi le mani in tasca per pagare le sue clientele elettorali e quelle della sua parte politica. Per pagare il peloso quieto vivere di una città dove applicare le norme e efficientare la macchina è considerata cosa sovversiva. Già lo fanno (in virtù dei vari decreti salvaroma), Berdini gli chiede di farlo ulteriormente. 
Il nuovo Stadio della Roma: porta tanti soldi al Comune, ma è "irrilevante" e da ostacolare secondo l'amministrazione che poi chiede soldi al Governo

Tutto rimane in abbandono, tutto resta in gentile omaggio per i prepotenti, tutto è sfruttabile in cambio di nulla, tanto i soldi li chiediamo al governo. Li chiediamo agli altri italiani. Si tratta ovviamente di una proposta da rimandare al mittente con la massima durezza e speriamo che il governo abbia la lucidità di farlo.

Nel remoto 2013, molto prima della nomina di Ignazio Marino a sindaco, ipotizzammo una serie di aree dove il Comune avrebbe la possibilità di recuperare risorse a non finire, ma decide deliberatamente di non farlo pur di non pestare i piedi a lobbies, potentati, clientele elettorali.
Il rendering del masterplan per Via Guido Reni

Conteggiavamo, sempre per difetto, oltre 100 milioni l'anno in più da una riforma delle occupazioni di suolo pubblico (tavolini all'aperto); 60 milioni dalla riforma dei cartelloni che Ignazio Marino poi iniziò ma che nessuno sembra voler portare a termine; una 30ina di milioni l'anno dalla ripartenza del piano urbano parcheggi; 150milioni all'anno da un lavoro serio sulle multe; 45 milioni l'anno da una riforma dell'ambulantato e anche qui Ignazio Marino si era prodigato a iniziarla, ora è tutto insabbiato. Avevamo parlato di 75 milioni all'anno dal recupero dell'evasione sui mezzi pubblici; 25 milioni all'anno dalla riforma delle strisce blu che oggi hanno un assetto atroce dato da Alemanno; parlammo di 5 milioni\anno da una riforma delle pubbliche affissioni e di un incasso incalcolabile per un lavoro sul patrimonio immobiliare del Comune: anche qui poi, negli anni successivi alla pubblicazione di quell'articolo, Ignazio Marino si mosse soprattutto per quanto riguardava gli affitti delle case del comune e le spese clamorose sui residence, oggi si sta tornando indietro: i teatri vengono regalati al racket centri sociali invece che messi a bando e a reddito mentre non si contano le contestazioni sulla sacrosanta delibera 140 che finalmente puntava a togliere patrimonio pubblico a chi lo aveva ottenuto in omaggio. Conteggiammo infine 100 milioni da una nuova necessaria asta di licenze taxi che ovviamente nessuno vuole fare per non intaccare il proprio elettorato nei tassisti. 

Naturalmente da tutto questo ragionamento mancano tantissimi risparmi possibili e soprattutto mancano i progetti speciali. Per quanto riguarda i risparmi sugli sprechi si parla di "quasi un miliardo l'anno" e a parlarne non è Roma fa Schifo bensì Daniele Frongia, proprio lui, il nostro vicesindaco che nel suo libro ci spiega per filo e per segno come poter recuperare soldi da una città che preferisce lasciare i soldi nelle tasche delle clientele. Ma se il Vicesindaco ci spiega che semplicemente smettendo di scialacquare si potrebbe recuperare 1 miliardo all'anno (sostanzialmente risolvendo tutti i problemi finanziari della città), come può un assessore della stessa giunta permettersi di batter cassa al governo per 4,5 miliardi? Le due cose non stanno insieme.
Se dichiari che ci sono 1 miliardo di sprechi e poi chiedi i soldi al governo stai ammettendo implicitamente e manco tanto implicitamente di non essere all'altezza di aggredire quegli sprechi. Peccato che tu sia stato eletto esattamente per quello!

Mancano poi, come detto, i progetti speciali. Le grandi iniziative urbane che permettono di incassare denari sonanti inaspettati e non prevedibili a regime. Progetti come le Olimpiadi (stoppate, avrebbero portato circa 2 miliardi) il Nuovo Stadio della Roma (continuamente ostacolato da Berdini, produrrebbe 400milioni di euro a vantaggio del Comune), come lo sviluppo delle caserme di Via Guido Reni (bloccato!), come la trasformazione urbana alla ex Fiera di Roma (ben impostata dall'amministrazione precedente e devastata e resa probabilmente impraticabile economicamente da questa) generano risorse aggiuntive rispetto al bilancio standard. E' grazie a queste risorse aggiuntive, recuperate in virtù di concessioni date a costruttori, developer, immobiliaristi, che le città di tutto il mondo riescono a stare in piedi. Da Londra a New York.

Roma ha in se tutte le possibilità di mettere in salvo i propri conti. Basta volerlo, basta attuare delle politiche in quel senso, basta smetterla di blandire e allisciare il pelo a mafiette e clientele elettorali, basta convincere chi li fruisce che i servizi si pagano (in funzione del proprio reddito, beninteso), basta piantarla di considerare "luridi" (come questa amministrazione fa giorno dopo giorno, testualmente) i privati che vogliono investire per migliorare la città (a Torino Chiara Appendino, guardate il suo Facebook, li chiama "imprenditori illuminati") e creare ricchezza, lavoro e pagare tasse per far stare in piedi le finanze pubbliche
Finché la capitale non cambierà totalmente prospettiva e non inizierà a ragionare con la stessa impostazione operativa di tutte le altre città occidentali l'unica sua prospettiva seria e credibile sarà il default e il fallimento (sociale, morale e culturale, non solo finanziario). 
Cercare di evitarlo chiedendo di essere ulteriormente foraggiati dal governo può essere considerata solo una provocazione ("Con quale faccia?" si chiede giustamente il Corriere della Sera) non certo un progetto politico o un motivo di polemica e contrapposizione tra Città e Governo. Qualsiasi iniezione di denaro, senza prima un serio progetto di efficienza amministrativa, morale e politica, potrà avere solo l'esito di alimentare e peggiorare le inefficienze, le mafie, le incapacità diffuse e le squallide clientele elettorali. 

Al tuo elettore gli regali la casa, eviti di sgomberarlo, gli offri i trasporti pubblici gratis e fai a meno di fargli la multa quando posteggia male, ma i conti di tutte queste cose - che qualcuno deve pur pagare - li mandi al resto dei cittadini italiani. Non c'è modo migliore per far odiare la nostra città al resto del paese. 

Un progetto politico forsennato che deve umiliare qualsiasi cittadino per bene. 

Video. Attenzione. Dopo periodo di relativa calma gruppi di ladre di nuovo a Colosseo

26 settembre 2016
Fate attenzione perché, dopo mesi di relativa calma, le ladre cercano di riappropriarsi della stazione Colosseo. Ieri erano lì di nuovo con i loro borsoni grandi, flaccidi e vuoti ad attaccarsi ai turisti che salivano sui treni. 

Abbiamo avvertito i militari di guardia all'ingresso della stazione e subito sono intervenuti chiedendo loro le generalità e perquisendo i borsoni; poi hanno contattato i Carabinieri per consegnarle. 

Quando le vedete, avvertite subito i militari: loro (a differenza della maggior parte dei vigilantes e dei funzionari Atac) vi ascoltano attentamente e intervengono subito. Li ringrazio: per la prima volta mi sono sentito in una città europea...
Paolo

*Caro Paolo,
e per fortuna che ancora c'è la super-sicurezza stanziata per il Giubileo. Pensiamo cosa succederà sotto la metro quando i presidi, tra poche settimane una volta finito l'Anno Santo, spariranno... Perché quei militari, purtroppo, non sono lì in modalità fissa, sono lì temporaneamente. Speriamo che nel frattempo l'Atac e l'amministrazione comunale riesca a trovare il mondo per far lavorare i vigilantes. Perché il problema è tutto lì...
-RFS

"Le Olimpiadi non convengono e portano solo debiti". Analisi di una stronzata

25 settembre 2016
"Le Olimpiadi e i grandi eventi in generale non convengono economicamente e lasciano debiti a chi li organizza". Finché ragionamenti del genere sono proposti da uomini politici scadenti, finché impostazioni simili sono portate avanti dalle orde di fondamentalisti della politica di questo o di quell'altro schieramento ci si può anche stare: fa parte della propaganda, del populismo, della demagogia. Malattia che sappiamo bene di avere e che gestiamo come cronica.

Diverso è quando idiozie di tal fatta vengono divulgate da intellettuali seri, stimati, terzi, equilibrati. Personalità che in tutti i settori si esprimono con misura e guardando davvero i dati e che invece quando si tratta di questioni a così alto quoziente di visibilità si lasciano prendere dal fascino masochista del no all'italiana. 

È ovvio che vedere grandi aree urbane che per organizzare due banali settimane di gare sportive si sottopongono a anni e anni di cantieri, progetti, investimenti, rischi giudiziari e sacrifici economi possa apparire stupido. È altrettanto ovvio che guardare il mero conto economico di queste manifestazioni non possa che far ricavare numeri in rosso. Ancor più ovvio però - una onestà intellettuale che nessuno ha dimostrato, una lucidità intellettuale che non è palesata neppure dei più accesi fautori delle Olimpiadi - è considerare che se il piatto della bilancia delle "uscite" è facilissimamente misurabile (e quasi sempre esorbita le previsioni), il piatto della bilancia delle "entrate" non lo è affatto. Quello che vogliamo dire è che risulta impossibile conteggiare quanto un grande evento di portata globale fa "guadagnare" alla città o al paese che lo ospita. È semplicemente impossibile fare il computo. Impossibile. Chi lo fa (e appunto spiace che lo facciano anche persone serie, magari citando una ricerca dell'Università di Oxford che analizza i grandi eventi dal 1999 indietro!) compie un atto di disonestà intellettuale fuor di misura.

In questi giorni abbiamo sentito gente che si è permessa di considerare le Olimpiadi Invernali di Torino 2006 come un episodio negativo. Come un mattoncino da aggiungere al muro dei "no". Si tratta di una sciocchezza irricevibile e profondamente ingiusta. Gli anni di preparazione ai Giochi (dal 1999 in poi) hanno significato per Torino un percorso di rivoluzione civica insperata. La città ha cambiato approccio, ha cambiato passo, ha cambiato mentalità, si è data un obbiettivo, una prospettiva, un orizzonte, una speranza. Ha riformattato il proprio ruolo in Italia e in Europa. Dire che le infrastrutture realizzate all'epoca (la metropolitana, il nuovo aeroporto, gli svincoli, le strutture olimpiche oggi riutilizzate) stanno dando benefici alla città anche oggi e che ne daranno per i prossimi decenni è dire una banalità. Meno banale è invece notare come quel cambiamento di luce negli occhi dei cittadini, quella nuova impostazione urbana fatta di sguardi, di idee, di decoro urbano e nuovi alberghi e nuovi ristoranti - nata grazie a quello stimolo - ha effetti difficilissimamente collegabili al terrificante "grande evento", ma ovviamente derivanti (anche) da quello. Nell'estate del 2016, a dieci anni dai Giochi Invernali, Torino ha segnato il record di turismo (mentre Roma continuava a perdere posizioni). La città oggi è attrezzata per accogliere, per organizzare, per la convegnistica, per la cultura: è su determinate partite assolutamente credibile (cre-di-bi-le!) a livello internazionale e nazionale. È un luogo nello scacchiere mondiale delle destinazioni turistiche e di business. Viceversa non lo sarebbe stato, non lo era negli anni Novanta quando viveva una crisi di identità clamorosa. 

Quanto vale tutto questo? Chi lo misura? Chi lo mette sul piatto di quella bilancia di cui parlavamo prima? Chi indaga su cosa sarebbe successo senza quel fondamentale stimolo di dieci anni fa? Quanto peso ha una pista di bob abbandonata (di ciò si è parlato in questi giorni, chi lo ha fatto dovrebbe vergognarsi) a fronte di tutto questo? Quanto sarebbe costato conferire a quella città  - la terza più importante città del paese - quello stesso stimolo investendo su altro e non su un grande evento? Sarebbe costato di più o di meno? E quali risultati avremmo avuto? Quale è il valore monetario dell'uscire dalla depressione, del darsi un obbiettivo di medio periodo, del lavorare assieme come comunità urbana per raggiungerlo?

E quanto vale tutto questo - pensate sempre a Roma - quando sei in una condizione di crisi, di declino, di depressione? Quanto vale tutto questo quando la tua immagine è distrutta e devi recuperare posizioni? 

Ovviamente il nostro parere è che il valore di tutto ciò sia incommensurabile, mille volte più grande del miliardo, dei due miliardi, dei tre miliardi (comunque facilmente evitabili) di debiti che può lasciare un grande evento. Sottolineiamo che non solo per un bilancio come quello dell'Italia - le Olimpiadi le paga lo Stato, non il debito della città - queste cifre anche qualora ci fosse un ammanco rappresentano una percentuale irrisoria, ma ricordiamoci anche che è anche per questo che paghiamo tasse altissime. Le paghiamo affinché il nostro stato abbia dei margini di spesa per fare degli investimenti che abbiano un ritorno di lungo periodo, per scommettere sul futuro, per dare una visione e una prospettiva ai cittadini: non soltanto per fare manutenzione dell'esistente. 
Tutto questo raddoppia se non triplica il proprio valore in un paese dove una burocrazia folle e ancora non riformata obbliga ai grandi cantieri percorsi accidentati che vengono semplificati esclusivamente in presenza di grandi progetti nazionali. In definitiva la Metro D di Roma, o la Linea 1 di Torino o la M5 di Milano le puoi fare anche senza Olimpiadi, senza Giochi Invernali o senza Expo2015. Ma sicuramente le potrai fare con una velocità inferiore e a volte senza quelle indispensabili scorciatoie burocratiche che ti fanno perfino passare la fantasia di farle o addirittura perdere i necessari finanziamenti. È la realtà dei fatti e anche questo è un valore enorme che pesa sul famoso piatto delle entrate.

Tutto questo raddoppia se non critica il proprio valore in un paese bravissimo nelle sfide con l'acqua alla gola, ma pessimo nella programmazione quotidiana e nella pianificazione organizzata. Fuggire dalle sfide, che sono l'unica cosa dove siamo eccellenti, ha solo un nome: autolesionismo.

Abbiamo citato Expo2015. Qui siamo proprio all'apoteosi del nostro ragionamento. Lo stato ha speso alcuni miliardi (lo zero virgola zero qualcosa del proprio bilancio annuale, solitamente impiegato su partite tra l'altro molto meno avvincenti) e magari ci sono stati alcuni milioncini di ammanco? E allora? La scuola forse è in utile? La sanità forse è in utile? L'università forse è in utile? Sono investimenti per la crescita del paese: si spendono i soldi delle tasse per migliorare le cose e non ci aspetta certo un ritorno immediato. Grazie alle nostre tasse il nostro stato ha potuto organizzare un evento che ha costituito uno stimolo tale per la città ospitante che oggi, per la prima volte nella storia della nazione, consente all'Italia di avere una metropoli internazionale spendibile, credibile, rispettabile. Non era mai successo prima e tutto è capitato grazie ad un grande evento. Il ricasco negli anni successivi è e sarà straordinario. Milano ha cambiato la propria temperatura civica, è una città che dopo quel passaggio non ha paura di nulla, non si pone limiti, si propone come una delle capitali d'Europa in maniera seria per la prima volta nella sua storia. Per la prima volta da quando è stata fondata. Quanto vale tutto questo? Quanto è pietoso vedere, rispetto a ciò, la gente che va a controllare il bilancio economico della manifestazione con la bava alla bocca. Il "bilancio"? Ma come si può analizzare il bilancio di un evento che avrà cascami positivi per vent'anni o per cinquanta? 

Si è ottenuto il risultato di cambiare la testa dei milanesi; modificare il modo con cui centinaia di migliaia di persone guardano alla vita. Questo è il presupposto a qualsiasi successivo sviluppo sociale! È costato alcuni milioni di euro? Quanto sarebbe costato farlo in un'altra maniera? E quanto sarebbe stato il costo di non farlo? 
Nel maggio del 2015, a margine dell'apertura di Expo, un gruppo appartenente al racket dei centri sociali e dei mivinenti antagonisti manifestò a Milano devastando la città. Il giorno dopo migliaia di milanesi scesero in strada capeggiati dal Sindaco Giuliano Pisapia e pulirono tutto con le loro mani dando una lezione incredibile all'Italia e al mondo. 10 o 15 anni prima tutto questo sarebbe stato impensabile. Quante decine di miliardi vale sviluppare l'orgoglio dell'appartenenza ad una comunità? 

Attenzione: è successo anche a Roma, per il Giubileo del 2000. O vogliamo criticare quel grande evento anche? La città - anche se il disastro attuale ce lo ha fatto dimenticare - ha avuto una crescita clamorosa sotto ogni punto di vista e ha vissuto il suo miglior decennio dal punto di vista del turismo, della qualità della vita, dell'accoglienza, dell'offerta culturale, della progettualità nella decade 1998-2008: dopodiché sono arrivati Alemanno e Lehman Brothers. Ma quanto valgono 10 anni di benessere civico contrapposti a eventuali 10 anni di depressione, declino, tristezza, povertà e recriminazioni? 

Non credete a chi vuole mettere a bilancio la felicità, la gioia, la prospettiva di migliorare, l'ambizione, la progettualità, la voglia di fare, il rispetto del prossimo, il senso dell'accoglienza, il piacere della crescita e dello sviluppo. Non riusciranno mai a conteggiarle e dunque - come stanno facendo in questi giorni - le conteggeranno in bilancio con una cifra pari a zero. Sono considerate zero a Torino, zero a Milano, sono state considerate zero a Roma, altrimenti non si sarebbe potuto dire di no alla candidatura Olimpica. 
Parlare con un amico di Milano o di Torino che quindici anni fa ti diceva "guarda come è triste la mia città" o oggi ti spiega "guarda quanto è bella la mia città" non è conteggiabile nei bilanci dei grandi eventi, ma anche i grandi eventi - assieme a mille altri interventi - innescano processi virtuosi di questo tipo che cambiano il volto alle città e la testa ai cittadini che le abitano. È l'esatto motivo per cui esiste una cosa bellissima, come diceva il compianto ministro Padoa Schioppa, che si chiama "pagare le tasse". Ovvero togliersi qualcosa di proprietà per dare alla collettività. Privarsi di qualcosa oggi affinché tutti possano beneficiarne domani.

Bypassare questo ragionamento è semplicemente disumano e non ha nulla a che fare con la civiltà occidentale evoluta. E la ricorrente l'obiezione secondo cui "eh ma tante altre città rinunciano" è smontabile in poche parole: chi rinuncia è perché non ne ha bisogno! Chi rinuncia è perché valuta - giustamente - di non aver necessità in quel preciso momento storico di quello stimolo. Non ne ha bisogno Amburgo, non ne ha bisogno Stoccolma, ne può tranquillamente fare a meno Boston.
Torino nel 2006 ne aveva estremo bisogno e lo stimolo è stato dato: tutti in Italia abbiamo fatto un sacrificio ma oggi abbiamo una città credibile che ancora trae immensi benefici da quel sacrificio collettivo.
Milano nel 2015 ne aveva estremo bisogno e lo stimolo è stato dato: tutti in Italia abbiamo fatto un sacrificio ma oggi abbiamo una città leader nell'occidente che, se saprà giocarsi la partita al meglio in questi anni, potrà dare soddisfazioni al nostro paese per decenni e decenni uscendo da una crisi d'identità decennale e trainando parte del paese con se.
Roma ha bisogno in questi anni di uno stimolo ancor più di quanto non ne avessero bisogno Milano e Torino messe assieme, ma si è deciso di tenerla relegata nella depressione, nella tristezza, nella umiliazione civica, nella povertà, nella bruttezza e nel declino. Priva di qualsivoglia spinta e slancio civico, morale, economico, sociale. Tutto questo a consuntivo avrà un costo reale - anche qui purtroppo difficilmente misurabile - molto di più elevato dell'eventuale mero ammanco finanziario non di una ma di dieci Olimpiadi. 

Come evitare i crolli tipo quelli di Ponte Milvio? Semplice: demolendo le palazzine prima

24 settembre 2016





Dicono tanti lettori via email: "perché non parlate del crollo a Ponte Milvio"? E cosa dobbiamo dire ancora oltre a quello che ripetiamo come deficienti da anni? In tutte le città occidentali, civili, evolute si procede ad una continua situazione edilizia. Incessante. Questa sostituzione tra l'altro è causa di ricchezza e prosperità per la città stessa. Ma consente, inoltre, di rendere il costruito sicuro, aggiornato in termini estetici (a Londra le case dove la gente vive sono per lo più case del 2016, non residuati bellici degli anni Sessanta o Settanta) e adeguato in termini di consumi.

Si buttano giù le case vecchie (ovviamente salvaguardando la piccola percentuale di costruito che ha un valore artistico, storico e architettonico) e si edificano case nuove: più sicure, più belle, che consumano enormemente meno energia per essere riscaldate o refrigerate. Il cemento armato, peraltro, ha una scadenza per certi versi più stringente di un vasetto di yogurt.

A Roma però per dar seguito alle nostre folli ideologie, per soddisfare l'ignoranza diffusa e la paura codarda, per blandire e non infastidire i cervelli marci che popolano questa città e che ne costituiscono - loro sì - il vero potere forte, quello che è normale in tutto il mondo è considerato speculazione edilizia. Ogni palazzo nuovo, aggiornato, bello, che sostituisce la immondizia edilizia che sfregia la città è chiamato "colata di cemento" quando non "cattedrale nel deserto".

Per capire questo processo assolutamente malato, autolesionista e impensabile in qualsiasi altra città del mondo, rileggetevi questa storia (con altrettanto interessante postilla qui) sulla zona di Ponte Milvio che abbiamo pubblicato qualche tempo fa. E' semplicemente emblematica.
Ovviamente questa impostazione mentale ridicola e assurda è stata abbondantemente cavalcata dai palazzinari. Una categoria che non esiste in altre città nelle conformazioni in cui esiste a Roma. Una categoria che avrebbe potuto esistere solo a Roma e avrebbe potuto prosperare solo in presenza di questa civilizzazione e di questa mediocre e imbarazzante cittadinanza. Per non disturbare i benpensanti e non procedere a normali demolizioni-e-ricostruzioni come accade in tutto il mondo, si è preferito costruire nell'agro, sulla campagna, divorando ettari di prestigiose aree verdi, riserve naturali, pascoli incontaminati e biologici e terreni agricoli fertilissimi e di prim'ordine.

Ovviamente demolire un mostruoso palazzo del Tuscolano, smaltire i detriti, edificare al suo posto qualcosa di migliore, magari firmato da un architetto di qualità, in classe energetica e con dotazioni tali da giustificare il premio di prezzo ha un costo molto maggiore di comprare terreno agricolo allo sprofondo senza servizi ne trasporti, a due spiccioli, ottenere poi un permesso per costruire e edificarci nuova immondizia urbanistica come quella che trovate dovunque a Roma in quello che è perfino improprio chiamare hinterland perché hinterland non è bensì favela. E infatti così è andata.
Roma in realtà avrebbe bisogno, con modalità diverse dal Piano Casa di Renata Polverini, di una enorme operazione di sostituzione edilizia. Le case vecchie vanno buttate giù e bisogna costruirne di nuove al loro posto, magari premiando in termini di cubatura chi in cambio però costruisce con criterio, con qualità, in classe energetica alta, con crismi anti sismici e restituendo una parte del guadagno alla collettività in termini di oneri di concessione.

Un'operazione capace - se sfrondata di burocrazie atroci - di smuovere perfino il pil nazionale, non solo quello romano. Posti di lavoro a decine di migliaia e immense ricchezze nelle casse del comune: non si fa solo per stupidità, tara mentale, ideologia, demagogia, populismo. Non c'è altro motivo, credeteci.

Finché quello che accade in tutto il pianeta terra qui verrà considerato come stranezza da evitare il più possibile, le palazzine continueranno a crollare (tanto più ora che il costruito degli anni del boom sta arrivando alla fine della sua "età naturale") e allo stesso modo continuerà a fare la nostra economia.

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