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Software libero per il Comune? Ci risponde l'assessore Marzano. E noi controreplichiamo

30 ottobre 2016
Flavia Marzano, assessore alla Roma Semplice, ha risposto alle nostre osservazioni su alcune sue delibere con un video. La ringraziamo della considerazione e a nostra volta replichiamo a quanto detto.

Dice la Marzano in un lucido video
“Il lavoro si paga: questo lo vogliamo ribadire e confermare a scanso di equivoci.”
“Il lavoro si paga e nella Pubblica Amministrazione ciò avviene all’esito di procedure aperte, trasparenti e competitive.”
E qui arriva il primo dubbio, basta andare un po' indietro nel tempo.  Leggiamo il primo atto di Flavia Marzano: la Deliberazione n. 7 del 3 Agosto scorso.
Nella delibera Roma Facile dedicata alla digitalizzazione della città si legge che questo avverrà attraverso “un avviso pubblico rivolto agli operatori economici che intendono allestire i punti di accesso assistito presso le loro sedi, con strumenti e risorse proprie senza corrispettivi e/o rimborsi, sfruttando il ritorno di immagine dell’iniziativa a cui intendono partecipare".

Sempre nella stessa delibera vediamo che un ulteriore avviso di partecipazione a questa digitalizzazione  (sempre aggratise) è diretto ai  giovani volontari e associazioni no profit.
Altro che Lorenzin con il noferitility day, sappiano i giovani che vogliono lavorare con Roma Capitale che devono lavorare gratis, mentre i cittadini che vogliono vincere una gara devono mettere direttamente loro i soldi e tutto il resto.

Roma ha visto di tutto in questi ultimi 50 anni, ma nemmeno nei tempi più oscuri della giunta Alemanno si è chiesto ai cittadini di partecipare a gare e di mettere loro i soldi ed ai giovani volontari di lavorare gratis onestamente. Chiaro che la assessora fa con quello che ha (e probabilmente ha poco o non ha nulla), ma insomma non sarebbe meglio ammetterlo?


Sempre nello spirito di cui sopra la Marzano, a proposito invece della Deliberazione n. 55 (quella sul software libero) dice “Nessuno in questa Amministrazione ha pensato di affrontare migrazioni a costo zero”. E poi “Altra cosa: nessuno, tanto meno questa Amministrazione, ha pensato di demandare la formazione di migliaia di dipendenti al volontariato”.

Abbozziamo allora un fact-cheking a quello che dice l’Assessora.

Leggiamo cosa c’è scritto nella Deliberazione 55.
L’Amministrazione ha deciso “di coinvolgere, a titolo gratuito e senza alcun onere a carico dell’Amministrazione Capitolina, le realtà esperte di software libero per agevolare la migrazione verso tale tipologia di software e svolgere iniziative mirate alla formazione del personale dipendente”.
Questo passaggio non ha fatto saltare sulla seggiola solo noi, ma ha portato sui social specializzati un coro di critiche all’Assessora: tutti gli addetti ai lavori si sono accorti che c’è scritto proprio quello che l’Assessora ora nega apertamente.

Ma Marzano ci chiede nel video di farle le pulci e noi non ci tiriamo indietro ovviamente.
Il lavoro si paga, dice la Marzano.

Probabilmente l’Assessora si riferisce ai costi associati all’attività dell’assessorato di cui è titolare.
Mentre infatti con le Delibere 7 e 55 chiede ai giovani volontari e ai fornitori di lavorare gratis per Roma, dall’altra parte attraverso una serie di delibere sul personale impegna per il suo staff composto da 4 persone la somma di 300 mila euro annui, a cui si assommano 67 mila euro per se stessa.
Per avere un termine di paragone con altre strutture di Roma Capitale, basta dire che da sola la Marzano per sé e per il suo staff ha impegnato in pratica quanto viene riconosciuto a tutti i consiglieri Comunali di maggioranza che sono 29, i quali  prendono (se riescono a seguire tutte le Commissioni, il che è impossibile) circa 1500 euro al mese.

La media dei rimborsi per ogni consigliere comunale va dai 900 ai 1300 euro mensili. Consiglieri Comunali che poi non spendono in collaboratori esterni, così come fanno le Commissioni dell’Assemblea Capitolina.
Il Movimento 5 Stelle infatti ha deciso, in un giusto sforzo di moralizzazione della cosa pubblica, di impiegare negli uffici di staff delle Commissioni dell’Assemblea Capitolina solo soggetti provenienti dalla stessa Amministrazione Capitolina, non gravando così sul bilancio della Capitale per stipendi già presenti nella stessa Amministrazione. E stiamo parlando di decine e decine e decine di persone.
Come è possibile una diversità di questo tipo? Come mai agli assessori (ovviamente non solo alla Marzano) è permesso di avere costi di gestione così alti e di assumere amici e collaboratori senza passare da una fase seria di validazione e di analisi?

Ma veniamo alla seconda parte del video dell'Assessore Marzano, quella relativa all’oggetto delle repliche alle nostre osservazioni.
“Roma passa al software libero”? Le cose non stanno proprio così. Roma non va da nessuna parte,  almeno sino al 2019, dal momento che la stessa Capitale ha acquistato, anche di recente, 14000 licenze software da un fornitore valide sino al 2018 e in nessun caso Roma può derogare a questo contratto.
Semplicemente perché per acquistare queste licenze (e per avere condizioni di favore) la città ha stipulato un contratto con chi le fornisce con numeri e sconti legati all’effettivo acquisto delle licenze, con penali che dovrebbero essere sostenute da Roma Capitale. Penali molto elevate.
Qualsiasi scelta diversa dovesse fare Roma Capitale prima del 2019 si scontrerebbe con quanto già pagato e con le penali di cui sopra, e Roma non potrebbe spendere nemmeno un euro per impiantare a pagamento sistemi alternativi.

La Marzano lo sa perfettamente.

Il software libero è una cosa seria, talmente seria che prima di poter solo pensare una trasformazione di questo tipo occorre un'analisi di impatto molto rigoroso, facendo fronte a scenari fortemente critical (a cui la città di Roma è del tutto impreparata) che devono prima di tutto comportare una valutazione della assoluta necessità di effettuare questi interventi

Per effettuare questa migrazione ad esempio i costi sono elevatissimi, sia in termini di formazione del personale, a prescindere di chi lo farà e quanto verrà pagato per farlo,  ma anche per il pagamento delle ore di formazione del personale  extra orario lavorativo nonché per il costo di sostituzione del dipendente pubblico impiegato nella formazione stessa.

A tacere ovviamente della alfabetizzazione informatica necessaria nel personale dipendente
Quali possono essere i tempi? il Comune di Monaco di Baviera ci ha messo più di 4 anni.
E’ facile ipotizzare che una città con 23 mila dipendenti (più altri ventitremila nelle partecipate)  possa compiere questa attività in non meno di 7 anni, calcolati ovviamente dal momento in cui la migrazione sarà possibile, ovvero dal 2019: parliamo dunque del 2026.
I benefici nel lunghissimo periodo potrebbero esserci così come potrebbero portare invece ad una schiavitù dei consulenti esterni ed a possibili fenomeni di blocco dei servizi legati alla interoperabilità tra sistemi diversi.
Banalmente un software libero non legge un applicativo proprietario e l’inverso.
La migrazione al software libero rende forse l’ente libero dal cosiddetto lock in (schiavitù)  del fornitore di licenze, ma non da quella della manutenzione  e dalla necessaria presenza retribuita di chi fornisce il software libero e di chi ha effettuato la formazione.
Attività che deve esser svolta da consulenti che vorranno essere pagati, e molto bene, soprattutto quando avranno in mano le chiavi dell’Amministrazione.

Roma ha più di duecento sistemi di protocollo diversi, per dirne una basterebbe un “complotto delle stampanti”, che non dialogano con il software sviluppato da un fornitore a causa dei driver standard che non funzionavano con il software libero e interi settori della città sarebbero completamente paralizzati. Con costi di ripristino enormi. Insomma quello che è  accaduto al comune di Napoli quando ha tentato di passare al software libero (salvo tornare indietro di corsa così come hanno fatto Pesaro e Bolzano).
Pensiamo ai servizi anagrafici e di certificazione amministrativa. L’impatto organizzativo sulla città potrebbe beneficiarne così come il tutto potrebbe essere devastante.

Di tutto ciò non c’è traccia negli atti di deliberazione e negli interventi pubblici di Flavia Marzano.
Noi di Roma fa Schifo suggeriamo alla Marzano di dedicare meno tempo ai social e più tempo alle delibere vere dove c'è scritto quando e con quali soldi presi da dove, non a quelle di indirizzo (che risultano essere oggi due) od alle memorie di giunta che contano come il due di coppe quando regna bastoni.

Il bluff del software libero e la rivoluzione informatica a budget 0 del Campidoglio

22 ottobre 2016
I cittadini romani hanno qualcosa di cui preoccuparsi in più rispetto a tutto il resto. Non che fino ad ora siano mancati motivi per drizzare le antenne, anzi, ma sta succedendo qualcosa che merita forse un po' di attenzione in più.
Con la delibera n.55 del 14 ottobre 2016, la Giunta ha delineato una strategia digitale che definire allucinante è dire poco. 

L'amministrazione vuole migrare i 60mila dipendenti del Campidoglio su software open source. L'iniziativa, lo diciamo subito, sarebbe positiva. Per chi non capisce molto di queste cose un po' nerd, semplifichiamo: i software si dividono sostanzialmente in due categorie: proprietari e open source. Ciò significa che se in una azienda viene installato un software proprietario, il "motore" di questo software appartiene all'azienda che l'ha inventato, su cui ha investito. Quindi devi pagare una licenza per usarlo, e questa licenza costa un sacco di soldi. Sopratutto per una grande azienda, quale il Campidoglio ovviamente è. Attualmente a Roma si usa SAP, uno dei software gestionali migliori al mondo. 

Poi ci sono gli open source. In questo caso, il "motore" non è "di proprietà" di qualcuno, come nel caso della multinazionale tedesca SAP, ma è aperto, condiviso con la comunità. Ciò significa che può essere acquisito gratuitamente, senza pagare una licenza, senza essere legati ad alcun diritto commerciale o di altro genere nei confronti del fornitore. Può essere modificato e personalizzato senza chiedere permessi o senza doversi affidare per forza a "partner" distribuiti sul territorio, che hanno un contratto con SAP e operano in base a precisi criteri nonché tariffe.

L'amministrazione Raggi, insomma, vuole cambiare il mondo informatico della Capitale e passare all'open source. Tutto bene. Anzi, molto bene: con il software libero si risparmiano un sacco di soldi di licenze e il fatto che sia disponibile alla comunità gratuitamente contribuisce al progresso, alla diffusione della conoscenza, senza arricchire nessuno (sempre che ciò sia visto come un male, ma questo è un altro discorso!).
Rimane il fatto che un conto è acquisire questi software liberi, un conto è personalizzarli, installarli, farli funzionare realmente.
Immaginate che compito titanico sia cambiare il software sui cui gira il Campidoglio, con la sua contabilità, con i suoi sistemi di gestione delle risorse umane, con tutte le sue partecipate... un incubo! Una roba da far tremare le vene ai polsi, qualcosa per cui servono competenze stellari, professionisti di livello altissimo. In ogni caso una bella sfida.
Ovviamente, non si può correre il rischio che la migrazione sia fatta alla carlona, che il sistema si intoppi bloccando la città più di quanto non lo è già, che ci sia una perdita di dati o infiltrazioni di hacker durante la migrazione dal vecchio al nuovo sistema. Tutto ciò potrebbe esporre dati coperti da privacy o da segreto istituzionale e via dicendo. 
Ma quindi dov'è il problema? Il problema risiede nel fatto che l'amministrazione ha intenzione di portare a compimento questa migrazione... aggratis!

Se non ci credete, leggete voi stessi, a pagina 4, i 5 commi in cui è redatta la delibera. E concentratevi sul n.2, dove si scrive che l'amministrazione vuole "coinvolgere, a titolo gratuito e senza alcun onere a carico dell’Amministrazione Capitolina, le realtà esperte di software libero per agevolare la migrazione verso tale tipologia di software e svolgere iniziative mirate alla formazione del personale dipendente".

A parte la totale inconsistenza programmatica e la totale assenza di un impegno vincolante (i termini promuovere, agevolare, organizzare, proporre sono sempre utilizzati dalla vecchia politica per non fare niente e dare l'impressione di governare), ciò che deve farci tremare oggi è la prospettiva che si voglia intraprendere un grande ed epocale progetto informatico che coinvolgerà milioni di cittadini e 60mila dipendenti senza pagare i professionisti che devono fisicamente realizzarlo. Quando tutti sanno che il software open source è sì gratuito in quanto tale, ma richiede molte più competenze di set up proprio per questo. Peraltro, spesso, rendendo praticamente nullo il risparmio ottenuto sulle licenze.

Software libero non significa "lavorare gratis", perché l'acquisizione del codice sorgente è sì gratuita, ma non è gratuito il lavoro di intere aziende e corposi team di informatici che poi sulla base del codice sorgente elaborano, installano e perfezionano sistemi "cuciti" addosso alle esigenze del cliente. L'amministrazione grillina vuole invece che le "realtà" romane esperte di software libero prestino il loro tempo e le loro competenze a titolo gratuito. Pubblicando una delibera che punta a cambiare il mondo, ma senza stanziare un centesimo di budget. Tutto ciò è deprimente se non altro per due motivi.
Il primo è etico: in tempi di disoccupazione giovanile dilagante si vuole che professionisti di livello prestino le loro competenze, assommate dopo anni di duro lavoro, fatica, impegno e studio, senza essere compensati. Nemmeno con un rimborso spese! 
Il secondo è politico-giuridico: chi si prende la responsabilità dei probabili incidenti di percorso in una migrazione tecnologica di questo tipo? Chi risponde legalmente se dovesse verificarsi una perdita di dati, un'infiltrazione di hacker, un blocco del sistema che manderebbe in tilt interi settori dell'amministrazione? Quando paghi un servizio, paghi anche la responsabilità contrattuale che il fornitore ti deve garantire. Anche in tribunale, se del caso.

A Roma no. A Roma si vuole mettere in mano a qualche fricchettone, a titolo gratuito, il futuro dei sistemi informatici della città. Questa è la trasparenza, questa è la serietà che il M5S vuole mettere in campo.
E' evidente che aggratis saranno solo i peggiori a dedicarsi al progetto. I migliori, infatti, non hanno tempo da perdere con dei dilettanti allo sbaraglio, sono pieni di lavoro e sono per fortuna ben pagati. 
Ed è evidente che al primo crash, chi presta opera gratuitamente farà spallucce e dirà "ao, ma lo faccio aggratisse... che pretendi?".
Lorenzo


*Caro Lorenzo,
un'altra cosa importante e cruciale trasformata in ennesima battaglia ideologica da liceali. Non condividiamo la lettera: non c'è nulla da temere perché nulla si farà. La inconsistenza della delibera lo fa capire chiaramente. E ti sei dimenticato di menzionare tutto il discorso della formazione, che il Comune vorrebbe affidare ad associazioni di fricchettoni composte da due o tre persone. Due persone chiamate a formare 60mila dipendenti duri come le pigne, incapaci, vecchi, svogliati, analfabeti informatici puri... Distillato di mediocre ideologia per aumentare un pochetto il numero di provvedimenti approvati. Tanta tristezza. Dopodiché ovviamente speriamo di sbagliarci eh!
-RFS

In assenza di provvedimenti, intestarsi meriti di altri!. E' la volta della carta d'identità elettronica

23 settembre 2016
Dopo il post di qualche giorno fa sui presunti meriti autoattribuitisi dalla giunta Raggi, prosegue l’autointestazione da parte della dell'amministrazione e degli assessori di meriti altrui, con annesso silenzio dei propri demeriti. Uno stile di governo della città che ha delle giustificazioni che derivano dal nulla amministrativo prodotto fino ad oggi: i 100 giorni sono passati (la luna di miele tra elettori e eletti che permette a questi ultimi di fare qualsiasi cosa), agosto è finito, l'autunno sta iniziando e i provvedimenti approvati da questa consiliatura languono in maniera assurda, come non si era mai visto prima. 
Visto che diventa inaccettabile e indifendibile, allora occorre iniziare a far finta di aver fatto delle cose anche se sono stati altri a farle.
L'altro giorno le Agenzie hanno riportato una dichiarazione roboante dell’Assessore alla Roma Semplice Flavia Marzano, grazie alla quale il Campidoglio starebbe per dare a tutti i cittadini romani la carta di identità elettronica.

"La carta di identità elettronica - dichiara l'assessora - grazie anche al lavoro solerte dei Dipartimenti, dei Municipi e degli uffici comunali competenti, si aggiunge agli strumenti, avviati in precedenza e che abbiamo portato a conclusione nei tempi: è un tassello utile che si aggiunge per cambiare le abitudini e facilitare alle cittadine e ai cittadini romani il rapporto con la burocrazia, nel perimetro dell'attuazione del Codice di Amministrazione Digitale"
Naturalmente non è cosi.
La carta di identità elettronica infatti è un progetto del Ministero dell’Interno varato per Roma prima dell’insediamento della Giunta Raggi, ed in cui quest’ultima non c’entra nulla se non per l’applicazione sul territorio con i risultati che vedremo poi.
Le risorse e tutta la fase organizzativa e tecnica si devono in realtà al Governo che a dicembre del 2015, con le specifiche organizzative, e un anno prima per quanto riguarda le risorse economiche per la diffusione, aveva dotato gli enti locali delle misure finanziarie ed organizzative per la partenza del progetto. Roma ha ricevuto il via libera a giugno, prima quindi della stessa elezione del Sindaco Raggi, e molto prima della nomina dell’Assessore Marzano, che è dunque caduta nella trappola di intestarsi meriti non suoi.
Basta vedere i giornali di giugno per prendersene conto. Marzano e la Giunta semplicemente non c’erano quando è stato varato il progetto, quando sono state deliberate le risorse e cosi via.

L’assessore Marzano avrebbe dovuto semplicemente favorire l’applicazione sul territorio della carta d’identità elettronica, in tutto e per tutto, con partenza il 19 settembre.
E invece ecco i risultati dell’azione della Giunta. Il caos organizzativo, come segnalano anche alcuni siti: "Uffici capitolini e municipali: non-inizio caotico per la carta di identità elettronica Problemi tecnici, di formazione del personale, di gestione. La carta d'identità elettronica a Roma doveva essere disponibile dal 19 settembre".
C'è grande confusione nella gestione di questa innovazione, manca la preparazione: problemi anche tecnici tanto che per il 22 settembre 2016 i sindacati di base hanno indetto un'assemblea per il personale degli uffici anagrafici e degli uffici economato di Roma Capitale nella sala del Carroccio (dalle ore 15,42 alle 18,42). Ricco l'ordine del giorno:
  • caos organizzativo per il rilascio della carta di identità elettronica per mancanza di personale diviso su due turni con apertura al pubblico ininterrotta dalle 8 alle 18,30;
Non c’è male come primo atto dell’Assessore alla “Roma Semplice”, autointestarsi un atto non proprio cercando di mettere ciccia nel magrissimo carniere della giunta e al contempo generare (o per lo meno non schivare) il classico caos organizzativo romano.

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