Increscioso a Piazza Navona. I banchi sequestrati ai Tredicine sono ancora lì

17 gennaio 2019
Poche parole per introdurre il filmato qui sotto all'interno del quale in 5 minuti avete tutte le informazioni e l'immagine su questa ennesima, patetica, agghiacciante storia regalata alla città dalla incapacità, dalle connivenze, dal clientelismo e dalla idiozia ideologica del Movimento 5 Stelle il cui monocolore sgoverna Roma da 31 mesi di fila. 

Come vi abbiamo raccontato in mille articoli la mostruosa Fiera della Befana in Piazza Navona era stata smontata. Ignazio Marino aveva posto fine allo schifo. O si faceva bene (e ci si è provato con un bando) oppure non si faceva affatto (e infatti l'avevano sospesa e la piazza era stata liberata). Appena arrivati al potere i grillini, affamati di clientele e vogliosi di favorire le famiglie dell'ambulantato, hanno fatto di tutto per riallestire la Fiera. Visto che era sotto l'egida del Primo Municipio, che giustamente non voleva rischiare di riconsegnare tutta  la piazza ai soliti, il Comune dopo decenni gliel'ha sottratta portandola sotto le competenze comunale. A quel punto, preso possesso della Fiera, si è realizzato un bando in fretta e furia, fatto male, scadente, cialtronesco. Un bando, come avevamo scritto, che poteva essere vinto solo dai soliti. Perché - sebbene questa cosa si potesse aggirare - premiava l'anzianità. Cioè chi aveva ridotto ad un letamaio la manifestazione, invece di essere punito veniva favorito. E naturalmente tutte le eccellenze gastronomiche e agroalimentari della città dovevano restare fuori.


I risultati li abbiamo documentati: la Fiera della Befana in Piazza Navona è stato uno spettacolo spettrale, ripugnante, regno della tristezza e ritratto impeccabile del declino di questa città. Ciliegina sulla torta il sequestro per illeciti di alcuni banchi affidati dal famoso bando che andava fatto a tutti i costi. Costi quel che costi. Ecco i risultati. A livello politico, tuttavia, non ha pagato nessuno. Ne l'assessore vergognosamente pro-bancarellari che abbiamo, ne il presidente di commissione pro-bancarellari che abbiamo. Nessuno. Tutti continuano ad amministrare e a fare più danni della grandine. Il precedente assessore che si era opposto a questo schifo è stato cacciato via in malo modo. 


Passeggiare a Piazza Navona e rimpiangere perfino Alemanno...

Roma è una città finanziariamente fallita. Qui vi spieghiamo come ce lo nascondono

11 gennaio 2019

Come in un puzzle, guardando le singole tesserine non si coglie il disegno complessivo, ma collegandole una all’altra i contorni si chiarificano ed appare, passo dopo passo, l’immagine complessiva del quadro.
Le tesserine, fatte di personaggi, di norme di legge, di eventi e di fatti, si sono succedute nel tempo ed ora il disegno si è composto. Enumeriamole insieme, per renderle maggiormente riconoscibili.

·        Testo Unico Enti Locali – Decreto legislativo 18 agosto n° 267 (ed una serie di leggi collegate, non sempre di chiara interpretazione), che contiene delle norme che riguardano i comuni che hanno bilanci dissestati. Questa legge prevede molte limitazioni all’agibilità dell’amministrazione in tema di assunzioni di personale, di pagamenti di fornitori di beni e servizi, eccetera. Ma soprattutto l’articolo 141, lettera c), prescrive che il consiglio comunale può essere sciolto nel caso in cui il bilancio non sia stato approvato nei termini di legge.

·        Carla Maria Raineri, magistrato, nominata dalla sindaca Raggi capo di gabinetto, dopo che aveva rivestito l’incarico di capo dell’anticorruzione del Comune di Roma, su designazione del Commissario Tronca.

·         Marcello Minenna, primo assessore al bilancio della giunta Raggi. Curriculum di tutto rispetto. Profilo professionale suggerito dall’ex capo di gabinetto Carla Maria Raineri.

·         Andrea Mazzillo, dottore commercialista, grillino, assessore al bilancio nominato in sostituzione del dottor Minenna, sul cui curriculum vi furono polemiche. Presentò dimissioni “spintanee”, a seguito di polemiche e contrasti con la sindaca Raggi dopo che aveva osato dire a Sergio Rizzo di Repubblica che «Qui serve una svolta, continuando così andiamo a sbattere. Va a sbattere tutta la città».   Successivamente escluso dalle parlamentarie del M5S. Praticamente epurato dal M5S.

·         Gianni Lemmetti, assessore al bilancio della giunta Raggi: nell’ambito della sua professione ha maturato esperienze nella gestione degli Enti non Commerciali di tipo professionale, culturale e sportivo. Ha fatto anche il cassiere alla discoteca Seven Apples. Grillino doc ritenuto più ortodosso del dottor Mazzillo, proveniente dal Comune di Livorno, giunta Nogarin. Dalla sua l’esperienza del concordato preventivo della Aamps, azienda partecipata che si occupa di raccolta e smaltimento dei rifiuti del Comune di Livorno. Chiamato a Roma forse proprio per gestire il concordato preventivo dell’ATAC.

·         Armando Brandolese, amministratore unico di ATAC, dimessosi a seguito delle dimissioni del capo di gabinetto, dottoressa Raineri, a causa delle ingerenze dell’assessore, da lui ritenute inaccettabili.

·         Marco Rettigheri, ex direttore generale ATAC, dimessosi i primi di settembre del 2016 a seguito delle dimissioni del capo di gabinetto della sindaca, Raineri e dell’amministratore unico, Brandolese, con le stesse motivazioni.

·         Il credito di circa 500 milioni di euro che il Comune vanta nei confronti dell’ATAC e che, se svalutato, come avrebbe dovuto essere svalutato, avrebbe determinato il dissesto finanziario del Comune, paralizzando l’amministrazione grillina.

·         Alessandro Solidoro, noto commercialista milanese, anch’egli con un curriculum professionale di prima fascia, suggerito dalla dottoressa Carla Maria Raineri, primo amministratore unico di AMA sotto la giunta Raggi, dimessosi anche lui ai primi di settembre del 2016 a seguito delle dimissioni della sua sponsor.

·         Stefano Fermante, ex ragioniere generale del Comune di Roma, dimessosi dalla carica a fine settembre 2016, dopo aver consegnato alla sindaca Raggi una relazione di venti pagine sullo stato delle finanze capitoline dopo aver confidato ai suoi collaboratori di non avere un indirizzo politico, essendosi l’assessore al bilancio dimessosi dal 1° settembre, e di non poter sopportare da solo le enormi responsabilità derivanti dal suo incarico.

·         L’OREF (l’organo di revisione economica e finanziaria del Comune di Roma). È costituito da tre professionisti indipendenti (il presidente, dottoressa Federica Tiezzi, ed i componenti, dottor Marco Raponi e dottor Carlo Delle Cese). I suoi componenti restano in carica per tre anni e sono indicati con Deliberazione dell’Assemblea Capitolina, ma questi sono stati nominati dal Commissario Straordinario con delibera del 12 febbraio 2016, a seguito dell’estrazione a sorte tra i nominativi inseriti in un elenco dei Revisori degli Enti Locali tenuto dal Ministero dell’Interno, svoltasi il 20 gennaio 2016. Sono quindi svincolati dal potere politico ed esprimono i loro pareri sulla base delle leggi e delle norme tecniche e di comportamento dettate dagli organismi internazionali che regolamentano l’attività revisione contabile.

***
L’OREF così costituito, con relazione del 28 settembre del 2017, non approva il bilancio consuntivo consolidato del Comune di Roma dell’anno 2016, esprimendo un giudizio di non veridicità della reale situazione economica, patrimoniale e finanziaria del gruppo.
Ciò malgrado la giunta capitolina, con delibera del 29 settembre 2017, lo approva (fatto più unico che raro in presenza di un parere negativo!). L’assessore ortodosso Lemmetti, che aveva risposto con controdeduzioni alla relazione dell’OREF, balbettando qualcosa di imbarazzante circa la mancata riconciliazione dei saldi debiti/crediti tra il Comune e le partecipate,  dichiarò:
“Il Bilancio Consolidato 2016 ci fornisce una rappresentazione veritiera e corretta dello stato del Gruppo Roma Capitale. Non produce effetti sui conti già approvati dell’ente o delle società, ma contribuisce a migliorare l’attività di monitoraggio nei confronti delle partecipate ed è quindi uno strumento importantissimo per fondare le decisioni da assumere per la loro riorganizzazione. Non a caso verrà approvato parallelamente al Piano di riordino e razionalizzazione delle partecipate già varato da questa amministrazione”“


L’assessore al bilancio Lemmetti dichiarò infine che l’OREF fa politica! I revisori indipendenti dell’OREF! Lui no eh! Ma andiamo avanti.
In data 22 febbraio 2018 l’Organo di Revisione, dopo alcune rettifiche apportate al bilancio, emise un nuovo giudizio sul bilancio. In particolare dichiarò che “i dati esposti nel bilancio consolidato dell’esercizio 2016, salvo le riserve espresse circa la riconciliazione dei saldi diretti tra AMA SPA e ATAC Spa, rappresentino l’aggregazione delle risultanze dei conti economico, patrimoniale e finanziario del Gruppo Amministrazione Pubblica di Roma Capitolina”.
Il 26 aprile del 2018 l’OREF raccomandava di accelerare le procedure di riconciliazione dei saldi con le società partecipate. In pratica, ad esempio, se nel bilancio dell’AMA risulta un credito nei confronti dell’amministrazione comunale di 1.000, nel bilancio del Comune deve risultare un debito di 1.000 verso l’AMA. Se così non è, le risultanze contabili di uno sono contestate dall’altro e viceversa.
La questione non è di poco conto: se l’AMA ha in bilancio un consistente credito verso il Campidoglio e il Campidoglio lo riconosce in misura molto inferiore, i casi sono due: o ha ragione uno o l’altro e, conseguentemente, una delle due parti deve procedere ad una svalutazione del credito nel proprio bilancio, aprendo un’altra falla nei conti che ha conseguenze devastanti, considerati gli importi in gioco.

Dalla relazione dell’OREF al bilancio 2017 si legge:
·         a seguito delle operazioni di riconciliazione tra Roma Capitale e AMA, permangono ancora le criticità sulla corrispondenza dei rispettivi saldi di bilancio tanto da avere determinato la necessità di una riformulazione del progetto di bilancio da parte del cda di AMA SpA;
·         la mancata approvazione del bilancio AMA 2017 da parte del socio unico Roma Capitale alla data odierna non consente di valutare l’impatto sul patrimonio del Gruppo Amministrazione Pubblica.
Ma non solamente per questo motivo i revisori non hanno espresso una relazione positiva all’approvazione del bilancio. L’Organo di controllo ha fortemente criticato l’esclusione dall’area di consolidamento (in altre parole, l’esclusione di alcune società sovra indebitate dal bilancio consolidato) di ROMA METROPOLITANE e di FARMACAP, dichiarando che la deliberazione della Giunta Capitolina n° 161 del 9 agosto 2018 era illegittima, perché adottata in violazione del Decreto Legislativo n° 118/2011.

Per la cronaca, ROMA METROPOLITANE non ha ancora approvato i bilanci del 2015, 2016 e 2017.
Da notizie di stampa risalenti al luglio 2018,  la Procura di Roma ha chiuso le indagini relative all’appalto per la realizzazione della Metro C e sono in 25 a rischiare il processo per reati che vanno dalla truffa (per 320 milioni di euro) alla corruzione e al falso.  Possiamo comprendere le ragioni per cui l’amministrazione M5S (a colpi di maggioranza) ha adottato la delibera di esclusione della società dal perimetro del consolidamento del bilancio in violazione della legge.

Farmacap ha il bilancio 2015 in attesa di approvazione da parte dell’assemblea capitolina. È stato solamente approvato dall’ex Commissario Straordinario “Salvo eventuali e successive verifiche da parte degli organi di controllo”. Da quel bilancio risultano debiti per oltre 22 milioni di euro a fronte dei quali dichiara crediti verso clienti per 7 milioni di euro e crediti verso controllanti per 2,3 milioni di euro circa, più le rimanenze di magazzino per quasi 5 milioni di euro ed altri crediti di difficile pronta esigibilità, come i crediti per imposte anticipate per oltre 3,7 milioni circa.
Non si hanno tracce dei bilanci 2016 e 2017 e della reale situazione patrimoniale e finanziaria.
Per la vicenda FARMACAP la Procura di Roma, ai primi di maggio del 2018, ha chiesto il processo per il suo commissario straordinario, Angelo Stefanori. Quest’ultimo, nominato dalla giunta Capitolina di Virginia Raggi, è indagato con l’accusa di calunnia e minacce perpetrate ai danni dell’ex dg, Simona Laing. Lo scontro tra i due risale a febbraio 2017 quando proprio Stefanori silura la Laing accusandola, con una serie di denunce in procura, di aver favorito nell’assegnazione di un appalto della municipalizzata delle case farmaceutiche. Ma non solo. Stefanori contestava alla Laing di aver di fatto «falsificato» il bilancio di Farmacap per farlo figurare in attivo. Secondo Stefanori dunque l’ex dg sarebbe colpevole dei reati di corruzione e turbativa d’asta. Ma dalle indagini dei carabinieri dei Nas, coordinate dall’aggiunto Paolo Ielo e dal PM Nadia Plastina, emerge un’altra verità: nessuna mazzetta, nessuna alterazione di bilancio e un lavoro trasparente da parte della Laing. Stefanori è dunque ora accusato del reato di calunnia e, da ieri, ufficialmente rinviato a giudizio!


***

Peraltro l’esclusione del bilancio dell’ATAC dal perimetro del consolidamento consente (legalmente) di non inserire l’indebitamento dell’azienda nel consolidato del Comune di Roma. Il credito del Comune di Roma verso ATAC è di circa 500 milioni di euro ed il piano concordatario prevede che sarà soddisfatto per ultimo, cioè dopo il pagamento dei creditori chirografari. La manovra da mesi è vista con diffidenza dal ragioniere generale, Luigi Botteghi (proveniente dalla Ragineria del Comune di Rimini e voluto dalla Raggi), che a gennaio aveva sottolineato il rischio di “riflessi contabili sul bilancio di Roma Capitale” e che “in tal modo si riduce ancora più la probabilità, già minimale, di recupero almeno parziale dell’ingente massa creditoria”.
L’OREF emette la stessa relazione negativa per il bilancio 2017. Il motivo fondamentale è che nell’area di consolidamento del bilancio non sono state inserite tre società super indebitate: Lemmetti (l’ortodosso) dichiara alla stampa di non comprendere le ragioni dell’OREF. Il bilancio 2017 viene approvato malgrado la relazione negativa dell’OREF, e se ne può comprendere la ragione, poiché sulla giunta pende il Testo Unico sugli Enti Locali, con le sue previsioni in caso di bilanci dissestato e di commissariamento.
Quali sono le conclusioni alle quali si perviene? Collegate le tessere del puzzle emerge che col giochino (di dubbia legalità) di escludere società ultra indebitate, delle quali non si conosce neppure l’effettivo ammontare delle passività, dal perimetro del bilancio consolidato e dell’esclusione (legale – perché in concordato preventivo) del bilancio ATAC, che ha consentito al Comune di non svalutare il proprio credito nei confronti dell’azienda dei trasporti, è stata celata la reale consistenza patrimoniale e finanziaria del comune di Roma, per sottrarsi alle procedure previste dalla legge nei casi di dissesto, che possono condurre sino allo scioglimento della Giunta ed al  commissariamento del Comune di Roma.

Il concordato preventivo dell’ATAC, ammesso che sarà adempiuto nei termini che esso prevede (in caso contrario la dichiarazione di fallimento per risoluzione per inadempimento è un automatismo previsto dalla legge fallimentare) ha l’effetto di salvare la giunta Raggi. Che sarà adempiuto verso i creditori e che il Comune incasserà il credito di oltre 500 milioni dall’ATAC, anche se tra 25 – 30 anni, non ci crede nessuna persona ragionevole.

Roma è in dissesto finanziario: questo lo dicono, se non bastasse girare per la città e vedere in che stato è ridotta, le manovre per nasconderlo ed i molti fallimenti di imprese che hanno svolto appalti per il Comune e non sono state pagate. Ma il dissesto finanziario non si può e non si deve ammettere, violando la legge alla faccia dell’onestà sbandierata sui blog e sui social, perché il Testo Unico sugli Enti Locali prevede conseguenze che per la giunta e per il movimento sarebbero gravissime.
Le conclusioni politiche sono persino più gravi. Il M5S, che aveva fatto della legalità la propria bandiera, incaricando inizialmente personaggi di alto profilo professionale che avevano creduto alle intenzioni della Raggi & C., se ne è disfatto quando questi hanno messo la legge avanti a tutto.
Il M5S si è trasformato in una setta esclusiva che ammette solamente chi è fedele alla linea e demonizza chi, al proprio interno, resta fedele proprio ai principi fondanti del movimento.
Non sono come gli altri, sono peggio di chi li ha preceduti, perché la setta prevede il plagio dei propri adepti e la demonizzazione di chi ne esce e l’esclusione da ogni incarico di chi non si conforma alla linea. Siamo amministrati da gente molto, molto pericolosa. E lo dicono le disamine tecniche prima ancora che le constatazioni politiche o di buon senso.

Giorgio scappa da Roma, si stabilisce a Milano e qui si sfoga

4 gennaio 2019

Ultimo scatolone sigillato.
Valigie pronte, casa ormai praticamente vuota.
Conto e riconto la lista delle scatole da far salire sul camion, controllo che non sia rimasto fuori niente, mi preoccupo ancora di sollecitare gentilmente ACEA nell’inviarmi i moduli per la voltura del gas: l’ho chiesto da 15 giorni, ad ora non ho avuto risposta.
Sarà il periodo di iper-lavoro, o sarà che - tendenzialmente - poco gliene frega.
Lascio un bellissimo appartamento in un quartiere una volta bellissimo, ora ridotto in stile Beirut post-bombardamento: i marciapiedi sono inagibili, le lamiere impediscono di percorrere quelle - poche - parti ancora calpestabili.
Ufficialmente il maxi-quartiere si chiama Gianicolense, ma tutti gli abitanti lo chiamano “Monteverde”.
L’origine del nome sembra provenire dalle vecchie cave di tufo verde che, ormai oltre un secolo fa, avranno sicuramente dato un bel colore naturale alle collinette che compongono la zona.
Ora, di verde credo ci siano solo le tasche di chi si svena per acquistare un appartamento in questa zona: i prezzi sono da mazzata secca, in certe parti (nella zona dei famosi ‘villini’, oppure nella parte vecchia verso via Alessandro Poerio) sfondano gli oltre € 4.000 a metro quadrato.
Per carità, la zona è storica, residenziale e tranquilla: forse troppo tranquilla, visto che non ci passa la metro e che l’unico vero mezzo per non morire isolati è il tram numero 8 o (ma secondo alcuni sembrerebbe trattarsi di una creatura mitologica) il famigerato bus H.
Se non ci fosse il tram, una zona popolata da circa 150.000 residenti sarebbe praticamente isolata non solo dal centro, ma pure anche dalla semplice stazione di Trastevere.
Forse è per questo che ogni famiglia ha in media tre automobili, che ovviamente parcheggia perennemente sulla strada: i box, i posti auto ed i garage ci sarebbero - non molti, ma ci sono - ma perché spendere € 100 al mese quando puoi trovare posto sul marciapiede, magari dopo aver girato 135 volte attorno al tuo isolato e perso 40 minuti della tua giornata?

L’importanza di parcheggiare ‘a maghina

A Monteverde, ma in tutta Roma in generale direi, ci sono auto che stanno ferme nello stesso punto per settimane, se non mesi: magari solo la terza o quarta auto della famiglia e, finché nessuno si deciderà di mettere finalmente una zona blu a pagamento (rigorosamente DA PAGARE anche per i residenti), tali vetture rimarranno a soffocare il quartiere per sempre.
Nei circa dieci anni che ho vissuto a Monteverde, mi sono slogato due volte le caviglie cadendo (letteralmente) in due crateri scavati in marciapiedi che neppure Bagdad durante pesante bombardamento combinato anglo-americano.
C’era un ragazzino qui nella zona pregiata dei ‘Villini’, lo conoscevano tutti: purtroppo, era un povero sfortunato tetraplegico.
Non solo al padre i bastardi occupavano abusivamente il posto invalidi faticosamente ottenuto in concessione, ma per far uscire il povero infelice e portarlo anche solo al pacchetto di Largo Ravizza era ogni giorno un’avventura.
Tra macchine parcheggiate in doppia o tripla fila, marciapiedi totalmente impercorribili anche per un normodotato di gambe, merde di cane che Arale si troverebbe nel suo paradiso ideale, il povero genitore, già in sofferenza per il proprio figliolo, doveva fare la gincana e la corsa agli ostacoli ogni santo giorno, ovviamente ripiegando poi quasi sempre per transitare - pericolosamente ma obbligatoriamente - sulla carreggiata, spingendo la carrozzella del ragazzo.
Ogni volta che vedevo quel poveraccio tentare anche solo di uscire dal portone - con un cazzo di SUV a sbarragli la trada di fronte, oppure un’altra cazzo di Smart di merda messa per traverso - mi saliva una rabbia generalizzata non solo verso i residenti, ma verso chi permetteva loro di UMILIARE così tanto un essere umano, già peraltro umiliato dalla sorte avversa.

L’amministrazione capace per gente capace

Monteverde, così come Roma tutta, ha l’amministrazione non solo che si merita, ma che gli calza a pennello: incapace in quasi tutti i settori, incompetente a livello di gestione, logistica e marketing, lassista con doveri e responsabilità, violenta ed arrogante col debole e meschina e servile col potente.
Da ragazzo pensavo che questi problemi, questi mali diciamo, fossero appannaggio di un po’ tutto il Paese, e non solo di Roma; crescendo e viaggiando, ho constatato che Roma è “la Capitale” in tutti i sensi: non ho visto mai (mai, lo ripeto) nessun altro posto d’Italia con tale degrado non solo sociale, ma oserei dire ‘strutturale’.
Se a Palermo fottono 10, a Roma la ‘struttura’ creata in anni ed anni di lassismo e pessima gestione, ti fotte 100, forse 1000.
Lassismo e cattiva gestione perpetuati grazie al voto compiacente dei romani; a volte, anche del mio.
Il decadimento socio-economico cittadino, che solo agli occhi di chi non è nel settore terziario da anni pare scoppiato tutto d’un botto, altro non è che la fine di un lungo periodo di stupri che la piccola-media economia cittadina (essenziale in ogni grande metropoli e fondamentale anche nei paesini) ha accettato, firmato e deciso di subire. E con gioia, anche.
Amministrazioni incompetenti non esisterebbero se la maggioranza dei residenti s’intendesse un po’ di economia aziendale, di mercato e di mercatologia.
Ma la maggioranza della gente non ha mai avuto un’impresa - seppur piccola - non sa eseguire uno scorporo d’IVA, non sa cos’è l’IRAP, non sa fare distinzione tra un bilancio consuntivo e preventivo, non è assolutamente in grado di organizzare manco un trasloco di casa, figurarsi occuparsi della logistica di un’azienda, ad esempio.
Roma e la sua economia sono morte e sepolte perché è da almeno vent’anni che i cittadini hanno smesso di contare, affidandosi piuttosto al lamento come arma di distrazione di massa (e sfogo).
Dico venti ma in realtà basterebbero anche dieci, e se qualcuno era a Milano dieci anni fa e c’è riandato ora sa perfettamente di cosa parlo.

Un degrado che parte da non troppo lontano

Posso dire una cosa senza che i soliti ‘honesti’ mi spaccino per piddino, per colluso, per mafioso o per corrotto, senza nessun tipo di avvisatore acustico orario a casa?
Il degrado di Roma, specie della sua amministrazione, parte da lontano ma... Non troppo.
Guardando PIL ed interventi strutturali della città, gli ultimi fondi spesi seriamente, rinnovando pesantemente il tessuto urbano e portando i vantaggi di cui tutti ora stanno godendo (che all’epoca però, ovviamente, crearono caos e disagi) furono quelli che gestì Francesco Rutelli durante la propria gestione di Roma.
Sì, quella ormai ‘storica’ a ridosso del Giubileo del 2000.
Con una giunta competente, Rutelli fece uscire Roma da decenni di isolamento, trasformandola in una metropoli più o meno moderna.
Dico ‘più o meno’ perché tutte le massicce opere realizzate durante quegli anni, benché appunto strategiche e fondamentali, non furono comunque sufficienti a portare a compimento il cambio e la trasformazione cittadina.
Complice un mandato scaduto, certe scelte scellerate dell’allora PDS e la venuta di un pessimo Sindaco come Walter Veltroni, il famoso ‘Mister Lottizzazione’.
Negli anni di Rutelli, anche Milano guardava con una certa invidia e rispetto Roma: se l’economia viaggiava su ben altri livelli - mi spiace per leghisti e grillini - il vantaggio non era di quella merdosa moneta che avevamo e che volava perennemente in iper-inflazione, ma fu un progetto condiviso e a lungo termine, durato anni, in cui l’amministrazione decise di uscire dalla merda.
Perché cambiare si può, quando ci sono le condizioni e le possibilità.

Milan l’è un gran Milan... Ora, però

È notizia abbastanza recente quella in cui Milano è stata considerata come la città (parlando di metropoli, s’intende) più vivibile d’Italia.
La cosa personalmente non mi sorprende: negli ultimi tempi, ho praticamente passato più tempo a Milano che a Roma, e ho potuto apprezzare il grande sforzo per il rinnovamento totale che la città ha sostenuto nell’ultima decade.
Uno sforzo condiviso dalla sua amministrazione, a livello inter-partitico, dal tessuto produttivo e anche dai cittadini.
Uno sforzo che è costato molto ma che ha dato indietro un ritorno d’investimento decisamente eccellente.
Milano 15 anni fa era Roma: io c’ero, me la ricordo bene.
Un accumulo di lamiere, sporcizia, grigio, inquinamento e gente che parcheggiava praticamente davanti a San Babila, e si sentiva legalizzata a farlo.
Poi, l’amministrazione ha deciso di cambiare. E l’ha fatto, con un progetto condiviso e di lungo respiro.
Certo, gestendo anche bene i fondi dell’EXPO, come peraltro Rutelli e la sua giunta gestirono bene i fondi del Giubileo.
Si può dire questo, evitando d’essere accusati di far parte di Mafia Capitale da gente che mediamente occupa posizioni che non le competono, visto che ci sono curricula che non permetterebbero neppure di pulire i cessi da Mc Donald’s?
Ora Milano è una città moderna, molto meno grigia e depressa di come lo era pochi anni fa, in cui muoversi in maniera sostenibile non solo è possibile, ma è la scelta primaria (per quelli dotati di buon senso e logica, ovvio), in cui il tessuto economico vede l’intreccio di tante tipologie di servizi, anche un incredibile nuovo settore terziario che, diciamocelo, i milanesi si sono costruiti da soli e da zero.
Tutto ciò è costato fatica, cantieri, lavori, cambi d’abitudini nefaste e una buona dose di rigidità e tolleranza zero da parte dell’amministrazione verso piccoli e grandi abusi che, di fatto, poi alla fine regolano il vivere quotidiano.
Un esempio rapido? Dissuasori pressoché ovunque sui marciapiedi, da Via Brera a Viale Monza.
Curve degli stessi rifatte, strette, protette da paletti e che rendono impossibile il parcheggio selvaggio sopra il mattonato.
Cordoli per le preferenziali dappertutto, che rendono impossibile la doppia fila.
Il milanese imbruttito medio, ovviamente, abituato per decenni a parcheggiare praticamente dentro l’androne del suo palazzo, sicuramente avrà masticato amaro, e sicuramente avrà inveito contro l’amministrazione, ma poi si sarà trovato obbligato a comportarsi bene e, in ultima battuta, s’è trovato una città percorribile a piedi senza corse ad ostacoli, e senza prendere un jet a decollo verticale per uscire dal portone di casa.

A Roma devi soffrire

Forse, me la prendo troppo.
Forse, Roma è destinata ad essere così.
Forse, dovevo anch’io abituarmi allo schifo del lago di siringhe usate che vedevo al Parco di Centocelle negli anni ‘80, alla pila di rifiuti che si formava dopo ogni Natale sotto casa mia davanti ai secchioni, al lassismo e all’ignoranza dei miei compagnucci di scuola, che s’ingollavano di Girella e buttavano la plastica per strada, anche quando a soli due metri c’era il secchio.
Forse, dovevo abituarmi anch’io alla sciatteria, alla speranza - anzi, all’epoca era una certezza - del ‘posto fisso al Comune’ a fare il meno possibile, ad evitare di applicare i regolamenti con buon senno, ad interpretare la legge in favore del cittadino e non in favore della voglia di fare sempre il minor compito auspicabile.
Forse. Ma non l’ho fatto.
Non l’ho fatto ed è per questo motivo che ogni volta che sono dovuto andare in Municipio, dal banale rinnovo della Carta d’Identità alla SCIA per l’apertura di un’attività, ho sofferto.
Ho sofferto quando ho dovuto spiegare al solerte istruttore comunale che, vivendo solo con una madre gravemente invalida, non potevo farla uscire di casa senza pericoli, per via del marciapiede devastato dove è già caduta una decina di volte.
Ho sofferto quando due tecnici del SUAP - uno alla scrivania di destra ed uno a quella di sinistra nella stessa stanza - sciorinavano pareri diametralmente opposti sulla stessa, grave problematica (un accidenti di muro in cartongesso divisorio della mia attività), facendomi perdere sei mesi di tempo, oltre 2.000 Euro e 200 grammi di fegato.
Ogni volta che vedevo una maledetta automobile salire di prepotenza il marciapiede di Via del Babuino - perché qualche genio, durante la comunque ottima ristrutturazione, ha scordato di far installare semplici dissuasori - io vi dico che soffrivo.
Io soffrivi quando dovevo aspettare il 719 per un’ora e mezza solo per arrivare ad una metro che, seppur in linea d’aria molto vicina, è di fatto un miraggio per tutti quelli che vivono nell’abbandonato - amministrativamente - quadrante della Gianicolense-Portuense.
Soffro ogni volta che vedo un articolo impietoso su “Roma fa Schifo”, perché... Roma fa schifo davvero. E per un romano ammettere questo è sofferenza.
Soffro ogni qual volta sento parlare i soliti radical-chic, che in vita loro non hanno mai preso compasso e riga in mano manco alle scuole medie, parlare di ‘sbegulazione’ per ogni progetto serio che invece riqualificherebbe la montagna di letame post-guerra di cui Roma è vergognosamente fatta.
Tutti architetti, tutti ingegneri, tutti lì a decretare ‘sbegulazione’ ogni maledetta idea di recupero del territorio.
Io soffrivo e ancor soffro, ma evidentemente la maggior parte dei romani no.

A 30 chilometri dal centro, non ci toccate ‘a maghina

Lo ‘sbattersene i coglioni’, il lassismo come stile di vita, il ‘ma bbasta che parcheggiamo ‘a maghina’, il ‘vabbè ma Roma è grande’ e cazzate simili, che sento ripetere come un maledetto mantra sin da quando ho memoria, evidentemente sono ‘must have’ intellettuali e comportamentali dei cittadini dell’Urbe.
Ormai, di ciò ne ho praticamente certezza: esattamente come il lavativo che cerca lavoro e poi prega un qualsiasi dio di non trovarlo, anche il romano medio si lagna costantemente dello stato in cui è piombata la città ma non ha invero nessuna intenzione di far cambiare le cose.
Non si spiega sennò la vena masochistica di circa 2.800.000 persone - solo nell’area del vecchio Comune di Roma - che, da almeno 15 anni a questa parte, hanno scelto quasi sempre i peggiori soggetti politici a cui affidare le loro vite.
Dal 2000 al 2017, in Italia gli stipendi medi sono cresciuti tra l’1,4 e l’1,7%, a fronte di un tasso di inflazione medio annuo di circa 3% (che fa oltre il 50% su base di diciassette anni).
Se il dato fa già paura da solo, a Roma diventa ancora più orribile: durante la bolla immobiliare, questa città ha visto i prezzi di tutte le zone - in particolare modo quelle periferiche e meno pregiate - rincarare con picchi fino al 300%.
Ovviamente l’amministrazione locale, invece che contrastare il fenomeno tentando di riqualificare le aree depresse e modernizzare quelle di pregio (consentendo dunque ai nuovi schiavi dei mutui trentennali di non morire in solitudine, Porta di Roma docet), inasprendo quindi l’emarginazione sociale e l’esclusione di oltre due milioni di residenti da una vita perlomeno dignitosa.
Piuttosto, s’è deciso di ghettizzare ed umiliare ancor di più chi è stato costretto da un mercato letteralmente impazzito ad andare a vivere a 20 o 30 chilometri dal centro.
Come? Facendo fallire ATAC e la sua folle politica di tolleranza estrema (leggasi: lassismo) verso gli abusivi del tornello, togliendo le corse e le linee, riducendo al minimo indispensabile la manutenzione del parco mezzi, evitando quanto più possibile la costruzione di nuove linee di tram, rimanendo completamente indifferenti alla richiesta di corsie preferenziali per i bus (sennò ‘e maghine dove si parcheggiano?), gestendo la ZTL di uno dei patrimoni mondiali dell’Unesco con un piano semplicemente schizofrenico (attualmente non esiste ancora una ZTL continua e, soprattutto, unificata negli orari!), permettendo ad aziende palesemente inadempienti di proseguire appalti milionari per infrastrutture cardine come le metropolitane e.... Veramente, qui ci vorrebbero un’altra ventina di pagine elettroniche solo per elencare tutte le operazioni VIGLIACCHE che questa sciagurata città ha perpetuato nei confronti dei propri cittadini; quelli, per intenderci, che per un motivo o per l’altro non volevano o non potevano scegliere ‘a maghina come mezzo di locomozione.

Chi ha distrutto il TPL romano?

Per la cronaca: io odio le autovetture, almeno in una metropoli moderna.
Nel 2018, una città che voglia definirsi tale la riconosci non solo per il numero di esseri umani che riesce a stipare, ma anche (e forse, soprattutto) per la qualità di vita e di servizi che essa riesce a garantire.
Un efficiente sistema di trasporto è uno dei servizi cardine di questo supposto.
Altrimenti, Calcutta (che pure ha una rete su ferro invidiabile!) oppure Città del Messico od ancora Il Cairo, se si prendesse ad esempio solo il numero di gente che ammassano, sarebbero posti idilliaci.
Così proprio non è.
Un efficiente Trasporto Pubblico Locale è quindi indispensabile per garantire la mobilità dei residenti, e deve essere costantemente potenziato ed accordato al numero degli stessi, comprensivo anche di tutti gli ‘esterni’ (turisti, pendolari, viaggi d’affari, ecc.) che comportano un ulteriore aggravio al muoversi quotidiano della città.
È semplicemente impensabile pensare ad un 100% di cittadini che si muovono ogni giorno con mezzi privati: neppure nei sobborghi di Cleveland (dove ho vissuto ed in cui il trasporto pubblico fa abbastanza schifo) è ipotizzabile la totalità dei cittadini a muoversi con le autovetture proprie!
Se questo è ben chiaro alle maggiori metropoli europee, americane, cinesi e giapponesi, a Roma la cosa è stata sempre sottostimata.
Il problema del TPL romano ha origini antiche ma neppure troppo, a ben vedere: nell’immediato dopoguerra, Roma aveva una rete su ferro invidiabile per davvero, tra le prime d’Europa.
Il ‘tramvetto’ copriva quasi tutta l’estensione cittadina, ancora non stuprata in ogni orifizio possibile dal potere dei ‘palazzinari’.
I guai cominciarono dagli anni ‘70 in poi, per acutizzarsi e divenire cronicizzati a fine anni ‘80: piano piano si sono smantellate infrastrutture su ferro di superficie utili, per far posto ai nuovi quartieri e preferendo costantemente il trasporto privato.
La costruzione della Metro A, ad esempio, fu un calvario degno delle peggiori amministrazioni sudamericane, che durò ben oltre il limite dei consegna dell’opera: fu ostacolato in ogni mezzo possibile (i soliti ‘comitati di quartiere’, e se non ci credete rivedetevi le cronache del ‘Messaggero’ dell’epoca), il consorzio che costruì l’opera lavorò in modo dissennato ma, incredibilmente, il progetto almeno fu completato.
Cosa che di certo non si può dire della Metro C attuale, al momento moncata a San Giovanni (e molto probabilmente, senza grandi speranze di continuare oltre i Fori Imperiali).
Rivedere tutto il percorso accidentato che ha portato a ritardare di così tanto i lavori della Metro C, gli sbagli, le inadempienze, gli errori e le omissione di entrambe le parti (consorzio e Comune) credo sia impossibile da sintetizzare: se lo volete (e volete soffrire ed incazzarvi) vi consiglio l’ottimo blog del “Comitato MetroxRoma”, poiché posto più completo d’informazioni e dettagli sul web davvero non c’è.

Prenditi anche tu un fantastico bilocale in estrema periferia a 3.000 Euro al mq, dai!

Chi ha ben pensato di acquistare una casa a 30 chilometri dal centro, per gentile concessione delle lottizzazioni selvagge della giunta Veltroni, negli anni d’oro del mattone romano?
Tanta gente, a giudicare dal NTN (Numero Transazioni Normalizzate) nel periodo della bolla immobiliare: un settore, quello edilizio, che arrivava a fatturare 2/3 (considerando l’indotto) di tutto il PIL romano.
Di rimando, l’altra domanda che i romani dovrebbero farsi ora che la bolla è scoppiata dovrebbe essere: chi ha permesso la costruzione di interi ed enormi quartieri-dormitorio bruttissimi, scomodissimi, isolati da tutto e da tutti, buoni solo ad aumentare la percentuale di impermeabilizzazione del territorio e il livello di smog?
Già, perché proprio nessuno in questi 15 anni di amministrazione romana s’è fatto seriamente due calcoli sull’effettiva convenienza di indire la circolazione a targhe alterne e i blocchi domenicali quando invece migliaia di metri cubi di (brutto) cemento, tutti contornati da altrettanto orribili centri commerciali, causano sì l’agglomerarsi di inquinamento spaventoso.
Perché? Perché questi quartieri a decine di chilometri dal centro della città, non essendo serviti da nessun mezzo pubblico efficace, obbligano i residenti a spostarsi con i mezzi privati!
Sul serio, pensate davvero che un blocco delle macchine a targhe alterne ogni morte di Papa può mai far scendere il livello di polveri sottili ed inquinamento vario quando ogni santo giorno centinaia di migliaia di romani s’intasano tutti su Prenestina, Tiburtina, Collatina, Casilina, GRA e tutte le altre consolari per ritornare ai loro quartieri-dormitorio?
Se davvero lo pensate, vi meritate davvero di pagare un mutuo tombale persi nel traffico, nell’inquinamento e nella certezza che le cose non miglioreranno mai.

Zona a Cervelli Limitati

Quando venne istituita la prima ZTL romana, a metà degli anni ‘90, come al solito il romano medio cominciò a sbraitare e ad infuriarsi, sempre per il solito, annoso problema del ‘ce levate er posto a ‘e maghine!’.
Ovviamente, per tali buzzurri, era molto più praticabile ed urbanisticamente ineccepibile continuare ad usare San Giovanni o Piazza del Popolo come enormi parcheggi gratuiti a cielo aperto.

Se è quello che vi meritate...

La verità è che la maggior parte della popolazione romana è lassista.
E adora esserlo.
La verità è che gran parte della popolazione si davvero di sprofondare nel letame e nei rifiuti, come si merita di morire bruciata dentro un bus vecchio di 15 anni senza più olio nel motore, si merita che i piccini crescano giocando sopra a cumuli di topi morti ed immondizia.
Si merita il peggio, perché quello ha comunque voluto: se è refrattaria ad ogni tipo di cambiamento (leggasi il referendum sull’ATAC, ignobilmente boicottato!), che la smetta di lamentarsi e continui a vivere nella perenne indigenza strutturale, nella parvenza di civiltà, nel sogno (che mai si realizzerà) di una metropoli europea, che di europeo ha solo il collocamento geografico.
Buon decadimento nel vostro bilocale a Centocelle comperato a 200.000 Euro, buone bestemmie ogni mattina quando pesterete una merda di cane che vi farà spaccare la caviglia su un cratere lasciato lì sul marciapiede che ormai è più vecchio di voi.
Che dite, vi sembra fin troppo ‘celodurista’ tutto questo? Vi sembra decisamente stantio e inutilmente retorico?
Sì, è vero: lo sembra. Non so se lo sia veramente.
Però è quello che attualmente appare: appare che la popolazione romana sia totalmente refrattaria al cambiamento, e che il lagnarsi ed il piangere miseria di mali (risolvibili) sia l’unica soluzione possibile.
ATAC offre un servizio pubblico mediocre, quando non inesistente, ed il romano che fa?
Quando ha l’opportunità di cambiare le cose, come con lo scorso referendum, si dilegua.
Se è questo che la maggioranza della popolazione vuole, questo ha ottenuto.
Eppure, io credo che ciò non sia totalmente attinente al vero.
Non lo credo non solo perché ho vissuto a Roma buona parte della mia vita, ma perché ho anche visto la disperazione dei romani tramutata nei voti di Gianni Alemanno e Virginia Raggi, ad esempio.
Il lassismo c’è, è indisponente e fagocitante, ma la scossa non si può dire che non sia arrivata: l’elezione dell’ultimo Sindaco del Movimento 5 Stelle è la massima espressione della frustrazione cittadina, che per una volta tanto ha dato una (mezza) spallata al lassismo.
Appunto, mezza: e manco troppo forte, però.
Sicuramente inutile, visti i disastri dell’amministrazione pentastellata.

Vi saluto, tante cose e un bacio ai pupi

Per evitare le solite puerili polemiche degli analfabeti funzionali: sono romano, figlio di romani (per quanto la cosa possa valere, poi).
Di più: sono trasteverino, nato proprio nel ‘core de Roma’.
Ho ricordi meravigliosi di questa città, che purtroppo però sono tutti solo ricordi.
E manco tanto recenti considerata, ahimé, la mia età non proprio giovanissima.
Due anni fa, prospettando un calo considerevole del fatturato aziendale unito a contingenze sia locali che di settore, ho cominciato a trasferire il mio business a Milano.
Città che, lo ripeto a costo di divenire ossessivo, ormai ha superato Roma in ogni campo: economico sicuramente, ma ormai anche sociale e culturale.
Rispetto ai ricordi che avevo di Milano quando la frequentavo da ragazzo, ho trovato un ambiente eccezionalmente propositivo, aperto ed incoraggiante.
Urbanisticamente può piacere o non piacere, e di certo nemmeno il milanese più campanilista oserebbe mai paragonare il centro di Milano a quello di Roma, Firenze o Venezia.
Ma è una città vivibile, pratica e funzionale.
Quartieri che io un tempo vedevo orripilanti come la Bovisa, Loreto o la Ghisolfa sono rifioriti del tutto, o stanno per rifiorire.
Come? Semplicemente portando un po’ di ordine e riqualificazione del territorio.
E senza neppure spendere molto, a ben vedere: in molti casi è bastato ordinare il traffico, impedire le soste selvagge, potare l’erba dei parchi e riportare il decoro urbano.
Certo, poi ci son stati gli investimenti pesanti, quelli grossi, come le nuove linee di metro; ma anche lì, la scelta è stata sostenuta da un progetto forte, portato avanti a prescindere dal partito politico al potere comunale.
Non c’è solo il caso - per quanto eclatante - di Isola o City Life: Milano ha usato saggiamente le risorse e le trasformazioni dell’EXPO in una grande occasione che non s’è fatta sfuggire per migliorare tutta la città.
Sì, esatto, come fece il povero Roberto Giachetti a Roma nel 2000, sotto la giunta Veltroni.
PIDDINOOOOOO, CORROTTOOOO!!!111” tra 3, 2, 1...
Pazienza: hanno provato ad insultarmi con parole ben peggiori.
Io me ne vado.
Io vado a portare la mia esperienza e la mia capacità di far ricchezza altrove, nell’unica città veramente europea d’Italia, che - tra le altre cose - con me e col mio lavoro non s’è mai dimostrata né fredda e né inospitale, anzi.
E se direte “E ‘sti caxxi?!” - e non ho dubbio alcuno che eviterete di farlo - sta bene, ma ricordatevi che, negli ultimi 10 anni, c’è stata una quantità enorme di persone come me, che hanno chiuso i battenti qui e se ne sono andati verso altri lidi, un pelo più sostenibili e un pelo anche più convenienti.
Quando rimarrete solamente con Bangla-Shop, con urtisti, con All-you-can-eat, con kebabbari e con parrucchieri, con centri commerciali enormi in cui vi delizierete a non potere spendere soldi che non avrete (perché non lavorerete), forse ‘i caxxi’ vi importeranno un poco di più.
La umana è breve, e passarla tutta a rodersi il fegato nell’impotenza è decisamente un qualcosa che lascio volentieri agli altri.
Mi auguro e vi auguro che da qui a poco tutti i problemi romani saranno risolti o comunque ridimensionati, e mi auguro e vi auguro di poter tornare in gita qui un giorno e dire: “Però, com’è cambiata Roma, che bello!”.
Dire ‘che bello’ sarebbe bello, in effetti.
Fino ad allora, scusate ma ho una pin-up vestita da coniglietta che mi aspetta in via Brera.
See you later, taaac!

Giorgio Fiorini
georgefiorini.eu

P.S.
A scanso di equivoci, per evitare il solito trollaggio degli analfabeti funzionali o dei galoppini di partito vorrei precisare che:

  • Non sono iscritto al PD né a nessun altro partito politico;
  • Non sono - purtroppo - finanziato da George Soros;
  • Eccezion fatta per un anno in cui ho svolto il ruolo di docente, non ho mai preso un euro di soldi pubblici, né tantomeno mi guadagno il pane con la politica;
  • Non ho piantato radici solo a Roma, e qualche grande città europea ed americana l’ho vista... E l’ho ben vissuta;
  • Di sveglie ne ho già imballate un paio per casa nuova, potete anche evitare di consigliarmene altre

ShareThis