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Allucinante a San Paolo. La stazione della Metro B trasformata in magazzino per la bancarella

23 luglio 2019








Vi ricordate le promesse di pulirla, riqualificarla, riportarla ad un minimo di dignità a beneficio dei tanti pendolari e cittadini che ancora a Roma si autoinfliggono l'umiliazione di prendere i mezzi pubblici? 
Ebbene ecco invece le condizioni della stazione San Paolo della Metro B. C'era stato anche lo sgombero della enorme bancarella perché pericolosa, abusiva e perché parandosi davanti all'uscita di sicurezza garantiva la morte del sorcio agli eventuali passeggeri in fuga in caso di emergenza, esplosione, incendio.
Nulla di fatto, non solo la bancarella è tornata al suo posto (del resto dopo pochi giorni sono tornate anche quelle su Viale Trastevere, nonostante il grande battage mediatico che raccontava il loro spostamento), ma ora utilizza la stazione come deposito per i suoi scatoloni. 
Si fa enorme fatica a credere che questa sia la stazione di una città occidentale, in pieno centro storico, a servizio di una delle basiliche più importanti della cristianità a livello mondiale. 
Naturalmente per il presidente del Municipio Ciaccheri i problemi sono altri. Anzi i suoi amici dei centri sociali di zona contribuiscono al degrado riempiendo ogni santo giorno le pareti di manifesti abusivi.

Le foto e i video per rendersi conto come hanno ridotto Piazza Re di Roma

24 marzo 2018


Questa, signori miei, è Piazza Re di Roma oggi. E come oggi, da mesi e mesi. Forse da prima di Natale. Sicuramente l'arrivo dei grillini al governo del VII Municipio ha dato la stura alle aspettative e agli appetiti bancarellari su una delle piazze più belle del quartiere Appio Latino. L'area verde, di norma pedonale, si è trasformata come potete vedere dalle immagini e dal filmato in un volgare piazzale di sosta di tir, furgoni, camion, bombole e gruppi elettrogeni. In spregio delle più basiche norme di sicurezza. La piazza è diventata un luogo osceno, di cattivo gusto, con musica mediocre e stand bruttissimi. La puzza, intensa sia di cherosene per i gruppi elettrogeni sia di cibo scadente, non è purtroppo raccontabile da questo post e dalle nostre foto.




E' così da mesi. Chi sta organizzando questa porcheria? A chi è stato dato il permesso da parte del Municipio? Chi ha trasformato l'unica area verde del quartiere nella più brutta sagra di paese del mondo? Perché in tutte le città europee si fa a gare ad offrire il meglio dello street food di qualità mentre a Roma il livello è infimo, squallido, sciatto a tal punto? Chissà se l'opposizione nel VII Municipio si è fatta venire in mente di porre queste domande in consiglio, di fare un accesso agli atti, semplicemente di fare opposizione. 


Nel frattempo Piazza Re di Roma muore e contribuisce ad abituare lo sguardo dei bambini che pure ancora la frequentano al brutto, alla volgarità, alla sciatteria, al degrado più profondo e imbarazzante.

Torino, pur grillina, ha un mercatino di Natale impeccabile mentre Piazza Navona fa schifo. Ecco perché

28 dicembre 2017
 Alla grande tristezza diffusa che si respira in città (l'unica città italiana ed europea dove a Natale non sembra Natale) si è quest'anno aggiunta la mestizia di Piazza Navona. Dopo anni il Comune ha fatto le carte - letteralmente - false pur di restituire la festa della Befana alla ghenga di bancarellari che l'aveva massacrata negli ultimi anni. Il risultato è sotto gli occhi di tutti e ne abbiamo parlato tante volte.
Ma come mai questi episodi si svolgono solo a Roma? Come mai nelle altre città vediamo solo rispetto e qualità? Quali sono i modelli? Ed è un problema del Movimento 5 Stelle, partito comunque totalmente suddito delle lobbies e alle clientele, o è un problema del Movimento 5 Stelle a Roma?



 Per capirci qualcosa e per darci qualche risposta siamo andati a Torino. Non a caso: la città, come Roma, è amministrata dal Movimento 5 Stelle e anche qui il governo municipale non versa in buone acque. Ma un conto è avere difficoltà, un conto è allearsi con le cricche. A Torino l'alleanza con le cricche evidentemente non l'hanno fatta. Potevano inventarsi bandi improbabili, potevano far valere assurde "anzianità", potevano giocare sul termine di "fiera" e di "festa" e potevano strumentalizzare a favore delle lobbies portatrici di voti alcune normative regionali (ammesso che il Piemonte abbia leggi raccapriccianti come il Lazio di Zingaretti). Così non ha fatto. 

In città ci sono molti mercati natalizi, in varie zone della città. Tutti fanno parte, fate attenzione, di un unico bando pubblico che si chiama "A Torino un Natale coi Fiocchi". Cosa ha fatto l'amministrazione comunale? Il suo mestiere: a tutto tondo! Ha individuato alcuni spazi, cinque più uno, dove si potevano svolgere manifestazioni commerciali natalizie, ha scritto un bando e ha messo "in palio" questi spazi. Nel bando c'era un capitolato molto preciso con chiari obblighi sulla qualità dell'allestimento, sulla qualità della merce e quant'altro. Tutto chiaro e tutto facilmente leggibile. Chi avrebbe vinto? Fermi restando tutti gli obblighi del concessionario avrebbe vinto, attenzione attenzione, chi avrebbe offerto di più. Sì, avete capito bene, in cambio infatti del suolo pubblico messo a disposizione e dell'utilizzo del marchio "Natale coi Fiocchi" (che fa cagare, ma è un marchio registrato del Comune), la città di Torino in-cas-sa un sacco di soldi. Ha piazze pulite, allestite e natalizie e in più incamera mezzo milione di euro sonante da parte del concessionario. Una società con le caratteristiche per partecipare, dunque, ha vinto il bando, ha pagato il Comune e poi ha lavorato per rientrare dei costi e per guadagnarci affittando gli spazi e gli chalet oltre che facendo attività con sponsor e quant'altro fosse consentito dal bando stesso. 

I vantaggi di questa soluzione sono evidenti: tutto è omogeneo perché hai un solo interlocutore per quanto riguarda gli allestimenti, tutto è elegante e credibile. Se ci sono delle questioni, l'amministrazione ha un interlocutore, uno solo, non deve fare riunioni come è successo a Roma con l'assessorato affollato da decine di famiglie o, peggio, clan di bancarellari a intimidire. Chiaramente un solo interlocutore ha la forza finanziaria per pagare quello che c'è da pagare, per dare garanzie bancarie, per ottemperare alle spese di sicurezza (che invece da noi sono state un ridicolo problema) e così via. Se qualcosa del bando viene violato ne risponde un legale rappresentante, uno e uno solo. Non una pletora ovviamente ingovernabile di finte srl o peggio.

Tornando a Roma tutto questo è stato lo spauracchio di Coia (e di qualcuno che in buona o in cattiva fede ancora casca nelle sue frottole che tanti danni stanno facendo alla città). "Se trasformiamo Piazza Navona da 'fiera' a 'festa' poi rischiamo che tutto venga gestito da una sola società e non dai singoli bancarellari, ecco perché non lo abbiamo fatto". Ha detto proprio così. Nessuno gli ha fatto notare che ciò che lui considera come negativo è la soluzione adottata nella pentastellata Torino per realizzare mercatini non solo nella piazza principale ma bensì in tutta la città. Sarebbe bastato questo per zittire l'ennesima idizoia del micidiale presidente della Commisione Commercio. 

A Piazza Navona ormai le speranze di arrivare a questi risultati sono minime: l'amministrazione per costruire il suo lurido consenso ha regalato per 9 anni la piazza agli operatori peggiori possibile con le scuse di cui sopra. Ma un Comune serio, qualora mai ci fosse, potrebbe fare qualcosaltro per diluire la presenza di una manifestazione così mediocre? Certo che sì. Una amministrazione seria, in altre piazze (una piazza Esedra momentaneamente pedonalizzata, una piazza Venezia parzialmente pedonalizzata per le feste e mille altre) potrebbe attuare la stessa modalità torinese creando dei veri mercatini natalizi (a Torino la società vincitrice è stata quella dei Mercatini di Bolzano) che costringerebbero Piazza Navona o al fallimento economico o ad adeguarsi ad un livello alto di qualità. Il tutto fatto incassando soldi. E magari facendo anche meglio di questo bando torinese che ci piace nella modalità ma che pure non è esente da critiche e scivoloni nel merito. Ma per fare questo ci vorrebbe lungimiranza, visione, progetto, buona fede, sentimento del bene comune e non focus esclusivo sulla costruzione del consenso purchéssia...

(Per tutte le info sul bando di Torino, cliccate qui. E rifatevi gli occhi cazzarola!)

Roma condannata a restare così. Il regolamento sulle bancarelle scritto dai bancarellari

20 aprile 2017

Qualunque cittadino che segue Roma fa Schifo (è uno dei temi che più di ogni altro abbiamo approfondito in questi dieci anni), ma in realtà qualsiasi abitante della città dotato di buon senso e di occhi per guardare è in grado di mettere in fila quali siano i problemi che affliggono nella capitale il settore dell'ambulantato, del commercio su area pubblica, delle bancarelle e dei mercati.

Le bancarelle sono troppe, migliaia e migliaia. A tal punto che trasfigurano intere strade commerciali, anche centrali, cambiando le sembianze alla città e trasformandola in un autentico suq. Qualcosa che non ha paralleli e raffronti da nessuna altra parte del mondo, terzo mondo incluso in realtà.


Le bancarelle pagano poco.  Non è rara l'equazione, in molte zone della città, del 1000-1000. Cosa significa? Significa che molte bancarelle (ma per alcune l'algoritmo è ancora più favorevole agli “imprenditori”) incassano 1000 euro al giorno – quasi sempre esentasse visto che per queste attività commerciali sembrano sospesi gli obblighi fiscali che tutti gli altri imprenditori hanno – e pagano 1000 euro all'anno di occupazione di suolo pubblico. Insomma avere una bancarella a Via Cola di Rienzo, la zona commerciale più lussuosa della città, costa 1000 euro all'anno, avere nella stessa strada un negozio delle medesime dimensioni costa 30 o 40 mila euro all'anno. La differenza la mette il Comune che rinuncia a far fruttare il suo principale patrimonio che è il suolo pubblico. La differenza è il motivo per cui gli appetiti sull'ambulantato sono quelli che sappiamo.


Le bancarelle sono brutte, orribilihanno un'estetica allucinante, contribuiscono al degrado urbano a causa della loro struttura, della loro illuminazione, dei loro ombrelli, delle loro merci.

Le bancarelle rappresentano un grumo inaudito di evasione fiscale e di lavoro nero. Ovviamente non tutte, ovviamente ci saranno chiaramente degli operatori onesti. Ma in linea di massima il problema è gigantesco. 


Le bancarelle occupano i marciapiedi, cancellano i percorsi pedonali, oscurano le insegne e le vetrine dei negozi danneggiandoli gravemente. Le bancarelle sono anche pericolose quando obbligano i pedoni a camminare sulla strada e quando ostruiscono le vie di fuga o le uscite di sicurezza. Ci sono già stati morti.


Le bancarelle sono mal dislocatesi concentrano in alcuni punti con grappoli e cluster di punti vendita tali da somigliare a mercati.


Le bancarelle vendono prodotti scadenti sia per quanto riguarda oggetti e abbigliamento sia per quanto riguarda il cibo.


Le bancarelle vivono su licenze che sono parte di un mercato protetto, privo di concorrenza, non contendibile – a dispetto delle normative europee! - e dunque privo di qualità: gli operatori di eccellenza di cui hanno beneficiato altri contesti (si pensi a Londra e ai suoi ottimi foodtruck) sono sostanzialmente impossibilitati dall'affacciarsi in città, dall'investire qui, dal portare qui la loro qualità.

Per quanto riguarda i mercati rionali i problemi sono differenti: c'è un problema di orari, un problema di possibilità di somministrare cibo (ormai solo a Roma è vietato), c'è un problema di tante e tante strutture fuori norma per le quali bisogna pianificare radicali trasformazioni a costo zero per il Comune (modello Mercato di Testaccio, ovviamente con le dovute correzioni e nell'ambito di un quadro normativo e strategico chiaro, trasparente e di visione) e c'è infine un grandioso problema di banchi non assegnati. Un problema che può essere girato in opportunità andando a inserire in questo quadro l'eccesso di bancarelle su suolo pubblico di cui sopra: molte di quelle concessioni potrebbero essere trasferite nei mercati prendendo i proverbiali due piccioni con una fava.

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Qualsiasi riforma del mercato dell'ambulantato a Roma, se fatta in maniera onesta e seria e per il bene della città, non deve fare che una cosa: osservare questi problemi e trovare la strada per risolverli. Anche Andrea Coia, attuale capo della Commissione Commercio dell'Assemblea Capitolina (la medesima commissione che ha affossato la riforma dei cartelloni, quasi portata a termine da Marino), la pensava allo stesso identico modo nostro. Per anni ha fatto opposizione, nel VII Municipio (pieno di bancarelle, tra l'altro), ripetendo questi concetti in maniera lucida e ricorsiva. Sembrava un redattore di Roma fa Schifo. Quando il Movimento 5 Stelle ha vinto le elezioni e quando egli è diventato capo della Commissione Commercio il suo approccio, un giorno scopriremo anche il perché magari, è cambiato in maniera profonda e netta dalla sera al mattino. L'ambulantato da cancro da debellare è diventato una risorsa da tutelare al di là di ogni vergogna e di ogni dignità. Le sue posizioni sono divenute sovrapponibili e identiche a quelle dei vecchi volponi della politica (contro i quali il M5S ha stravinto le elezioni) che a tutt'oggi sono in forze alla Commissione. E così, dopo un percorso di mesi in cui il lavoro è stato fatto “assieme ai portatori di interesse” (lo scrive Coia su Facebook senza alcun ritegno, amettendo candidamente di aver scritto un regolamento assieme a chi dovrà esserne regolamentato), Coia a braccetto con Orlando Corsetti e Davide Bordoni ha partorito un Regolamento delle Attività Commerciali su Area Pubblica da fare accapponare la pelle a chiunque trovi 20 minuti per leggersi le quaranta pagine di cui il testo (che ora rischia di approdare in Aula) è composto.

In questo preciso momento storico, con la Direttiva Bolkestein che sta finalmente andando in porto e con i bandi previsti per il prossimo anno, l'amministrazione ha una opportunità grande, unica e irripetibile per riformare in toto il settore. È un treno che non passerà più. Se la città perderà questo treno, come sembra voglia fare, certificherà il suo stato per i prossimi decenni: Roma firma la sua condanna e si suicida dichiarando, ufficialmente e inderogabilmente, che la situazione dell'ambulantato rimarrà questa, che le bancarelle non diminuiranno, non smetteranno di fare concorrenza sleale ai negozi, che non smetteranno di essere di proprietà di poche famiglie, che Via Tuscolana, Via Appia, la Stazione, Via Cola di Rienzo, Piazzale Flaminio rimarranno delle favelas vergognose per sempre. A vita. In cambio peraltro di pochi spicci. Anche nella città dei nostri figli e dei nostri nipoti. La città, con questa proposta, sta svendendo la sua capacità di riformare profondamente un settore sull'altare del consenso elettorale, del voto di scambio, del sostegno economico che queste caste e queste lobbies hanno sempre storicamente garantito alla politica romana e alle sue alte spese per iniziative e campagne elettorali. Se una cosa del genere fosse successa durante il governo Alemanno ci sarebbe stata una rivolta nazionale, visto che la porcata la fanno i grillini sta tutto passando pian pianino in cavalleria, con ovviamente il PD e Forza Italia ben favorevoli di fare gli interessi delle caste che li hanno sempre sostenuti senza neppure la seccatura di doversi sporcare le mani.


Rileggete la lista di complain che abbiamo elencato sopra. La riforma proposta da Coia e dal Movimento 5 Stelle, che ora rischia di approdare in aula e di essere approvata definitivamente, non risolve nessuno dei problemi in lista. Anzi spesso considera i problemi come non problemi, ma come normalità da certificare, da fotografare e ufficializzare. Sarebbe gravissimo di per se, ma è doppiamente gravissimo se si pensa che ci troviamo nell'unico momento utile per proporre una riforma davvero coraggiosa per risolvere uno dei problemi più profondi della città. Tra sanatorie, condoni mascherati (tutte le concessioni anomale diventano concessioni normali, praticamente il racket dei bancarellari fa bingo su tutta la linea) e regali alle categorie (il regolamento sembra proprio scritto dai bancarellari, e sostanzialmente Coia ammette che così è), il regolamento fotografa la raccapricciante situazione attuale e la trasforma in regola abdicando a qualsiasi trasformazione dell'immondi status quo che fa di Roma un posto da cui viene voglia di fuggire.

Le bancarelle sono troppe abbiamo detto. Benissimo, il Comune oggi e solo oggi potrebbe risolvere questo grave problema. Le autorizzazioni e le concessioni scadono tutte il prossimo anno: è la legge europea. A quel punto non sta scritto da nessuna parte che i bandi per il rinnovo debbano essere uguali alle concessioni scadute, possono essere di meno, le concessioni anomale possono essere eliminate, si possono spostare delle autorizzazioni dalla strada ai mercati, si può decidere di indennizzare gli operatori offrendo altri cespiti (licenze taxi ad esempio) in cambio della rinuncia alle attuali licenze. Si può fare tutto, al di là di quello che vi raccontano una amministrazione democraticamente eletta può fare tutto. Basta che pianifichi. Se le decisioni sono prese nel quadro di una seria pianificazione nulla è escluso, nulla è davvero impugnabile. Questo ci si sarebbe aspettati dall'amministrazione a Cinque Stelle: pianificare una città radicalmente diversa dal punto di vista del commercio ambulante. Una città in cui le bancarelle sono molte meno, in cui i prodotti che vendono saranno di qualità altissima, una città in cui il Comune cede suolo pubblico a imprenditori solo in cambio di fior di denari poi da reinvestire nell'abbattimento dell'abnorme debito che grava sui nostri figli o nei servizi da erogare alle fasce deboli, una città che attira in questo settore investimenti, anche dall'estero, e che dà una opportunità ai giovani di talento che dal commercio ambulante vogliono far partire da loro carriera (invece nel dispositivo diabolico di Coia le concessioni per itineranti sono bloccate: chi è dentro al mercato è dentro, chi è fuori non potrà entrare mai). Una città in cui un banco di vendita su strada è motivo di riqualificazione urbana (magari in aree che ne hanno bisogno), non di degrado urbano.

Nulla di tutto questo, neppure lontanamente, è ricompreso nella scandalosa riforma del commercio su strada firmata dal Movimento 5 Stelle.



Invece di proporre una visione innovativa, ricalcata sulle migliori esperienze occidentali, i grillini hanno deciso (chi ha deciso? La sindaca? Coia da solo? Giuseppe Grillo? Da chi proviene l'input politico di appiattirsi sulle posizioni delle lobbies bancarellare? Da chi?) di farsi scrivere la riforma dagli ambulanti. La prova schiacciante di questo – al di là della lettura del provvedimento di cui riporteremo qualche passo agghiacciante – è il silenzio delle categorie: se tu, amministrazione, metti mano ad un settore incancrenito, anchilosato e problematico, è normale che la tua azione sia seguita da proteste di ogni tipo. Ignazio Marino lo diceva sempre: “se non vedo gente che protesta in Piazza del Campidoglio significa che abbiamo sbagliato qualcosa durante la giornata”. Voi vedete le categorie, le lobbies, le caste che si sono divorate la città protestare in questi mesi? In realtà, dopo anni, tutto questo mondo di mezzo che andrebbe spazzato via o profondamente riformato e riportato su standar europei, collabora gomito a gomito con l'amministrazione. Nel silenzio. E così una enorme riforma dell'ambulantato sta andando a dama senza un pelo di protesta – manco finta, perché loro organizzano anche proteste finte e strumentali alla bisogna – da parte degli ambulanti. Praticamente, come durante il fascismo o come durante il medioevo, governano la città le corporazioni. Al di là della legge, delle norme europee, del buon senso e delle speranze di riscatto futuro della città.

Gli indizi che ci dimostrano come i “portatori gli interesse” (così li chiama Coia stesso) siano riusciti a farsi scrivere un regolamento tagliato sulle loro esigenze sono numerosissimi. Nel Comma 4 punto 3 dell'articolo 36 (quello sulle rotazioni) si concede solo ad alcune rotazioni – guardacaso quelle relative alla vendita di dolciumi – di cambiare tipologia commerciale passando anche a quella non alimentare. Si tratta probabilmente dei camion bar che Marino e Leonori riuscirono a togliere da Colosseo e Fori Imperiali ricollocandoli sul Lungotevere: lì i gestori hanno sempre detto che vendere dolciumi, sorbetti (?) e bibite non aveva senso, ora potranno vendere anche altro e così questi posteggi, fino ad oggi lasciati vuoti, potranno essere occupati e il Lungotevere Testaccio si potrà popolare di venditori di panciere, calzini e mutande. Incredibile, poi, quanto fatto su Piazza Navona. La fiera della Befana, che per fortuna da alcuni anni (anche qui grazie a Marino) non si svolge perché era diventata una bidonville a unico vantaggio delle pochissime famiglie bancarellare che l'avevano conquistata negli anni trasformandola in qualcosa di riprovevole, viene sfilata alle competenze del I Municipio e portata nell'alveo del Comune (al I Municipio, ovviamente, silenzio!). Tra la caratteristiche per parteciparvi vince su tutto la “anzianità” a prescindere dalla qualità. E vedrete cosa succederà a dicembre a Piazza Navona, d'altro canto quest'anno già Coia ci aveva provato per fortuna non riuscendoci in extremis. Anche qui si ritorna ai tempi di Alemanno.
“Anzianità” abbiamo detto. Il nuovo Regolamento pentastellato si sofferma molto su questo che è, appunto, un cavallo di battaglia delle caste bancarellare a Roma in vista delle temute gare Bolkestein. Se le gare le vince chi ha più anzianità, ragionano i bancarellari romani, nessun nuovo soggetto di qualità potrà entrare nel mercato e noi continueremo come nulla fosse in barba a meritocrazia e concorrenza. Fin'ora questo principio, probabilmente illegale e anti concorrenziale, era contenuto in norme regionali fatte approvare, come te sbagli, dai tempi di Francesco Storace e anche lì scritte sottobanco dalle lobbies degli ambulanti. Da oggi, se il Regolamento-vergogna di Coia passerà, anche il Comune sposerà questa logica. “Ma noi citiamo solo una norma Regionale” spiega Coia sul suo Facebook “e poi se non piaceva questa norma Zingaretti poteva anche cambiarla”. Siamo a questo signori: le mancanze e le collusioni, che ci sono eccome, del Governo di Nicola Zingaretti non vengono più attaccate, messe in evidenza, pungolate, stimolate a risolversi per il bene comune. No. Vengono utilizzate come strumenti e trampolini per favorire le proprie clientele. È un precedente gravissimo. La vecchia politica ha fatto delle norme pessime? Vero. Puoi decidere di combatterle e contrastarle oppure di utilizzarle e strumentalizzarle per favorire i tuoi clientes elettorali esattamente come la vecchia politica ha fatto per decenni. A Roma il Movimento 5 Stelle ha scelto questa squallida opzione. Si trattava di fare una battaglia in Regione per modificare norme assurde che bloccano il mercato e condannano Roma, al contrario hanno usato queste norme assurde per cucirci sopra un nuovo regolamento. Questo è il nuovo. Di più: se domani la Regione, finalmente, in preda a qualche impeto d'orgoglio, dovesse finalmente approvare la Legge Quadro sul Commercio e dovesse eliminare le follie inserite da Storace negli anni Novanta, allora ci troveremmo nella condizione che il Comune avrebbe comunque, nei suoi “nuovi” regolamenti nel frattempo approvati, queste norme in vigore. Questa autentica follia accade senza la minima opposizione, nessuno in Consiglio o in Commissione apre bocca. Totale e profondissimo consociativismo, tutti d'accordo: Grillini, Pd, Forza Italia. Non era mai successo.







Ma i paradossi non sono finiti qui. Per capire quale sia lo spirito di questo regolamento dovete assolutamente leggervi il passaggio in cui, nell'articolo 37, si dice che “gli automezzi adibiti alla vendita del settore alimentare devono essere di colore beige, o bianco, o rosso”. Incredibile, no? Per quale motivo il Comune entra nel merito della carrozzeria dei camion bar imponendo delle tonalità assolutamente a caso. Camion rossi che vendono cibo? È presto spiegato: si tratta dei furgoni (quelli fuori allo stadio o ai concerti) già esistenti, i famosi “Empori” appartenenti ad una specifica famiglia di venditori ambulanti. Ancor più incredibile il dettaglio dei venditori di alimenti nel centro storico. Secondo il regolamento i camion devono essere “beige, avere la scritta 'bibite e gelati' sulle tende e avere delle riproduzioni fotografiche dei monumenti del centro storico”. Praticamente la descrizione degli orrendi e vomitevoli camion bar romani, ora finalmente certificati da un regolamento (ci aveva già provato Alemanno con il fido Bordoni). Così magari un domani, quando le attuali famigghie che umiliano la città monopolizzando il commercio ambulante si saranno messe a fare un lavoro vero e avranno lasciato la palla ad altri, anche questi altri saranno costretti all'estetica micidiale da pseudo carretto siciliano degli attuali camion bar. Per regolamento.

Guardatevi il video che abbiamo girato (la prima parte la mattina, la seconda la sera) fuori dalla Stazione Termini ieri. L'amministrazione sta certificando che tutto rimanga così. Guardatevi il video mentre vi leggete il vero capolavoro protagonista di questo articolo: la mitologica riforma-Coia sull'ambulantato.

Come si presentava Piazzale Flaminio il giorno di Venerdì Santo. Foto&video

16 aprile 2017
















Ha poco senso aggiungere commenti e parole a queste foto e al video sotto. L'unica nota che ci sentiamo di sottolineare riguarda i precedenti di questo spicchio di Secondo Muncipio che affaccia sulla parte più pregiata del Primo. 
Si tratta di un piazzale sul quale nelle scorse settimane si sono susseguite le retate della Polizia Municipale che ha ravvisato come la schiacciante maggioranza delle bancarelle fosse abusiva, priva di regolare autorizzazione, illegale. D'altro canto è normale: come fa ad essere regolare un autentico immenso suk subito fuori da una stazione (una delle più importanti stazioni) della metro e delle ferrovia suburbane? In caso di incidente, incendio, attentato, necessità di fuga migliaia e migliaia di persone farebbero la morte del sorcio per colpa del mancato deflusso. 
C'è dunque un problema di decoro, enorme, è un problema di sicurezza, evidente. E poi c'è un problema di legalità doppio: non solo tutto è illegale, ma tutto è illegale e resta lì dopo azioni e retate ripetute. Cascano le braccia.
In più, per finire, c'è da sottolineare che neppure durante le festività pasquali, con la città invasa di turisti, si è pensato di fare un minimo di pulizia. Per lo meno per fare un minimo di scena nei giorni di maggiore afflusso di ospiti. 
Una vergogna assoluta che però fa vergognare tutti fuorché gli amministratori, fuorché le forze dell'ordine e fuorché quella parte di opinione pubblica - forse ormai maggioritaria - che li sostiene e li vota. 


Sarebbe interessante avere, nell'ambito della trasparenza che connota la nostra amministrazione grillina, la risposta ad alcune domande: a chi fanno capo queste autorizzazioni e licenze? Ci sono autorizzazioni e licenze? Se ci sono è possibile sapere chi le ha rilasciate? Durante quale amministrazione? Chi ha firmato le delibere? 
Difficilmente una amministrazione totalmente appiattita sulle posizioni del racket bancarellaro possa mai rispondere...

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