Un altro borseggio in diretta in metro. Filmiamo le ladre, che ci sputano

20 settembre 2017

Ieri a Termini, un video è delle 15:20 e uno delle 15:45. Quello più lungo con inseguimento è delle 15:45.



Ormai le tecniche di queste signore le abbiamo imparate a memoria, ma d'altro canto le leggi italiane dicono che questa gente che scippa dozzine e dozzine di portafogli ogni giorno non deve neppure un istante andare in galera. Nel video sopra si vede una borseggiatrice che una volta scoperta fa cenno alla vittima di stare attenta alla borsa. Guardate con attenzione, siamo all'assurdo. Una volta scoperte di essere riprese via con schiaffi e sputi.



Nel video sopra, invece, si vede bene che puntano una giapponese che poi cambia porta. Gli vanno dietro e gli mettono le mani addosso per tenerla dentro mentre una gli sfila il portafoglio. Poi di corsa tutte fuori. Se guardate con attenzione si vede chiaramente la mano nella borsa. 
Il video arrivati ai tornelli si interrompe, dopodiché riesco a fermare una borseggiatrice che inizia a urlare come una indemoniata e mi rifila qualche calcio. Uscite dalla metro a piazza dei Cinquecento le faccio fermare dalla Polizia che ha presidio fisso lì. Iniziano a dare di matto con urla e pianti. Purtroppo ne hanno fermate solo tre e probabilmente il portafoglio lo avevano passato a quella con i pantaloni bordeaux che è riuscita a dileguarsi.
La prova che il borseggio è andato a segno? Che sono scappate, altrimenti sarebbero rimaste a prendermi a sputi come quelle di prima. 



Tra le altre cose vi invio anche un video di qualche giorno fa girato da una della altre persone che, come me, sotto la metro si "divertono" a salvare decine di turisti al giorno quando si può. Ormai ci sono diversi cittadini che cercano a mani nude e contro una criminalità ramificatissima e come vedete aggressiva e totalmente impunita di sostituirsi alle forze dell'ordine che, a detta loro, hanno "le mani legate". Già, mani legate... Peccato che un giorno ogni tre mesi, chissà perché, come è successo una decina di giorni fa, quando i vigilantes decidono davvero di fare il loro mestiere (presenza, attenzione, occhi aperti, autorevolezza in banchina) di ladre manco l'ombra.
Alfredo R.

Il mercatino del rubato di Via Lombroso e il disperatissimo XIV Municipio

19 settembre 2017
Era da un pezzetto che mancavamo dal XIV Municipio. Ma oggi è arrivata la cronaca, l'ennesima, da parte dei poveri cittadini che in quel territorio da 15 mesi devono avere a che fare con la più atroce forma di sciatteria amministrativa e mediocrità gestionale in assoluto in città. E allora, invitandovi a leggere tutta la nostra copertura su queste lande desolate, godiamoci quest'altra storia. 

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Venghino, signori venghino... dovete sapere che ogni domenica si svolge un allucinante mercato di paccottiglie ed ambulantato vario autorizzato da ormai oltre dieci anni nello slargo tra via Vinci e via Lombroso, a ridosso del famigeratissimo campo rom dei roghi tossici, a cento metri dal Santa Maria della Pietà e dagli uffici amministrativi e tecnici del disperato Municipio XIV capeggiato da Alfredino Campagna e proprio a ridosso dell'Ex Lavanderia tanto cara all'Assessore Drakula Maggi.

Ma entriamo nel dettaglio, spieghiamo a chi ci legge o quantomeno proviamo a descrivere il surreale.  Ogni santa domenica si svolge a ridosso del mercato ambulante regolare, un mercato di oggetti raccattati con accattonaggio, rovistamento secchioni, svuotamenti cantine e soprattutto furti. Insomma, l'ormai classico e tradizionale mercatino del rubato e della rumenta alla romana. Naturalmente a fine giornata, tutti gli avanzi e la sporcizia vengono accatastati alla meglio e peggio e bruciati, tanto rogo tossico in più, rogo tossico in meno chi volete ci faccia caso?!


Alfredino Campagna, il presidente miracolato del Municipio XIV, il compagnuccio alle superiori di  Andrea Severini in Raggi, assunto in Atac su chiamata diretta dall'ufficio di collocamento ed oggi capotreno, (sempre memorabile il suo video in campagna elettorale sulle tre cose da fare nei primi 100 giorni, il sito internet, la trasparenza e... e... la terza non la ricordava e comunque dopo 15 mesi deve aver scordato anche le prime due), subissato da valanghe di segnalazioni ha fatto fare alla Polizia Municipale ed alle forze dell'ordine due interventucci spot a fine giugno ed inizio luglio, con tanto di post trionfanti su Facebook pieni di like e commenti di suoi fedelissimi sodali. 

La normalità trasformata in eccezionale, l'ordinario in straordinarissimo, il semplice in assolutissimamente complesso. Poi, una volta esaurito l'effetto post su Facebook, tutto torna come prima, anzi peggio perché ogni santa domenica il mercatino del rubato e tutto lo schifo che comporta prosegue indisturbato. Per fortuna che Andrea Severini in Raggi loda gli interventi di ordinario sfalcio stradale e dopo una mattinata di insulti è costretto a rimuovere il post, magari qualche elettore raggirato si sta svegliando dal torpore...
Paolo

6 motivi per cui il bike-sharing a flusso libero può essere un brutto rischio a Roma

18 settembre 2017
Tantissime volte abbiamo ribadito su queste pagine l'importanza del servizio di bike-sharing, specie in una città come Roma che pur con un traffico caotico e alcuni declivi non agevolissimamente affrontabili in bici ha un clima tale da invogliare di molto lo spostamento a pedali. 

Il bike-sharing, inoltre, essendo tradizionalmente un servizio pagato dalle grandi multinazionali delle affissioni (Clear Channel, JcDecaux...), serviva anche a spingere per una necessaria riforma del mondo della cartellonistica pubblicitaria che vede Roma ultimissima capitale occidentale ancora monopolizzata da vecchie dittuncole locali spesso al limite della legalità e della criminalità. 

Purtroppo dopo i grandi passi in avanti effettuati sotto l'amministrazione di Ignazio Marino, la riforma della cartellonistica è ferma da oltre un anno. Oggi oltre alla inattesa ma ormai più che conclamata affettuosità tra il Movimento 5 Stelle che amministra Roma e il racket delle ditte che monopolizzano il settore, c'è qualcosa d'altro che può minare l'arrivo a destinazione del Piano Regolatore degli Impianti Pubblicitari con i relativi bandi pubblici per l'assegnazione dei lotti finalmente a ditte serie e strutturate. Questo ostacolo ulteriore si chiama bike-sharing a flusso libero.

Intendiamoci, in tutti i settori della sharing economy passare da un flusso vincolato ad un flusso libero è sinonimo di evoluzione e di smartness. Pensate alle auto: un conto il car sharing comunale che ti impone di rilasciare l'auto dove l'hai presa, dopo una prenotazione manuale in cui devi prevedere il tempo che la terrai. Altro conto è aprire il telefonino, prendere un'auto per cinque minuti, lasciarla dove ti pare, pagare solo per l'effettivo minutaggio di utilizzo. E infatti il successo è stato clamoroso.

Idem per le biciclette: le vecchie ciclostazioni del bike-sharing rischiano seriamente di essere soppiantate dalle nuove bici del bike-sharing a flusso libero (Mobike ora si chiama l'operatore, ma ne arriveranno altri a Milano e a Firenze): apri il telefonino, fotografi il codice qr della bici, il lucchetto si sblocca automaticamente e si può partire. Poi quando arrivi parcheggi, chiudi il lucchetto e paghi i pochi euro necessari per la corsa. Detta così è una figata e l'espansione sarà probabilmente inarrestabile (già a Milano è boom) facendo apparire il tradizionale bike-sharing come una roba della preistoria, ma la cosa presenta alcuni problemi tant'è che alcune città dopo il primo periodo di entusiasmo sono arrivate perfino a smantellare il servizio di bike-sharing a flusso libero. 

1. LA SOSTA. Ovviamente il rischio di trovarsi bici parcheggiate a casaccio dovunque è enorme. Abituatevi, quando fate manovra con l'auto per uscire dal parcheggio, a dover gestire il fatto di avere dietro attaccata una bicicletta insomma

2. IL VANDALISMO. Al di là del furto, magari poco probabile vista la dotazione satellitare delle bici, il vandalismo rischia di essere molto impattante: senza una ciclostazione le bici sono molto poco controllabili.

3. MANCATO INTROITO. Con il bike-sharing tradizionale il comune incassa (andatevi a leggere quanti soldi becca il Comune di Parigi dal Velib'), con questo nuovo sistema il comune non incassa più niente: regala suolo pubblico agli operatori e basta. Almeno per ora la situazione è questa. 

4. ADDIO PRIMA MEZZ'ORA GRATIS. E' stata per 10 anni il pilastro del bike-sharing, ora salta. Cosa significa? Che conviene meno prendere la bici per spostamenti brevi e concentrati in una zona piccola; ogni volta che si prende si paga qualcosina. E chi fa 10 tratti al giorno che col bike-sharing tradizionale non pagava nulla, qui rischia di essere allettato dal motorino.

5. L'ARREDO URBANO. Addio arredo urbano, addio intere strade riqualificate grazie a enormi ciclostazioni lunghe 50 metri, addio marciapiedi salvati dalla sosta selvaggia grazie alla realizzazione a bordo strada di ciclo stazioni, addio spartitraffico un tempo tramutati in parking e oggi tornati giardini eleganti grazie alle stazioni, addio carreggiate ricondotte ad una larghezza corretta proprio grazie alle bici ancorate. E così via. Da Parigi a Milano passando per Londra le ciclostazioni sono servite molto spesso a dare spina dorsale, ordine e senso a molte strade. Se si passa al flusso libero tutta questa funzione ancillare e accessoria ma decisiva e utilissima va smarrita. E dio solo sa quanto Roma avrebbe bisogno di un intervento simile. 

6. LA STRUMENTALIZZAZIONE
Il quinto punto rimane quello più romano di tutti: la strumentalizzazione. "Eh ma adesso che hanno inventato il bike sharing nuovo, quello previsto nei bandi dei cartelloni non serve più, è superato, cambiamo tutto". Questo stanno già facendo gli avvocati dei peggiori cartellonari a Roma. E rispetto a questa controffensiva, che punta semplicemente a ritardare ulteriormente l'approvazione dei piani e l'avvio dei bandi (con la complicità della Commissione Commercio, che non vede l'ora di fare favori alle lobby così nell'ambulantato come nella cartellonistica), l'amministrazione dovrebbe farsi trovare preparata. 


Nulla contro il bike-sharing a flusso libero dunque (d'altro canto la storia non si ferma e la direzione è quella), ma onestamente lo vediamo più come integrazione ad un bike-sharing strutturale già esistente (come accade a Milano) piuttosto che una sostituzione tout court (come accade invece a Firenze). E solo in presenza di una amministrazione lucida e realmente vogliosa di utilizzare il concetto di bike-sharing come dispositivo per migliorare la città a tutto tondo e non come mero servizio di mobilità. Certo, con una amministrazione che nei mesi passati ha dimostrato di essere di fatto schierata dalla parte delle mafie cartellonare romane è tutto più complicato. 

Chikungunya, zanzare, febbri, epidemie. Di chi è colpa? Perché a Roma? Indovinate...

16 settembre 2017

Superano i 50 i casi di Chikungunya, una malattia molto antipatica (in alcuni casi molto pericolosa) che viene trasmessa dal vettore della famigerata zanzara tigre, la zanzaraccia aggressiva e rompicojoni che punge attivissima anche di giorno. Cosa c'entra l'amministrazione della città di Roma con tutto questo (tra l'altro il focolaio sembra essere partito da Anzio)? L'amministrazione ha fatto tutto il possibile? L'amministrazione ha responsabilità? L'amministrazione ha fatto tutte scelte giuste o, magari seguendo ideologie da setta grillina, ha effettuato degli errori? Vediamo.

Il 30 luglio del 2006 come ieri ha ricordato Mattia Feltri nel suo editoriale su La Stampa, sul sacro blog di Beppe Grillo appare questo articolo dove si sproloquia sull'uso dei pesticidi, si fa terrorismo su danni al cervello e sui soliti profitti delle multinazionali. Insomma gli insetticidi come le scie chimiche e soprattutto come i vaccini che non servono a nulla se non a ingrossare i portafoglio delle ditte farmaceutiche: tutta una macchinazione dei poteri forti. Non è detto che i ragionamenti siano necessariamente sbagliati, intendiamoci. Ed è giusto riflettere su questi tempi. Ma da qui a utilizzare queste congetture per confezionare dei provvedimenti amministrativi ce ne corre. E invece va proprio così...

Nell'aprile del 2017 Pinuccia Montanari, assessore all'ambiente mandata a Roma direttamente da Beppe Grillo in persona, promulga un'ordinanza sulla zanzara tigre in cui di fatto vieta da parte di enti pubblici e da parte dei privati l'utilizzo di una serie di insetticidi. Questa è l'ordinanza e tutto è facilmente desumibile leggendo il dispositivo. Dopo qualche giorno l'associazione delle imprese di disinfestazione scrive una lettera durissima al sindaco, presagendo il disastro: della serie il Comune era stato lucidissimamente avvisato. Rimane tutto fermo come prima. Appello per l'ennesima volta inascoltato: meglio stare a sentire il blog di un guitto che il parere degli esperti, l'importante è arrecare un danno economico alle "multinazionali della disinfestazione" aho...
I disinfestatori, che nel frattempo avevano già comprato il prodotto e il danno economico ce l'hanno sul serio, rilevano la delibera talmente anomala che ricorrono al TAR, ma in questo caso la lotteria del TAR dà ragione alla Giunta Raggi: evidentemente la scelta amministrativa era corretta, ma resta il problema della scelta politica. Pinuccia esulta sui social: "La nostra ordinanza è la prima nel suo genere, basata sulla prevenzione, su prodotti biologici e sulla drastica riduzione di sostanze ad elevata tossicità. La tutela della salute dei cittadini, la salvaguardia dell’ambiente e la conservazione della biodiversità prevalgono sugli interessi economici delle ditte di disinfestazione. La nostra ordinanza è destinata a fare scuola". Ecco tutto il suo post. Già, fare scuola...

Come prosegue la storia? La città si riempie di zanzare tigre ancor più del solito. Un focolaio di Chikungunya nato altrove ha così il suo moltiplicatore ideale anche a Roma. Ben 8 municipi sono a rischio. Lo Stato Italiano ha dovuto bloccare le donazioni di sangue a oltre un milione di persone e a chiunque abbia soggiornato a Roma. Una autentica emergenza sanitaria si sta configurando perché manca sangue e le altre regioni devono correre ai ripari nell'ambito di una gara di solidarietà per rifornire gli ospedali capitolini.

Per giorni, come spiega bene l'attento Fabio Sabatini in un suo post di ieri, la sindaca esita, non fa nulla: non vuole usare gli insetticidi condannati non dalla legge (sono perfettamente legali!) bensì da Giuseppe Grillo da Genova. I casi di contagio aumentano a dismisura. Una parte di popolazione è terrorizzata. C'è un allarme da parte della Regione, della Asl e del Ministero della Salute già da inizio settembre. 

Come finisce questa faccenda atroce? Il 13 settembre, tre giorni fa, la Sindaca è costretta a promulgare una nuova ordinanza (anche qui ecco il link, visto che parliamo solo di documenti ufficiali) che finalmente permette procedure di disinfestazione d'urgenza in parte contravvenendo alle norme imposte in aprile. È la prova che il Comune smentisce se stesso e ammette il grave e fatale errore. Ma è troppo tardi. Intanto Roma è in piena emergenza sanitaria e chi aspetta sacche di sangue lottando tra la vita e la morte in ospedale non ha che da ringraziare governanti irresponsabili che in un paese civile sarebbero presi e posti in arresto. 

Per evitare un danno potenziale, ipotetico, suggestivo (quello fatto dagli insetticidi perfettamente legali che la Giunta ha deciso di vietare) si è contribuito a generare un danno assolutamente reale, concreto e molto più vasto. Impattando sulla qualità della vita di milioni di persone e mettendone migliaia a rischio della loro stessa sopravvivenza. Mettendo addirittura in crisi il sistema sanitario nazionale. 

Questa gente è pericolosa, come chiunque si muove seguendo ideologie. Pericolosa non solo per il fascismo strisciante, per la stupidità cronica o per l'olocausto economico nel quale si divertono a gettare i cittadini. Ma a quanto sembrerebbe da questo episodio, se fosse confermato come ricostruzioni e carte testimoniano, pericolosa proprio per l'esistenza delle persone. Ancor più pericoloso è che quasi nessun organo di stampa e nessun esponente di parti politicamente avverse racconti questa storia che i cittadini sono costretti a trovare sugli editoriali di qualche giornalista coraggioso, di qualche blog, di qualche profilo Facebook. 

Aver portato un bus Atac a servire Ciampino è una piccola rivoluzione. Ecco perché

15 settembre 2017
Mentre la città è violentata dall'assurda protesta dei pulmanari (si lamentano per un sacrosanto aumento delle tariffe, che è l'unico modo per far diminuire finalmente i flussi impossibili attuali) parliamo di pullman, anzi di autobus, specificatamente per quello che riguarda i nostri aeroporto. E mettiamo un attimo l'accento su un provvedimento che dalla prossima settimana diverrà operativo e che riguarda un nuovo collegamento Atac con Ciampino. 

A prima vista è una notizia da poco conto. Tra l'altro già impostata progettualmente fin dai tempi di Marino e ora portata a dama grazie all'impegno dell'attuale amministrazione e in particolare di Enrico Stefàno e della Commissione Trasporti. In realtà una novità di potenziale portata dirompente. Vediamo perché.

Il collegamento del 720 che da lunedì inizierà a servire, dall'interno, anche l'aerostazione di Ciampino a guardarlo superficialmente non è nulla di allettante. Un autobussino che esce dal'aeroporto e percorre stradine di campagna per poi approdare verso l'Eur e Laurentina al capolinea della Metro B. Eppure è una cosa importante. 

Per la prima volta il trasporto pubblico di linea (sì, c'è già un collegamento Atral tra Aeroporto e stazione Anagnina, ma è fuori da Metrebus e non ha una tariffazione urbana integrata con il resto) entra nell'aeroporto. Oggi gli aeroporti di Roma sono il regno del più assoluto e puro racket trasportistico, sia per quanto riguarda il servizio taxi (dove tanti tassisti onesti sono stuprati da corazzati gruppi di furfanti), sia per quanto riguarda il servizio pullman. Contando infatti su tasse ridicole per entrare in città, i pullman privati offrono sia da Fiumicino sia da Ciampino collegamenti a due lire che fanno nel primo caso addirittura una clamorosa concorrenza sleale al treno. Questo comporta una congestione micidiale della città e in particolare delle strade del centro (Merulana, Emanuele Filiberto, Piazza Vittorio) che separano Ciampino dalla Stazione Termini dove solitamente questi servizi fanno capolinea. Il tutto in cambio di nulla per la città se non di pochi spiccioli di tasse. 

Il trasporto pubblico di Atac si inserisce in questo acquario di pirana feroci, abituati a guadagnare milioni su milioni con il minimo sforzo offrendo tariffe basse ma comunque molto più alte rispetto all'euro e mezzo del BIT che sarà sufficiente per salire sul 720 e arrivare alla Metro B. Questo è dunque un atto di grande coraggio. E come tale è stato subito accolto dal fuoco incrociato: da destra a sinistra la risposta è stata veemente e si è arrivati a citare alcune sentenze dell'Authority Antitrust relative alla ipotetica illiceità di un collegamento urbano con l'aeroporto. Niente di più ridicolo. Evidentemente le potenti lobby dei pulmanari aeroportuali sanno quali tasti toccare per suggestionare l'opinione pubblica.

In realtà la speranza è che questa azione sia solo la prima tra le tante possibili per collegare in maniera più civile i nostri aeroporti con la città usufruendo di collegamenti pubblici e integrati con i network di Atac o delle Ferrovie. Questa deve essere la visione. Questo significa però riformare il settore in maniera complessiva, agendo sulle tariffe, sui percorsi, sulle soste e soprattutto facendo in modo che transitare in città con questi bestioni non sia meramente vietato, ma sia intelligentemente disincentivato con un sistema di tassazione adeguato e idoneo. Vuoi portare le persone a Termini in autobus? Bene: devi pagare tot di tassa per entrare nell'area e così almeno sarai impossibilitato dall'offrire posti a 4 euro e 99 capaci di far concorrenza perfino al treno. Speriamo che ora, dopo aver messo una significativa zeppa in una porta più che blindata, il Comune vada avanti con determinazione moltiplicando i collegamenti con la nuova stazione Atac aperta dentro a Ciampino. Sia per la Metro B, ma anche per la vicinissima Metro A e magari proprio per Termini.

Roma è l'unica capitale del mondo a non possedere una sua propria cartografia. La storia

14 settembre 2017

Un nostro ulteriore e ennesimo tentativo per spiegarvi il motivo del caos, della sciatteria, della situazione folle che rischia di farci perdere anche la fantasia e la speranza ma che invece sarebbe se non risolvibile quanto meno affrontabile con pochissime mosse. Che tassativamente non vengono fatte. Ecco una storia incredibile, una di più.

La storia dell’azienda ebbe inizio nel 1998 quando il Comune di Roma ritenne di dare un decisivo impulso alla realizzazione di un progetto per la produzione di una cartografia numerica in scala 1:2000. A tale scopo definì un accordo con ACEA e TELECOM per corrispondere alla comune esigenza di rappresentare le proprie reti tecnologiche ed offrire servizi a soggetti pubblici e privati. Nel 1999 ACEA e TELECOM, sulla scia di questa iniziativa, costituirono una società, CARTESIA Cartografia Digitale SpA, avente per scopo la realizzazione, sviluppo e commercializzazione di cartografia numerica quale infrastruttura necessaria per lo sviluppo di sistemi applicativi e relativo aggiornamento nel tempo nell’ambito territoriale del Comune di Roma.

Nei suoi primi anni di attività Cartesia ha realizzato la cartografia digitale informatizzata in scala 1:2000 del Comune di Roma che, stante la sua connotazione di carta di altissimo pregio per l’esattezza e la ricchezza della rappresentazione, ha richiesto quattro anni di attività, il lavoro costante di decine di tecnici e un investimento di oltre 8 milioni di euro.

Nel 2003 il Comune di Roma ha adottato la cartografia Cartesia per le proprie attività istituzionali (Lavori Pubblici, Nuovo Piano Regolatore, Censimento, Tributi, Condono, Abusivismo) certificandola inoltre quale “Carta Ufficiale del Comune di Roma” (Determinazione Dirigenziale n° 6 prot. 34283 del 27 giugno 2003 del Dipartimento XII - Comune di Roma). A seguito di questa certificazione sono state consegnate tre licenze d’uso gratuite al Comune stesso e sono state intestate all’ex Dipartimento XII (Dipartimento Sviluppo Infrastrutture e Manutenzione Urbana), all’ex Dipartimento VI (Politiche Attuazione Strumenti Urbanistici) e all’ex Dipartimento II (Politica delle entrate). 

Nel 2005 Cartesia è stata acquistata da Gemma SpA.

Dal 2006 l’ex Dipartimento VI (Politiche Attuazione Strumenti urbanistici) ha richiesto la fornitura della cartografia Cartesia aggiornata, utilizzando capitoli di spesa del contratto di servizio a supporto della gestione del condono edilizio. Negli anni 2007, 2008 e 2009  Cartesia ha consegnato, tramite Gemma SpA, la cartografia aggiornata.

Parallelamente alle attività cartografiche si è sviluppato un filone di attività basata su servizi di informatizzazione di reti tecnologiche inizialmente solo per Acea (è stata informatizzata tutta la rete elettrica di dettaglio e schematica di At/Mt e Bt dell’azienda sul terriotorio del Comune di Roma e la rete di alimentazione della Pubblica Illuminazione) in seguito anche per altri Enti extra comunali, per lo più in partnership con altre aziende del settore (A2A di Milano, Acquedotto pugliese, Hera Bologna).

Da luglio 2010 Cartesia è stata trasformata in una S.r.l.

I principali utilizzatori della cartografia Cartesia sono stati il Comune di Roma, Acea Distribuzione SpA, Acea ATO2 SpA, Italgas SpA, Atac SpA, Telecom Italia SpA, Roma Metropolitane srl, Risorse RPR Spa, Autorità di Bacino del fiume Tevere, ISPESL, Università La Sapienza, Università RomaTRE, molti studi di Professionisti e Società di progettazione urbanistica.

La Cartografia del Comune di Roma è uno strumento essenziale per le attività di governo del territorio ed è ormai un patrimonio condiviso da tutti visti anche gli investimenti già effettuati dagli enti locali che attualmente la utilizzano; sarebbe infatti assolutamente antieconomico perdere questo strumento sempre attuale ed insostituibile per la gestione dei tematismi territoriali che ogni Ente ha associato ad essa.

Non esistono altri prodotti sul mercato che possano sostituire la Banca dati territoriale di Cartesia. L’attuale Carta Tecnica Regionale in scala 1:5000 oltre ad avere una precisione cartografica molto inferiore, è aggiornata al 2002 (non sono attualmente previste attività di aggiornamento). Inoltre la cartografia Cartesia memorizza e rappresenta oggetti cartografici non presenti nella cartografia della Regione Lazio. Qualche esempio? Numerazione civica puntuale, muretti di recinzione, cabine elettriche ed edicole, pali di illuminazione pubblica, marciapiedi inferiori al metro, alberi singoli, le volumetrie di tutti gli edifici ed edifici  inferiori a 100 mq. La Carta Tecnica Regionale non può quindi costituire un supporto utilizzabile per chi ha già la cartografia Cartesia in scala 1:2000 aggiornata al 2008.

Dopo mesi e mesi di agonia il 6 novembre 2014 Cartesia è costretta a dichiarare fallimento, come fatto in precedenza dalle Società Gemma Spa ed Italeco Spa di cui Cartesia era partecipata.

Questa la storia fino al 2014, per arrivare ai giorni nostri riportiamo qui di seguito questo articolo tratto dal sito landcity.it che spiega alla perfezione la situazione a cui si è giunti.


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Il database geografico che copre il Comune di Roma è andato all'asta (25/07/2017) ma nessuno ha deciso di acquistarlo. Il database è stato realizzato da una società denominata Cartesia, creata ad hoc per questo da Acea e Telecom Italia alla fine degli anni novanta.

È stata aggiornata fino al 2008, poi l'azienda, è stata abbandonata al suo destino ed è fallita. La banca dati, unico oggetto di valore dell'azienda, è andata all'asta. Ricordiamo che negli anni d'oro avevano comprato licenze d'uso di questo database, il Comune di Roma, l'ATAC, l'ACEA, Italgas e Telecom Italia. Le licenze però non consentono di variare o aggiornare il database, compito riservato alla sola Cartesia, che ha fornito negli anni fino al 2008 gli aggiornamenti a pagamento.

Il Tribunale di Roma, ha proceduto quindi a commissionare uno studio per la valutazione della banca dati al fine di bandire un'asta pubblica e recuperare soldi per coprire i debiti accumulati, che vedono in prima linea come creditori gli stessi ex-impiegati di Cartesia, non pagati per molti mesi.

La banca dati è costituita da un database geotopografico del Comune di Roma in scala 1:2.000 derivata da rilievo aereo è arricchita di toponomastica stradale e numerazione civica puntuale. Un valore notevole aggiunto, quest'ultimo, che ha richiesto oltre ad una attenta ricognizione a terra, un complicato lavoro di confronto con i dati descrittivi ufficiali su strade e civici del Comune.

Da uno studio effettuato nel 2006 da esperti dell'Università La Sapienza di Roma, la banca dati aveva un valore di produzione pari a quasi 9 milioni di euro. Con le nuove tecnologie digitali oggi disponibili si potrebbe produrre lo stesso database geografico con 2.600.000 euro.

Considerando gli adeguamenti strutturali e gli aggiornamenti da apportare, che riguarderebbero essenzialmente le urbanizzazioni periferiche di Roma realizzate negli ultimi 10 anni, la base d'asta è stata posta dal Tribunale a 460.000 euro. Una cifra questa che assicurerebbe all'acquirente la proprietà del dato, con possibilità di apportare modifiche, correzioni e soprattutto aggiornamenti.

Ma l'asta è andata deserta. Il Comune di Roma Capitale che non detiene la proprietà di alcuna base topografica, ha pensato bene di non proporsi per l'acquisto, ne tanto meno si sono proposte le altre grandi aziende di reti tecnologiche che operano su Roma e che usano da anni, probabilmente in modo improprio questa base dati. Dico in modo improprio, perché non è pensabile che in 10 anni non abbiano apportato modifiche ed aggiornamenti al dato fornito da Cartesia, contro le specifiche di licenza.

Non vi sembra assurdo tutto questo? Il più grande Comune d'Italia, Capitale del nostro Stato, che non possiede una propria cartografia per gestire il territorio, non partecipa all'asta della cartografia che, senza ombra di dubbio, fa al proprio caso? Forse non è un oggetto utile per gestire il territorio? Forse non è un oggetto utile per diminuire il caos che si crea a seguito di ogni scelta, a seguito di ogni scavo, a seguito di ogni lavoro pubblico? Forse non è uno strumento per minimizzare gli errori che continuamente si ripetono?

Il database andrà nuovamente all'asta ad ottobre con una base ovviamente più bassa. Vedremo quali livelli potrà raggiungere l'incoscienza degli amministratori pubblici ma anche degli amministratori di quelle aziende private che gestiscono reti e che spendono milioni di euro per la trasformazione digitale delle proprie strutture ma perdono occasioni d'oro come questa.

Stadio Flaminio in abbadono. 30 foto sottolineano la débacle di un'architettura

13 settembre 2017






























Dopo le foto del Palazzetto dello sport a Flaminio, ho pensato di fare un giro di foto allo Stadio Flaminio, oramai in disuso.
Inutile anche qui stare a commentare le istantanee, basta guardarle: quello che non si percepisce è il fetore delle deiezioni e della mondezza che è ovunque nell'area circostante. Uno scempio e mi dispiace molto vedere ridotto così questo storico stadio, dove tra le altre cose negli anni 90, ho visto due concerti meravigliosi e unici di Michael Jackson e degli U2...
CRISTIANO

*Grazie Cristiano,
Come fa una città che ha queste strutture e questo patrimonio abbandonato sostenere che "non ci sono i soldi". Quanti soldi si potrebbe fare valorizzando, rilanciando, sviluppando con coraggio e senza paure e stupidi limiti dati dall'ideologia (o dalla soprintendenza)? Ancora non abbiamo capito che la "tutela" di cui le soprintendenze spesso parlano è solo un modo elegante per obbligare enti pubblici a lasciare patrimonio in abbandono?
L'amministrazione si è mossa? Non zero, ma davvero poco. Frongia, assessore allo sport, in 15 mesi pur avendo una risorsa così clamorosa da mettere a frutto, si è limitato a partecipare ad un bando della Fondazione Getty: il risultato sono circa 150mila euro di grant vinti, una cifra ridicola che servirà al massimo per studiare lo straordinario Stadio disegnato da Nervi. Nessun intervento concreto, nessun bando di gestione, nessun negoziato col Ministero della Cultura che con i suoi stupidi vincoli impedisce a chiunque di considerare la gestione di questa struttura appetibile.
Posti di lavoro, tasse pagate, riqualificazione urbana, ricchezza diffusa, tutela reale della bellezza, servizi per i cittadini, per le imprese per i turisti. Tutti sacrificato sull'altare di sua  maestà l'abbandono: la cosa più comoda e facile del mondo.
RFS

Senza confronti siamo finiti. E allora 20 min di documentario gratis su Copenhagen

12 settembre 2017
Architettura, sviluppo, gestione del verde, spazi pubblici, ambulanti, turismo, sosta delle auto, commercio, trasporti pubblici, urbanistica, trasformazione urbana, quartieri complicati, immigrazione, lavoro e molti molti altri temi semplicemente a piedi, in bici e sui mezzi pubblici di Copenhagen. 
E si fermi subito chi dice che "è facile fare il confronto". Facile un corno: smettiamola di pensare che queste città siano sempre state civili e perfette. Trenta o quaranta anni fa avevano gli stessi problemi di Roma e anche peggio, con in più freddo e pioggia. Oggi sono impeccabili semplicemente perché qualcuno ha fatto delle riforme, qualcuno ha approvato delle norme, qualcuno ha avuto una visione e qualcuno ha deciso che era meglio perseguire il bene comune piuttosto che il bene proprio chiudendo un occhio nei confronti di chi se ne approfittava e a chi sguazzava in una economia ferma, inospitale e chiusa. Si può fare, si può fare in pochi anni basta volerlo fare. Il problema non è che non si può, il problema è che non si vuole.

Enorme scandalo a Piazza Navona. Regalata ai soliti noti per i prossimi 9 anni

9 settembre 2017
L'incredibile amministrazione a 5 Stelle si supera ogni giorno. Ogni giorno pensi che si sia toccato il fondo del mal governo, delle collusioni, della tutela delle mafie e delle lobbies, della partigianeria pedissequa verso ogni forma di malaffare e invece ogni giorno scopri che il fondo non è arrivato e che c'è ancora enorme spazio per scavare nel fango, nella melma e soprattutto nello sterco.

Su Piazza Navona i grillini si sono superati. La Fiera della Befana, diventata un suq immondo, era stata dopo anni di degrado e lassismo interrotta da Ignazio Marino. Una delle mille riforme fatte o per lo meno tentate da una amministrazione con tutti i suoi difetti ma coraggiosa, sfrontata e tutt'altro che intenzionata a farsi scrivere la linea da quelle stesse camorre che hanno portato la città al punto in cui è.

Una volta arrivati al potere, i pentastellati hanno fatto tutto e il contrario di tutto pur di far ripartire la festa e farla ripartire con le stesse avvilenti modalità con cui si svolgeva in passato. Un impegno quotidiano che in particolare il consigliere Andrea Coia si è preso personalmente. Stiamo parlando dello stesso consigliere che ha portato a casa il raccapricciante Regolamento sugli ambulanti, lo stesso consigliere che sta cercando di chiudere agli esterni i bar dei musei e dei teatri, lo stesso consigliere che sta affossando la riforma dei cartelloni pubblicitari. Un personaggio semplicemente allucinante che solo in un contesto di altissima faccia tosta, spudoratezza e sfacciataggine potrebbe sopravvivere politicamente e che infatti a Roma fa il bello e il cattivo tempo configurandosi come una sorta di anti-sindaco che da mesi fa approvare e promuove iniziative che a parole (e solo a parole) tutti gli altri grillini aborrono. D'altro canto in Italia siamo sempre in campagna elettorale e i voti in massa dei bancarellari, dei cartellonari, degli ambulanti così come dei dipendenti comunali, dei tassinari e via declinando servono sempre. Come stiamo imparando a capire e come decine di migliaia di persone a Roma hanno perfettamente intuito, la vecchia politica era pessima, mentre la nuova politica fascio-grillina è perfino un po' peggiore della vecchia. Questo episodio ne è una clamorosa conferma.

Per sistemare in maniera autenticamente innovativa Piazza Navona i grillini avevano mille alternative possibili. Potevano togliere la denominazione di "fiera" alla manifestazione, così avrebbero potuto parteciparvi tutti i soggetti, non solo gli ambulanti. Non lo hanno voluto fare. Potevano azzerare il livello di anzianità premiante aprendo alla concorrenza, non lo hanno fatto. Potevano strutturare un disciplinare serio di qualità per far entrare solo operatori di eccellenza (dimostrare storia aziendale, storico dei fornitori, rassegna stampa, punteggi nelle guide. Esattamente come avevamo indicato qui), hanno deciso anche qui di non farlo umiliando chi a Roma produce ogni giorno alimenti di alto livello. Potevano mettere "all'asta" i posteggi della piazza massimizzando gli introiti e trasformando la manifestazione in un'occasione di incasso significativo per una amministrazione sempre alla ricerca di denaro, ma molto meglio aumentare le tasse al popolo che far pagare gli ambulanti.

Il bando, tra l'altro uscito in grave ritardo e presentato e pubblicato ieri con enormi dubbi di legittimità, è davvero scandaloso. Qui trovate tutto quanto e potete farvi un'idea da soli. La cosa ancora più scandalosa è il tentativo peloso e meschino da parte dell'amministrazione (è quello che vi racconteranno) di imbastire demagogia simulando un cambio di direzione che non avrà alcun impatto e che tra un mese - vedrete! - provocherà una assegnazione dei banchi ai soliti noti, anche perché nessun operatore serio sarà incentivato a partecipare. Con questo bando l'amministrazione di Virginia Raggi si prende la responsabilità di regalare (a livello economico si tratta proprio di un regalo) Piazza Navona per 9 anni esattamente ai soliti soggetti che l'hanno trasformata in un posto sgradevole infangando l'immagine della città. Neppure nei tempi peggiori di Alemanno si sarebbe potuti arrivare ad un esito simile.

Il bando assegna solo 20 punti su 100 al concetto di anzianità. Ad un'analisi superficiale sembra una buona notizia, trasparente e meritocratica. Quindi, vi diranno col solito tono da cinegiornale, abbiamo aumentato la concorrenza per una festa più plurale e aperta. Neanche per sogno. In realtà l'anzianità la puoi far valere anche solo 1, ma se il restante 99 è facilmente raggiungibile da tutti sarà quell'1 ad essere decisivo e a determinare la graduatoria finale. Vale per questo come per ogni concorso.

E così è stato: per la qualità si assegnano 60 punti (immagine sopra), ma tutti possono auto dichiarare di averli raggiunti nella richiesta. Per ottenere 25 punti, ad esempio, basta dire di avere molti "prodotti tipici natalizi", una dicitura che non vuol dire niente, che non certifica qualità, così generica  che tutti possono tranquillamente autocertificare di avere l'81% di "prodotti natalizi" e addio filtro sulla qualità. Ma poi prodotti tipici natalizi di dove? Italiani? Laziali? Del Guatemala? Della Tunisia? E chi controlla? In base a quale criterio? E come si fa a smentire chi ti dice che la "porchetta" è un prodotto tipico natalizio di vattelappesca dove?
Ma la cosa atroce è che questo punteggio raddoppia se si dimostra (anche qui non si sa chi controlla, non si sa dimostra come visto che non si richiedono fatture o nomi di fornitori) di avere sul banco prodotti certificati con marchio CE. Ora qualsiasi persona al mondo che non faccia di nome Andrea e di cognome Coia sa perfettamente che non esiste prodotto artigianale di qualità che abbia questo marchio: i produttori di eccellenza, mettiamo, di panettoni a tutto pensano fuorché a prendere una certificazione non obbligatoria, che richiede scartoffie assurde e che serve a certificare burocraticamente una qualità che invece è riconosciuta sul campo. Insomma il panettone di Bonci non ha alcuna certificazione CE Dop, Doc o Igp, mentre il panettone Bauli o Motta sì, così come tutti i prodotti confezionati industriali che già oggi si vendono sulle bancarelle alimentari monopolizzate dalle stesse famiglie che si riprenderanno Piazza Navona. Tra l'altro il regolamento menzionato si occupa anche delle denominazione di origine, ma le denominazioni come tali non certificano la qualità (infatti molti produttori di eccellenza, per scelta, ne stanno fuori). Ad esempio, restando ai dolciumi natalizi, il Panforte di Siena è una IGP, ma all'interno della IGP del Panforte senese ci sono aziende che fanno un ottimo panforte, aziende che fanno un medio panforte e aziende che fanno uno scadente panforte. Dopodiché ci sono i grandi artigiani che fanno un eccellente panforte artigianale, magari a produzione limitata. E queste aziende neppure pensano lontanamente a certificare IGP la loro produzione.

Da questo esempio si comprende perfettamente come la pretesa di discriminare la qualità utilizzando il Regolamento CE 509 e 510 sia totalmente fuorviante e in marchiana mala fede: rifornirsi di prodotti certificati CE come Dop, Doc, Docg o Ipg è una sciocchezza che tutti possono fare, compresi perfino i pessimi commercianti romani, pescando comunque tra aziende mediocri e tra prodotti a bassissimo costo da rivendere a prezzo iper maggiorato con sommo scuorno dei consumatori e dei turisti. 

Questa norma praticamente obbliga gli operatori a portare sul loro banco prodotti industriali, probabilmente mediocri. Penalizzando chi volesse proporre dolci natalizi, biscotti e pasticceria secca prodotta artigianalmente, magari dal grande circuito dei forni e dei pasticceri della città che un figuro come Andrea Coia e un assessore come Adriano Meloni sarebbero pagati per tutelare e non per umiliare in questo modo in cambio di una manciata di voti garantiti alle prossime elezioni di Novembre a Ostia.

Un bando che più aumenta la qualità della proposta gastronomica più diminuisce il punteggio assegnato potrebbe essere già sufficiente a descrivere il livello inquietante di questa amministrazione, ma c'è anche dell'altro in questo bando folle che speriamo possa essere seriamente impugnato e annullato anche quest'anno come negli anni passati. Insomma purtroppo le assurdità non finiscono qui.

Oltre alla pochezza dei punteggi assegnati, anche qui in maniera sciatta, senza controlli, senza specificazione alcuna per i prodotti per celiaci (qui pericolosamente esposti in mezzo agli altri quando sarebbe opportuni fare dei banchi ad hoc) e per i prodotti bio, c'è la faccenda delle "zone colpite dai recenti eventi sismici". Queste zone non sono di certo note per la produzione di "prodotti tipici natalizi", tuttavia la forzatura del bando esiste lo stesso. A cosa serve? Alla demagogia squallida dei tanti Coia di questa amministrazione che così hanno un argomento utile per colpire le folle adoranti: "abbiamo anche messo punteggio per chi porta prodotti dalle zone terremotate". Peccato che il bando, anche qui impugnabile mille volte, non specifichi affatto di quale terremoto si parli. Terremoto recente in Italia è quello di Amatrice, ma anche quello ancor più recente di Ischia (e allora giù dolciumi campani senza che nessuno possa obiettare nulla) così come quello de L'Aquila e quello dell'Emilia. Non si specifica nulla, tanto non serve, tanto chi vince si sa già e costruire un bando dettagliato non ha alcun senso.

Fin qui abbiamo parlato del settore alimentare, ma gli altri banchi commerciali non sono da meno. Guardate qua sopra quali sono i requisiti per prendere punteggio riguardante gli addobbi natalizi: bisogna essere bravi artigiani, noti, conosciuti, riconosciuti, invitati ad altre rassegne e mostre di eccellenza? No! Basta che i prodotti siano realizzati con materiali naturali e via. 
E per la parte editoriale? Hai il massimo dei punti se stampi su "carta ecologica". Specifiche creative, artistiche innovative e altro? Zero! E fanculo alle tante nuove case editrici romane (alcune proprio focalizzate sui bambini) nate negli ultimi anni e che avrebbero potuto partecipare e competere se solo ci fossero stati dei requisiti, facilissimi da scrivere, atti a valorizzare una cosa che loro hanno e gli altri no: la qualità! Una cosa che però mette paura all'amministrazione, perché se si punta sulla qualità vincono i migliori che come tali non necessariamente ti sono fedeli a livello di consenso e di clientela politica. 

Ma vogliamo poi parlare dell'illuminazione? Invece di imporre un'illuminazione artistica consona alla Piazza, disegnata magari da un grande architetto e concordata con la soprintendenza, l'amministrazione considera l'illuminazione come elemento di valutazione del bando. Così ogni stand avrà le sue luci, con la propria temperatura, il proprio colore, la propria intensità. Una diversa dall'altra. La sciatteria più totale, la distanza più siderale da ogni mercatino di Natale presente in altre capitali europee. E a fronte di questo diffuso scempio la narrazione che i cittadini possono trovare sul sito del Comune è come al solito fuorviante e menzognera.

Naturalmente, chicca finale, in caso di parità (molto probabile visto che il bando pone una asticella rasoterra che tutti possono valicare), a vincere sarà l'anzianità. La stessa anzianità che vi racconteranno per giorni di aver attenuato. Ecco qua sopra la postilla. 

C'era una occasione enorme e irripetibile per allineare Roma al resto d'Italia e al resto d'Europa per quanto riguarda le feste natalizie, la qualità dell'accoglienza, il rilancio del vero artigianato e della produzione gastronomica di eccellenza. Si è deciso ancora una volta di tutelare le clientele, i peggiori portatori di voti, i peggiori operatori economici responsabili dello scempio e del declino economico e di immagine che Roma ha subito e sta subendo da decenni. Come la vecchia politica, peggio della vecchia politica: in un anno si stanno accumulando più danni alla città che in 30 anni di pessima gestione di destra e sinistra... 
Vale sempre la frase lapidaria che tuittò il giornalista de L'Espresso Lirio Abbate il giorno in cui Marino, l'unico ad opporsi alla diarrea amministrativa che vi abbiamo raccontato in questo articolo e che vi raccontiamo da anni, venne fatto dimettere: "mafia ride". E la mafia economica, criminale, palazzinara, cialtrona che si è mangiata Roma ride e gode ad ogni provvedimento firmato e approvato dal Movimento 5 Stelle da 14 mesi a questa parte. Ovviamente nel sostanziale silenzio della stampa e dell'opposizione. 

Ancora per i prossimi nove anni i romani per bene andranno a godersi qualità e eccellenza altrove: Torino, Bolzano, Milano, Innsbruck. Ma basta anche il mercatino di Natale di Frascati...


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