Intercettato su Twitter abbiamo fatto il possibile per ottenerlo e pubblicarlo questo straordinario e impeccabile saggio di Walter Tocci (qui il suo blog). Tocci, ex assessore ai trasporti negli anni Novanta, unico assessore ad averci capito qualcosa riguardo alla mobilità a Roma, assessore che, non a caso, abbiamo mille e una volte evocato auspicandone un ritorno.
Il motivo lo trovate chiaramente in questo testo che, seppur lungo per i nostri standard, vi chiediamo di leggere con la massima attenzione. Perché? Perché dice tutto. Dice dell'importanza del treno e dei passanti ferroviari, dice delle strategie di Ferrovie dello Stato non sempre combacianti con il bene comune, dice alla perfezione del futuro che dovranno avere le ferrovie concesse, spiega l'importanza cruciale non solo di completare la Metro C, ma di iniziare subito la Metro D spiegando però l'errore di altre metropolitane come il tronchetto della B fino al nuovo Stadio a Tor di Valle. Sottolinea la centralità di una rete di tram, ma soprattutto svela quel che ai nostri lettori è già piuttosto noto: la scusa che "mancano i soldi" è un pretesto ridicolo che serve solo a smascherare la totale inettitudine di chi amministra, incapace anche di buttar giù mezzo progetto.
Questo saggio è un programma di governo della città e noi ci auguriamo che Walter Tocci possa venire messo nelle condizioni di attuarlo e incardinarlo venendo nominato assessore ai trasporti della città di Roma.
***
Ancora
la cura del ferro
Il Comune
di Roma propose nel 1996 una nuova pianificazione dei trasporti con
la rete chiamata Metrebus 3x31.
Il nome della rete riprendeva quello dell’abbonamento che i
cittadini avevano già conosciuto l’anno prima con la novità
dell’integrazione tariffaria valida per i bus, le metro e le
ferrovie2.
La rete prevedeva tre passanti ferroviari regionali [Figura
1 – Mappa della rete ferroviaria] che scambiavano con tre
metropolitane urbane. Per i primi si passò subito all’attuazione
delle prime tratte, una per ciascun passante. La FR1 da Fara Sabina a
Fiumicino era già stata messa in servizio nei primi mesi del mandato
Rutelli utilizzando l’infrastruttura esistente che verrà poi
potenziata negli anni successivi. Il cosiddetto “passante dei
laghi” da Bracciano ai Castelli fu realizzato in parte da Cesano a
San Pietro cogliendo l’occasione del Giubileo, ottenendo forse la
più bella ferrovia metropolitana italiana sul modello delle S-Bahn
tedesche, oggi impreziosita da una pista ciclabile che scorre sopra
la galleria. E il terzo passante avrebbe dovuto connettere Guidonia a
Civitavecchia attraverso il completamento dell’anello ferroviario
nella zona di Vigna Clara. La realizzazione della tratta da Lunghezza
a Tiburtina fu imposta dal Comune come condizione per l’approvazione
urbanistica del tracciato dell’Alta Velocità.
Fu un
recupero del patrimonio ferroviario esistente, per quasi un secolo
colpevolmente sottoutilizzato e abbandonato all’obsolescenza
tecnologica; la linea per Cesano, ad esempio, era rimasta a fine
Ottocento, senza elettrificazione e a un solo binario. Lavorando
sulla vecchia infrastruttura si evitarono le difficoltà di impatto
che di solito accompagnano i nuovi tracciati. Si ottennero con costi
modesti risultati formidabili, liberando dall’ingorgo diverse parti
dell’hinterland. In poco tempo raddoppiò il numero di passeggeri,
ma il successo divenne rapidamente un problema, perché il programma
di attuazione – invece di proseguire allungando le tratte e
potenziando i treni – si interruppe, creando quel disagio del
sovraffollamento di cui ancora oggi soffrono i pendolari a Cesano, a
Monterotondo e a Lunghezza. Si è fatto scoprire ai cittadini un
servizio nuovo per poi abbandonarlo nel disinteresse generale. Dopo
quelle tre ferrovie nessuna opera nuova è stata realizzata e neppure
progettata. La mancanza di soldi è solo un alibi, se ci fossero
progetti e volontà si potrebbero intercettare tanti finanziamenti
nazionali non spesi.
L’equivoco
dell’anello ferroviario
Si è
rinunciato perfino a immaginare come potrebbe diventare la rete
regionale. Eppure oggi ci sarebbero le opportunità per sviluppare lo
schema Metrebus 3x3 del 1996. La realizzazione dell’Alta Velocità
ha liberato dal traffico nazionale la vecchia linea tirrenica per
Napoli. La ferrovia fino a Gaeta potrebbe essere trasformata in una
potente metropolitana regionale, non solo per portare i pendolari al
lavoro nella capitale, ma per sostenere un diverso sviluppo dell’agro
pontino, trasformando ogni stazione in un centro di nuove imprese, di
servizi avanzati e di formazione. Può diventare un asse attrezzato
che aiuta la crescita delle filiere innovative della logistica, della
green economy
dei beni culturali e dell’agricoltura di qualità. Sarebbe un
motore propulsivo del nuovo sistema economico integrato
città-regione.
Gli
amministratori regionali avevano una carta preziosa da giocare e
invece si sono occupati solo dell’autostrada pontina. Si illudono
così di risolvere l’ingorgo, ma la superstrada finirà per
attrarre ulteriore traffico automobilistico, aggravando il problema.
Si fatica a capire che solo potenziando le ferrovie si ampliano le
strade, almeno virtualmente poiché diminuiscono gli automobilisti.
Oltretutto la ristrutturazione della ferrovia risolverebbe un
difficile problema di accessibilità al parco dell’Appia antica. La
stazioncina di Torricola, oggi abbandonata al degrado, potrebbe
diventare la porta di accesso che consente ai cittadini e ai turisti
di partire da Termini e in dieci minuti di treno trovarsi nei pressi
della regina viarum,
proseguendo a piedi in una delle più belle passeggiate al mondo.
Inoltre, questa ferrovia è un’occasione per la pianificazione
dell’area vasta. Potrebbe essere connessa, passando per l’arco
orientale dell’anello, con l’attuale ferrovia Roma nord, in
quella direttrice Flaminia caratterizzata da una forte espansione
residenziale e da antichi insediamenti industriali (Civita Castellana
e la Tiberina). Questa infrastruttura di proprietà regionale è oggi
un moncone interrotto a piazza del Popolo che svolge un servizio
tanto necessario nell’area suburbana quanto di bassa qualità per
le frequenze e il comfort. Verrebbe trasformata in un segmento di una
moderna e più lunga ferrovia che costituirebbe il quarto passante,
tra il Nord e il Sud della regione.
I quattro
passanti (vedi
Figura 1) costituiscono il telaio infrastrutturale della Regione
capitale3.
La realizzazione del progetto compenserebbe il deficit
infrastrutturale accumulato in trent’anni di disseminazione
edilizia. La funzione di attraversamento propria del passante è
importante a livello di pianificazione perché attiva nuove relazioni
territoriali nell’area vasta. Ma il modello di esercizio del
servizio di trasporto può attuarsi per segmenti dei passanti,
secondo la domanda effettiva degli utenti e della sua evoluzione. In
ogni caso cambia la logica del trasporto: non si tratta più di
diramazioni locali delle ferrovie nazionali, ma di una rete regionale
integrata che sorregge tutte le altre modalità di trasporto, dalle
metro, ai tram, agli autobus. Oggi è dominante il modello
gravitazionale che attira le funzioni pregiate in città ed esporta
le periferie nell’hinterland. Con la rete dei passanti invece i
territori regionali almeno in parte si connettono senza dipendere
dalla capitale. L’economia viterbese si collega a quella per certi
versi simile dei Castelli tramite il passante dei laghi. La Sabina
accede direttamente al mare e all’aeroporto di Fiumicino. Dal porto
di Civitavecchia i turisti possono arrivare direttamente alla villa
di Adriano e alle bellezze di Tivoli. I tessuti industriali regionali
del Nord e del Sud trovano nell’infrastruttura un aiuto per la
riconversione produttiva. Sono solo alcuni esempi di nuove relazioni
territoriali, che certo non cancellano la gerarchia ormai consolidata
tra città e hinterland, ma contribuiscono a superare lo squilibrio
tra eccesso di pieno ed eccesso di vuoto.
Anche su
scala urbana i passanti distribuiscono i flussi lungo l’anello
ferroviario, dove scambiano con le metropolitane per potenziare
l’effetto rete. La connessione urbanistica tra città e regione non
si scarica sul centro a Termini, come vuole FS per valorizzare gli
immobili e le attività commerciali della stazione, ma poggia su una
struttura anulare intorno alla città consolidata. Nell’immaginario
collettivo la forma dell’anello ha oscurato quella dei passanti. Da
qui, anche per mia responsabilità, è sorto un equivoco che non sono
mai riuscito a chiarire da assessore e che ancora oggi alcuni cari
amici – da ultimo Vittorio Emiliani – mi chiedono di spiegare.
Chiunque voglia sollecitare il completamento del programma
ferroviario è portato a dire spontaneamente che si deve “chiudere
l’anello”. Questa espressione contiene un riferimento concreto e
una funzione narrativa.
Il primo si
riferisce all’attuazione di un’opera ferroviaria nell’arco
mancante tra Vigna Clara e l’asse Salario. Essa comporta la
realizzazione di due ponti – sul Tevere e sull’Aniene – e un
nuovo tracciato di alcuni chilometri; inoltre richiede la
ristrutturazione, già quasi conclusa, del tratto in galleria sotto
Monte Mario e dell’attraversamento del parco del Pineto. Si tratta
di un’opera necessaria, ma di un certo impegno progettuale e
finanziario (circa 600-700 milioni di euro). L’efficacia di
trasporto locale è invece molto bassa rispetto ai costi di
realizzazione e soprattutto di gestione del servizio. Si
utilizzerebbe la costosa modalità ferroviaria per una domanda di
trasporto pari a quella di un autobus di periferia. Il numero dei
cittadini che si muovono nella direzione tangenziale – da Vigna
Clara a Valle Aurelia – è di un ordine di grandezza dieci volte
più basso di quello dei pendolari nella direzione radiale verso la
città. A breve termine è meglio spendere i soldi sui passanti per
ottenere un aumento degli utenti. A lungo termine, invece, emergono i
vantaggi funzionali della chiusura dell’anello, poiché i passanti
– quando saranno ultimati, in particolare il terzo e il quarto–
avranno bisogno di attraversare la città utilizzando anche l’arco
nord e non più solo quello sud come accade attualmente. La
realizzazione dell’opera è giustificata da ragioni sistemiche di
pianificazione della rete a lungo termine, ma non dalla domanda
attuale degli utenti.
La funzione
narrativa è una metonimia che racconta il programma generale delle
ferrovie romane tramite la singola opera di chiusura dell’anello.
Proprio la sua incompletezza è diventata un modo di rappresentare la
difficoltà a portare a compimento la più generale “cura del
ferro”. Non solo, la figura retorica ha esteso l’immagine di
perfezione associata al cerchio sull’intera policy
ferroviaria. “Chiudere l’anello” è diventato così lo slogan
di facile comprensione per indicare un’ottimale politica dei
trasporti. Conosco bene questa retorica perché prima ho contribuito
a crearla e successivamente ne ho subito i fraintendimenti.
L’immagine
dell’anello è entrata nel dibattito pubblico romano alla fine
degli anni Ottanta nella discussione sulle opere per i mondiali di
Italia ’90. Il PCI condusse una dura battaglia contro il progetto
del tunnel dell’Appia che la giunta Giubilo propose come
completamento del grande anello stradale tra la via Togliatti,
l’Olimpica e la Newton. In realtà l’intenzione era di
valorizzare le aree della grande edificazione di Romanina acquistate
da Ligresti pochi mesi prima, ma riuscimmo a bloccare l’operazione4.
Per farci capire dal largo pubblico contrapponemmo al simbolo
dell’anello stradale quello dell’anello ferroviario. Nelle nostre
intenzioni era solo un modo di comunicare un complesso di opere
ferroviarie che avevamo proposto in dettaglio in un convegno del
19875
. La giunta Giubilo cercò di salvare la sua proposta stradale
facendo finta di accettare anche la nostra, inserendo nel programma
un intervento improvvisato sull’anello. Venne ristrutturata la
stazione di Vigna Clara e predisposta una fermata a Farneto per
trasportare i tifosi allo stadio, senza risolvere l’inadeguatezza
strutturale della galleria sotto Monte Mario. Le fermate servirono
solo per quattro partite e le strutture abbandonate al degrado
divennero presto uno dei tanti esempi di fallimento dei mondiali
’906.
La stazione di Farneto è stata poi occupata da Casa Pound per farne
una discoteca-bar.
Se nel 1993
non avessimo dato priorità alle ferrovie radiali – Fara
Sabina-Fiumicino, Cesano-San Pietro e Lunghezza-Tiburtina – non
avremmo ottenuto il raddoppio degli utenti in pochi anni. E se oggi
si tornasse ad attuare il programma bisognerebbe insistere ancora per
i prossimi dieci anni sul potenziamento tecnologico e strutturale dei
passanti, almeno fino a Bracciano, e nelle direzioni di Guidonia, dei
Castelli e soprattutto di Gaeta. Nel frattempo si potrebbe cominciare
a progettare la chiusura dell’anello per poterla attuare a
conclusione del programma. Recentemente si è invece invertito
l’ordine di priorità, annunciando lo stanziamento di 120 milioni
per l’attivazione del servizio fino a Vigna Clara. I progettisti
sanno bene che l’effetto sulla mobilità romana è quasi nullo, ma
l’investimento serve a ben altro scopo, quello di deviare la linea
di Alta Velocità che viene da Firenze verso l’aeroporto di
Fiumicino, secondo quanto concordato con Etihad per il salvataggio di
Alitalia. Si tratta certamente di un obiettivo positivo per la
politica nazionale del trasporto, anzi si corregge un errore di
progettazione della rete di Alta Velocità, che negli anni Ottanta
ignorò la connessione con gli aeroporti7.
Tuttavia la
chiusura dell’anello viene raccontata sulla stampa come un forte
impegno di Fs per il trasporto locale, che invece continua a essere
trascurato. Sono disponibili solo i finanziamenti per gli interventi
in corso8.
Sarebbe necessario ben altro impegno finanziario e progettuale per
trasformare le ferrovie in moderne metropolitane regionali mediante
il potenziamento delle infrastrutture e delle tecnologie, il
rifacimento delle stazioni e dei nodi di scambio, l’acquisto di
treni ad alta qualità. Gli amministratori locali hanno creduto o
hanno voluto credere che l’attivazione di Vigna Clara fosse la
svolta del trasporto romano. A distanza di trent’anni l’equivoco
dell’anello ferroviario continua a narrare “sorti progressive”.
Le
metropolitane che servono
La logica
dei passanti è ancora più importante per le metropolitane in città.
Soprattutto la linea C, una linea lunga quanto la somma delle altre
due, è stata pensata come grande connettore urbano per risolvere tre
problemi strategici.
Primo,
integrare con la città quella periferia orientale che oggi è tanto
estesa e frammentata da sembrare come in fuga verso l’hinterland. È
anche l’occasione – purtroppo dimenticata – per collegare
l’università di Tor Vergata rendendone possibile lo sviluppo come
polo della ricerca, della formazione e dello sport.
Secondo,
costruire un asse portante nell’area nord che è la più debole di
infrastrutture. È l’unico modo per risolvere l’occlusione della
Cassia e della Flaminia causata da decenni di disordine urbanistico.
E per migliorare l’accessibilità del Foro Italico e dell’Olimpico,
invece di andare a costruire il terzo stadio nella campagna. I grandi
parcheggi di quella zona consentono un doppio uso, non solo per gli
impianti sportivi, ma anche per drenare il traffico che oggi soffoca
l’area di Prati e di San Pietro.
Terzo,
realizzare una rete di metropolitane nell’area centrale. Oggi la A
e la B si incontrano solo in un punto, invece insieme alla C formano
una doppia maglia tra San Giovanni, Colosseo, Termini e Ottaviano. Le
prime due metro sono eccentriche rispetto agli antichi rioni, mentre
la terza linea serve il cuore del centro storico creando le
condizioni strutturali, insieme ai nuovi tram, per una vera
pedonalizzazione9.
Rimango
francamente sconcertato di fronte a dichiarazioni improvvisate sulla
possibilità di bloccare la linea C a piazza Venezia. Sembra un
risparmio e invece sarebbe uno spreco. Si ridurrebbe di molto
l’efficacia dell’investimento già in atto, si spenderebbero
comunque miliardi di euro per una metropolitana poco utile, che
fallirebbe tutti i suoi obiettivi. La periferia orientale verrebbe
scaricata in gran parte a San Giovanni sulla linea A, già prossima
alla saturazione. La maglia dell’area centrale sarebbe quasi
annullata. L’area nord verrebbe condannata a rimanere nella penuria
infrastrutturale. Sarebbe un regalo alla cattiva gestione di
Alemanno, che non solo ha aumentato i costi e allungato i tempi, ma
avrebbe anche l’effetto di sancire per il futuro l’impossibilità
di realizzare metropolitane a Roma. Al contrario, si dovrebbero
rimuovere le cause delle inefficienze, correggere i gravi errori
progettuali compiuti dalla giunta precedente con il silenzio
dell’opposizione e rilanciare la credibilità del progetto della
linea C. Se il Campidoglio non crede al suo progetto, certo non
convincerà mai nessuno a finanziarlo.
Non bisogna
nascondersi dietro le difficoltà archeologiche. Esse, al contrario,
possono diventare opportunità, come prevedeva il progetto
originario. Per merito di Adriano La Regina, uno dei migliori
soprintendenti italiani, si decise di seguire nella progettazione il
nuovo “metodo Roma” basato su una forte integrazione tra
ingegneri e archeologi10.
Esso consiste nel collocare i rigidi volumi delle stazioni molto in
basso, a ridosso della galleria, a circa trenta metri di profondità,
per evitare l’impatto archeologico. Lo strato antico soprastante
viene attraversato solo con le scale mobili che possono essere
disegnate con più flessibilità e in modo non invasivo anche vicino
ai reperti, i quali non solo vengono tutelati ma diventano visibili
per i viaggiatori. Le stazioni si trasformano in musei sotterranei
che aiutano a scoprire un’altra Roma ancora sconosciuta, ad esempio
– sotto il rione Parione – i resti del teatro di Pompeo, un
gigantesco monumento antico, oggi visibile per un frammento
all’interno di un ristorante vicino Campo de’ Fiori. La linea C è
stata progettata per attuare il progetto Fori, secondo lo studio che
lo stesso La Regina aveva commissionato negli anni Ottanta a Leonardo
Benevolo11
. La realizzazione dell’infrastruttura di trasporto toglie ogni
alibi a coloro che si nascondono dietro problemi di traffico per
impedire il progetto. La funzione automobilistica può essere
cancellata definitivamente, può essere archiviata come una breve
parentesi, non tra le più esaltanti, della lunga storia di quel
luogo. Possibile che l’epoca nostra non abbia altro di meglio di un
flusso di traffico da consegnare alle generazioni successive?
Con la
metro C si può realizzare la totale pedonalizzazione dell’area,
eliminando lo stradone del tutto estraneo al paesaggio storico e
recuperando invece la geometria e le connessioni delle piazze
imperiali. È possibile tornare a passeggiare ai Fori ascoltando il
rumore dei passi sul selciato, potendo alzare lo sguardo con lo stato
d’animo trasognato dei visitatori del grand
tour, in un luogo
moderno e antico allo stesso tempo, completamente dedicato
all’incontro delle persone tra loro e con la storia. Roma non sarà
mai davvero una città moderna finché non porterà a compimento la
sistemazione dei Fori. Non sarà davvero città internazionale finché
non avrà l’ambizione di proporre al mondo un senso nuovo della
“città eterna”. Non sarà autenticamente città storica se non
riuscirà a creare una tensione creativa tra passato e futuro. Come
in un percorso psicoanalitico la persona nuova emerge da una
rielaborazione del proprio vissuto, così per una città storica la
vera modernità consiste proprio nel rielaborare il proprio passato,
dove per rielaborare non si intende una ripresa retorica della
memoria, ma un’attiva opera di riconoscimento12
. Nella pedonalizzazione svolge un ruolo strategico l’area compresa
tra il Colosseo e largo Corrado Ricci. È un luogo paradossale,
l’unico in cui si può scavare in tranquillità pur trovandosi nel
cuore dell’area archeologica. Infatti, quello che oggi vediamo come
un viale era fino agli anni Trenta il sottosuolo della collina Velia,
che il duce sventrò per poter aprire la visuale del Colosseo dal
balcone di piazza Venezia, ed è quindi privo di reperti.
La versione
originaria del progetto della linea C, secondo il “metodo Roma”,
utilizzava questa opportunità disegnando sotto il viale e in
connessione con la stazione Colosseo un grande foyer
di ingresso al parco
dei Fori, prendendo a esempio l’accesso ipogeo del Louvre sotto la
piramide di Pei inaugurato pochi anni prima. I cittadini che escono
dalla metropolitana trovano un grande ambiente di servizi e di
accoglienza – oggi totalmente assenti e difficilmente realizzabili
in superficie – e possono documentarsi sulla storia antica, vedere
un filmato, utilizzare strumenti didattici per i ragazzi ecc., prima
di entrare nell’area archeologica all’altezza del Foro della
Pace.
Questa
versione del progetto è stata abbandonata nel 2010 a favore di una
soluzione di basso profilo che purtroppo verrà realizzata se non ci
saranno ripensamenti: la preziosa area ipogea viene interamente
bloccata dagli impianti della metropolitana, rendendo certo più
facile la realizzazione della stazione, ma rinunciando per sempre
alla possibilità di dare al parco dei Fori una formidabile porta
sotterranea di accesso13.
È la conseguenza del ritorno a una progettazione separata tra
ingegneri e archeologi, i primi vedono in modo unilaterale il
problema funzionale e i secondi rinunciano a proporre soluzioni
limitandosi a gestire il vincoli. La scissione tra tecnica e storia è
non solo una perdita di qualità, ma è la causa dell’inefficienza
e dell’aumento dei costi. In mancanza di una progettazione
integrata i vincoli sono diventati una manna dal cielo per il
costruttore, che li ha strumentalizzati per attivare un enorme
contenzioso nei confronti del committente. Tutti questi problemi
derivano dall’inserimento dell’opera nella legge obiettivo che ha
comportato la rinuncia a un forte controllo pubblico e ha favorito
l’impresa privata14.
Il Comune
deve riprendere in mano il governo dell’opera dotandosi di
strumenti di controllo di alta professionalità e provata
credibilità15.
Se si fosse continuato ad applicare il “metodo Roma”, i vincoli
sarebbero diventati risorse. E l’amministrazione comunale avrebbe
accumulato un know how da esportare ovunque nel mondo si realizzino
metropolitane in contesti archeologici. Negli anni Novanta emerse, in
seguito a studi più approfonditi, la necessità di una quarta
metropolitana, la linea D che corre in direzione parallela a ovest
della B, da Salario a Ludovisi, passando per Campo Marzio e
Trastevere, fino a Magliana e all'Eur. È una linea molto ben
calibrata che serve i quartieri a più alta densità abitativa e
terziaria e determina un balzo in avanti dell’effetto rete. In uno
schema astratto di priorità sarebbe dovuta venire prima della linea
C, ma queste decisioni non si prendono mai su un foglio bianco. Si
decise di partire con la linea C per utilizzare un vecchio
finanziamento statale, ancora non speso nel 1993, che altrimenti
avremmo perduto. La giunta di destra ha utilizzato il pretesto del
finanziamento della linea D per giustificare una gigantesca
operazione immobiliare. Ha fatto bene l’amministrazione Marino a
cancellare la speculazione, ma non deve rinunciare al progetto della
quarta metropolitana. I soldi non sono un problema, si trovano se ci
sono progetti credibili; a differenza di altri grandi comuni, il
Campidoglio non ottiene da tempo nuovi finanziamenti per le metro
perché chiede allo Stato più spesa corrente che investimenti16.
Oggi nel
dibattito dell’aula Giulio Cesare si è perfino diffusa l’idea
che sia eccessiva la previsione di quattro metropolitane per Roma.
Ricevevo la critica opposta quando ero assessore, quasi tutti mi
rimproveravano un’eccessiva prudenza e mi portavano gli esempi di
tante città europee più piccole e dotate di un numero maggiore di
linee. Ma i miei critici non tenevano conto dell’anomalia tutta
romana di una conurbazione inadatta ai trasporti di massa perché
caratterizzata da una bassa densità insediativa; infatti, occupa
un’area estesa come quella di Parigi con un numero di abitanti
circa tre volte inferiore. Fatico sempre a spiegare questo carattere
controintuitivo nelle assemblee di periferia. I cittadini avvertono
un eccesso di pieno perché vivono in insediamenti intensivi ad alta
densità locale e soprattutto privi di connessioni con il contesto,
ma a scala più vasta è evidente il diradamento urbano che rende il
trasporto collettivo costoso e inefficace. Si paga il prezzo
strutturale di una periferia costruita appositamente per
l’automobile.
A causa del
diradamento è necessario anche estendere il bacino di offerta delle
metro esistenti con adeguati prolungamenti per la linea A – oltre
il GRA a sud e verso Torrevecchia a nord – e ampie diramazioni per
la linea B. È pronto il progetto di allungamento del ramo Tiburtino
oltre San Basilio e verso la zona industriale. La giunta di destra lo
aveva condizionato alla costruzione di milioni di metri cubi che
avrebbero devastato quella periferia. La giunta Marino ha bloccato la
speculazione e ha risolto i problemi che impedivano l’attuazione
del progetto. Più complessa è la scelta nella direzione ovest. Si è
deciso di prolungare la metro a Tor di Valle per sostenere la
realizzazione dello stadio, ma è come fare un passo senza sapere
dove andare. A questo punto bisogna definire la pianificazione del
quadrante ovest: decidere sulle diverse ipotesi della diramazione
della linea B sulla riva destra del Tevere – all’interno verso
Portuense oppure all’esterno verso Muratella – e sulla sorte
della Roma-Lido che può essere trasformata in metropolitana urbana.
Negli studi di simulazione della mobilità alla fine degli anni
Novanta si arrivò alla conclusione che oltre la C e la D non vi
erano altre direttrici con livelli di domanda superiori ai 10.000
passeggeri/ora, ritenuta la soglia di efficienza per una metro in
galleria17.
Le previste quattro metropolitane non sono né troppe né poche,
bisogna solo realizzarle.
Tuttavia, è
pur sempre una città popolosa – anche se a bassa densità – che
presenta nelle direzioni radiali sprovviste di metro rilevanti flussi
di mobilità di circa 3000-4000 passeggeri/ora. Sono livelli di
domanda troppo alti per essere serviti dagli autobus, proprio questo
è il difetto strutturale dell’attuale rete Atac. Su tali
direttrici occorre quindi una modalità di trasporto che a costi di
investimento dieci volte più bassi delle metropolitane realizzi
un’offerta di trasporto più potente degli autobus. Ecco perché a
Roma è necessario anche il rilancio del tram.
La città
trampedonale
Fu un caro
maestro, Italo Insolera, a impostare nei primi anni Novanta una
moderna strategia tranviaria per Roma18.
Mi consigliò di seguire l’esempio della città di Strasburgo che
nel 1994 inaugurò il tram di nuova generazione, poi diffuso in tante
altre città europee. L’innovazione era tecnologica e urbanistica.
Fu progettata una nuova macchina che a un forte aumento della
capacità di trasporto univa la leggerezza, la flessibilità,
l’eleganza e il comfort, cioè uno standard di servizio molto
diverso dai vecchi tram sferraglianti. Inoltre, l’impianto del tram
fu utilizzato come occasione di riqualificazione della struttura e
del paesaggio urbano.
Pensammo di
introdurre a Roma la nuova tecnologia non solo come mezzo di
trasporto, ma come leva di rielaborazione della vicenda urbanistica
della capitale, sia con immediate realizzazioni sia nella
pianificazione di lungo periodo. Il primo passo fu riportare il tram
in centro storico con la linea 8, che suscitò allora molte
polemiche19
mentre oggi è forse il mezzo di trasporto più apprezzato dai
romani.
Doveva
essere solo l’innesco del progetto più ambizioso dell’asse
tranviario tra Termini e San Pietro20.
Insieme alla rete metropolitana il tram avrebbe consentito di
eliminare totalmente le automobili. Si trattava di ridisegnare lo
spazio pubblico sostituendo la coppia bus-auto con quella
tram-pedone. Ciò comportava l’eliminazione delle strade carrabili
in asfalto e i relativi marciapiedi, sostituiti da una pavimentazione
allo stesso livello del pianale del tram, in modo che il pedone
potesse proseguire indifferentemente a piedi o con il mezzo di
trasporto senza alcuna discontinuità o barriera, come si vede nelle
città francesi ormai da vent’anni. Non si trattava solo di
un’infrastruttura di trasporto, ma di uno strumento per creare il
nuovo paesaggio trampedonale del centro storico. Era l’occasione
per “rifare l’Ottocento”, rielaborando in chiave contemporanea
l’incerta hausmannizzazione di via Nazionale e corso Vittorio
Emanuele II21
. L’asse tranviario centrale dovrebbe essere la struttura aperta in
grado di sostenere una rete di passanti che attraversano l’intera
città.
Bisogna
“rifare il Novecento”, sanando l’amputazione della rete operata
dalla riforma del 1930 che accompagnò la prima frattura tra centro e
periferia, dalla quale iniziò la frammentazione successiva. Come per
le altre modalità di trasporto, i passanti tranviari distendono le
relazioni tra le diverse parti di città, superando la dipendenza
gerarchica con il centro22.
Ma con una qualità in più rispetto alle altre modalità. La
metropolitana e la ferrovia hanno un rapporto difficile con la città,
la prima la evita passando sotto e la seconda la elude girando
intorno. Il tram, invece, è il modo più urbano perché accetta di
vivere in città e anzi ne costituisce la continuità fisica e
narrativa. È l’unico strumento che può ricucire i fili strappati
dell’espansione novecentesca, entrare nelle pieghe degli errori
commessi per capovolgerne gli esiti. Il primo passante tranviario
proietta a scala urbana l’asse ottocentesco del centro storico
[Figura
2 – Mappa dei passanti tranviari].
Da una
parte verso via Gregorio VII per proseguire lungo l’Aurelia, almeno
fino a incontrare la ferrovia tirrenica, e dall’altra nella
direttrice storica della Prenestina. Questo è l’unico ramo esterno
sopravvissuto allo smantellamento, dovrebbe essere prolungato fino a
Tor Sapienza e riqualificato nell’ambito di un più vasto recupero
della via consolare. Nello stesso bacino, si presenta una formidabile
occasione in seguito alla realizzazione della linea C, la quale
sostituisce il tratto esterno della vecchia ferrovia Roma-Fiuggi e
lascia come residuo il tratto interno da Centocelle alla stazione
Termini, che può essere trasformato in moderno tram. L’attuale
impianto va completamente smantellato: si tratta di una tecnologia
obsoleta, a scartamento ridotto e incompatibile con tutte le altre
linee, con un inserimento urbano indecente, delimitato da assurde
trincee sulla via Casilina. Al suo posto si deve realizzare un tram
di standard europeo, restituendo alla via consolare la funzione e
l’immagine di una bella strada urbana.
All’altezza
del Pigneto, dove incontra la linea C e l’anello ferroviario, il
nuovo tram abbandonerebbe la sede attuale per dirigersi verso la
tranvia della Prenestina proseguendo poi per Termini23.
In tal modo si aumenterebbe l’offerta di trasporto nel tratto più
denso del quartiere Esquilino e allo stesso tempo si potrebbero
eliminare i binari su via Giolitti, salvando quella via dal degrado e
valorizzando i suoi luoghi importanti, dal teatro Ambra Jovinelli,
alla chiesa berniniana di Santa Bibiana al cosiddetto tempio di
Minerva Medica, entrambi esempi notevoli di architettura seicentesca
e tardoantica, oggi isolate e ridotte a spartitraffico. Così si
eviterebbe anche l’attraversamento dell’area archeologica di
Porta Maggiore, che potrebbe essere sistemata come “parco della
Porta”, secondo il progetto Insolera24.
Con la nuova tranvia, il parco di Centocelle diventerebbe la grande
isola verde e archeologica della periferia orientale, pienamente
accessibile dal resto della città.
Il secondo
passante tranviario dovrebbe percorrere la via Nomentana fino a
Montesacro e oltre, verso il Tufello e la Bufalotta, secondo un
tracciato già anticipato dalla linea express 90. Oggi il tratto
storico della Nomentana è l’immagine della fretta di arrivare
dalla periferia al centro, lo si attraversa quasi senza guardarlo.
L’attenuazione del traffico automobilistico con il tram
consentirebbe di riscoprire la magia di quell’asse: un tipico viale
urbano – con le sue quinte maestose da boulevard
– che però annuncia già nel suo aspetto – con i grandi parchi e
l’assenza di piazze e di negozi – la passeggiata fuori porta25
. Questa direttrice si potrebbe connettere – attraverso la stazione
Termini e via Nazionale – con la linea dell’attuale 8, alla quale
si potrebbe aggiungere una diramazione verso sud, all’altezza
dell’ospedale Forlanini, verso la via Newton, lungo la Portuense,
fino a Corviale, andando a servire un forte bacino di traffico non
coperto dalle metropolitane.
Il terzo
passante dovrebbe riesumare la cosiddetta linea Caravaggio, secondo
il progetto elaborato alla fine degli anni Novanta e rimasto nei
cassetti dell’amministrazione comunale26.
Prevedeva un tracciato che andava a servire un grande bacino
residenziale e terziario a destra della via Colombo in direzione
centro, con insediamenti di grande peso urbanistico – la sede della
Regione Lazio, piazza dei Navigatori, l’ex Fiera di Roma, le
attività terziarie di piazza Caravaggio e di piazzale dei Caduti
della Montagnola ecc. – nonché i grandi quartieri residenziali
fino a Grottaperfetta. Questo bacino di traffico è fuori dalla
portata della linea B della metro e può trovare soluzione solo con
una potente linea tranviaria, la quale proseguirebbe verso Ostiense,
toccando l’università Roma Tre e la riqualificazione dei mercati
generali, poi il quartiere Testaccio e quindi sul lungotevere
sinistro, secondo l’ipotesi proposta da Insolera27.
In piazza del Popolo potrebbe confluire sull’attuale linea 2 e dopo
piazza Mancini attraverserebbe il ponte per servire lo stadio e
attestarsi verso Vigna Clara, scambiando con la linea C. Sarebbe una
forte direttrice nord-sud, con un’accessibilità perimetrale al
centro storico, complementare a quella di tipo assiale delle altre
linee tranviarie.
I tre
passanti coprirebbero tutte le direttrici non servite dalle quattro
metropolitane, scambiando tra loro mediante la circolare esterna
lungo viale Regina Margherita e all’interno lungo l’asse centrale
fino a Prati. Non sarebbero solo infrastrutture di trasporto, ma
creerebbero l’occasione per ripensare la funzione e l’immagine
delle vecchie consolari – la Nomentana, la Casilina, la Prenestina,
la Portuense, l’Aurelia, tratti della Flaminia e della Cassia e
dell’Ardeatina – facendone i più bei viali di Roma
contemporanea.
Dovendo
aprire le strade per realizzare gli impianti tranviari si dovrà
risistemare il sottosuolo per fare una buona manutenzione delle
vecchie reti urbane – collettori, rete idrica ed elettrica, gas,
spesso in condizioni penose – e allo stesso tempo per posare le
nuove reti tecnologiche digitali. In alcuni casi sarà possibile
anche realizzare nel sottosuolo parcheggi lineari lungo l’asse
stradale, per togliere dalla superficie le automobili dei residenti e
restituire spazio pubblico ai pedoni, senza creare offerta di nuovi
parcheggi in destinazione che aumenterebbero il traffico28.
In superficie si dovrà riqualificare l’architettura delle strade e
potenziarne l’uso pedonale: rifacimento delle pavimentazioni, nuovo
design dell’arredo urbano, uso sapiente del verde e dell’acqua,
luoghi di ristoro e di pausa. Una doppia quinta di alberi sui
marciapiedi dovrebbe creare l’immagine di moderni boulevard.
Si dovrebbe evitare il degrado delle affissioni per convogliare le
risorse della pubblicità nella qualificazione dell’ambiente
stradale: servizi informativi, installazioni di arte contemporanea,
pensiline del trasporto, illuminazione pubblica e privata coordinate
secondo piani organici della luce, sull’esempio di Lione29.
Anche gli edifici del fronte strada dovranno contribuire alla
riqualificazione degli spazi, con il restauro delle facciate e la
demolizione di costruzioni fatiscenti o inadeguate per realizzare
nuove architetture oppure per creare nuovi spazi pubblici. Per
ciascuna strada si dovrà elaborare uno stile architettonico mediante
concorso internazionale.
Questa
operazione cambierebbe il volto della città, come non sarebbe
possibile in nessun altro modo. Le vie consolari tornerebbero a
essere la trama del tessuto urbano. Il richiamo antico dei loro nomi
risuonerebbe in una coraggiosa interpretazione contemporanea. Tale
rinascita si può stimolare solo col tram, in quanto strumento in
grado di agire contestualmente sui processi strutturali, funzionali e
simbolici. Le borgate storiche e abusive, nate per un doppio
movimento di distacco dalla città e di separazione tra di loro,
verrebbero riunificate dal tram come le perle di una collana. Le vie
consolari ritroverebbero l’originario carattere di transito che
nell’antichità costituiva l’annuncio della città per chi
arrivava e il ricordo per chi partiva. Oggi, invece,
l’attraversamento senza relazione è divenuto la causa principale
del degrado di queste strade, appesantite dal doppio peso di un
centro ingolfato e di un’immensa periferia. Le strade tornerebbero
quindi a essere un segno forte di vita urbana, espressione di ciò
che unisce e di ciò che differenzia gli stili di vita.
I tre
passanti sarebbero perfettamente integrati con le reti delle
metropolitane e delle ferrovie, garantendo anzi a queste la
distribuzione capillare dei flussi e l’integrale accessibilità dei
luoghi. Ma nella periferia orientale, proprio perché è quella più
diradata verso l’hinterland, bisognerebbe rafforzare l’effetto
rete con un quarto passante da Cinecittà, lungo via Togliatti fino a
Fidene e forse passando il Tevere per connettere il grande centro Rai
della Flaminia (vedi
Figura 2). Sarebbe l’unico asse trasversale e avrebbe proprio
la funzione di legare tutti gli altri passanti su ferro che
connettono la città con l’area regionale. Anche in questo caso,
però, la funzione di trasporto dovrebbe sorreggere una
riqualificazione urbanistica, arrestando l’espansione nell’agro e
completando i vecchi tessuti sbrindellati prodotti dalla folle
speculazione degli anni Cinquanta e Sessanta. Trovandosi proprio al
confine tra la periferia storica e quella anulare30,
avrebbe un effetto di ricucitura a grande scala. Si potrebbe partire
dal tratto nord con il recupero del “viadotto dei presidenti”,
indicato recentemente da Renzo Piano come esempio nazionale di
ricucitura delle periferie. È il disegno tranviario più ambizioso
che si possa immaginare per il futuro di Roma, ma non è un’opera
impossibile, né dal punto di vista finanziario, né dal punto di
vista realizzativo perché si tratta di viali molto larghi e in
alcuni casi già predisposti per tale uso.
Riassumendo,
le considerazioni sopra esposte portano a un’evoluzione dello
schema integrato che fu approvato dal Consiglio comunale nel 1996. Si
passerebbe da una rete Metrebus 3x3 a una più potente rete Metrebus
4x4x4 costituita da quattro passanti per ciascuna modalità di
trasporto: ferroviaria, metropolitana e tranviaria. Può sembrare una
fuga in avanti, un disegno irrealistico che non tiene conto dei
vincoli finanziari e attuativi. Non è così. Che si realizzi poco o
tanto, in ogni caso le singole opere devono essere giustificate da un
progetto più ambizioso che ne garantisca la coerenza spaziale e
temporale. Altrimenti si scade nel bricolage e nell’improvvisazione
che spesso caratterizzano i programmi di opere pubbliche in Italia.
In tutti gli insuccessi delle grandi opere c’è sempre a monte la
mancanza di una seria pianificazione31.
Oggi, pare si voglia compensare l’accorciamento della linea C con
uno spezzone di tram sui Fori, ma sarebbe una tipica soluzione di
piccola scala non giustificata da una pianificazione generale, che
servirebbe solo a creare un alibi per non smantellare lo stradone. Si
propone anche un moncherino tranviario fino a piazza Lodi, ma la
linea C è connessa con la circolare alla stazione successiva di San
Giovanni. La linea tranviaria proposta su viale Marconi andrebbe in
sovrapposizione con la metro D e lascerebbe scoperto il bacino di
Corviale. Le linee tranviarie e metropolitane devono essere integrate
a larga scala, altrimenti non si ottiene l’effetto rete e a parità
di costi diminuisce l’efficacia.
Riguardo
alle difficoltà dell’attuazione, solitamente gli amministratori
indicano tre cause: la mancanza di finanziamenti, la burocrazia e le
proteste NIMBY. Ma sono alibi inconsistenti.
La prima
causa è smentita dalla constatazione che quasi tutti i programmi
pubblici sono frenati da finanziamenti non spesi (ad esempio i fondi
strutturali europei o la stessa legge obiettivo). Più che la carenza
di fondi, pesa quindi l’incapacità operativa delle pubbliche
amministrazioni. Di solito si risponde alle difficoltà chiedendo
leggi speciali, procedure di emergenza e commissariamenti. Questi
strumenti mirati a soluzioni particolari intaccano la generalità e
l’astrattezza delle procedure, aumentano la discrezionalità degli
apparati e finiscono per appesantire la burocrazia. Infine, le
proteste dei cittadini sono motivate nella maggior parte dei casi da
una pessima qualità progettuale delle opere, spesso disegnate con
vecchi approcci funzionalisti che prescindono dai caratteri peculiari
dei luoghi. Le relazioni con il contesto territoriale non sono quasi
mai intrinseche al progetto, ma vengono rinviate alle cosiddette
“mitigazioni”, un’espressione che implicitamente già ammette
il fallimento dell’opera.
La vera
causa del problema è da ricercare nello smarrimento della cultura
del progetto. Il freno alle opere dipende dalla devastazione delle
capacità pianificatorie e progettuali delle pubbliche
amministrazioni perseguita negli ultimi trent’anni. Occorre
ricostruirla, innanzitutto svincolando la progettazione dal
finanziamento. Oggi, si comincia a disegnare un’opera solo dopo
aver ottenuto i fondi, accumulando già in partenza un ritardo che
impedisce di bandire subito l’appalto, crea l’affanno dei soldi
non spesi e devia l’attività di progettazione verso le scorciatoie
e le semplificazioni. Al contrario, le amministrazioni dovrebbero
progettare prima di ottenere i finanziamenti, dotandosi di una
raccolta di progetti esecutivi, elaborati senza affanno, e già
pronti per essere appaltati non appena si rendono disponibili i
fondi.
L’estenuante
cambiamento della legislazione sugli appalti ha creato un mostro
burocratico che soffoca la qualità e l’operatività. Eppure dopo
ogni fatto criminoso che occupa le prime pagine dei giornali vengono
annunciati nuovi provvedimenti normativi che complicano ulteriormente
il quadro. Non servono nuove leggi, si devono solo cancellare gran
parte delle norme scritte negli ultimi vent’anni, lasciando quelle
che garantiscono la concorrenza e il potere di controllo dei
cittadini. Anche l’approvazione delle opere è oggi segnata dalla
logica burocratica, essendo affidata a commissioni composte dagli
uffici amministrativi preposti. La conformità normativa dovrebbe
essere un prerequisito, ma il vero controllo di interesse pubblico
dovrebbe riguardare la qualità del progetto, l’inserimento nel
tessuto territoriale, la coerenza pianificatoria, il valore
artistico, la giustificazione economica, il modello gestionale. Il
progetto di un tram in città dovrebbe essere autorizzato non da una
commissione di burocrati, ma da collegi scientifici di altissimo
profilo professionale composti da architetti, urbanisti, tecnologi,
artisti, economisti e ingegneri gestionali.
Occorre
ricostruire un’intelligenza pubblica per guidare la trasformazione.
Se l’istituzione non è in grado di progettare la città non può
neppure cambiarla.
-------NOTE------
-------NOTE------
1
L’agenda dei trasporti fu approvata in Consiglio comunale l’1
dicembre 1996. Per gli sviluppi successivi della pianificazione:
Comune di Roma, Dipartimento della mobilità, Proimo, 2000.
2
E. Sciarra, I
500 giorni di Metrebus e altre storie,
Gangemi, Roma, 2014.
3
La Regione capitale è la nuova
forma istituzionale che assorbe le attuali competenze del
Campidoglio, della Città metropolitana e della Regione Lazio,
proposta in: W. Tocci,
Non si piange su una città coloniale:
http://goo.gl/Bv9rec
4
Negli anni Novanta sono state proprio le nostre amministrazioni ad
approvare il piano urbanistico di Romanina passato nel frattempo
nelle mani del costruttore Scarpellini: F. Erbani, Roma,
il tramonto della città pubblica,
Laterza, Roma-Bari 2013.
5
Federazione romana del PCI, Progetto
per la riorganizzazione del sistema dei trasporti nell'area
metropolitana di Roma,
Roma, Auditorium della Tecnica, 3-4 aprile, 1987.
6
“Gli stadi di Italia ’90”, in Amministrare. Rivista
quadrimestrale dell’Istituto per la scienza dell’amministrazione
pubblica, n. 1 (1991), aprile.
7
La scelta non fu ispirata da ragioni tecniche, ma dai rapporti di
forza tra i boiardi delle aziende allora ancora pubbliche: FS non
voleva portare clienti ad Alitalia. Quando questa è fallita, i
manager delle ferrovie hanno scoperto le connessioni con gli
aeroporti. È un piccolo esempio di come si prendono le decisioni:
le logiche aziendali prevalgono in assenza di un’organica politica
nazionale.
8
Gli interventi in corso sono utili e attesi da tanti anni:
prolungamento a Guidonia, stazione di Pigneto e nodo di Ciampino.
Non ci sono finanziamenti aggiuntivi nell’accordo di programma tra
ministero e FS per i prossimi anni; la trasformazione delle ferrovie
dei Castelli e dell’area pontina non è considerata una scelta
strategica. Continua a essere presente nei piani per il futuro una
ridicola ferrovia da Passo Corese a Rieti, per circa 700 milioni di
euro, con un bacino di domanda di trasporto non superiore a quella
di un municipio romano.
9
Chiamammo a elaborare le linee guida della pedonalizzazione il
“mago” del traffico Bernhard Winkler, Spazio
urbano e mobilità. La rinascita dello spazio pubblico nelle città
storiche italiane,
AvEdition, Stoccarda 1999.
10
R. Ingrao, “Confronto tra il vicesindaco Walter Tocci e il
soprintendente Adriano La Regina. Salvaguardare e crescere: facciamo
un patto”, in Capitolium, n. 2 (1997).
11
Soprintendenza archeologica di Roma, Progetto Fori, 1984.
Recentemente Adriano La Regina ha ripreso l’argomento nella
conferenza “Rilanciamo il progetto Fori” (Palazzo Venezia, 9
marzo 2015): (http://goo.gl/3qEiPJ).
12
Non a caso Sigmund Freud sceglie Roma per dare una rappresentazione
fisica della psiche umana. In una pagina di Il
disagio della civiltà
immagina la città eterna come un ologramma che consenta di vedere
contemporaneamente le diverse epoche: «Facciamo ora l’ipotesi
fantastica che Roma non sia un abitato umano ma l’entità psichica
dal passato similmente lungo e ricco, un’entità, dunque, in cui
nulla di ciò che un tempo ha acquistato esistenza è scomparso, in
cui accanto alla più recente fase di sviluppo continuano a
sussistere tutte le fasi precedenti. Nel caso di Roma ciò
significherebbe quindi che sul Palatino i palazzi dei Cesari e il
Septizonium di Settimio Severo si ergerebbero ancora nella loro
antica imponenza», S. Freud, Il
disagio della civiltà e altri saggi,
Bollati Boringhieri, Torino 2003, p. 205.
13
Fa ben sperare la dichiarazione congiunta dell’assessore Giovanni
Caudo e del sovrintendente Francesco Prosperetti sul ritorno al
progetto originario: “Rilanciamo le archeo stazioni”, Corriere
della Sera del 13-6-2015: http://goo.gl/bHD6lM
14
La critica di questa decisione
è sviluppata in W. Tocci, Non
si piange su una città coloniale: http://goo.gl/Bv9rec
15
Oggi sembra riprendere quota l’idea di proseguire la metro fino a
Ottaviano, ma saltando alcune stazioni in centro storico dietro
l’alibi dei vincoli archeologici che invece potrebbero essere
risolti con una progettazione più accurata.. Non conosco i
dettagli, ma mi rimane il dubbio che non si sia fatto di tutto per
risolvere quei problemi. Sarebbe comunque uno spreco attraversare il
centro storico con il tunnel senza risalire con la stazione almeno a
piazza Chiesa Nuova nel cuore dell’ansa barocca.
16
Certo, occorre anche una svolta a favore del trasporto su ferro nei
programmi nazionali di investimento, sbilanciati, come sempre, a
favore delle autostrade.
17
Comune di Roma, Programma Integrato Mobilità (PROIMO), 2001.
18
W. Tocci, I. Insolera, D. Morandi, Avanti
c’è posto,
Donzelli, Roma 2008.
19
B. Czarniawska, C. Mazza, T. Pipan, “La storia dello sfortunato
tram numero 8”, in Gestire
grandi città. Storie di Roma al passaggio del millennio,
Franco Angeli, Milano 2001.
20
Per completare l’anello interno da Termini a San Pietro,
proseguendo poi da piazza Risorgimento a via Leone IV – per
servire i Musei Vaticani – e poi attraversando Prati lungo la
linea che porta alla circolare esterna di via Regina Margherita.
Recentemente è stato proposto un ottimo ampliamento a nord
dell’anello tranviario, passando per l’auditorium, via Guido
Reni, il ponte della musica e ritorno verso Prati.
21
“Rifare l’Ottocento” è il titolo di una strategia di
pedonalizzazione del centro storico basata proprio sulla
riqualificazione degli assi ottocenteschi, in W. Tocci, I. Insolera,
D. Morandi, Avanti c’è
posto, cit.,
pp. 60-70.
22
I passanti, altresì, consentirebbero di evitare l’attestamento
delle linee nel centro storico, liberando aree preziose oggi usate
impropriamente come parcheggio di mezzi pesanti e consentendo ampi
margini di ripensamento dello spazio pubblico, ad esempio nel
progetto Insolera (ivi,
pp. 158-164) di piazza dei Cinquecento, che in questo modo potrebbe
essere liberata completamente dai capolinea.
23
Il tratto dell’anello prospiciente il Pigneto dovrebbe essere
tombato per farne una promenade pedonale e tranviaria. Quel
quartiere popolare, tipico della periferia storica, sarebbe servito
da uno dei nodi principali del trasporto pubblico romano con
l’integrazione della ferrovia regionale Fara-Fiumicino, la metro C
e il tram.
24
W. Tocci, I. Insolera, D. Morandi, Avanti
c’è posto, cit.,
pp. 237-241
25
G. Cuccia, Roma. Via Nomentana. Da
passeggiata dei papi a grande arteria urbana,
Gangemi, Roma 2007.
26
C. Gentile, “Un tram chiamato Caravaggio”, in La Repubblica
(27-02-1999) (http://goo.gl/ l2s42W).
27
W. Tocci, I. Insolera, D. Morandi, Avanti
c’è posto, cit.,
pp. 164-190.
28
Per l’importanza dei parcheggi lineari rinvio a W. Tocci, “Le
basi teoriche di un nuovo piano parcheggi”, in AA. VV., Per
un Progetto Urbano. Dal governo della sosta ad una strategia per
Roma, Palombi, Roma
1999.
29
C. Terzi, I piani
della luce, Domus,
Milano 2001.
30
La distinzione tra periferia
storica e periferia anulare in W. Tocci, Non
si piange su una città coloniale, op. cit.
31
Come si vede, ad esempio, nella TAV in Val di Susa che solo dopo le
proteste è stata modificata non solo nell’impatto ambientale ma
nelle stesse caratteristiche strategiche, che evidentemente non
erano state studiate con lo scrupolo necessario: A. Boitani, M.
Ponti, F. Ramella, “TAV, le ragioni liberali del no”,
http://goo.gl/Ip2c6e



.png)
.png)
.png)


.png)
.png)
