Con un air detector abbiamo testato la qualità dell'aria in metro (e c'è preso un colpo)

23 aprile 2019


Sottopongo alla vostra attenzione la situazione allarmante presente nelle fermate della metro A di Roma riguardo l'inquinamento.
Le due immagini che invio mostrano i livelli di polveri sottili misurati prima internamente e poi esternamente alla fermata metro Flaminio.

Come è possibile vedere, l'apparecchio segnala l'allarme "pollution" all'interno, riportando valori di particolato di dimensioni 2.5 micron e 10 micron (denominati comunemente PM2.5 e PM10) rispettivamente di 151 e 169 microgrammi al metro cubo, valori rispettivamente maggiori di 6 e 4 volte i limiti di legge pari rispettivamente a 25 e 40 per PM2.5 e PM10, come riportato al sito dell ARPA (in fondo all'articolo).

L'apparecchio segnala "air fresh" all'esterno, con valori di particolato del tutto nella norma ed in linea con i valori medi riportati dall'ARPA relativi alle città italianea conferma che lo strumento da me utilizzato è ben tarato e riporta misure attendibili.

Si evince, dunque, che il problema è presente solamente all'interno delle stazioni della metro, per le quali, nel tragitto di test effettuato da Flaminio a Cinecittà, ho riscontrato valori superiori ai limiti di legge in tutte le fermate incontrate.  Suppongo quindi ci siano valori alterati anche nelle restanti stazioni e non mi aspetto una situazione più rosea per le fermate della linea B. Ovviamente bisognerebbe misurare.

Dato che, come molti romani, utilizzo la metro tutti i giorni per recarmi a lavoro, mi ero allarmato giorni fa leggendo la notizia del Corriere che riportava l'allarme polveri sottili nelle metro, allarme di cui i cittadini sanno ancora poco, anzi, nulla.

Disponendo di un air detector portatile (IGERESS, Model wp6912, le cui specifiche sono facilmente reperibili in rete) ho deciso di effettuare le misurazioni senza alcuna pretesa di scientificità, ma giusto per provare a toccare con mano il problema.

Mai mi sarei aspettato di trovare una situazione così allarmante: si tratta di valori comparabili a quelli presenti nelle città più inquinate come ad esempio a Delhi in India.
L'OMS e numerosi studi su riviste accreditate ormai da decenni hanno dimostrato come l'esposizione ad alte concentrazioni di particolato presenti nello smog cittadino sia gravemente nociva alla salute (tumori al polmone, danni allo sviluppo cerebrale nei bambini...) e sia statisticamente causa significativa di morte prematura.

Il personale ATAC, il personale militare, il personale addetto alle pulizie e manutenzioni e i numerosi assidui utilizzatori della metro sono esposti a questo rischio e ne sono del tutto inconsapevoli? Oltre al disagio quotidiano, ad un servizio scadentissimo, Atac sta mettendo a rischio la salute stessa dei suoi clienti? Un semplice calcolo può dare l'idea dell'importanza del problema:
in media, nei polmoni di un adulto in movimento circolano poco più di 8 litri d'aria al minuto, che corrispondono a circa 500 litri d'aria ispirata in un'ora. E, dato che i valori riportati per le concentrazioni di PM sono riferite al metro cubo (che contiene 1000 litri d'aria), se ne deduce che mediamente in un'ora spesa in metro un adulto inala una quantità in microgrammi pari alla metà dei valori da me misurati, ossia:
75 microgrammi di PM2.5  e 84 di PM10 (che sommati danno complessivamente circa 160 microgrammi ovvero 0,6 milligrammi di particolato in un'ora).

Alla luce di questo risultato, considerando il dato riportato dall'AIRC, secondo cui: "...per ogni incremento di 5 microgrammi (μg)/m3 di PM 2,5, il rischio relativo di ammalarsi di tumore al polmone aumenta del 18 per cento, mentre cresce del 22 per cento a ogni aumento di 10 μg/m3 di PM 10...", si può capire quanto i valori riscontrati superiori di 4-5 volte ai limiti di legge, se confermati possano essere assai pericolosi per la salute dei cittadini.

Lungi da noi procurare allarmi ingiustificati sia chiaro, ma qui davvero si sta superando il segno e sarebbe il caso, come da più parti si sta richiedendo, che Atac dica la verità e che proceda a ricerche serie (certo più serie della nostra, magari con strumenti più avanzati e tecnologici, magari raffrontando i dati romani con quelli milanesi e di altre città del mondo) per dire un'ultima parola sulla faccenda e tranquillizzare gli utenti. La grave situazione di inquinamento delle stazioni e delle gallerie non sarebbe poi altro che una ulteriore faccia della medaglia che porta alla rottura delle scale mobili, all'incendio degli autobus per le strade, alle fermate chiuse: mancanza di manutenzione, cattiva gestione degli appalti (un appalto per aspirare gli inquinanti è stato fatto, ma evidentemente non sta funzionando), corruzione, sciatteria di funzionari e dirigenti. Questa volta però oltre al disservizio, antipatico quanto si vuole, si parla di un rischio diretto per la salute.
LETTERA FIRMATA

Dopo Desirée. La finta riqualificazione di Montuori per prendere in giro San Lorenzo

21 aprile 2019

Del fatto che Roma è ancora piena di bidonville e baraccopoli abbiamo scritto mille volte, così abbiamo scritto tante volte (qui e qui ad esempio) in particolare della favela di Via dei Lucani a San Lorenzo. Se negli anni ci fossero stati a sentire, insomma, Desirée forse sarebbe ancora viva tanto per fare una semplificazione. 

Quel fatto di cronaca nera, tuttavia, ha smosso il Comune (come si dice, "ci deve scappare il morto") che in questi giorni ha presentato un progetto, che diverrà a breve una delibera di giunta, per riqualificare l'imbarazzante slum a due passi da Porta Maggiore.
Qui avete tutta la conferenza stampa

Il progetto è stato presentato dalla Sindaca, dalla presidente del II Municipio e dall'assessore Montuori all'Urbanistica. Ci sarà una manifestazione d'interesse rivolta a investitori privati per modificare i connotati dell'area oggi in abbandono e divisa tra molti proprietari (una parte è proprio di spettanza del Comune, pensa tu!). Un investitore potrà arrivare, proporre al Comune un progetto, vederselo approvato e poi dover convincere tot proprietari di cedergli il terreno per realizzarlo. Una impresa abbastanza disperata, utilissima per procrastinare a babbo morto il problema (si prevedono 18 mesi almeno per i compimento del progetto, ma questi tempi solitamente a Roma quadruplicano dunque non sarà cosa di questa giunta manco lontanamente: modo eccellente per buttare la palla in tribuna al quarantacinquesimo del secondo tempo). 

Cosa potranno proporre gli investitori? "Tutto meno residenze!" si è affrettato a dire Montuori. Pensate che danni fa l'ideologia spiccia. In quest'area, da piano regolatore (da piano regolatore!) sono previste anche case e le case sono una delle cose più allettanti per gli investitori immobiliari, se consenti di costruire case puoi prevedere che quelli marginalizzino e guadagnino bene e dunque gli puoi chiedere altri servizi in cambio (verde pubblico, manutenzione, asili, piscine comunali...), se impedisci a monte di realizzare una percentuale residenziale dei progetti condanni un lotto immobiliare a valere ben meno di quello che realmente vale. Insomma, come darsi una martellata sugli zebedei. Ma tanto cosa importa: i soldi sono di tutti, mica sono quelli personali di Montuori e Raggi. E dunque si possono anche dilapidare stupidamente. Capito il trucchetto e l'imbroglio? Caro investitore, qui puoi far tutto fuorché quello che ti fa guadagnare... Così tu non hai alcun interesse a partecipare e alla fine si fa quel che ordinano i centri sociali. Che furbi eh!?

In una recente intervista a RomaToday Montuori se n'è uscito con le solite banalità riguardo ai suoi auspici per la zona. Servizi per anziani, una scuola d'arte... Davvero ridicolo. Ci mancava l'immancabile "area cani" e tutti gli stereotipi romani di una lungimiranza e di una ambizione pari a zero nello sviluppo della città c'erano tutti. Amministratori che sarebbero troppo rinunciatari a Rieti chiamati a gestire Roma. 

E pensare che la città ha un enorme bisogno di compattarsi, perché perdere l'occasione di mettere residenzialità dove ci sono già servizi e trasporti e invece consentire altra residenzialità dove questi servizi sono tutti da inventare? Mistero. In quella stecca fatiscente, tanto per fare un esempio, starebbero perfetti dei progetti di housing sociale. Sia per dare una risposta a chi ne ha bisogno, sia per consentire una remunerazione significativa, in parte da reinvestire in servizi, per i developer. E invece no: "servizi per anziani e biblioteche". Oltre ogni pateticità... E non vi sfugga che a queste condizioni gli investitori internazionali si fanno una risata e rimangono solo i palazzinarucci romani! Ogni azione, alla fin fine, sembra fatta per non impensierire proprio loro, per tenere alla larga gli imprenditori seri, per garantire che Roma resti fuori dai giri che contano dello sviluppo urbanistico e della rigenerazione urbana così come si sta svolgendo in tutto il resto del mondo. 

Ma cosa succederà appunto se - anche visti gli sciocchi paletti messi dall'amministrazione - nessun developer degno di questo nome presenterà progetti? Ce lo spiega sempre il geniale Montuori: il Comune esproprierà le proprietà private (Come? Con quali soldi? Fronteggiando i ricorsi in che maniera? Non importa: tanto non sarà più lui assessore!) e farà..., reggetevi forte, farà... un giardinetto! Lo ha detto davvero. Mentre la sfida più grande è quella di densificare la città, di dare risposte immediate ad uno sprawl urbano sempre più micidiale, lui prende un'area edificata dove è prevista da piano residenzialità e ci fa giardinetti che non sarà mai in grado neppure di sfalciare visto che nessuna area verde - nessuna! - beneficia da anni e anni di una manutenzione degna di questo nome. 

Si tratta di una umiliazione per San Lorenzo mascherata da idea urbanistica pseudo innovativa addirittura bestemmiando progetti seri come Reinventer Paris. Ma guarda un po' per una volta non c'è stata alcuna protesta da parte dei gruppi di cittadinismo radical chic piccolo borghese e perbenista che tengono in scacco e sotto ricatto il quartiere da tempo: anzi l'inquietante organizzazione della Libera Repubblica di San Lorenzo (una specie di agghiacciante para-stato locale senza il quale foglia non si può muovere nel quartiere) si è detta di fatto contenta delle proposte
Ovvio: Montuori le ha concordate con loro prima di esplicitarle in conferenza. Anzi: si è fatto indicare da questi autentici ciarlatani - nocivi e pericolosi per le loro idee forsennate e ideologiche - cosa dire e cosa non dire, si è fatto indicare da loro come impostare la cosa, si è fatto insegnare come rendere impossibile un reale intervento dei privati per arrivare ad un assurdo esproprio proletario degli spazi. Lo si evince chiaramente dal link qua sopra: in buona sostanza Montuori si è offerto di essere il burattino politico dei movimenti e dei centri sociali di San Lorenzo, dicendo quello che loro gli hanno imboccato. Perché lo ha fatto? Un assessore all'urbanistica che va contro al piano regolatore della propria città pur di continuare a mantenersi le clientele elettorali dei centri sociali, degli occupatori di professione e della prepotenza tutta romana che tutto questo legittima e giustifica.
Praticamente a San Lorenzo governano loro, senza essere mai stati eletti. Governano loro e puntano a fare ancor più danni di quelli che hanno già fatto visto che la situazione fuori controllo attuale li vede di gran lunga nel podio dei corresponsabili. 

Salvini si prenderà Roma, ma per Roma non cambierà nulla. Nulla!

15 aprile 2019
"Non ci vuole mica uno scienziato per togliere la monnezza da Roma" ripete Matteo Salvini per attaccare Raggi sminuendo e ridicolizzando i problemi atavici della città. Già, non ci vorrà uno scienziato, ma se hai amministratori che per anni si sono divertiti (e si divertono) a tenere artificiosamente la città in stato di difficoltà in modo così da dare potere enorme nelle mani di pochi oligarchi dei rifiut,i allora può non bastare superman. E dal momento, caro Salvini, che questi amministratori sono largamente presenti nel tuo partito e nel tuo schieramento, come fai a non vergognarti di speculare in questo modo sulla monnezza? 

Se la situazione romana è questa è senz'altro colpa di Raggi (una figura surreale, caricaturale, ma che non fa affatto ridere e che è molto molto pericolosa perché sta facendo dei danni che potrebbero essere davvero profondamente irreparabili) ma è anche e soprattutto colpa della mentalità malata e affarista che l'ha preceduta a tutti i livelli, condivisa perfettamente tra la sinistra piddina e la destra forzitaliota, leghista, rampelliana e oggi in gran parte in transito verso la Lega. Questo ultimo schieramento si è sempre dimostrato pronto a tutto tutto pur di mantenere lo status quo e non modernizzare la città di un millimetro.

Il continuo battibecco tra Lega e Movimento 5 Stelle sullo sfondo delle condizioni inenarrabili della Capitale ci stimola comunque a riflettere su quale potrà essere la Roma del 2021, amministrata probabilmente da una coalizione di destra a trazione leghista.

Come spesso avviene in questa disperata città, le condizioni pessime attuali lasciano intravedere non finalmente un miglioramento, ma purtroppo un ulteriore peggioramento. In questi anni all'opposizione, infatti, così come il Pd, anche la destra non ha lavorato minimamente per migliorare ed evolvere la propria classe dirigente. I portatori di voti sono gli stessi, le cricche sono le stesse, gli interessi sono gli stessi, le lobbies sono le stesse e sono i medesimi mentalità e personaggi che sarebbero inaccettabili in qualsiasi altra città italiana. Gentaglia. Salvo qualche piccola eccezione totalmente gentaglia, qualcuno anche in cattiva fede.

Con questa classe dirigente Matteo Salvini si appresta a prendersi la città di Roma tra due anni o magari già l'anno prossimo visto che probabilmente la sciagura-Raggi non riuscirà a portare a fondo l'intero mandato. 

Il punto però, come Salvini sa benissimo anche se non lo ammetterà mai, è che il problema a Roma non è ritirare la monnezza dalle strade. Quello lo si può fare in una settimana con un piano straordinario e la città può perfino profumare di violetta nel giro di pochi giorni0
Il problema in realtà è altrove. Il problema è che Roma non riuscirà mai a scongiurare la sua morte ormai conclamata se non cambierà radicalmente registro gestionale su tutto. Il cambio di prospettiva deve essere totale e profondo. E a Roma cambiare registro significa far ciò che i populisti alla Salvini e alla Meloni (ma vale anche 5 Stelle come stiamo vedendo) non vogliono assolutamente fare, ovvero interrompere le milleuno rendite di posizione che asfissiano l'economia della città. 

Pur di non sfiorare nessuna rendita di posizione e nessun diritto acquisito (acquisito illegalmente, ovvio), Raggi ad esempio ha gettato la città in un olocausto economico senza fondo. E questo vale per tutti gli ambiti, dai più apparentemente (apparentemente!) piccoli come il commercio ambulante o i cartelloni pubblicitari su su fino ai grandi lavori edilizi e alle costruzioni passando per la melma dei sindacati e dei dipendenti comunali. 
Un esempio? Pensate al vero motivo per cui hanno fatto saltare il progetto di Tor di Valle: a Roma non si possono realizzare degli uffici di qualità come si sta facendo da una decina d'anni a Milano (avete visto in che mostruosi obbrobri hanno sede le poche compagnie che ancora resistono in città?) perché altrimenti tutti gli uffici scadenti che sono in capo a noti palazzinari romanari perdono all'istante il loro finto valore di mercato. Le ex Torri delle Finanze all'Eur e le Tre Torri di Libeskind a Tor di Valle sarebbero state micidiali da questo punto di vista (Marino aveva preparato un bello scherzetto ai palazzinari, l'unico ad averne il coraggio), avrebbero significato la fine definitiva di un andazzo. Enormi uffici scadenti e orribili sarebbero finalmente rimasti sfitti e i terrificanti costruttori romani sarebbero stati messi davanti ad una scelta: o adeguarsi a quello che si fa in tutto il mondo - smettendola di guadagnare come trafficanti di organi, bensì come imprenditori normali - o cambiare lavoro. E con questo approccio tanti altri "andazzi" sarebbero finiti visto che Marino aveva aperto parecchi fronti.

Le riforme di Marino, però, erano state concepite proprio contro il corporativismo romanaro messo in piedi in 5 anni da Alemanno (sulla base dell'ottimo lavoro fatto da Veltroni, beninteso), lo stesso corporativismo che Salvini ripristinerà - ancor più dei 5 Stelle - una volta al potere. Basta vedere cosa hanno fatto con la Bolkestein, e capite al volo: appena arrivati al governo subito blocco degli investimenti internazionali, subito blocco della concorrenza, subito blocco della meritocrazia, subito favori alle peggiori lobbies di evasori e pseudo imprenditori che stanno affossando l'Italia da decenni. Non è un caso se una volta arrivato al potere, Salvini con la sua mentalità abbia portato il paese dalla crescita economica al declino e alla recessione: con una mentalità corporativa, protezionista, populista e anti-mercato come la sua, l'economia deperisce e così sta facendo. Pensate tutto questo applicato alla latrina di Roma: tutto accentuato, tutto peggiorato. Con Raggi va malissimo? Vero. Con Salvini andrà ancora peggio.

In tutti i settori economici della città è necessaria invece maggiore libertà, maggior merito, maggior concorrenza, maggior afflusso di capitali internazionali per dare stimolo anche alla decotta imprenditoria locale, per provare a far restare quei pochissimi talenti che ancora non sono scappati via in posti dove merito e concorrenza sono alla base della vita civile ed economica al posto dello squallido clientelismo a tutti i livelli. La ricetta è solo quella, è solo una, non c'è una terza opzione. Tutte le città erano precipitate nel fango come Roma (anche New York, anche Milano) e tutte hanno fatto questo percorso per risollevarsi: merito, concorrenza, capitali, qualità, ignorare ogni ridicola ideologia (pensate ai centri sociali e ai movimenti di lotta per la casa a Roma), lotta alle rendite di posizione e alle piccole cricche che anchilosano lo sviluppo e sbullonamento delle parti incancrenite dell'economia. Il tutto in un contesto di chiarezza, di pulizia, di onestà, di regole limpide e di sanzioni inflessibili per chi le viola. Non c'è una terza opzione, ripetiamolo!
Questo però significa perdere i voti delle cricche e non vuole farlo il Movimento e non vuole farlo la Lega. Anche perché a Roma le cricche hanno assunto sembianze pachidermiche e la percentuale di cittadinanza che si è ormai assuefatta e vive benissimo in questo contesto infame è ingentissima. Questa è la caratteristica della città. Questo è il motivo per cui sembra impossibile riformarla. Ecco perché il passaggio di potere da Raggi a Salvini non cambierà NULLA.

E tra l'altro c'è uno spauracchio utilissimo a chi volesse arrischiarsi davvero a cambiare le cose: ci aveva provato Marino e guardate cosa sono stati capaci di fargli pur di fermarlo. Quella storia non conta in quanto tale, conta perché è un monito, un simbolo, un totem. Conta perché nessuno, adesso, si azzarderà mai più davvero a cambiarla questa città. 

(PS. Come dite? Questa è una visione senza speranza? Falso: eccola qua la speranza)

La nuova sede-redazione occupata di Scomodo. Il progetto editoriale diventa piattaforma criminale

13 aprile 2019
Dopo le palestre popolari, le osterie sociali, le ciclofficine occupate e gli interi palazzi residenziali sottratti con la violenza ai legittimi proprietari in ossequio ad una emergenza abitativa inesistente e inventata all'unico scopo di dar potere e ruolo a gruppi di potere paramafiosi che in cambio di case arbitrariamente assegnate in omaggio a amici e lacché possono disporre di forza contrattuale e di varie armi di ricatto, oggi abbiamo una novità ulteriore nella pozzanghera urbana di Roma: la redazione di giornale abusiva. 

Si parla della rivista Scomodo. Scomodo è stata una iniziativa editoriale molto interessante. Al di là dei contenuti - spesso naif e velleitari e comunque concepibili solo in una città con una mentalità sociale e civica ferma a quarantacinque anni fa come Roma, dove i giovani non viaggiano, non osservano, non si confrontano e pensano che il mondo si esaurisca all'anello del Grande Raccordo Anulare - il progetto era interessante perché coinvolgeva le scuole, perché riesumava la vecchia pratica del giornalino scolastico, perché metteva in campo le forme della grafica editoriale e dell'illustrazione (fondamentali per l'editoria contemporanea) e perché tornava a riflettere sull'importanza di stampare riviste di carta.

Dopo i primi successi - come spesso accade agli immaturi e a chi è incapace di gestire in maniera civile la propria crescita nella società - evidentemente i "ragazzi" di Scomodo (a Roma chiunque parta con una iniziativa contemporanea - a riprova dell'arretratezza intellettuale della città - viene bollato come "ragazzo". I ragazzi di Scomodo, i ragazzi del Cinema America e così via...) si sono sentiti padroni del mondo e hanno deciso di far passi ulteriori. L'iniziativa editoriale studiata anche fuori da Roma e seguita da migliaia di lettori deve trasformarsi in qualcosa di più profondo, e quale strada migliore avendo le spalle coperte da amicizie giuste se non quella di entrare - come tutte le iniziative più tristemente in voga di Roma - nella più totale illegalità in nome di violenza, prepotenza, sopraffazione e concorrenza sleale?


Il progetto di per se è super interessante, intendiamoci. (C'è anche - guardatelo qua sopra - l'immancabile video aspirazionale che ovviamente omette il fatto che tutto il progetto si basa totalmente sull'illegalità). Creare una grande redazione del giornale che però sia aperta a tutti, funga pure da hub culturale per eventi e presentazioni, sia accogliente per i bambini e per chi vuole andarci perfino solo a giocare, si apra al coworking ospitando postazioni e librerie e anche spazi per la ristorazione. Questo non è certamente l'unico modo, ma senz'altro è uno dei modi grazie ai quali un qualcosa che si chiama "giornale cartaceo" può sopravvivere e guadagnarsi il proprio ruolo nella società e nella città. Dunque bravi per la visione. Peccato per l'attuazione. Perché se la visione è internazionale e centrata (e chapeau un'altra volta!), la attuazione è disgustosamente romana e basta rifletterci cinque minuti per scoprire quanto è raccapricciante e quanto manca di rispetto alle migliaia di imprese culturali della città che lottano ogni giorno per stare nella legalità. 

Una delle occupazioni temporanee di Scomodo

Quale è il progetto? Facile facile: occupare abusivamente un enorme garage di 2000 mq a Via Statilia. Di proprietà di Inps\Cassa Depositi e Prestiti. Insomma di proprietà dello stato italiano e dunque di tutti noi. Un immobile che qualora fosse liberato dagli occupanti abusivi potrebbe essere venduto, valorizzato e trasformato probabilmente in residenze o albergo. Un progetto che, se la proprietà fosse messa nelle condizioni di attuarlo, genererebbe molti molti molti più posti di lavoro rispetto al numero stesso di famiglie oggi ospitate in nome della fasulla emergenza abitativa che dicevamo sopra. Solo questo calcolo algebrico può bastare, per tutti, a spiegare l'imbroglio che c'è dietro queste occupazioni: danno risposte al disagio di 100 famiglie? Forse è vero. Ma l'immobile che usurpano potrebbe dare risposte al disagio di 200 famiglie. E in più potrebbe farlo generando lavoro sano, vero, legale, e non illegalità gestita da movimenti para-camorristici che sfruttano la disperazione delle persone per tornaconto e giochi di potere. Con questa gentaglia i ragazzi di Scomodo hanno deciso di allearsi. Questo è l'esito a cui è arrivata una delle iniziative editoriali più interessanti degli ultimi anni. 

Non è la prima volta che il gruppo di Scomodo "occupa" spazi pubblici più o meno abbandonati. Lo hanno fatto con lo Stadio Flaminio, con gli Ex Arsenali Pontifici o con Palazzo Nardini con un bel girotondo a cui si unì Luca Bergamo... I temi erano sempre sbagliati beninteso: contro lo sviluppo, contro la rigenerazione urbana, contro la generazione di posti di lavoro. Secondo la visione ridicolamente naif del mondo dei ragazzi di Scomodo ogni spazio abbandonato della città dovrebbe essere trasformato in un non meglio specificato "spazio culturale" (magari gestito da loro o ospitante la loro redazione). Poco importa se la città è già ricolma di spazi culturali che non riesce a gestire e poco importa che le pratiche di rigenerazione urbana prevedano per gli spazi abbandonati un mix di funzioni: culturale certo, ma anche residenziale, ricettivo, commerciale, artigianale e molto altro. Ma quando si è giovani si ha diritto di sognare e perfino di ritenere che ogni area non utilizzata tramuti le proprie funzioni in sala prove per boy band o skate park. La cosa grave è quando queste legittime aspirazioni giovanili che si dissolvono crescendo vengono avallate da politici navigati e scafati in cambio di facile consenso. Questo è veramente meschino e questo è avvenuto in passato. 
Ad ogni modo, al di là delle occupazioni temporanee, questa volta l'occupazione non sarà simbolica, ma si occupa proprio per rimanere e aggiungere una casella alla già lunga e vergognosa lista dell'illegalità romana contrabbandata per cultura.
L'ingresso del nuovo spazio: 2000mq interrati sotto il grande palazzo Inpdap di Via Statilia\Santa Croce in Gerusalemme

Me mettiamoci nei panni di qulsivoglia altro operatore culturale che volesse realizzare un progetto simile a quello di Scomodo. Chiunque volesse realizzare una piattaforma simile, realizzarla in centro, realizzarla disponendo di 2000 mq dovrebbe passare i guai. In un mondo normale dei ragazzi intenzionati a rendere davvero concreta una visione simile cosa fanno? Cosa farebbero in Austria, in Francia, in Danimarca o semplicemente a Firenze, a Bologna o a Milano? Quanto segue:

1. Si scrive un progetto e un business plan serio che sia davvero valoriale, ed emozionante.

2. Si inizia a fare il giro di partner, finanziatori, mecenati spiegando il progetto e cercando i finanziamenti necessari.

3. Nel frattempo, con lo stesso progetto e lo stesso business plan, ci si impegna a studiare tutte le opportunità in termini di bandi europei, regionali, cittadini vedendo se esistono delle opportunità in questo senso.

4. Una volta trovata una base economica, pubblica o privata che sia, ci si mette a cercare lo spazio. Probabilmente ci si dovrà accontentare di uno spazio in periferia perché 2000mq in pieno centro sono inavvicinabili, ma è anche un bene perché così si va a fertilizzare un'area dove non c'è nulla invece di atterrare come invece faranno gli Scomodo in un territorio dove c'è già tanto: anni e anni a parlare degli "ultimi" e poi si apre l'hub nella Roma signorile di Via Statilia: semplicemente patetico. Ma andiamo oltre.

5. Una volta trovato lo spazio si fa un progetto, si chiedono i permessi per i lavori, per ogni attività contenuta all'interno si chiedono le licenze (ristorazione ad esempio) con una complicazione burocratica sfiancante per non dire degli oneri per la sicurezza, le Asl, i Vigili del Fuoco. Specie in uno spazio così grande, con tante funzioni e - dagli intendimenti dei gestori - aperto al pubblico inclusi i minori. Questo è ciò che affrontano tutti quanti coloro che non hanno un santo in paradiso. E se sgarri di un millimetro, vieni massacrato dalle multe quando non dalle chiusure e dal ritiro delle licenze. Poi c'è qualcuno che può fare invece come gli pare, non si capisce bene perché...

6. A quel punto si fa un piano di gestione che renda tutto il progetto sostenibile nel tempo. Anche nel rispetto delle risorse ricevute che vanno valorizzate.



Il grande edificio, occupato dai Movimenti per la casa, è di proprietà Inpdap. Ospita 170 famiglie (forse) in difficoltà. Se fosse valorizzato e trasformato, ad esempio, in albergo, darebbe lavoro e risolverebbe i problemi di molte più famiglie. Ecco il paradosso delle occupazioni.

Per i "ragazzi" (brrr) di Scomodo tutto questo è troppo... scomodo! Semo de Roma e nun ce va da lavorà e da impegnasse. Mejo cercà quarche scorciatoia. Se chiamamo scomodo ma volemo le cose comode, mica semo scemi come tutti quelli che pagano l'affitto, rispettano le leggi e fanno impresa culturale in maniera regolare: noi semo furbi, dritti e paraculi.

Una volta le occupazioni le facevano di notte e di nascosto. Oggi le dichiarano giorni e giorni prima pubblicamente sui giornali. Diventano un progetto condiviso nel quale coinvolgere la cittadinanza chiedendo donazioni, facendo call per avere mobili usati coi quali riempire gli spazi rubati alla collettività. In una lettera a Repubblica, affiancata da un articolo dello stesso giornale martedì scorso, gli Scomodo annunciano che occuperanno lo spazio, dichiarano candidamente che si prenderanno 2000mq in pieno centro di Roma senza rispettare le norme di sicurezza, senza pagare l'affitto, senza seguire le procedure di autorizzazione, senza licenze o haccp per la ristorazione. Senza rispondere a nulla o a nessuno. Come se fossero in un altro comune e in un altro stato.

Ne Repubblica, ne RomaToday che poi ha ripreso la notizia hanno pensato minimamente di far presente ai loro lettori che si trattava di una operazione totalmente fuori legge e banditesca. Zero. Stampa totalmente appecoronata agli interessi dei furbetti di turno. Poi quando un ristoratore mette per quattro centimetri fuori posto un tavolino Repubblica ci fa la prima pagina mettendolo alla pubblica gogna per settimane... Dopo l'articolo sulla cronaca di Roma, poi, non poteva mancare il pezzo in nazionale niente meno che su Robinson... Secondo l'inserto culturale (!) di Repubblica per dei giovanissimi occupare abusivamente 2000mq a scrocco in pieno centro città equivale a "diventare grandi", così titolano la doppia pagina di celebrazione di questo svezzamento dell'illegalità. Ma non è la prima volta: storie come quella di Scomodo germinano grazie ad una solidarietà generazionale salottiera tipica di Roma, sostanzialmente nei gruppi giovanili stanno i figlioletti dei gruppi maturi che li sostengono. Figli di giornalisti, figli di assessori, perfino figli di vicesindaci...


Tutto attorno a loro decine e decine di migliaia di imprese culturali (teatri, sale prove, gallerie d'arte, spazi e location per presentazioni, piattaforme di performing art, cinema d'essai, librerie e decine di redazioni di giornali perfino più interessanti di Scomodo stesso) continuano a operare pagando l'affitto, seguendo la burocrazia, adeguandosi alle norme cittadine, regionali, nazionali e europee, pagando Siae, concessioni, bollette e contributi ai collaboratori. E soprattutto gestendo la concorrenza sleale e profondamente (profondamente!) fascista di chi - avendo i santi in paradiso che abbiamo accennato - può permettersi il lusso di pigliare la scorciatoia. La città di serie A e la città di serie B, coi privilegiati di serie A che fingono di essere contro i poteri forti e a favore degli  ultimi. Una scorrettezza, una violenza, una ingiustizia e una prepotenza che non hanno confini. Tutto questo, secondo noi, è criminalità bella e buona. E senza tema di smentita.
Concerti senza il minimo rispetto delle norme e dei regolamenti. Chi sta nelle leggi deve adempiere a centomila scartoffie, chi occupa e organizza manifestazioni illegali ha un salvacondotto totale. La città delle persone per bene, vessate e umiliate, e la città dei paraculi

E ci raccomandiamo a voi, anche questa volta cascate nell'imbroglietto eh! Fatevi complici dell'iniziativa, donate i vostri mobili (!), versate un'offerta in denaro. E soprattutto, una volta che lo Spazio Scomodo sarà aperto, portateci a giocare i vostri figli come chiedono gli occupanti, in uno spazio che non rispetta le normative di sicurezza, se ne infischia di ogni regolmento, non è coperto da nessuna assicurazione. Nell'attesa che qualcuno si faccia male per davvero, poi si vedrà... Del resto so ragazzi no!?

I "villini storici" da demolire o non demolire a Roma. Storia dell'ultima isteria

7 aprile 2019

Da qualche mese a Roma è nata una nuova patetica isteria, una delle tante in una città che vive solo di tic, di frasi fatte, di riflessi condizionati, di paure di cambiare e di sentito dire (solitamente dalla persona sbagliata).
Mentre, insomma, in ogni città evoluzione e progresso significa anche demolire edifici vecchi e superati e realizzarne al loro posto di nuovi e migliori sotto ogni punto di vista (architettonico, ma anche energetico, estetico, funzionale ecc...), a Roma questo appare come un atto del demonio. Ci sono fior di giornalisti, intellettuali, comitati di quartiere che lottano contro cose che dovrebbero essere del tutto ordinarie e normali aizzando folle profondamente ignoranti all'insegna di un terrorismo psicologico di bassissima lega che si serve del solito armamentario di parole chiave che ormai senti solo a Roma: "speculazione edilizia", "colada de cemendo", "pugno in un occhio", "opera faraonica", "edificio fuori dal contesto"... Quando sentite qualcuno pronunciare queste keywords siete fortunati perché non dovete indagare molto: al 99% si tratta di un imbecille che parla senza sapere nulla di quello che dice.

Questo modo di pensare (pensare?) è atterrato recentemente sui famigerati "villini": ogni demolizione (Roma ha meno investimenti immobiliari di una cittadina di provincia e il mercato delle costruzioni di muove in maniera inferiore che a Bari o a Catania, tanto per dire...) è diventata motivo di dibattito e di scontro con un tasso di retorica oltre ogni ragionevole limite di guardia: i protagonisti sono sempre gli stessi, tra giornalisti in vena di battaglie ecologiche al limite dell'inquietante (ciò che sta facendo Paolo Boccacci su Repubblica rasenta il ridicolo e lo sorpassa), associazioni ambientaliste che hanno contribuito a portare la città nelle condizioni di olocausto economico in cui è ora e comitati di quartiere che si muovono con modalità che non hanno eguali in Italia e in Europa.

Ovviamente nessuno auspica che edifici di reale valore architettonico, di reale pregio storico e di importanza urbanistica certificata vengano abbattuti, ci mancherebbe. E bene ha fatto in questo caso l'assessore all'urbanistica Montuori a evitare un vincolo complessivo su interi pezzi di città (perché le vestali dell'ambientalismo di cui sopra questo risultato volevano raggiungere) puntando semmai a vincoli soprintendenziali modulati sul singolo pezzo. Considerare le città come organi imbalsamati e immutabili genera solo un risultato: la Roma di oggi! Una città raccapricciante, orribile, putrescente, da cui scappare e dalla quale tutte le persone di buon senso con la possibilità di farlo stanno scappando. Questo ovviamente poco imposta a giornalisti benestanti, nobili annoiati "impegnati" in finte battaglie ambientaliste e comitati governati dall'ignoranza e dalla superstizione.


Una battaglia ridicola si è fatta ad esempio per Villa Paolina, un edificio scadente e rimaneggiato migliaia di volte negli anni e dunque senza alcun valore reale. Nonostante la proprietà abbia tutti i diritti di demolirla e ricostruirla, comitati e giornalisti stanno attuando una indebita pressione tale che l'operazione immobiliare rischia di saltare. E poi ci meravigliamo se gli investimenti in rigenerazione urbana provenienti dall'estero a Roma sono a ZERO. Quale developer internazionale viene ad investire in una città dove hai diritto di fare una cosa, ma dove se qualche ciarlatano si mette a dire bugie per non fartela fare, infinocchia fior di istituzioni e ministeri che alla fine ti bloccano il progetto? Questo ecosistema è perfetto per far fuggire - come infatti avviene - qualsiasi investitore.

Il problema, per Villa Paolina come per qualsiasi altra operazione di demolizione-ricostruzione, è lottare - questo sì - affinché l'opera sostitutiva sia architettonicamente più significativa di quella demolita. Insomma: lottare per far crescere la città, per migliorarla, per lasciarla alle successive generazioni più bella, più contemporanea, più viva. Se la logica di oggi fosse esistita nel periodo di edificazione dei "villini", nessuno avrebbe ottenuto i permessi per costruirli perché ci sarebbe stato un giornalista o un comunicato che sarebbe riuscito a impedire i permessi in nome del patrimonio di case di campagna da salvare, dell'agro romano da non "cementificare", delle vigne storiche suburbane da mantenere e così via cialtroneggiando. Per fortuna negli anni Dieci, Venti o Trenta la percentuale di ciaraltani era molto più bassa di oggi e per fortuna all'epoca la gran parte dei cittadini pensavano al domani e al benessere dei loro figli, non a ieri e all'esclusivo benessere proprio. 

In questi giorni sui giornali è stato protagonista un altro "villino", perché ormai il termine villino è un passe-partout, parla alla pancia delle persone e semplifica la vita a chi deve ciarlataneggiare come dicevamo sopra. E così un edificio piuttosto anonimo degli anni Sessanta diventa un "villino" la cui demolizione si trasforma automaticamente in scempio. La storia che Paolo Boccacci (ancora lui, argh) racconta in questo articolo è però paradossale. Sia per i tempi (i proprietari hanno iniziato le pratiche per sostituire questo edificio nel 2015, siamo a metà del 2019 e ancora non se ne parla. Questo ci racconta molto sul perché la città sta morendo), sia per le modalità. A quanto pare, infatti, siamo arrivati al punto in cui l'operazione ha avuto il benestare delle soprintendenze solo perché il nuovo edificio invece di essere un segno contemporaneo in città (e dio sa quanto ce n'è bisogno), scimmiotterà lo stile dei vecchi villini degli anni Venti. 

Insomma si demolisce una tipica costruzione degli anni Sessanta (la vedete sopra, nella foto, affacciata sul solito marciapiede devastato e pieno di auto in sosta abusiva) per costruire un falso storico che - stando ai rendering - è una mostruosità bella e buona. Ma una mostruosità che premia perché consente al costruttore di avere dei via libera che viceversa - con un progetto vero, con un architetto di qualità, con una proposta contemporanea - non sarebbe arrivata. È un precedente micidiale. Naturalmente nell'articolo di Repubblica la questione è letta esattamente all'inverso di come dovrebbe; e il fatto che in città invece di costruire architetture degli anni Venti del Duemila si costruiscano architetture degli anni Venti del Novecento dimostrando di essere intellettualmente fermi a cento anni fa, viene considerata tutto sommato una cosa positiva, una salvezza. È invece solo una tristezza.

Villa Aldobrandini. Le foto nel 2016 e nel 2019. In tre anni i grillini l'hanno devastata

2 aprile 2019
Totale abbandono, sciatteria, degrado assoluto. Si stanno facendo danni che ci porteremo dietro per anni, non è solo mancata manutenzione: questo livello di dissesto crea e creerà danni strutturali al nostro patrimonio. 




E pensare che Villa Aldobrandini era stata appena riqualificata. Proprio ad aprile del 2016, tre anni fa esatti. Immaginatevi quale livello di abbandono ci può essere stati in questi tre anni maledetti per portare una villa in condizioni perfette alle condizioni disperate in cui la vediamo oggi. Inoltre Villa Aldobrandini doveva beneficiare di cospicui finanziamenti grazie agli oneri concessori derivanti dalla riqualificazione del Cinema Metropolitan. La riqualificazione del Metropolitan è stata modificata e i soldi sono stati tolti da Villa Aldobrandini - nonostante versi in condizioni vergognose - e sono stati messi sul restauro totalmente inutile e velleitario di un cinema abbandonato al quartiere Appio Latino, cinema progettato dall'architetto Montuori, padre dell'assessore Montuori che ha deciso di spostare il finanziamento. Tutto in perfetto e cristallino stile Cinque Stelle. A Milano i beni che il Comune non riesce a gestire vengono messi all'asta e venduti a prezzi altissimi, a Roma si restaurano spazi che non si saprà poi neppure come usare togliendo le poche risorse destinate al verde pubblico. Una follia che la metà basta. Una storia allucinante che abbiamo raccontato più volte, l'ultima volta qui...






Di più: Villa Aldobrandini potrebbe sopravvivere e farcela se all'interno (tra l'altro ci sono gli spazi perfetti per questo) fosse approvato il progetto di uno spazio di somministrazione, un bar, un caffè, una sala da the da far nascere in una delle cubature esistenti ai cui gestori poi chiedere di tenere (anche nel loro interesse peraltro) in perfette condizioni la villa. Tutto questo - normalità dovunque - a Roma appare impossibile in virtù di norme assurde, veti ridicoli delle Sovrintendenze e burocrazia ignobile che farebbe fuggire lontano anche l'imprenditore più dedito alla causa. Eppure quello sarebbe l'unico modello in grado di salvare non solo questo, ma la grandissima parte dei parchi di Roma. Guardate qua sotto come è fatta Villa Aldobrandini: ha su tre angoli tre edifici, oggi abbandonati e in rovina, che potrebbero trasformarsi in spazi commerciali capaci di generare nuova occupazione, nuovi servizi per i visitatori e ai quali assegnare l'obbligo di manutenzione e controllo. Funziona così in tutto il mondo civile ed evoluto.

Il risultato è quello che vedete. Sopra le foto (a firma della brava Lucilla Loiotile) di Villa Aldobrandini nel 2016, lussureggiante e piena zeppa di turisti, e sotto le foto di Villa Aldobrandini nel 2019 dopo tre anni di regime pentademente: vuota, abbandonata, cadente, lugubre e spaventosa. 
Bisogna creare bruttezza, degrado, disagio e depressione. Perché solo cittadini depressi e immersi nel cattivo gusto possono essere disposti a votare la feccia dei partiti populisti.

1 aprile: tornati i centurioni in tutto il centro. E purtroppo non è uno scherzo

1 aprile 2019
Le deprimenti condizioni della città non migliorano, anzi peggiorano, con l'incrementarsi dell'atmosfera primaverile. Anzi la presenza dei turisti (il solito turismo pezzente, due giorni Colosseo-San Pietro e poi si scappa a Firenze, Venezia o Milano) alimenta gli appetiti. 

Oggi, 1 aprile, poteva tenersi qualche bello scherzo: potevamo (quale Pesce d'Aprile sarebbe stato più paradossale?) per un giorno vivere in una città bene amministrata ad esempio! E invece nessun brivido, nessun cambiamento. Anzi, i soliti cambiamenti in peggio.

Dopo alcuni mesi infatti, l'ordinanza che tiene lontani i ridicoli centurioni (cittadini per lo più stranieri, appartenenti a organizzazioni non del tutto trasparenti, pregiudicati o avanzi di galera che chiedono il pizzo ai turisti dopo aver posato per una foto dotati di elmo con scopa Pippo incollata sopra) è scaduta e nessuno ha pensato a rinnovarla. 

L'amministrazione pensa ad altro: indagati, rinviati a giudizio, addirittura arrestati. La metropolitana praticamente non esiste più così come non esiste la raccolta dei rifiuti. La città si appresta a venire sommersa di sacchetti e i turisti, condannati a non poter raggiungere il centro con la metro, devono subire da oggi anche questa ulteriore onta. 

L'ordinanza contro i centurioni era stata promulgata con scadenza 31 marzo perché a quella data il nuovo Regolamento di Polizia Locale doveva essere approvato dal Consiglio. Peccato che il Consiglio non brilli per efficienza e che da qualche giorno sia nel pallone, col presidente in carcere. Risultato: tutto fermo e l'ordinanza che va in scadenza senza rinnovo.



Da stamattina la zona del Colosseo, dei Fori, del Palatino era di nuovo sommersa di questi figuranti assurdi. Poco male, cambia poco: il livello di crollo di immagine della città è talmente clamoroso che questo elemento in più di degrado, illegalità, violenza e aggressività verso le persone che ancora optano per venire da noi sarà impercettibile. 

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