Roma fa Schifo non è più su Facebook, ecco perché

20 luglio 2018
***DISCLAIMER: i contenuti su Facebook, salvo nuovi attacchi, continuano su questa nuova pagina: https://www.facebook.com/romafaschifo2, seguiteci e divulgate***

Per carità, non possiamo essere noi a dirlo perché siamo parti in causa, tuttavia in un'Italia che si avvia a grandi passi verso una deriva da Russia di Putin questa novità non ci voleva. 

Di quale novità stiamo parlando? Semplice: La pagina Facebook di Roma fa Schifo, forte di 10 anni di storia, di aggiornamenti h24 e di oltre 170mila utenti unici forse era diventata troppo influente per passarla liscia. Con un pretesto la piattaforma l'ha oscurata ieri, senza grandi speranze di riaverla indietro. 

Si tratta dello sfogo di tanti cittadini, si tratta del luogo dove in questi anni decine e decine di migliaia di persone hanno avuto l'aiuto necessario per  aprire gli occhi dopo essersi a lungo assuefatti a situazioni inaccettabili, si tratta di un luogo di dibattito, di approfondimento, di confronto e di scontro quotidiano su temi di interesse collettivo e con l'obbiettivo costante del miglioramento della città. Si tratta dell'unico luogo (e questo da sempre e non da oggi) dove non viene fatto il minimo sconto all'amministrazione di turno che questa sia capitanata da Alemanno, Marino o Raggi poco cambia. Tutto questo oggi non c'è più.

Cosa è successo? In tutta apparenza sembrerebbe un problema dovuto al micidiale algoritmo di Facebook. Quel sistema che, complici segnalazioni anonime da parte degli utenti, riesce a chiudere pagine e profili personali con l'accusa di pornografia solo se si pubblica la foto di una mamma che allatta un bambino, o di un nudo artistico in una scultura classica o in un dipinto del Cinquecento. 


Qualche giorno fa abbiamo pubblicato sulla pagina Facebook un filmato che poi è girato in altre pagine (in molte è ancora online senza nessunissimo problema e questo dice molto sull'algoritmo di cui sopra) e che potete vedere qui sopra. Si trattava di un fatto a nostro avviso significativo: una aggressione, per quanto solo verbale, di uno o più cittadini contro il gruppo di scippatrici che in barba all'azione delle forze dell'ordine ogni giorno frequentano la metropolitana. L'aggressione verbale era condita di plateali minacce di morte e di percosse. E' uno scenario che più volte in molti nostri contenuti social e qui sul sito avevamo prefigurato e previsto: lasciare le cose in abbandono e non risolvere i problemi in maniera autorevole e istituzionale porta le persone a risolverseli per conto loro in maniera spiccia. 

Avevamo pubblicato su Facebook il video aggiungendo questa frase di presentazione: "Cosa aspettiamo per intervenire, che qualcuno linci le scippatrici?". In italiano la frase è chiarissima, in italiano la frase segnala e rappresenta un rischio da evitare (il linciaggio ipotetico e ormai neppure troppo ipotetico) e suggerisce la soluzione per far sì che non si presenti (intervenire). Già, in italiano. Ma chi controlla le tante segnalazioni che per rappresaglia la pagina Facebook di Roma fa Schifo riceve non è italiano, è magari pakistano, magari egiziano, magari inglese e irlandese. Probabilmente sta a Dublino e da lì, in pochi secondi, aiutandosi chissà come, deve decidere sulla chiusura di pagine e profili. Evidentemente il nostro addetto Facebook ha letto linciaggio, ha armeggiato su Google Translate in attesa che Facebook si faccia un traduttore anche lui, e ha pensato che noi si inneggiasse al linciaggio delle scippatrici sotto la metro quando invece il messaggio che volevamo dare era esattamente l'inverso. L'accusa? Bullismo!


Ma se Facebook, come è comprensibile che sia essendo una realtà che deve gestire svariati milioni di contenuti al minuto, non capisce e travisa le cose; se non è in grado di distinguere tra un paradosso e una minaccia, tra uno scherzo ed un reale pericolo, tra una mamma che allatta e un film zozzo e tra una segnalazione di rischio e un incitamento alla violenza, come mai questo succede solo a noi e non a tutti? Innanzitutto non avviene solo a noi e ci sono migliaia di storie di questo tipo, ma poi c'è da dire che noi siamo più soggetti perché siamo sotto il fuoco di fila delle segnalazioni. Ed è un po' questo il punto.

Da alcuni mesi o anni a questa parte la situazione è diventata incontrollabile. Forse a causa del nostro ruolo che mette davvero, ogni giorno, con una immensa visibilità, in difficoltà l'amministrazione della città di Roma; forse perché non c'è nessun altro media che davvero disvela la verità sulla capitale d'Italia; forse per l'abitudine - che non deve piacere ai potenti - che hanno molti giornali a pescare tra le nostre chiavi di lettura per costruire i propri contenuti; forse a causa di chissà cosa ma una squadra organizzatissima di persone, sistematicamente, invia contro di noi segnalazioni a Facebook. Si tratta di persone esperte, sanno dove Facebook è fallace: tutti i segnalatori di quel video sapevano alla perfezione (bastava leggere) che il nostro auspicio era evitare un linciaggio, non fomentarlo, eppure hanno segnalato in massa lo stesso. Le informazioni che devono o non devono essere disponibili ai cittadini vengono decise in questo modo, da queste locuste, da questi gruppi organizzati e - è facile ipotizzarlo - al servizio di una parte politica. 

Prima dell'arrivo al potere di partiti populisti e xenofobi questi attacchi erano davvero molto meno frequenti anche se non inesistenti. Un episodio simile ci accadde nel 2014, quattro anni fa. All'epoca pubblicammo - ovviamente per biasimarlo e denunciarlo - un cartello apparso allo stadio riportante la scritta "MARINO FROC..". Per Facebook a scrivere quell'offesa eravamo stati noi, non riusciva a valutare che in realtà l'avevamo pubblicata per condannarla. Poi però Facebook si accorse dell'errore e restituì la pagina, anche grazie ad una straordinaria mobilitazione di stampa e politica. Dopo quattro anni nulla è cambiato: gli algoritmi di Facebook ancora non funzionano a dovere, nonostante i miliardi e miliardi di fatturato quotidiano l'azienda di Mark Zuckerberg si picca di non avere di fatto alcuna presenza in Italia, di far gestire il paese a persone che non sono di madre lingua italiana e che dunque hanno immensa difficoltà a comprendere le sfumature di una frase o di un linguaggio, magari dialettale. Una cosa in realtà è cambiata: all'epoca i primi, in prima fila, a mobilitarsi per la riapertura della pagina furono i consiglieri a Cinque Stelle: perché ora come all'ora menavamo duro e senza sconti contro chi era al potere. Ma oggi al potere ci sono loro e invece di solidarizzare con l'unica voce indipendente della città magari segnalano (e, di più, querelano: ma questa sarà un'altra storia che vi racconteremo presto).

In attesa di improbabili ravvedimenti da parte di Facebook invitiamo tutti a seguirci su Twitter e naturalmente qui sul sito e nella nuova pagina Fb che riparte da zero.

***DISCLAIMER: i contenuti su Facebook, salvo nuovi attacchi, continuano su questa nuova pagina: https://www.facebook.com/romafaschifo2, seguiteci e divulgate***

Oltre ogni immaginazione: il parcheggiatore abusivo s'è preso perfino Piazza Cairoli

19 luglio 2018





Il livello di totale e crescente abbandono che sta interessando la città giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, ha delle conseguenze a dir poco surreali. Ciò che si pensava impensabile si sta verificando con la più lineare e apparente normalità. Le ladre minorenni si impossessano di intere stazioni della metropolitana anche il giorno dopo aver subito una vasta retata; venditori abusivi allestiscono mercatini del rubato anche il giorno successivo ad uno sgombero roboante; intere isole pedonali si trasformano in parcheggi abusivi. Non esiste più nessun tipo di rispetto del cittadino verso le istituzioni (che in effetti fanno di tutto per non meritarselo), la conseguenza è che l'osservanza delle norme di civile convivenza è demandata alle scelte del singolo: se ti va e se in cuor tuo lo ritieni corretto, rispetti le regole, se invece non ti va le violi e non ti succederà nulla di nulla.

Pensate quale livello di impunità e di sensazione di abbandono totale si deve trasmettere per consentire ad un parcheggiatore abusivo di prendere l'intero possesso di un luogo come Piazza Cairoli, tra Via Arenula e via dei Giubbonari. 

Non solo siamo nel cuore della città, non solo qui c'è un passaggio di forze dell'ordine spropositato, non solo l'area è videosorvegliata da migliaia di occhi elettronici, ma su questa piazza di fatto affaccia il Ministero di Grazia e Giustizia. 

Ma nulla importa, ormai vale tutto. Vale perfino che se ti va puoi trasformarti in parcheggiatore abusivo, puoi gestire la sosta (rigorosamente in divieto, anche qui senza mai mezza multa), puoi andare a fare razzia di tutti i cestini della spazzatura della zona, privandola di un servizio abbastanza irrinunciabile, e utilizzarli uno di fila all'altro per occupare via via i posti e cederli all'automobilista migliore offerente. 

Insomma avete capito bene: un parcheggiatore, nella più totale impunità o - peggio - nella più totale normalità, si è rubato una piazza del centro, se ne è impadronito intimidendo e minacciando chi vuole usarla e ora se ne serve per gestire il suo racket. Scene che vedevi negli anni Ottanta a Napoli, ma che sembravano scomparse del tutto. A Roma queste e altre scenette "vintage" stanno andando alla grande...

Come fare un albero di Natale perfino peggiore di Spelacchio? Ci stanno riuscendo

13 luglio 2018
Lo scandalo Spelacchio tutti ve lo ricordate. Gli imbarazzanti amministratori a Cinque Stelle pubblicano un bando per l'albero di Natale di Piazza Venezia a novembre (!), il servizio di trasporto e montaggio dell'albero venne pagato esattamente il doppio (se non ancora di più) rispetto agli anni precedenti e come se non bastasse l'albero era di una bruttezza ridicola, massacrato durante il trasporto dal Trentino a Roma. 
In tutta risposta alle polemiche scaturite gli esponenti pentecatti invece di scusarsi e spiegare, iniziarono la loro consueta giostra di contro accuse cercando di convincere l'opinione pubblica che l'alberello stenterello (nel frattempo soprannominato Spelacchio e uscito sui giornali di tutto il pianeta) in realtà era bello, si mobilitarono anche esponenti nazionali del movimento. Ma tutti la buttarono sempre e solo sull'estetica e nessuno, a nessun livello, mai rispose sulla faccenda dei costi.

La tensione si alzò talmente che, come è usa fare, la Sindaca fu costretta a buttare la palla in tribuna e durante i giorni peggiori dello Spelacchio-gate convocò una presenza stampa per annunciare, per il successivo giugno, la nascita di una magnifica spiaggia estiva a Ponte Marconi. Il tentativo era di distogliere l'opinione pubblica sintonizzandola su un altro momento dell'anno. Nelle ultime settimane si è verificato che la storia della spiaggia utilizzata in funzione anti Spelacchio era l'ennesima volgare menzogna, menzogna che, anche in questo caso, in ossequio all'opacità e all'omertà che sono i due tratti distintivi principali dell'amministrazione, non ha ricevuto alcuna spiegazione.

Le polemiche hanno però avuto un risultato e qualcosa a giugno è effettivamente accaduto: l'amministrazione ha pubblicato un avviso per reperire l'albero e lo ha fatto, miracolo, per tempo. Lo ha fatto a giugno e non a novembre. Ma se Spelacchio andava benissimo, come loro sostenevano, perché cambiare strategia così radicalmente? Ad ogni modo tutto è bene quel che finisce bene? Manco per sogno perché l'amministrazione invece di copiare tutte le città del mondo (a partire da Milano) e pubblicare un bando per reperimento sponsor, ha scritto un avviso che punta alla esclusiva liberalità. Ovvero non si cerca una azienda (e ce n'erano prontissime ad investire fior di centinaia di migliaia di euro) che realizzi l'albero e gli eventi collaterali in cambio della visibilità del suo marchio, ma si cerca un donatore mecenatistico al quale sarà impedito in ogni modo di trasformare in un vantaggio economico il progetto. La follia è stata a quanto pare ordita dal genio Daniele Frongia, si tratta di figure che in qualsiasi città del mondo potrebbero al massimo ambire al ruolo di impiegati semplici senza alcun potere decisionale e che a Roma fanno gli assessori: i risultati sono evidenti. 


Chiaramente la formula scelta da Frongia cavalca i principi su cui si basa il Movimento 5 Stelle e in particolare l'amministrazione romana: opacità e omertà. La scelta del vincitore, per le caratteristiche dell'avviso, potrà avvenire senza alcuna trasparenza (come invece avviene a Milano), senza alcuna possibilità di ricorso. Semplicemente ad un certo punto si chiuderanno in una stanza e rispetto ai partecipanti decideranno il vincitore. Vincitore che, ricordiamocelo, non potrà avere un guadagno di visibilità diretto dall'operazione, e che dunque punterà su un tornaconto indiretto.

Insomma il rischio marchetta non è probabile, è pressoché assicurato. Tu, azienda, mi fai questo atto di liberalità senza poterne ricavare nulla in termini di visibilità, e io, amministrazione, ti sarò riconoscente. Le dinamiche del racket e del traffico di favori applicate alla pubblica amministrazione quando in realtà bastava copiare tutte le altre città del mondo. Delle due l'una: o l'albero sarà bellissimo ma allora chi ci investirà si aspetterà qualcosa in cambio per altri versi, o l'albero considerando che nessuno potrà guadagnarci alcunché sarà pure più brutto dello scorso anno perché nessuno investe seriamente in cambio di nulla.




Anche le risposte pubbliche (vedi qui sopra) ai chiarimenti richiesti dai soggetti interessati non hanno aiutato. L'amministrazione ha continuato a mantenersi sul vago, a non dare chiarimenti di alcun tipo convincendo le società più attrezzate e interessanti a rinunciare. Gli operatori specializzati di questi servizi scappano a gambe levate di fronte a tanta cialtroneria, restano solo le ditte che si trovano a loro agio nell'opacità e nell'omertà di cui abbiamo detto sopra. Non si era mai vista prima d'ora una procedura simile: vietano qualsiasi ritorno economico per chi effettua il servizio e lasciano la scelta a totale discrezionalità dell'amministrazione. Non esiste seduta pubblica per aggiudicazione, non esistono criteri di aggiudicazione, sceglieranno come pare a loro. E pensare che c’erano diversi nomi di grande spessore pronti ad investire cifre considerevoli sull’operazione. 

Video. Prova su strada della nuova pedonalizzazione di Via del Corso

10 luglio 2018
Come va la chiacchieratissima pedonalizzazione di Via del Corso dopo tre giorni dalla partenza? Prima di scoprirlo, in questo nostro video, facciamo qualche brevissima riflessione riguardo ancora una volta a come è stata comunicata questa storia.
Si tratta, come tutti i cittadini più attenti sanno, di una richiesta della Prefettura per motivi di sicurezza: non era più possibile avere un tratto di Via del Corso con marciapiedi microscopici, gente strabordante sulla carreggiata e continuo sfrecciare di bus, auto, moto e furgoni. In assenza di alcuna pianificazione e alcun interesse da parte del Comune, la Prefettura ha richiesto un intervento.

Dopo alcune settimane di progettazione l'intervento è stato approntato ed è un intervento abbastanza forsennato, lo diciamo noi che siamo fautori spinti delle pedonalizzazioni. Però un conto è pedonalizzare, un conto è dividere in due la città perfino per taxi e trasporto pubblico. E così mentre tutte le piazze, piazzette, larghi, vie storiche della città sono totalmente ricoperte di lamiere a tappeto, mentre abbiamo dei parking a Piazza Borghese o a Piazza Farnese, abbiamo però pedonalizzata Via Tomacelli, uno sventramento ottocentesco.

Il Comune doveva cogliere gli stimoli della Prefettura e gestirli, governarli, calarli nella città. Invece ha proceduto in maniera miope. La sindaca, poi, invece di specificare che la misura era folle ma la colpa non era della città, cosa ti ha fatto? E' andata a rivendicare la cosa, inaugurando - come è solita fare - qualcosa che era di merito non suo. Inaugurando un dispositivo che in tutta evidenza funziona male, fuorviante per i pedoni come vedete nel video e di difficile gestione ad esempio notturna. Zero telecamere, zero di infrastrutturale, zero arredo urbano (nell'area pedonale i marciapiedi sono rimasti quelli, è comparsa solo qualche ringhiera per evitare l'immissione da qualche traversa) tutto ancora una volta affidato ai vigili: Roma è l'unica città che trasforma le telecamere in persone  mentre in tutto il mondo sostituiscono le persone con le telecamere per risparmiare in costi e per mettere le persone fisiche a fare mestieri a maggior valore aggiunto. 
Altre riflessioni nel nostro filmato. 

E così ci siamo giocati pure Caudo! La surreale giunta del III Municipio uccide ogni speranza

8 luglio 2018
Da qui in avanti davvero non sarà più possibile sostenere questa o quest'altra iniziativa politica senza sapere prima (prima!) tutti i dettagli delle nomine, delle persone, delle giunte. A scatola chiusa sembra ormai impossibile sbilanciarsi. Come i nostri lettori sanno abbiamo con insistenza anche pedante sostenuto l'iniziativa generosa e qualitativa di Giovanni Caudo al III Municipio. Siamo presuntuosi forse, ma siamo convinti che anche il nostro impegno e la nostra insistenza abbiano dato un piccolo contributo ad un esito politico che è stato molto positivo e profondamente significativo. Nello schierarci e soprattutto nell'invitare tutte le persone che ci seguono a accordare la loro fiducia a Caudo, mai ci saremmo aspettati però un esito così surreale. Come ci è successo in passato, non abbiamo nessunissima difficoltà nel criticare chi abbiamo sostenuto: finché siamo d'accordo sosteniamo una figura, non appena siamo in disaccordo lo diciamo liberamente a riprova del fatto che non viviamo negli steccati, nelle griglie, negli schemi.

Cosa è successo? E' successo che in una Giunta che sembra di buon livello, fatta di politici in gamba e civici competenti, Caudo ha insistentemente e contro ogni logica apparente inserito una figura divisiva al massimo, surreale quanto basta, folkloristica e caricaturale per le sue idee insistentemente diffuse. Christian Raimo è un intellettuale interessante, una persona profondamente di parte, profondamente ideologizzata, che come tale merita ascolto. Una voce che si sforza a leggere la città e questo è lodevole, ma che lo fa con griglie vecchie, superate da decenni, con un approccio che guarda pericolosamente al passato e non al futuro, incurante di quello che avviene in tutto il resto del mondo, fuori dalla bolla di follia e di anormalità che è diventata Roma.
Raimo è convinto che soluzioni di gestione della città ormai accettate da quarant'anni in tutte le grandi metropoli del mondo (dalle strisce blu per i parcheggi a pagamento per arrivare ai sistemi di videosorveglianza, davvero!) siano degli autentici soprusi orditi contro il proletariato; Raimo è convinto che la sicurezza sia uno stratagemma dei padroni contro i sottoposti, mentre in realtà è proprio una garanzia per gli ultimi visto che i ricconi la sicurezza se la possono fare da soli; Raimo è persuaso che la legalità sia un'arma per attaccare i deboli mentre è l'unica speranza per questi ultimi per non perire sotto le prepotenze; Raimo ha scritto più volte che la cultura a Roma in realtà si fa solo negli spazi occupati, nelle occupazioni illegali: chi a Roma fa cultura sacrificandosi a pagare un affitto, a pagare delle utenze, a rispettare le norme, a assumere regolarmente il personale non merita la stessa tutela di chi occupa illegalmente a prescindere dei contenuti culturali stessi. Tutto questo Raimo lo ha scritto più volte, il suo pensiero politico-culturale lo si può trovare senz'altro nei suoi libri ma ancor più facilmente nei tanti articoli su Minima e Moralia, CheFare, Internazionale. Tutti i contenuti a firma Raimo hanno il medesimo plot: una lettura ridicoleggiante della città di Roma dipinta in maniera sempre profondamente caricaturale e superficiale e poi l'approdo finale della narrazione in qualche ameno spazio occupato illegalmente (magari con un mano una "biretta presa dal bengalino", davvero!), sottratto alla proprietà pubblica che avrebbe potuto meglio valorizzarlo (magari assegnandolo a chi davvero meritevole) o sottratto a qualche proprietà privata: lì, tra le braccia degli occupanti, tutto diventa caldo, avvolgente, sensato, dotato di prospettiva e di profondità culturale. A Roma c'è una autentica cupola che sovraintende alle occupazioni, una mafia raccontata ormai anche in fior di atti di Tribunale, ma per Raimo è tutto oro ciò che occupa, è tutto sbagliato ciò che sgombera. Tutti gli articoli di Raimo, con i quali questo intellettuale a nostro modo di vedere inquina da anni il dibattito in questa disperata città già assai profondamente inquinata a livello intellettuale, sono impostati in questa maniera. Andateveli a cercare sui motori di ricerca e se supererete la nausea che provocano, leggeteli.

In qualsiasi città del mondo (immaginatevi un Raimo a Milano, a Londra, a Tokyo, a New York), una impostazione intellettuale simile seppur assolutamente legittima e, ribadiamo, per certi versi perfino interessante, condanna però chi la propugna alla giusta merginalità. Non è che puoi dire panzane di questa portata e poi far parte delle istituzioni, amministrare persone, impattare sulla qualità della vita dei cittadini e dei loro figli. E invece a Roma così non è. 
Ma se ci ha sorpreso ben poco che Raimo fosse stato coinvolto da Luca Bergamo nel consiglio di amministrazione delle Biblioteche di Roma (il confine tra le panzane di Raimo e le panzane della pozzanghera intellettuale ove germinano i bacilli pentafasci è davvero labilissimo) dove pure attualmente ancora sta, ci ha sorpreso invece enormemente che questa figura fosse scelta da Giovanni Caudo per l'assessorato alla cultura del III Municipio. 

Semplicemente perché Raimo rappresenta, e qui sopra abbiamo fatto solo alcuni dei mille esempi possibili, tutto il contrario di quello che ci si aspettava da Giovanni Caudo. Giovanni Caudo in queste settimane, in questi mesi, ha rappresentato in primo luogo la speranza. La speranza della possibile edificazione di un racconto contemporaneo di una città che guarda al 2035, la città dei nostri figli finalmente allineata alle migliori esperienze amministrative e civili occidentali sotto tutti i punti di vista. Nella scia di quanto stava facendo Ignazio Marino, insomma. Una città profondamente solidale e totalmente inclusiva, e ci mancherebbe altro. Ma una città dove non ci si permette di insultare il merito, la competizione, lo sviluppo economico, la trasformazione urbana, la sfida architettonica, l'organizzazione di grandi eventi, la crescita, il rispetto delle norme, la parametrizzazione internazionale, la libera impresa commerciale, il profitto quando questo è sano e onesto. Una città dove non è consentito scegliere deliberatamente percorsi di illegalità e dove chi lo fa deve venire perseguito e non deve trasformarsi in qualcuno legittimato a prendere per i fondelli chi invece con enorme sacrificio sceglie la legalità. 

Purtroppo invece, probabilmente traviato dall'ansia di dimostrarsi più possibile "di sinistra", Caudo ha optato per una figura come quella di Raimo. Una figura che solo a Roma, solo in questo contesto di costante mistificazione dei riferimenti culturali e politici, si potrebbe definire "di sinistra" peraltro. In tutto il mondo la sinistra è quella cosa che combatte la povertà per superarla, per creare opportunità, per creare lavoro, per creare impresa e investimento a beneficio di chi poi grazie a questo potrà trovare un percorso di lavoro e di vita; a Roma la sinistra è invece quella cosa che tutela la povertà difendendola e lavora per perpetrarla (e guai a toccargliela, altrimenti poi se le persone stanno bene, lavorano, guadagnano dignitosamente chi può strumentalizzare l'esercito dei disperati?). 

Ora senz'altro non siamo così ingenui da non sapere che il ruolo realmente operativo di Raimo sarà minimo, non siamo così sprovveduti da non sapere che l'impatto vero e proprio sulla vita dei cittadini del III Municipio non si vedrà granché: già il Municipio conta poco, figurarsi un assessore alla cultura di un Municipio... ma non è quello il punto, il punto è un punto puramente simbolico, politico, prospettico (ecco perché, tra l'altro, non ha senso affermare "sì, ma vediamo prima di criticarlo cosa farà Raimo"). La vittoria di Caudo rappresentava un possibile riscatto e una prospettiva per un nuovo governo cittadino di alto livello dopo la parentesi atroce dei Cinque Stelle. Caudo oggi ci sta dicendo che per riprendersi il Campidoglio lo schieramento di centro sinistra deve puntare su personaggi come Christian Raimo e questa è una delusione cocente. Questo ci fa capire che l'uomo che si candidava a leader di una rinascenza di sinistra non è nelle condizioni di distinguere la causa dall'effetto, la malattia dalla medicina. Nulla di personale contro Raimo - che non abbiamo mai incontrato mezza volta in vita nostra -, ma mentalità come la sua, insufflate in un'opinione pubblica fragile, funzionalmente analfabeta e creduolona da decenni, sono il motivo per cui la città si trova in queste condizioni miserabili. Raimo (non lui personalmente, poverino, ma ciò che rappresenta) non è la soluzione a questo stato imbarazzante di cose, ma è parte integrante del problema. 
Cosa è capitato dunque? O Caudo non ha letto nulla degli scritti di Raimo (ma davvero scegli un intellettuale per la tua squadra e non leggi le sue teorie pubblicate dovunque?); o Caudo è stato in qualche maniera obbligato a inserire nella sua squadra una figura simile; oppure - cosa a questo punto non da escludere - noi non abbiamo capito assolutamente nulla di Caudo e del percorso che l'ha portato a diventare presidente del III Municipio.

Resta il fatto che queste scelte pesano come macigni. Si tratta di docce d'acqua ghiacciata verso tutta quella parte di città che era pronta a ripartire, a impegnarsi, a rinunciare ai progetti di trasferimento altrove (quelli in gamba stanno scappando tutti a Londra o ancor più a Milano, qui rimangono solo i derelitti, così Raimo avrà sempre più persone da "difendere" coi suoi scritti).  Tutta questa gente finirà per non crederci più un'altra volta, per perdere la voglia. Si doveva disegnare la città del 2035 e invece si prefigura una città di 35 anni fa, con i tic patetici della non più tollerabile e nociva rometta cazzarona e con in mano una "biretta presa dal bengalino". Se a questo aggiungiamo il mood che emerge dall'altro municipio andato alle elezioni, l'VIII, dove il giovane presidente ha esordito con un discorso da anni Settanta, capiamo come la sinistra abbia scelto scientemente di andare una volta ancora a sbattere contro un platano. Si tratta di un passaggio delicato signori, si tratta delle scelte forsennate che con ogni probabilità riconsegneranno per la seconda volta la città all'abisso di malgoverno di Virginia Raggi nel 2021. Questo è.

In tutto ciò si fa fatica a capire il ruolo del PD. Va benissimo l'indipendenza del presidente, tanto più che si tratta di una figura che ha battuto il PD alle primarie e tanto più che si tratta di una figura seria e autorevole, ma davvero il PD può accettare di condividere una giunta e una così significativa e - ancora - simbolica amministrazione con un personaggio che passa il suo tempo da anni ad insultare (talvolta a ragione, quasi sempre a torto) il PD stesso? Oltre alle tirate continue e noiosissime contro di Renzi, ora Raimo accortosi in ritardo che Renzi non c'è più se l'è iniziata a pigliare con Carlo Calenda. L'ultimo attacco è stato perché Calenda ha avuto la colpa di aver pubblicato il suo manifesto politico su Il Foglio, secondo Raimo il foglio di Claudio Cerasa (schierato da anni - a differenza di Raimo stesso, salvo recentissimi ripensamenti - contro i fascio grillini oltre che contro la destra leghista e meloniana e su evidenti posizioni renziane) sarebbe un giornale di destra e dunque sarebbe insensato pubblicarci un manifesto che vuole essere di sinistra. Raimo è così: la destra e la sinistra, il centro e la periferia, i ricchi e i poveri, gli sfruttatori e le vittime. Una costante e semplificata visione del mondo da sedicenne (di quelli che chiamano "guardie" le forze dell'ordine, disprezzandole di sottecchi) che imbratta non da oggi giornali, tv, siti web con una lettura delle cose e, purtroppo, della città, vecchia decenni, superata da una vita. Un passetto ulteriore verso un pauroso punto di non ritorno. Un caso civile drammaticamente unico in occidente. 

Qualcuno li fermi. L'infinita idiozia dei cittadini che dipingono le buche

6 luglio 2018
Già consideriamo una mistificazione il fatto che si stia sempre più affermando che le buche sono la prima se non l'unica causa di disagio sulle strade romane. Ovviamente non è affatto così. Ovviamente la manutenzione del fondo stradale è semplicemente una causa (non l'ultima, ma di certo non la prima) tra le tante che rendono le strade di Roma dei luoghi da incubo: c'è la sosta selvaggia, c'è una segnaletica da terzo mondo, ci sono i limiti di velocità sistematicamente violati, c'è l'assenza di sanzioni che ha creato dei cittadini-automobilisti bruttissimi (i più brutti del mondo, gente pronta ad uccidere per un diverbio o un parcheggio come è successo più volte, gente con una aggressività mai vista altrove), c'è un'illuminazione incerta, c'è un sistema ridicolo di potatura degli alberi che ormai oscura perfino i semafori. Ci sono tante cose, e poi ci sono le buche.

Ora, già le buche erano sopravvalutate adesso si rischia davvero di esagerare con l'iniziativa che sta spingendo molti cittadini a colorarle, ad evidenziarle con spray fluorescenti imbrattando l'asfalto. 

Questa iniziativa, affascinante secondo i media, i giornali e i mille post sui social che inneggiano alla nuova rinascita civile di Roma per mezzo delle bombolette per writers, è una cavolata galattica. Già, ma perché? Vediamo per punti. 

1. LE BUCHE NON SONO IL PROBLEMA
E' sbagliato concentrarsi in questo modo sulle buche perché come abbiamo detto sopra le buche non sono IL problema. C'è un ampio spettro di problemi di cui le buche sono una delle tante sfaccettature. Niente di più sbagliato che concentrarsi su una sola delle concause, si rischiano di trascurare le altre diminuendo ingiustamente la loro importanza e rilevanza. Ricordiamoci che, salvo eventi particolari e rarissimi, rispettando i limiti di velocità NON si può venire uccisi da alcuna buca, neppure da una voragine perché, quanto meno, la si vede in tempo e la si evita. 

2. NON SI INTERVIENE FAI DA TE SULLA SEGNALETICA ORIZZONTALE
La segnaletica orizzontale è una cosa seria, regolata da leggi e regolamenti, non si interviene fai da te su queste faccende così com'è assurdo intervenire fai da te sulla manutenzione delle strade (come fanno alcune bizzarre associazioni che stanno prendendo piede a Roma!). Si tratta di cose delicate e non si può affermare "visto che non lo fa nessuno lo facciamo noi": intervenire sulle strade non è come pulire un parco o tagliare l'erba troppo lunga di una aiuola, si impatta sulla vita e sulla morte delle persone che delle strade sono utenti.

3. EVIDENZIARE PARTI DISSESTATE DELLA STRADA PUO' DISTRARRE
La strada deve avere un determinato colore, e determinati segnali orizzontali. E basta. Qualsiasi altra indicazione, pittogramma o scritta è vietata. E non è vietata a caso. E' vietata perché rischia di distrarre l'automobilista o il motociclista: l'attenzione si concentra sulla evidenziazione anomala, magari di colore verde o giallo fosforescente, e si perde il focus sul resto. Pericolosissimo.

4. SE I SEGNALI FAI DA TE HANNO EFFICACIA, RISCHIANO GLI ALTRI UTENTI
Immaginatevi la scelta. Voi siete in auto, in una strada a due corsie, un pelo sovrappensiero, ad un certo punto vedete una buca super evidenziata di giallo, sobbalzate, il vostro cervello si mette in posizione di allarme (della serie: "SE L'HANNO EVIDENZIATA SARA' TERIBBBBILE", questo è il messaggio che arriva alla vostra capoccia), a quel punto sterzate di brutto per schivare, e andate a fare un frontale con l'auto o la moto che arrivano dall'altra parte della strada. O magari la strada è a senso unico ma avete una bici o un motorino alla vostra sinistra, magari in sorpasso, e gli tagliate la strada per evitare una buca. Se l'evidenziazione non ci fosse stata avreste preso la buca senza grandi conseguenze, grazie all'evidenziazione l'avete evitata ma avete fatto feriti o magari morti. Vale la pena?

5. SE SI GENERA L'ABITUDINE, E' PEGGIO
E se davvero questa follia va avanti, e se davvero i cittadini si mettono come stanno facendo in queste ore a evidenziare tutte le peggiori buche? Potrebbe succede che automobilisti, bici e motociclisti inizino sul serio ad abituarsi, a farci l'occhio. Se c'è l'evidenziazione sto attento e scarto la buca, se non c'è significa che sono buche di scarsa rilevanza. Questo avrebbe una paradossale logica se davvero questi sedicenti "volontari" monitorizzassero a tappeto tutta la città con continuità, ma così non può essere. Ne deriva che in una strada non "trattata" dai volontari potremmo trovare mega-voragini non segnalate da alcuno, che ci si pareranno davanti come sorprese inaspettate laddove ci siamo abituati a traguardare visivamente solo le buche segnalate. 

6. LE BUCHE NON GENERANO INCIDENTI GRAVI
Li generano, sì, ma non gravi. Salvo ovviamente eccezioni che sono sempre possibili. Le buche, la nostra esperienza quotidiana ce lo dice, non possono generare incidenti particolarmente gravi perché esistono dovunque, sono diffuse, semmai spingono gli utenti della strada a moderare la velocità e dunque semmai riducono l'incidentalità più grave, quella mortale. Sono molto antipatiche, spaccano la schiena, distruggono i motorini e le gomme, ma difficilmente generano morte come l'alta velocità o la sosta selvaggia e l'assenza di visibilità (la maggior parte dei morti ammazzati sono infatti pedoni falciati o motorini lanciati come saette), anzi semmai perfino riducono la mortalità. Se domani scomparissero tutte le buche e, con asfalto come biliardo, Roma rimanesse la monnezza che è oggi (ovvero: sosta selvaggia, zero autovelox, zero multe, layout delle strade caotico) i morti non diminuirebbero, bensì aumenterebbero. Si chiama il paradosso della buca e non fallisce. 

7. E' PERICOLO L'ATTO STESSO DI SEGNALARE
Inutile dire poi, in chiusura di questi nostri punti, come sia pericoloso l'atto stesso di segnalare in questo modo. E il rischio che qualche cittadino, preso dal nuovo e assolutamente inedito afflato civico, esageri col piazzarsi in mezzo alla strada per azionare la propria bomboletta è significativo. Se le buche, infatti, sono in zone pericolose, allora sarà anche pericoloso posizionarsi al loro cospetto e pittarle, non ci vuole così tanto ad arrivarci. 


Insomma, non c'è una logica in tutto questo. Capiamo la buona fede, ma qualcuno li fermi. Riguardo al comportamento dei cittadini l'unica strada possibile, invece di dipingere le buche per coadiuvare chi le vuole affrontare superando i limiti, è proprio rispettare le velocità massime. E questo basta e avanza. Quanto invece ai compiti della città e dunque della manutenzione, la via per risolvere il problema è molto semplice (una via di cui bisognerebbe parlare, invece di perdere tempo con lo spray): bisogna assegnare i lavori per grandi e grandissimi lotti, a ditte professionali, previo bando internazionale. E' l'unico modo per risolvere davvero, ma è l'unico modo che la Sindaca ha più volte dichiarato di non voler attuare. Perché dare appalti diretti senza gara a decine e decine di dittuncole romane genera consenso e clientele, affidare invece una volta ogni 6 anni un unico mega appalto ad una ditta magari tedesca sistema le strade di Roma a parità di investimento ma non produce uno sciame di clientes a cui poi poter chiedere in cambio voti e favori. Questo è. E punto. Il problema si poterebbe risolvere in pochissimi anni se solo si volesse risolvere. NON SI VUOLE RISOLVERLO. E le buche-spray servono solo a non parlare del cuore della situazione. 

Rotta l'aria condizionata pure in Metro C. Gli addetti: "evitate di prenderla"

5 luglio 2018
Da tempo seguo Romafaschifo e desidero ringraziare per la battaglia (il cui valore è impagabile) che il sito quotidianamente conduce contro il degrado, la sciatteria ,l'incapacità, la malafede, la corruzione, e soprattutto l'assuefazione a tutto ciò, che caratterizzano la vita e la socialità di questa nostra città.
Questa sera vi scrivo, appena rientrato a casa, per raccontarvi un (piccolo?) problema che rappresenta un esempio di come viva Roma. Uso frequentemente la metro C, nel tratto Grotte Celoni-San Giovanni; negli ultimi giorni l'aria condizionata nei treni ha cessato di funzionare... Inizialmente ho pensato ad un inconveniente (qualcuno ha dimenticato di avviare il sistema?); poi ad un guasto (ora sicuramente il servizio manutenzione interverrà!); poi ad un sabotaggio (possibile che tutti i treni abbiano, contemporaneamente ed in piena estate l'aria condizionata in avaria e nessuno intervenga per ripristinarne la funzionalità?!). Fatto sta che viaggiare sulla metro C sta diventando difficile (anche pericoloso?); nei vagoni, in ora di punta, si soffoca e si ha un pò si sollievo solo in corrispondenza delle fermate, quando le porte si aprono ed entra aria dall'esterno. Alle mie segnalazioni e richieste di spiegazioni, gli addetti delle due stazioni citate mi hanno risposto, in ordine cronologico:
  1. "E' solo un condizionatore guasto, non possiamo fermare il treno per questo, si muova lungo il treno e si posizioni in prossimità di quelli funzionanti".
  2. "E' un problema noto....non so che farci e che dirle"
  3. "Eviti di prendere la metro"
Un solo commento: sono cittadino italiano e romano, e come decine di migliaia di concittadini pago IRPEF allo Stato, addizionale regionale, addizionale comunale (salatissime) ed ho acquistato l'abbonamento annuale Metrebus.  ATAC potrebbe spiegarmi e spiegarci perché il servizio della metro C, peraltro seminuova, si trova in queste condizioni? Chi ne è responsabile? Cosa si sta facendo per ripristinare la normalità del servizio? E mi chiedo: i treni possono circolare in queste condizioni, che mettono a repentaglio la salute dei cittadini, quantomeno di quelli più deboli ed affetti da patologie del sistema pressorio/circolatorio? (A proposito: qualcuno li ha informati che entrando nei vagoni, si troveranno a viaggiare in queste condizioni?). 
Per finire: se seguissimo tutti il suggerimento della cortese dipendente ATAC in servizio ieri sera (4 luglio 2018) alla stazione Grotte Celoni ("Eviti di prendere la metro") forse per qualcuno in ATAC, compresa, ma buon ultima, la dipendente stessa, diventerebbe ancor più difficile di quanto già non sia pensare di aver diritto ad uno stipendio a fine mese, quale corrispettivo del lavoro prestato.
Grazie per l'attenzione.
Sauro Fiorani

La ridicola e patetica mobilitazione per la chiusura del San Calisto

30 giugno 2018
Il San Calisto è indubbiamente un bar particolare. Ci sono tanti bar così a Roma, intendiamoci, ma non più tantissimi al centro della città dove un minimo di pressione dovuta a qualche micragnoso investimento in chiave turistica ha teso a modificare ed aggiornare i connotati (spesso in peggio, talvolta in meglio) degli esercizi commerciali tradizionali. 

Come tanti bar di Roma il San Calisto è un bar di medio livello. Liquori e distillati commerciali, vini commerciali, gelato mediocre, lieviti e dolci provenienti da laboratori lontani dall'eccellenza, caffè idem. Il suo nome non esiste in nessuna ipotizzabile classifica dei migliori bar della città, luoghi dove con ricerca, impegno e investimenti si cerca di fare qualità elevando un livello che tende ad adagiarsi sull'idea diffusa che la sciatteria sia la normalità. A Roma, tuttavia, essere mediocri equivale ad essere "tradizionali" e un certo pressapochismo andante e incuranza verso le novità, verso i tempi che cambiano, verso una attenzione al prodotto equivale a un sapore local da tutelare. Lo strapaese e la provincialità dovunque sono un po' uno stigma da superare, qui sono issate a vessilli inscalfibili. Una faccenda antropologica unica, questo crogiolarsi nel proprio squallore combattendo chi vuole migliorarlo, che verrà studiata in futuro nelle università di mezzo mondo.

Ma chi va al San Calisto non è interessato alla qualità, alla naturalità o all'artigianalità dei prodotti, al fatto che i succhi siano di quella azienda che lavora in quel dato modo o che il caffè sia scelto e selezionato chicco per chicco come ormai i bar tendono sempre di più a fare, chi va al San Calisto lo fa perché questo è considerato, a torto o a ragione (in parte a torto, perché le forzature sono evidenti, in parte a ragione), un luogo dove si respira ancora una veracità trasteverina sebbene da tempo la fauna indigena sia stata imbastardita e diluita da un'orda di radical chic, sfaccendati, scemografi, pseudo drammaturghi in cerca di ispirazione, paraculetti figli di papà, militanti di estrema sinistra dal lun al ven (sab e dom a Porto Ercole) e hipster come in una sorta di enclave-Pigneto nel cuore della città. L'esprit borgataro di un tempo (quando Trastevere era una borgata) è stato totalmente soppiantato e non è neppure detto che questo fosse un male, perché va bene l'autenticità e la genuinità ma non si capisce perché a Roma spacciatori, tagliagole, ladruncoli, scippatori cialtroni, cazzari, trucidoni, avanzi di galera e ignoranti debbano essere considerati "folklore da difendere" da difendere invece che "problema da risolvere" o quanto meno da affrontare. 

Il bar San Calisto è stato chiuso per tre giorni per via di qualche assurda normativa (retaggi di qualche Regio Decreto degli anni Trenta o Quaranta, I presume) che permette ai Prefetti di sigillare i locali frequentati da pregiudicati che per di più recano disturbo alla quiete pubblica. Come se servire un caffè ad uno che in passato ha scontato delle pene possa farti rischiare, a te esercente, di dover chiudere bottega rinunciando al tuo business. 
A Roma i commercianti, specie quelli onesti (e non abbiamo motivi di dubitare che i titolari del San Calisto lo siano in pieno), sono oggetto di attacchi continui da parte della burocrazia e delle forze dell'ordine. Quasi mai per cattiva volontà di qualcuno, quasi sempre per via di normative assurde, mai riformate, mai sistemate, ma adeguate ai tempi. 

Chiusure, danni economici gravi, autentiche cattiverie e prepotenze verso chi ha l'unica colpa di dare un servizio ai clienti e di creare benessere, ricchezze, posti di lavoro rischiando in proprio sono all'ordine del giorno. Nonostante questo nessuna ingiusta chiusura beneficia di una mobilitazione come quella che c'è stata per i tre giorni (tre giorni, non tre anni eh!) comminati al San Calisto. 

Appena diffusa la notizia c'è stato un fuoco di fila incredibile armato proprio da quel fighettume di "avanzi del Pigneto" che ha fatto diventare il San Calisto ciò che non era e che ora dice di volerlo tutelare. Paradossale no? Professionisti, giornalisti impegnati, blog benekomunisti (un fanomeno romano sul quale bisognerebbe studiare, guarda caso gli stessi blog gestiti dalla camorra che hanno additato Roma fa Schifo come fosse una sorta di cripto ufficio stampa di Metro C, sic.), cronisti di Repubblica che vivono eternamente come se fossero immersi nell'okkupazione di quarta liceo (ovviamente Liceo Virgilio o Liceo Visconti, beninteso, al massimo Liceo Tasso o Mamiani), politicanti del Pd, redattori de Il Manifesto (ma esiste ancora? Su web pare di sì) e gli immancabili "ragazzi" del Cinema America incavolati perché non c'è nulla che si può muovere a Trastevere senza il loro consenso...

"Aprite il San Calisto dove il caffè costa ancora 0,80". Questa la filastrocca. Mentre tutte le città europee fanno a gara ad offrire format gastronomici di qualità che tramutano il bar non solo in una piazza aperta a tutti, ma in una ambasciata di prodotti e di stili di consumo di ricerca e di qualità, qui stiamo a pensare a risparmiare 10 o 20 centesimi per un caffè. "Il San Calisto accetta tutti, dal senza tetto al notaio, dal povero al politico" urlano i pasdaran radical chic orfani per 72 ore del loro quartier generale, incuranti che questo è ciò che fanno tutti i bar a Roma. Tutti. Questo sarebbe il loro preteso "presidio contro la gentrificazione"; e giù risate a crepapelle da parte di chi ha capito da sempre il giochetto di questi personaggi che con la loro mentalità malata hanno contribuito, non combattuto, alla rovina di quartieri come San Lorenzo, Pigneto e appunto Trastevere. L'unico presidio anti gentrificazione al mondo peno zeppo di imbrazzante fighettume. I veri presidi contro la gentrificazione a Trastevere sono altri: sono Marco Radicioni, artigiano del gelato forse primo a livello planetario, che ha aperto da qualche giorno la seconda sede della sua Otaleg; sono Giuseppe Solfrizzi col suo laboratorio di pasticceria Le Levain che dà lavoro vero e diffonde qualità assoluta; sono Antonio Marino e Marisa de Les Vignerons, l'enoteca che ha insegnato a Roma il vino naturale; sono Antonio Ziantoni che ha raccolto tutti i risparmi di famiglia e ha aperto qualche giorno fa il suo ristorante Zia dove un menù degustazione di livello stellare costa 45 euro; sono Pier Daniele Seu che mettendoci faccia, nome e soldi suoi ha aperto quella che dopo poche settimane dall'inaugurazione è già sul podio delle pizzerie di Roma. E poi ci sono posti straordinari di ricerca gastronomica come Glass, progetti unici nel proprio campo come Eggs, Bir e Fud, Ma che siete venuti a fa, La Punta, l'Enoteca Ferrara, il primo ristorante dei Trapizzini con un'offerta di una bontà indimenticabile e molti altri a venire come il futuro Jacopa. Giusto per contrastare la sciocca narrazione giustificazionista (nella quale però tutti cascano) di un rione pieno solo di postacci per turisti dove c'è chissà quale bisogno di "presidi" contro la gentrificazione. Sono le bugie che una certa Roma racconta e si racconta, sempre uguali da anni: menzogne su menzogne. Per non dire delle cento gallerie d'arte, dei cento negozi di artigianato, dei panifici, delle pasticcerie e così via. A Trastevere (come altrove) c'è solo bisogno di presidi contro l'idiozia di chi diffonde il virus nocivo di un modo di pensare marcio che ha cittadinanza ormai solo a Roma, proprio quel modo di pensare che tiene alla larga gli investimenti di qualità e onesti (che potrebbero essere molto di più) creando per questi un ambiente ostile e spianando la strada ai soldi sporchi, al riciclaggio, ai locali dei localari e alle pappatoie per turisti. 
"Riaprite il San Calisto, dove il gelato costa 1 euro" urlano i paladini dell'autenticità perduta. Ma il gelato, signori miei, non deve costare "1 euro", il gelato deve essere buono, anche se poi questo lo fa costare un euro e mezzo. Il gelato deve essere cultura, deve essere ricerca, deve essere il terminale di artigiani, allevatori, ortolani, aziende agricole. Questo è il gelato, il resto è polverina industriale fatta chissà dove, assemblata chissà dove e a forza di mangiarla si diventa come voi: cervelli totalmente atrofizzati. Questa mentalità schiude la città alle mafie con l'ulteriore colpa mistificatoria di dire di combatterle. Non si capisce perché Roma fa Schifo debba essere l'unico luogo della città dove questo inganno viene raccontato. Perché? Non vogliamo questa esclusiva!

Il gelato chimico a 1 euro e la Birra Peroni (il cui logo brandizza tutto il San Calisto) ormai da tempo proprietà di un gruppo giapponese da 7 miliardi di fatturato. Però la sorseggiano discutendo di fare la guerra alle multinazionali cattive perché loro sono contro la gentrification. Perché li sputtaniamo soltanto noi e non lo facciamo tutti assieme una buona volta? "Il San Calisto è un bar che non caccia via chi ha solo 2 euro in tasca" spiega solerte Puntarella Rossa mentre noi ci domandiamo: ma quale diamine di bar a Roma caccia via chi ha due euro? Con due euro fai la tua consumazione al San Calisto come in millemila altri bar, compreso il bellissimo Giselda di Viale Trastevere che dà lavoro e decine di persone dopo aver investito centinaia di migliaia di euro e che da anni chiede aiuto perché letteralmente sommerso da una cordigliera putrescente di bancarelle: nessun radical chic si è mosso a pietà scrivendo un articolo o confezionando un tweet però...

E poi che razzo di modo da sfigati e da perdenti è questo per combattere il commercio scadente e turistico? Se c'è un problema di commercio scadente cosa fai, ti rifugi nell'unico posto che ha rifiutato di cambiare, come in una fortezza per eletti, oppure aiuti chi vuole cambiare a farlo bene sostenendo l'imprenditoria di qualità, i giovani che rischiano e i progetti di innovazione e di ricerca? Il "presidio" non è mai chi resta uguale a se stesso, ma chi evolve nella direzione corretta contrastando così chi lo fa nella direzione errata semmai.

Ma la protesta è ancor più ridicola, ignobile, patetica (in una parola "romana") se pensiamo che nessuno di questi signori ha protestato quando ingiustizie ben più ingiustificate sono state comminate ad esercizi commerciali che, a differenza di San Calisto, hanno investito sulle strutture, sulla qualità dei prodotti, sugli arredi provando a dare a giovani romani una speranza diversa dall'E' il caso del Casale dei Cedrati, storia incredibile di cui abbiamo parlato qui giusto un mese fa. A parte Roma fa Schifo, il silenzio di tutti coloro che oggi sbraitano. Eppure stiamo parlando di un Comune che si comporta come la 'Ndrangheta, possibile che nessuno si sia scandalizzato? Dopo quel nostro articolo ci sono purtroppo delle novità negative: il Casale dei Cedrati ha addirittura rinunciato a combattere e sta restituendo la concessione. Una sconfitta enorme, passata sotto silenzio. 
Ma i casi di questo tipo sono decine e decine al giorno. Lo schema è sempre il solito. Giovani imprenditori che provano a far qualcosa in questa città, investano, sognano, progettano, magari riescono ad aprire il loro locale provando a farlo per bene, in linea con quello che si fa in tutto il mondo e, proprio per questo (la città non può accettare cose fatte in maniera seria, perché altrimenti farebbero emergere in maniera evidente lo scarto con tutto il resto dunque qualsiasi cosa onesta e bella è destabilizzante per l'ordine costituito), vengono massacrati. 
L'ultimo caso riguarda Materia, progetto a San Giovanni, nelle strade depresse e deserte (prima del loro arrivo) attorno a Via Carlo Felice. Una iniziativa di un gruppo di architetti che ha aperto con un anno di ritardo a causa delle autentiche angherie e sevizie da parte delle nostre preziose società di multiservizi (quelle presiedute da Lanzalone), che ora è stata costretta a chiudere per qualche cavillo relativo ai "locali tecnici". Poco importa se tutto intorno vivacchino indisturbati locali di dubbissimo livello e se di fronte, sul marciapiede lungo il giardino, si svolga ogni giorno uno sconfinato mercato abusivo di prodotti rubati o trafugati dai cassonetti dell'Ama: è più facile colpire i commercianti per bene. Specie quelli che non otterranno mai la mobilitazione della parte peggiore, ma più influente e rumorosa, della città.

Abbattono la Sopraelevata a Tiburtina, al suo posto fanno un progetto ancor più mostruoso

26 giugno 2018

"Non conosco una città che sappia peggiorare meglio di Roma" ebbe a dire Giulio Carlo Argan. Se ci pensi un attimo ti vengono i brividi nell'esatto momento in cui pensi "ma cavolo, è proprio vero". 
Non solo incapacità di saper migliorare, non solo sfiducia e fastidio verso l'evoluzione, lo sviluppo, la crescita, lo svecchiamento. Ma anche capacità impeccabile nel peggiorare.

E' quello che succederà alla Stazione Tiburtina. Come dite? Una schifezza simile non ha margini di peggioramento? Ce li ha eccome invece. Come molti di voi sanno, si abbatte la mitica Sopraelevata almeno in quel tratto. Non serve più a granché visto che ormai la Tangenziale Est passa dall'altra parte del fascio di binari per cui i flussi veicolari sono minimi e gestibili anche con una viabilità a raso, il "mostro" non serve più. 

Già, ma dovunque al mondo si cambia per migliorare, non per rimanere uguali o addirittura per peggiorare. Il progetto che sostituirà la Sopraelevata di fantozziana memoria invece è senza ombra di dubbio peggiore della situazione ante operam. Il piano, messo giù da Risorse per Roma e purtroppo ormai andato a bando già assegnato, è così atroce e così superato (pare qualcosa risalente agli anni Sessanta) da sembrare uno scherzo. Ma purtroppo nessuno sta scherzando e presto inizieranno a demolire la tangenziale e a realizzare questa epica idiozia urbanistica. Tanto nessuno protesta: a Tor di Valle si riqualificava un'area abbandonata realizzando il terzo o quarto parco più grande della città e tutti a urlare alla colata di cemento, qui che come vedrete si ricopre tutto di catrame neppure un fiato da quella strana forma di vita chiamata "ambientalista romano"...



Si tratterà sostanzialmente appunto di una striscia di catrame al posto dei piloni della tangenziale. Verranno fatti una serie di parcheggi, qualche rotatoria e qualche miserabile aiuole in mezzo ai flussi di auto. Benché la tangenziale sia stata spostata come tutti sappiamo sotto terra e dall'altra parte dei binari, il progetto qui prevede la realizzazione di una nuova inutile tangenziale a quattro corsie. Una lingua di asfalto assurda. Nessuna riqualificazione per Largo Mazzoni (oggi in condizioni disperate), nessuna pedonalizzazione, nessuno spazio per la ciclabilità. Le decine e decine di pagine di progetto esecutivo che abbiamo avuto modo di sfogliare firmate da una parte dal SIMU (Dipartimento Sviluppo Infrastrutture e Manutenzione Urbana) del Comune e dall'altra dall'azienda Risorse per Roma fanno spavento davvero. 




Le associazioni di quartiere, di ciclisti, di cittadini attivi hanno scritto e riscritto alla sindaca. Ottenendo nulla. Il progetto assurdo va avanti senza ostacoli. E la cosa fa ancora più rabbia per il fatto che su tutta questa area c'era da anni, vagliato e condiviso coi cittadini, un progetto di alta qualità, firmato da grandi studi di architettura (lo vedete sopra, nelle tavole dello studio Sartogo Grenon), in linea con le prescrizioni europee e internazionali e in linea con le migliori esperienze mondiali di rigenerazione urbana. Le differenze tra la proposta di Nathalie Grenon (nata come Agenda 21, con due Associazioni di Roma, RES Ricerca Educazione Scienza e Coltiviamo) e quella del Comune sono lancinanti. 


Da una parte hai una infrastruttura di aggregazione sociale che mescola ambiente e cittadini tra frutteti condivisi, orti di quartiere e giardini familiari; dall'altra hai una vomitevole autostrada urbana come se ne facevano oltre 50 anni fa. Da una parte hai 4 ettari di verde per quello che sarebbe diventato un polmone per tutto il quartiere e uno dei parchi più straordinari d'Europa; dall'altra hai 4 ettari di catrame. Da una parte hai il recupero di una manufatto industriale straordinario perché il progetto frutto del lavoro anche di tante associazioni di cittadini (La G.R.U.Germogli di Rinascita Urbana, Pedalando Uniti, Jane Goodhall Italia, ApiRomane, ITACA, AssoUtenti, Archeologia Arborea , LABSUS, Città del Vino, AIAB), centri di ricerca (CNR, ENEA, CRA...) e Università (La Sapienza ,Roma Tre ,Tor Vergata ,La Tuscia,Istituto Agrario Emilio Sereni) all'insegna delle risorse rinnovabili sopra ogni cosa, prevedeva di togliere la tangenziale intesa come nastro di cemento armato e catrame, ma di lasciare i piloni a simboleggiare la storia e l'identità, piloni che si sarebbero così tramutati in installazioni, in landmark inconfondibili, in sculture urbane risparmiando anche milioni e milioni per la rimozione e lo smaltimento; dall'altra hai la storica Sopraelevata totalmente demolita (i progettisti della High Line di New York City ridono di cuore). Da una parte hai 1300 posti auto interrati, invisibili e coperti dalla vegetazione capaci di generare risorse per pagare parte del progetto; dall'altra hai 120 posti (oltre 10 volte meno) ma in superficie, con piazzali di sosta nel cuore della città. Da una parte hai strade di quartiere rigorosamente a senso unico e ciclabilità diffusa, dall'altra hai strade a 4 corsie e zero chilometri di piste ciclabili in tutto l'ambito. Da una parte hai un auditorium, un mercato agroalimentare, la riqualificazione a verde del Centro Ittogenico e 500 alberi; dall'altra hai sottopassi carrabili e la realizzazione di un grosso capolinea a raso del Cotral per un totale di 15 alberi da progetto. Da una parte hai mille possibilità per partecipare a bandi europei di finanziamento (Roma in questo senso sta perdendo tutte le possibilità possibili e immaginabili, la prossima scadenza è l'UrbanAct dell'ottobre 2018. Secondo voi parteciperemo?); dall'altra parte hai il comune che investe denari che dovrebbe investire in maniera molto diversa. Da una parte, infine, hai abitazioni rivalutate (basti guardare cosa è successo a New York con la High Line), dall'altra hai immobili che perdono valore e residenti buggerati. 
l'andazzo burocratico

Il tutto, sia chiaro, in maniera definitiva. Il progetto che sta per essere realizzato compromette totalmente qualsiasi progettualità di qualità su tutta quest'area. Significa che grazie alle decisioni scellerate di questa amministrazione (il progetto è datato Giugno 2017 e revisionato Dicembre 2017, dunque è totalmente farina avariata e putrescente del sacco di Virginia Raggi) questa zona della città non solo sarà trasformata in una ridicola schifezza, ma non avrà nessuna speranza futura di poter migliorare davvero. Un danno enorme e una beffa ancor più grande. 

Spesso diciamo che questa Giunta sta facendo danni che necessiteranno di 30 anni per essere sanati. In questo caso il danno è semplicemente definitivo: chi abita in tutta la zona di Tiburtina, Piazza Bologna, Via Livorno, Lega Lombarda, Piazzale delle Province si metta l'animo in pace: c'era l'opportunità di migliorare, ma Roma sa solo peggiorare. C'era l'opportunità di proseguire nel processo di sviluppo dato appunto dalla nuova Stazione Tiburtina, dalla nuova sede BNL, dalla Città del Sole, ma tutto si deve fermare. Non sia mai che si creava un quartiere di livello sul modello (e qui ce ne erano le potenzialità) di Porta Nuova a Milano che ha caratteristiche del tutto similari. Guardate che Porta Nuova era così e pure peggio eh. E oggi è uno dei posti più avvincenti d'Europa...
Un simbolo di tutto questo è il nuovo supermercato nato all'incrocio tra Via della Lega Lombarda e Via Giano della Bella. Andatevelo a vedere. Neppure nel piazzale del casello autostradale di Ceccano sarebbe accettabile nel 2018 una struttura di simile volgarità progettuale. Al confronto il Lidl di Tor Pignattara è un progetto di Norman Foster. E invece questo mostro è stato costruito qui: esattamente di fronte alla Città del Sole (gli acquirenti, infatti inesistenti, delle abitazioni di lusso del bellissimo complesso progettato da Studio Labics ringraziano), di fronte al Cinema Jolly e di fronte alle strabilianti case popolari di Innocenzo Sabatini meta di pellegrinaggi architettonici da mezza città e mezza Italia. Il cattivo gusto che si divora ogni speranza plausibile. Andate a vedere questa immane schifezza perché vi dice molto di quello che sta diventando questa città, della sfrontatezza con cui il male scaccia via il bene. Quando edificarono la Città del Sole i cittadini fecero carne di porco, proteste, manifestazioni, cartelloni, stendardi. Contro questa immondizia urbanistica neppure un fiato ne da parte dei residenti ne da parte della teppaglia dei centri sociali sempre pronti a imbracciare la carabina contro i progetti di qualità. Perché per un dignitoso progetto di supermercato in una zona abbandonata dell'Acqua Bullicante la feccia centrosocialara ha fatto faville per mesi mentre per un merdoso progetto di supermercato in una zona centrale di altissima rilevanza architettonica tutti muti?



Ma torniamo a noi e alla nostra Tangenziale. L'unica piccola flebile speranza: il progetto non rispetta tutta una serie di norme sull'inquinamento, sulle infrazioni europee cui l'Italia è sottoposta, sui regolamenti continentali sulle emissioni. In poche parole fare un progetto così vecchio e assurdo (privo peraltro di Valutazione d'Impatto Ambientale) è ILLEGALE. Ebbene qualcuno impugni e blocchi. Possibile che lo si faccia solo per i progetti di qualità e mai per le zozzerie tipo questa? Se siamo al grado zero di visione di città, allora almeno qualcuno fermi i danni con le carte bollate. E pensare che qui il Comune vuole far arrivare, giustamente, il tram con uno sfiocchettamento da Piazzale del Verano e binari nella preferenziale della Tiburtina. Un tram che poteva correre in un contesto di verde e buona architettura contemporanea, un tram che invece percorrerà una valle di catrame.

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