L'estate de roghi nel fantastico e fatato mondo del XIV Municipio

16 agosto 2017




























Forse vi abbiamo stufato e potremmo apparire ripetitivi. Ma bisogna sottolineare ancora una volta come lo stipendificio del XIV municipio sia l'emblema del grillismo a Roma: nessun merito, pressappochismo, amici degli amici degli amici per riempire caselle, nessuna selezione online, inoccupati cronici dal curriculum imbarazzante catapultati a ruoli direttivi di altissima responsabilità, nessun criterio di scelta della classe dirigente. 

Alfredino miracolato a Presidente del Municipio sebbene la indimenticabile intervista sulle tre cose da fare nei primi 100 giorni, lui compagnuccio ripetente di classe all'Itis di Andrea Severini in Raggi, assunto in Atac su chiamata diretta dall'ufficio di collocamento; okkuparoli cronici a fare gli assessori; titolari di studi tecnici che fanno pratiche urbanistiche eletti assessori e consiglieri ai lavori pubblici. Insomma, uno scenario pazzesco. Tra l'altro in tutti i municipi questo circo sta venendo giù giorno dopo giorno (alcuni municipi proprio non ci sono più mentre in altri si dimette un assessore a settimana) mentre guardacaso nel Municipio più sgangherato tutto regge sotto una parvenza di unità e compattezza.

Oggi addirittura capotreno, il nostro eroe Alfredino Campagna non si accorge che il suo municipio è un suk a cielo aperto dove alla fine dei mercatini dell'usato cui il Municipio garantisce fior di scorta con la Polizia Municipale tutto viene bruciato nei famigerati roghi tossici che lui stesso dichiara di non esistere e di essere diminuiti.

Ci sarebbe piaciuto, dopo oltre un anno dall'insediamento parlare e criticare risultati, obiettivi, posti di lavoro creati, fondi europei reperiti, sviluppo, recupero, prospettive... niente, zero assoluto, i miracolati a Cinque Stelle nel XIV aspettano fine mese e poi la fine mese successiva e poi ancora quella seguente, il bonifico pubblico è intoccabile, diritto inviolabile come le case abusive lungo mare in Sicilia tanto care a Giggino Di Maio.


Intanto ecco la carrellata di foto di un'estate rovente alla pura diossina... Tutti roghi degli ultimi due mesi. Tutti roghi che secondo il presidente del Municipio non esistono o, al massimo, sono drasticamente diminuiti. Sì, come no...

Non si parla più delle navette che sostituiscono la Metro A. Parliamone!

14 agosto 2017
Ormai siamo a metà della storia di queste navette. Le abbiamo criticate con la nostra serietà e il nostro spirito costruttivo di analisi in questo post cercando di dare dei suggerimenti all'amministrazione, ma poi le lamentele dei cittadini che ci scrivono sono continuate ad arrivare (specie in questi giorni sotto Ferragosto) e allora abbiamo deciso di effettuare una prova su strada.

Le condizioni in cui queste navette viaggiano sono quelle che potete vedere nel filmato girato ad inizio mese. Nessun riguardo per gli utenti del trasporto pubblico che devono muoversi facendo la gimkana in mezzo a furgoni dei bancarellari tanto cari a questa amministrazione, auto in divieto di sosta, assenza totale di percorsi riservati e scarsità dei controlli.

Come spiegammo nel link che trovate sopra, questa poteva essere una grande occasione (lo possono essere tutti i cambiamenti) e invece è stata una ennesima occasione perduta sull'altare dell'incapacità di pianificare, della scarsa voglia di lavorare e del nullo amore verso la città e il suo futuro.


Farmacie Comunali chiuse ad agosto. Marino aveva risanato Farmacap, oggi è il dramma

10 agosto 2017
La storia fino ad oggi la conoscete. Le Farmacie Comunali di Roma sono al disastro. Gestire una farmacia significa fare utili in automatico, è impossibile perdere soldi. Tra inefficienza, sindacati e dipendenti infedeli (si rubavano l'inverosimile nei magazzini, per dirla chiara), le Farmacie Comunali di Roma (Farmacap) erano allo stremo. Tanto che Ignazio Marino voleva venderle, o addirittura svenderle.
Fu l'allora assessore alle Politiche Sociali Francesca Danese a convincerle: "guarda che si possono risanare, e poi sono un presidio fondamentale sul territorio". Marino, per una volta, ascoltò. Si fece un regolare bando di gara. Di quelli veri, non quelli fatti per nominare gli amici ammantando la nomina di una inesistente pretesa di trasparenza. Venne nominata una ragazza che faceva lo stesso lavoro nella rete delle farmacie comunali di Pistoia. Simona Laing prese le Farmacie Comunali di Farmacap e nel giro di qualche mese iniziò a sistemarle davvero. 

Quello che Laing è stata capace di fare (una vera rivoluzione) lo abbiamo raccontato qui. Ma poi qui e ancora qui abbiamo dovuto raccontare lo schifo pentastellato dei mesi successivi: minacce, accuse, accerchiamenti. Fino al licenziamento. Laing venne licenziata perché aveva osato risanare un'azienda comunale. Ma si sa che se tu fai un partito che accumula consensi fintanto che la gente è disperata, non puoi permetterti che qualcuno, perdavvero, sistemi le cose. Non puoi assolutamente consentirlo. Se le aziende vanno bene, se c'è sviluppo, onestà, lavoro chi mai vota Grillo? E' chiaro che per mantenere il consenso di partiti antisistema, il sistema deve essere tenuto marcio, squallido, corrotto, fallito. Poco importa se le responsabilità di questo schifo ora sono direttamente del Movimento 5 Stelle: basta scaricare la colpa su altri e l'elettorato lobotomizzato che il partito di Grillo si è scelto crederà a tutto quanto!


E dunque cosa sta succedendo in questi giorni? 

- Lo sorso 7 agosto è stato chiuso il notturno della Farmacia Cinecittà, che era stata attivata nel 2015. Questo comporterà ovviamente perdita di fatturato e disservizi per i cittadini.
- Quest'anno a differenza dell'anno scorso (quando vennero tenute aperte tutte le farmacie, al netto di tre piccolissime, cosa che non era mai avvenuta prima), chiuderanno tutte e resteranno aperte solo le h 24 

- Ovviamente le h24 sono state avviate durante la gestione della Laing.


- Ad agosto chiuderanno dunque per un periodo che va dai 7 ai 15 giorni qualcosa come 43 farmacie. Ovviamente questa scelta  genererà un danno economico e un disservizio soprattuto nelle zone periferiche. Quantificazione del danno? Tra 900 mila euro e 1.200.000 euro a nostro avviso.
- Altra questione importante è il blocco della vendita dei prodotti a marchio Farmacap che era stato creato da Laing per portare un valore aggiunto alle farmacie comunali. In un solo anno questo business aveva fruttato quasi 600 mila euro di fatturato con un margine netto del 72%. Il nuovo direttore generale, con la comunicazione che vedete qua sopra, dice che manca l'assicurazione. Si tratta di una scusa in quanto se un prodotto (come può capitare anche con tutti gli altri brand) causasse un reazione inaspettata alla sua sommistrazione risponderebbe il laboratorio di riferimento che lo crea, non certo Farmacap. Più volte è stata richiesta la normativa, non hanno mai dato riferimenti precisi. Praticamente i direttori di farmacia hanno dovuto buttare in scatoloni i prodotti a marchio Farmacap più remunerativi per le farmacie e più convenienti per i cittadini e metterli in magazzino per poi smaltirli. Danno? 100 mila euro secondo qualcuno. Molti cittadini che si trovavano bene con quei prodotti naturali hanno scritto alla direzione per capire le motivazioni di questa scelta: nessuna risposta. L'unica spiegazione è che Farmacap per qualche strano motivo non può fare business in maniera sana, non può risanarsi, non può stare sul mercato.
- E poi c'è la questione del magazzino all'ingrosso. Secondo quanto ci risulta il Commissario Stefanori ha chiesto alla Regione Lazio la rinuncia dell'autorizzazione della distribuzione all'ingrosso. Questo procurerà un danno ingentissimo a Farmacap in quanto in primis i locali dove era stato attivato il magazzino sono attigui alla farmacia di Selva Candida e da contratto l'azienda è vincolata a pagare l'affitto anche se non usa i locali: 100 mila euro l'anno. Grazie al magazzino tutto il settore del parafarmaco si era sviluppato ed era riuscito a cubare  in pochi mesi 600 mila euro di fatturati. Questa attività, insieme a tanti altri piccoli tasselli, aveva permesso di migliorare l'attività caratteristica conseguendo 3 milioni di fatturato in più e maggiori marginalità. Tutto questo deve essere perduto.
- Per gli acquisti siamo tornati alla vecchia maniera, magazzini pieni di merce e merce che non gira, senza tenere in considerazione i parametri della rotazione a 30 giorni, questo almeno ci raccontano i bene informati dentro l'azienda che davanti stanno zitti ma dietro raccontano indignati quanto sta succedendo. Vale a dire aumento dei costi di acquisto con grande rischio di generare scaduti e obsoleti. Un concetto gestionale ormai superato da molte aziende, perché se anche l'acquisto dalla ditta produttrice rispetto al grossista può dare qualche centesimo di margine in più, la ditta da par suo impone di acquistare tutto il listino come sta accadendo adesso. Ricordiamo che per gli acquisti la Laing aveva fatto due gare europee dopo 10 anni per la selezione del grossista. Farmacap è passata così dall'essere la più inefficiente e costosa ed essere la più efficiente rete di farmacie in Italia anche sfruttando la sua stazza in termini di economie di scala
- E' tornato il Recup nelle farmacie svolto dal personale dedicato ai servizi in convenzione con il Comune di Roma Capitale quando la convenzione stessa vieta esattamente che quel personale possa essere dedicato ad altri servizi (come il Recup) che godono del finanziamento dalla Regione Lazio. 

- E i bilanci? Anche qui le notizie che ci arrivano da svariate fonti sono allucinanti: ad oggi non c'è un previsionale 2017 approvato dal collegio sindacale ne tantomeno un bilancio consuntivo 2016 approvato. Intanto l'assessore Mazzilo ha fatto destinare per eventuali debiti Farmacap 9 milioni di euro il giorno dopo che Laing è stata licenziata. Laing da par suo non aveva chiesto alcuna copertura finanziaria al Comune di Roma Capitale in quanto il piano industriale prevedeva l'autofinanziamento. Anche qua 9 milioni sottratti dalle tasche dei cittadini e infilate in una azienda che stava per completare il suo percorso di riqualificazione che invece è stato inspiegabilmente interrotto rifacendola piombare nella assoluta normalità romana. Quella tanto cara ai Cinque Stelle: più la città è allo stremo, più la gente è disperata, più elettori per i partiti anti sistema. Questo è.

I grattacieli dello Stadio della Roma avrebbero "deturpato il panorama". Idiozia!

9 agosto 2017
 
 Quello che ieri è successo riguardo ai pareri sul nuovo Stadio della Roma nell'area di Tor di Valle merita un brevissimo riassunto delle puntate precedenti: la Giunta Marino approva il progetto dello stadio; la Giunta Marino spreme il più possibile gli imprenditori tanto che gli investimenti effettuati sull'area garantivano un 30 / 35% di opere pubbliche rispetto ad una media romana inferiore al 10%: un autentico miracolo urbanistico frutto della visione di Ignazio Marino e delle capacità del migliore assessore all'urbanistica che la città abbia mai avuto dal dopoguerra: Giovanni Caudo. 

Arrivati al potere i grillini tutto questo processo, che stava andando in discesa verso un rapido inizio dei cantieri ed una generazione senza pari di posti di lavoro e economie (la Sapienza aveva certificato che l'impatto sarebbe stato superiore perfino all'Expo di Milano consentendo una plausibile ripresa economica a tutta la città), è stato rimesso in discussione. I personaggi oggi al governo della città ci hanno spiegato che le tre belle torri disegnate da Daniel Libeskind erano dei palazzi che "rovinavano il panorama" (siamo in una delle zone più assurdamente degradate della città, altro che panorama) e di questo parleremo nel resto dell'articolo riguardo proprio all'impatto visivo delle torri e hanno utilizzato l'abbattimento di questi edifici come inquietante arma ideologica. Pronti a tutto pur di togliere di mezzo le tre torri che avrebbero invece dato finalmente uno skyline moderno alla periferia della città offrendo a aziende e società uffici direzionali di qualità, i grillini hanno bocciato il vecchio progetto e ne hanno riscritto uno totalmente folle: niente più opere pubbliche, palazzine basse al posto delle torri, guadagni enormi per i costruttori e infrastrutture non più finanziate.

Addirittura l'area di Tor di Valle, nel progetto di Marino servita da due punti (il Ponte di Traiano verso la Roma-Fiumicino e la rinnovata Via Ostiense\Via del Mare), veniva lasciato alle sole potenzialità trasportistiche su gomma dell'Ostiense. Praticamente il progetto grillino trasformava tutta la penisola di Tor di Valle in un cul de sal pericoloso e ingestibile. Sarebbe bastato un semplice incidente in uscita dalla partita per trasformare tutta l'area in una trappola per topi. Solo la diffusa lobotomia grillina poteva non arrivarci e infatti noi andiamo scrivendo questa cosa da mesi. Da ieri anche il Ministero delle Infrastrutture ha inviato il suo parere in questo senso: non si può fare lo Stadio senza il Ponte di Traiano, non c'entra nulla il Ponte dei Congressi (che fa tutt'altro lavoro e oltretutto non si sa quando si farà) ne altre infrastrutture che il progetto cerca di vendere come alternative. 

Ora cosa succederà? Intanto è possibile godersi le comiche grilline. Gli stessi imbarazzanti personaggi (il più ridicolo? Sempre Paolo Ferrara, seguitelo e non ve ne pentirete!) che fino a l'altro ieri dicevano che lo Stadio non poteva essere fatto lì, che ne parlavano come una speculazione edilizia, che volevano spostarlo a Tor Vergata, che lo raccontavano come una colata di cemento oggi si lamentano che il Ministero non dà il via libera ad un'opera che può salvare l'economia, generare posti di lavoro e dare risposte ai tifosi. La città ha avuto politici squallidi e squallidissimi, ma mai è arrivata a questi livelli di bassezza.

Cosa succederà dicevamo? O la conferenza dei servizi decreterà l'impossibilità di andare avanti? Oppure, come ampiamente prevedibile, il Comune garantirà la realizzazione del Ponte di Traiano coi propri soldi. Insomma prima pagava tutto il privato, ora la città non solo deve rinunciare agli edifici migliori e più iconici del progetto, ma deve mettere anche mano al portafoglio per pagare le infrastrutture che nel progetto precedente erano tutte a carico del proponente. Una vergogna che per fortuna tutta la città ha capito perfettamente, perfino i tifosi della Roma più fondamentalisti: lo stadio che un tempo pagavano Parnasi e Pallotta, ora lo stanno pagando anche loro con le loro tasse. D'altro canto Pallotta deve vendere la Roma e se ha rinunciato ormai a venderla con lo stadio, vuole venderla almeno con un pezzo di carta che certifica che lo stadio si può fare. Altrimenti la debacle finanziaria sarebbe troppo profonda. 

Nel prosieguo dell'articolo però parliamo di un tema specifico riguardo a questa tristissima storia. L'idea ridicola (ancora presente tra l'altro in alcuni ambiti del Ministero dei Beni Culturali, dunque non solo nel caricaturale Campidoglio grillino) secondo cui i grattacieli "deturpano il panorama". 


Senza voler stare in tutti gli aspetti della vicenda dello stadio della Roma di Tor di Valle (e dello sviluppo urbanistico ad esso collegato di cui abbiamo parlato moltissime volte, ma mai abbastanza) oggi vorremmo affrontare uno degli abituali argomenti di contrarietà a simili operazioni: i grattacieli non possono essere costruiti a Roma perché rovinerebbero il panorama dei centri storici, in particolare del centro della città più storica di tutte, Roma.
Una banale ricerca con Google ci aiuta a comprendere quale sia la situazione nel resto d'Europa. Abbiamo calcolato la distanza dal centro storico delle maggiori città d'Europa rispetto ai loro rispettivi centri direzionali e ne abbiamo confronto le altezze.
Tutti siete stati in qualcuna di queste città se non in tutte. Vorremmo sapere da voi come il vostro senso estetico sia stato offeso da tali edifici o come la qualità della vita che avete provato in quelle città sia stata negativamente impattata dai grattacieli.
Si osserva inoltre che le torri romane sarebbero state tra le più basse del continente nonché le piu distanti dal centro storico. Non ci sono altre città in Europa che, avendo scelto di costruire grattacieli, li abbiano tenuti tanto distanti dal centro. Al contrario ci sono città come Londra, o anche Milano, dove di fatto grattacieli sono in centro.
Non desideriamo certo la costruzione di un grattacielo a Piazza Santa Maria in Trastevere (Londra ha fatto operazioni paragonabili e comunque non ci risulta un luogo da cui fuggire via), ma qualcuno dovrebbe spiegarci come la costruzione di tre torri di 160 m a oltre 10 km di distanza dal centro avrebbe potuto inficiare la bellezza del centro storico e peggiorare la qualità della vita della metropoli più martoriata d'Europa. In una città che puntualmente ripete che "i problemi so antri" sfugge come questo potesse essere un problema.
I grattacieli ormai sono arrivati anche in Italia, con il clamoroso esempio del centro direzionale di Milano (ma prima ancora quello di Napoli) e con l'esempio di Torino. Anche Roma ha già due edifici che possono considerarsi grattacieli al Torrino, eppure non pare che la qualità della vita e la bellezza del centro storico siano stati gravemente danneggiati dalle due torri al Torrino (senza entrare nel merito estetico delle realizzazioni).

Allora basta chiamare le cose col proprio nome: polemica aprioristica ed ideologica. Cose che creano danni incalcolabili, per tutti e per anni.

Via Labicana semipedonale e ciclabile. Un progetto da fare e subito

7 agosto 2017
Una ciclabile sulla Prenestina (per la verità già prevista da Marino), una sulla Tuscolana, una sulla Nomentana (anche questa vecchissima quanto a progetto), alcuni progetti di pedonalizzazione, la crescita del costo delle strisce blu. Sono per ora sono progetti purtroppo, anche se sono progetti corretti finalmente. 
Un altro progetto corretto e interessante è quello che riguarda il totale ripensamento di Via Labicana. La strada aveva già subito un grosso cambiamento nel 2013 quando Ignazio Marino, dopo trent'anni di chiacchiere, decise in pochi mesi di pedonalizzare Via dei Fori Imperiali. Via Labicana e un tratto di Viale Manzoni cambiarono ruolo e senso di marcia e, in continuità con il tratto pedonalizzato dei Fori, si trasformarono in una strada molto più frequentata da turisti e romani a piedi e da persone in bicicletta. 
Da qui il nuovo progetto che la Commissione Trasporti assieme all'Agenzia per la Mobilità stanno approntando: nelle immagini qualche dettaglio. 
 Praticamente la corsia nord di Via Labicana diventerà una corsia ciclo pedonale solo in qualche punto con l'aggiunta di una piccola corsia carrabile per la viabilità locale. Il traffico scorrerà solo nell'altra corsia e naturalmente rimarrà la preferenziale del tram anche se con qualche cambio di fermate. 
 Il provvedimento creerà qualche appesantimento sulle strade circostanti, caricherà di più Via Claudia o Via Cavour, certo, ma resta il fatto che si tratta di un provvedimento positivo. Via Labicana non può continuare ad assolvere il ruolo che assolve oggi ovvero di destinazione di tutti i flussi che provengono da Via San Gregorio (e dunque dalla Colombo o dall'Aventino o dall'Ostiense), che in futuro nel quadro del bizzarro progetto GRAB dovrà a sua volta avere un grosso cambiamento in senso ciclabile, e da Via Nicola Salvi. Un cambiamento di Via Labicana distribuirà i flussi su altre strade e speriamo che a seguito di questi cambiamenti si possa finalmente far rispettare il limite dei 30 km orari che è stato imposto alla strada 4 anni fa e che mai è stato fatto rispettare.
Il progetto è interessante anche se lo si guarda assieme all'idea di pedonalizzazione di Largo Agnesi che è un altro progetto positivo di questa amministrazione anche se anche qui per ora solo di progetti (dopo ben 14 mesi di amministrazione) si parla!

La novità - che è stata presa per i fondelli in maniera superficiale dai giornali e che dunque è certificata come positiva! - trasformerà Via Labicana (già oggi percorsa tantissimo dai ciclisti in entrambe le direzioni) in una strada di grande attrattiva per le biciclette. Ebbene questo dovrebbe far riflettere l'amministrazione sulla trasformazione in senso ciclabile - in entrambi i sensi - di Via di San Quintino. Apparentemente piccola e insignificante, San Quintino è un vero e proprio istmo che collega due parti di città (il centro con i quartieri dell'est che hanno come collettore Porta Maggiore) e che è percorso giocoforza dai ciclisti contromano in direzione Labicana. Sacrificando pochi posti auto qui si potrebbe realizzare una eccellente ciclabile contro-flusso utile a "portare" sulla nuovissima ciclabile Labicana tutto il pubblico (che è tanto) in arrivo da Prenestina e Casilina.

Un'altra sfida, volendo allargare la partita, sarebbe poi quella di ridisegnare Via degli Annibaldi. Lo stradone che collega Viale Cavour a Piazza del Colosseo circumnavigando Colle Oppio e arrivando proprio all'imbocco di Via Labicana è oggi un parcheggio a cielo aperto. Togliere la sosta e sostituirla con una preferenziale significa finalmente poter pedonalizzare del tutto e in maniera integrale il tratto dei Fori di fronte alla Metro B del Colosseo e fino a Largo Corrado Ricci. Sarebbe bello se questi progetti avessero un'organicità complessiva e dunque un'efficacia moltiplicata. 


Il Comune obbliga i volontari a pagare un'assicurazione. "La nostra attività civica finisce qui"

6 agosto 2017
Cari amici di RFS, mi chiamo Riccardo e sono un cittadino romano. Vivo ad Osteria del Curato, nel quadrante sud est della capitale, tra la stazione Anagnina e via delle Capannelle.
Nel nostro, come in tanti altri quartieri periferici (e non) della capitale, vi sono diverse situazioni di degrado. Il servizio AMA lascia molto a desiderare (sono mesi ad esempio che abbiamo richiesto il diserbo delle strade senza ottenerlo), il servizio Giardini se va bene si vede una volta l'anno in quelle poche aree che ha preso formalmente in carico.

Da qualche anno insieme ad altri amici abbiamo deciso di passare dalla lamentela sterile all'azione, rimboccandoci le maniche, per contribuire in prima persona alla riqualificazione e al decoro della zona. Più o meno ogni due settimane, ma in primavera anche più spesso, organizziamo eventi di pulizia e riqualificazione. Raccogliamo immondizia, tagliamo l'erba, svolgiamo cioè tutte quelle attività che in qualsiasi altra città d'Italia i cittadini danno per scontate, perché è il comune che se ne occupa, dato che pagano le tasse e quelle tasse vengono utilizzate per pagare qualcuno per svolgere quell'attività lavorativa, in maniera continuativa e professionale. Ma da noi, ahimè, nonostante la Tari più alta di Italia, non è così. Questa attività ci richiede ovviamente grossi sacrifici in termini di tempo, sottratto ai nostri affetti, di fatica fisica e anche in termini economici, per comprare e manutenere tutte le attrezzature che impieghiamo abitualmente (dalle buste per l'immondizia, alla benzina per i decespugliatori, ai guanti, ai rastrelli, ecc.). Ora, pur non avendo mai ricevuto aiuti dalle istituzioni, mai ci saremmo immaginati che quelle stesse istituzioni si sarebbero attivate, non per cercare di combattere il degrado in cui versiamo, ma per mettere i bastoni tra le ruote e rendere di fatto impraticabile l'attività di volontariato nostra e di molte altre migliaia di cittadini romani, la maggior parte dei quali si coagula intorno alla sigla RetakeRoma.

Invece di cercare di contrastare ad esempio l'attività degli svuota cantine abusivi, che sono all'origine di una filiera criminale che ha il suo culmine nei campi rom da cui si propagano i roghi tossici (a poca distanza da noi c'è il campo de La Barbuta), ha deciso di imporre ai volontari una regulation da città Svizzera. Ha reso obbligatoria la preautorizzazione da parte del Dipartimento Tutela Ambientale di ogni attività di decoro urbano, nonché la sottoscrizione di una polizza assicurativa sia per i volontari che per danni a terzi. Avete capito bene, non solo paghiamo le tasse per avere praticamente nulla indietro, non solo facciamo noi gratis il lavoro che dovrebbe fare il Comune, ma ora dovremmo addirittura pagare oltre che gestire una modulistica complicatissima e cervellotica. Siamo all'assurdo, alla follia. Come si dice "cornuti e mazziati". In un contesto da terzo mondo, quale è quello dei servizi nelle periferie romane, introdurre una regulation da paese scandinavo significa di fatto voler spegnere l'unico barlume di civiltà e di civismo che è stato rappresentato in questi ultimi anni da noi, volontari romani. La nostra attività di volontariato di fatto si conclude qui a meno di improbabili ripensamenti dei nostri cari, ineffabili, burocrati de noantri.
Un caro saluto e grazie per il vostro impegno quotidiano.
Riccardo Gabrielli


*Questa di Riccardo è solo una delle tante lettere che stiamo ricevendo in queste ore ovvero da quando, ovviamente in pieno agosto, la città ha deciso di diramare la nuova normativa sul volontariato che de facto impedisce ai cittadini di fare quello che, in maniera sempre più diffusa, stavano facendo negli ultimi anni ai quattro angoli di Roma: sostituirsi alla incapacità, alla nullafacenza, alla inefficienza del Comune e delle sue società.
C'era solo una storia bella a Roma da raccontare negli ultimi 10 anni ed era quella di Retake Roma e di tutti i movimenti similari. Occorreva far fuori l'unico racconto civile possibile riconducendolo alla "normalità".
Se la città la sfregi, la scarabocchi, la sporchi, la trasformi in discarica, la usi come fosse un parking abusivo nessuno ti dice niente. Se provi a sistemare tutto questo dal basso sbucano fuori mille burocrati che ti spiegano che devi firmare, pagare, cautelarti...
Ogni volta sembra incredibile, ogni volta sembra un incubo. E' la verità assoluta. Una città che non riesce ad approvare la riforma dei cartelloni, che approva riforme a favore delle bancarelle e che lascia vacante il Regolamento di Polizia Urbana, riesce in agosto (mentre tutti gli uffici sono di fatto chiusi e i servizi essenziali come il trasporto pubblico sono di fatto sospesi) ad approvare provvedimenti del genere.
-RFS

Fallimento finto! Atac si potrebbe salvare da sola ma nessuno lo dice

4 agosto 2017
Fermo restando che noi siamo ormai in questa fase favorevolissimi al fallimento dell'azienda e alla liberalizzazione del servizio propugnato dai Referendum Radicali che invitiamo chi non l'avesse fatto a firmare, resta l'anomalia di questi giorni. Giorni in cui si fa un gran parlare di Atac, ma giorni in cui non si fa il minimo accenno ad una questione che, con relativa semplicità, potrebbe portare l'azienda fuori dalle secche finanziarie forse perfino garantendogli un futuro (qualora qualcuno riuscisse ad avere ragione dei peggiori dipendenti e dei peggiori sindacati che un'azienda pubblica abbia mai avuto).

Di cosa stiamo parlando? Facile: del patrimonio immobiliare di Atac. Un catalogo incredibile di cespiti che, se valorizzati, potrebbero portare nella pancia della società municipalizzata una quantità impareggiabile di milioni di euro oggi letteralmente abbandonati. E' la solita storia di incapacità, inefficienza, mancanza di visione, sudditanza verso i peggiori comitati, i peggiori movimenti e in definitiva le peggiori ideologie.

Il punto è che negli anni Atac ha dismesso l'utilizzo di alcuni depositi che un tempo erano ai margini del centro abitato e che invece oggi sono nel pieno del tessuto urbano. L'essersi ritrovate nel cuore della città ha generato due conseguenze per questi pregiatissimi lotti immobiliari: il loro valore al metro quadro è aumentato a dismisura e invece la loro funzionalità in termini di depositi di bus o di tram è crollata. Qualsiasi azienda normale, in un contesto normale, avrebbe trasformato questo problema in una grande opportunità cambiando la destinazione d'uso di questi spazi (oggi, ripetiamolo, abbandonati), offrendo alla città una chance di rigenerazione e incassando tanti soldi dalla vendita dei terreni. E invece tutto si è trascinato per anni e anni. L'ultimo colpo venne battuto esattamente 10 anni, nel 2007, quando la Giunta Veltroni, avvezza alla forma più che alla sostanza (quella l'aveva fatta Rutelli e non restava che inaugurare le cose da lui assai concretamente impostate) lancio un concorso di idee chiamato Rimesse In Gioco - Depositi di Idee volto a ricevere contributi dagli studi di architettura sulle rimesse Vittoria e Porta Maggiore. Stiamo parlando di aree in zone immobiliarmente prestigiosissime della città di dimensioni relativamente di 15mila e di 22mila mq. 

Ma c'è di più. Oltre alla rimessa Vittoria e a quella di Porta Maggiore\Pigneto (sì, lo sappiamo che questa è ancora in funzione, ma sappiamo anche che con un rapido progetto di spostamento dei depositi tranviari nella zona adiacente all'ex Centro Carni la rimessa potrebbe essere facilmente liberata) si sono in questo decennio liberati altri spazi altrettanto significativi sia per dimensioni (stiamo parlando di lotti giganteschi davvero) che per posizione: la rimessa San Paolo (quella che il genio Berdini voleva regalare agli okkupanti del centro sociale Alexis) e la mastodontica rimessa di Piazza Ragusa.

Pensiamo solo a questi quattro immobili (ma secondo la mai applicata delibera del 2010 che intimava ad Atac Patrimonio di valorizzare tutti i possedimenti non strumentali ci sono almeno altri 4 immobili da monetizzare). Tutti nel cuore della città, tutti in zone strategiche, vicinissime al trasporto pubblico, a ferrovie e metropolitane. Tutte dotate sia di spazi storici (i fronti costruiti delle rimesse, pensate alla bellezza di Piazza Ragusa). Tutte pronte ad essere trasformate. Tutte con potenzialità in termini di real estate sconfinate (anche se sempre minori vista la continua perdita di appeal della città). Tutte, soprattutto, patrimonio della città da sviluppare e far rendere il più possibile. Ovviamente in cambio si otterrebbero non solo soldi bensì anche posti di lavoro a pioggia, investimenti, tantissimi mq di spazi comuni e verdi che si potranno chiedere in cambio ai developer.

Guardate Milano. L'altro giorno il Comune ha pubblicato un bando per cedere un appezzamento di terreno nella zona di Porta Nuova (32mila mq). Con le dovute modifiche al piano regolatore e agli indici edificatori (il Comune consente anzi auspica che vi venga edificato un grattacielo, in buona sostanza) l'amministrazione ha fissato una base d'asta di 77 milioni. Avete letto bene: il Comune vende un terreno di sua proprietà a 77 milioni di euro. Ed è una base d'asta: nulla vieta che ci siano più rilanci e più offerte e che si arrivi a 80 o a 90 milioni. Come vedete la bufala del "mancano i soldi" si rivela tale ad ogni minimo approfondimento della realtà. Non mancano i soldi, mai: manca semmai la capacità di organizzare, di pianificare, di governare processi complessi, manca totalmente poi la lucidità per raccontare alla città cosa si va a fare e manca, fondamentale, la intenzione chiara di ridicolizzare con ferocia chi protesta per mestiere.

Pensate dunque cosa si potrebbe fare governando in maniera seria i processi di trasformazione di questi cespiti immobiliari che stanno in capo ad Atac. Si parla del fallimento di Atac. Si parla di 1,3 miliardi di debiti. Si parla del fatto che, una volta fallita Atac, fallirà anche Roma Capitale visto che improvvidamente ha iscritto in bilancio 500 milioni di euro di crediti verso l'azienda che però non potrà mai esigere (fico mettere a bilancio 500 milioni di crediti nei confronti di una azienda praticamente fallita!). Tutto vero, tutto verissimo. Ma perché nessuno dice che a causa di idiote ideologie, di incapacità pianificatorie e di tare mentali si tengono bloccati probabilmente 5, 6 o 700milioni che una seria operazione immobiliare sul patrimonio Atac potrebbe generare? "Aho la golada de cemendo a Piazza Bainsizza nu la volemiooo", questo il mood dei soliti comitati. La colata di cemento sarebbe la prima foto di questo articolo: verde, nuove architetture, spazi comuni di qualità. A causa di queste atroci proteste alla Rimessa Vittoria si farà un centro di compattamento di Ama: se gli porti qualità sbraitano, se gli porti immondizia tutti muti. Però la città perde milioni e opportunità. E alla lunga ovviamente muore.

Come dite? Sono processi difficili che Roma è incapace di governare e seguire? In parte è vero. Ma allora diamo la colpa a chi ce l'ha: norme antiquate e dirigenti inetti. Bisogna dirlo con chiarezza. E poi bisogna aggirare il problema, non lasciare che ti uccida. Si incaricano società di consulenza, si mettono nell'amministrazione le persone giuste. E si fanno partire processi che non possono stare fermi. Si parte con una chiamata per idee che non sia solo architettonica, come ai tempi di Veltroni, ma che metta insieme investitori e progettisti (che dovranno essere i migliori al mondo), sulla base delle proposte si fanno i bandi e sulla base di questi ultimi si effettuano le modifiche al piano regolatore. Case di lusso a Piazza Bainsizza, torri di acciaio per un direzionale finalmente di qualità a Piazza Ragusa (smontando i ridicoli e mortali vincoli della Soprintendenza), ville urbane a Porta Maggiore, un grande hotel post industriale a San Paolo e via così con coraggio e voglia di cambiare come si fa in tutte quante le grandi capitali occidentali. E tra l'altro, in piccolo, gli esempi ce li abbiamo pure a casa: basta vedere come è stata trasformata la rimessa Tiburtina, oggi Città del Sole con edifici di qualità e spazi pubblici.

Ma vuoi mettere come è più semplice far fallire Atac (dando magari la colpa a chi c'era prima) piuttosto che sconfessare le proprie mostruose ideologie contro i privati, contro la crescita economica, contro lo sviluppo immobiliare, contro il progresso economico, contro l'architettura contemporanea, contro la finta tutela soprintendenziale. Meglio andare allo sfascio che ammettere di stare dalla parte sbagliata della storia. Ma magari ci sorprenderanno e ci sarà uno spunto inaspettato, magari ci penserà la signora, avvocata proveniente da Caltanissetta, che è stata appena nominata assessora al patrimonio...

Il fallimento, signori, è finto! Atac ha in pancia la possibilità di dimezzare il proprio debito. Forse più che dimezzare. Quale società al mondo può essere a rischio fallimento quando, con poche mosse, potrebbe dimezzare il proprio indebitamento? Finanziariamente non è un problema, è solo un problema di stupidità, di ideologia e di (mala)politica.

Chi è Margherita Gatta, la nuova Assessora ai Lavori Pubblici della città

2 agosto 2017
Si sapeva da un bel po' che Margherita Gatta doveva diventare Assessore ai Lavori Pubblici della città. Candidata flop alle recenti elezioni (poche decine di voti nel V Municipio), Gatta - come avviene da sempre nella politica romana che i Cinque Stelle erano stati chiamati per cambiare nel profondo - era stata assunta nello staff dell'assessore all'urbanistica Montuori: era solo un passaggio per salire ancora un gradino, questione di tempo.
Virginia Raggi d'altronde promise ai tempi della campagna elettorale una giunta snella, fatta solo di 9 assessorati. Ovviamente anche questa promessa si è rivelata una bugia e, per questioni di equilibri interni, di continui dissapori e di mera gestione del potere, ogni delega si sta spezzettando (l'ultima ieri, al Patrimonio, di cui si è spossessato l'assessore Mazzillo non senza polemica) e la Giunta si allarga fino ad arrivare a 12 componenti sempre sul punto di dimettersi per essere sostituiti tanto da ipotizzare per il futuro un assessorato alle dimissioni. 

La new entry della giornata è appunto, come previsto, Margherita Gatta. A lei uno degli assessorati più strategici e cruciali in una città ridotta allo stremo quanto a manutenzione, progettualità e trasformazione: i lavori pubblici. Se qui fai bene puoi cambiar faccia alla città in pochi anni, se fai male puoi contribuire alla morte di una capitale occidentale. Abbastanza inquietante, francamente, che questo ruolo sia stato lasciato vacante da Raggi per 13 mesi. Coi risultati che vediamo semplicemente uscendo dal portone del nostro palazzo.
Non si sa molto di lei oltre al fatto che ama il tango, è laureata in Giurisprudenza (già è qualcosa!) ed è una attivista storica per quanto si possa essere considerati "storici" avendo iniziato una militanza politica nell'anno 2012 ovvero quattro o cinque anni fa dopo una esistenza intera (la signora ha 55 anni) a digiuno di politica e cosa pubblica. 

Come facciamo tutti noi quando dobbiamo cercare notizie su qualcuno che conosciamo poco e vogliamo inquadrarlo per intuire che tipo è? Andiamo, nei limiti della privacy e dei filtri attivati (qui troverete solo i post pubblici, visibili a tutti), a sbirciare la relativa pagina Facebook. E così abbiamo fatto appena saputo della nomina. 

Va bene che la signora è stata fatta assessora proprio per dare un contentino al network dei meetup composti dai fondamentalisti grillini della primissima ora, ma non fatichiamo a dire che la pagina Facebook della Gatta è caricaturalmente agghiacciante. Consigli per la cura omeopatica del cancro presi dal sito LaFucina della Casaleggio, elogi del cocktail Di Bella per curare il tumore, post a casaccio contro i vaccini, ovviamente invettive scomposte contro Renzi, poi contro le banche (condividendo notizie più false di una banconota da sette euri, tipo la bufala del prelievo forzoso notturno pubblicata sul famoso organo di informazione GrandeCocomero.com, secondo solo al Wall Street Journal quanto ad autorevolezza) e infine contro l'Expo 2015 di Milano con tanto di esultanza su fantomatici padiglioni pericolanti. Il post è di maggio, nei mesi successivi Expo si rivelò un successone ma questo poco importa... Nello stesso periodo poi la Gatta letteralmente sghignazza perché, durante un ricevimento a Venezia, gli ospiti vip della Fondazione Prada (ente culturale della maison milanese) cadono nel Canal Grande per un difetto all'imbarcadero. Chissà cosa ne pensa ora che il vip è lei.


Non mancano i casi di guarigioni miracolose (immancabile il post sull'ennesimo sito di fake news in cui la malata di metastasi ai polmoni e al fegato guarisce semplicemente mangiando un po' meglio), il terrorismo sui terremoti ("saremo sommersi dai terremoti se continuiamo ad estrarre petrolio") spiegato come se fosse un gioco da spiaggia perché la nostra Gatta è anche immancabilmente "no-triv" e le ricondivisioni agonistiche di post presi direttamente dal vastissimo network di siti di clickbaiting pirata facenti capo al partito (da La Cosa a TzeTze News) non posso mancare. Inoltre decine e decine di post dal mood "firma anche tu la petizione". Mancano insomma soltanto i punti esclamativi fatti col numero 1, le scie chimiche, le teorie sulla terra piatta e sulla protezione delle sirene e siamo a posto!!!1!1!1!

Nella speranza che nel frattempo Gatta, visto che ora ricopre un ruolo istituzionale, non abbia fatto pulizia del suo profilo, potete verificare voi stessi a che livello siamo cliccando qui. Un autentico catalogo di distillato di grillismo puro alla potenza ennesima. Un chiaro linguaggio in codice per appartenenti a quella che si configura come una setta politica e sociale: dimmi cosa condividi e ti dirò chi sei; se non dai voce ai siti della Casaleggio, se non metti in circolo notizie false e pericolose non sei un vero attivista! Micidiale onestamente, un vero insulto all'intelligenza umana e al progresso civile dall'Illuminismo in poi.
Attirandoci l'ennesima querela (dovete sapere che ormai basta una semplice critica, lontanissima dalla diffamazione, come questo articolo, per scatenare gli avvocati grillini che lavorano pancia a terra per cercare di far chiudere questo blog a suon di querele temerarie; e probabilmente ci riusciranno per il semplice fatto che i mezzi economici di cui dispongono non ci consentiranno di resistere ancora a lungo), non fatichiamo a dire che avere un assessore così ci fa paura, spavento, raccapriccio, fastidio e ci inquieta moltissimo.

Attenzione, Gatta non è una incompetente cronica come tanti altri suoi compagni di partito. Di appalti e gare pubbliche qualcosa sa e qualcosa ha approfondito per cui stiamo parlando di qualcuno che potrebbe fare il proprio mestiere con una qual certa competenza. Tuttavia quello che preoccupa è la mentalità, l'ideologia, la forma mentis, l'approccio concettuale e intellettuale col quale si andranno ad affrontare ed a risolvere i problemi della città. In un momento storico in cui giovani amministratori (basti pensare agli assessori di Milano) con competenze e tanta tanta concretezza stanno riuscendo a far uscire alcune città italiane dalle secche della burocrazia e del malgoverno guardando ad esperienze internazionali, noi abbiamo un personaggio che si batte strenuamente contro la moneta unica europea (decine i post contro l'Euro) e che invita a firmare petizioni per il libero utilizzo dei buoni pasto per fare anche la spesa e non solo per pagare il lunch al ristorante.

Dopodiché Gatta si rivelerà la migliore assessora ai lavori pubblici che la città abbia mai avuto, risolverà brillantemente il problema della manutenzione delle strade facendo arrivare a Roma le migliori ditte internazionali (non come si sta facendo adesso, assegnando appalti alle solite incapaci dittuncole romane), promuoverà un piano vastissimo di protezione dei marciapiedi oggi ingombri di auto parcheggiate (è pieno di progetti pronti in Dipartimento, basta solo dare il via libera, un esempio è il sottopasso dello Scalo San Lorenzo), realizzerà una città a misura dei disabili, dei non vedenti, delle mamme con passeggino, scriverà un inflessibile regolamento sui lavori pubblici in special modo per quello che concerne i dimensionamenti delle carreggiate e le sagome dei marciapiedi così da sconfiggere semplicemente con l'arredo urbano la pratica della doppia fila e così via. E noi saremo felicissimi di dire che ci eravamo sbagliati...

UPDATE: dopo alcune ore dall'uscita di questo post la signora Gatta ha ritenuto, secondo noialtri facendo benissimo, di effettuare una sana eutanasia del suo profilo Facebook aprendone al contempo uno istituzionale. Ma perché vergognarsi di tutte quelle sciocchezze quando la base che ti sostiene e in nome della quale sei stata nominata le considera vangelo? Sarebbe interessante che qualcuno glielo chiedesse...

Navette Atac e Metro A chiusa. 6 cose che si potevano fare e non si sonfatte

1 agosto 2017

La chiusura della Metro A sta causando molti disagi ed è l'argomento di questi giorni in città. L'argomento è anche come Atac e Agenzia per la Mobilità hanno gestito questa emergenza. Si poteva fare meglio? Secondo noi decisamente sì. Qui l'elenco dei 6 punti che potevano se applicati non solo diminuire di molto i disagi, ma addirittura tramutare questa circostanza in una opportunità irripetibile per la città.

1. AVVISARE PRIMA
Se qualche giornalista volesse tirar fuori da questa storia la vera notizia dovrebbe andarsi a cercare la data in cui è stato ufficializzato lo stop della Metro A nell'agosto 2017. Quando è stata decisa questa cosa? Sei mesi fa? Un anno fa? Due anni fa? Chillosà. Ma in ogni caso, come mai il tutto è stato comunicato 5 (cinque!) giorni prima? 

2. AVVISARE MEGLIO
Avvisare meglio nel senso della diffusione delle informazioni (siamo ancora al depliant, al volantino...), ma anche alla qualità delle stesse. Atac non appare in grado di produrre informazioni per i suoi clienti dotate di una grafica accettabile, capace di raggiungere l'obbiettivo. 
3. BADARE MAGGIORMENTE ALLA SICUREZZA
La situazione specie alla stazione Arco di Travertino è davvero inaccettabile. Persone nei tunnel con 65 gradi centigradi percepiti anche 10 o 15 minuti ad attendere di fuoriuscire all'aperto. Per il solito miracolo non succederà qualcosa di grave, ma perché affidarsi alla buona sorte con questa sfrontatezza?

4. APPRONTARE UNA CORSIA PREFERENZIALE
L'occasione era davvero golosissima. Un solo mese, in pieno agosto. Quale chance migliore per dimostrare ai romani e ai residenti della zona quali sarebbero stati i benefici di una corsia preferenziale seria lungo tutte e due le carreggiate dell'Appia Nuova al posto del caos della sosta-a-fianco-al-marciapiede in prima o in seconda fila che sia? Sarebbe stato davvero sensazionale, educativo, dimostrativo: girare una difficoltà in opportunità! Si poteva pianificare una autentica dimostrazione dal vivo dei benefici: meno traffico, mezzi veloci, pulizia (con le auto affiancate ai marciapiedi non si riesce a pulire la città) e immediata trasformazione dell'Appia in una strada europea. Costo? Bassissimo: segnaletica e un po' di new jersey in plastica bianco-rossa. Ma per questo ci sarebbe voluta una visione da parte dell'Agenzia della Mobilità, e visioni non ne esistono e così le navette viaggiano in mezzo alla strada, in mezzo al traffico privato, schivano la doppia fila accumulando 35 o 40 minuti di tempo per coprire una tratta per la quale ci sarebbe potuto volere la metà.
Qualcuno obietterà: ma ti rendi conto quanti posti auto sarebbero andati persi? Vero. Verissimo. Ma si fanno delle scelte. Hai una strada, una, e quella è. La vuoi utilizzare per offrire sosta gratuita tramutandola in un parcheggio per macchine di cittadini che magari stanno fuori tutto il mese e hanno scambiato le strisce di sosta per il loro box privato o la vuoi utilizzare per offrire trasporto pubblico di qualità, veloce, puntuale e sicuro? La nostra risposta la conoscete alla perfezione. Ma non è la "nostra" risposta, è la risposta che danno tutte le città serie in occidente. E poi si può sempre riservare la sosta rimanente (quella nello square centrale di Via Appia) ai residenti con delle belle strisce gialle
5. APPRONTARE L'ASSERVIMENTO SEMAFORICO
Ma si poteva fare ancora di più di una preferenziale: si potevano asservire i semafori al passaggio delle navette. Metti un dispositivo gps sulla navetta, ne metti uno collegato alla gestione del semaforo e quando la navetta si appropinqua il semaforo le dà il verde. E così non vedi navette zeppe di cristiani martiri che sotto il sole aspettano di avere il verde mentre sulla traversa dei un'Appia semideserta d'agosto, magari non passa nessuno. Il colmo no!? Dice: ma per fare un sistema del genere ci vogliono appalti, gare, e mesi e mesi. Sarà anche vero, ma se avessi assunto gente in gamba invece che raccomandati avresti al tuo interno giovani ingegneri che produrrebbero sistemi simili in tre giorni di lavoro. Questo è.

6. UTILIZZARE MENO MEZZI
Tra l'altro con una corsia preferenziale (ma anche con un asservimento semaforico) il fabbisogno di mezzi necessari a coprire il disagio e l'emergenza sarebbe stato enormemente minore e si sarebbe potuto evitare, per tamponare alla chiusura della Metro A, di indebolire le già cagionevoli altre linee della città che in questi giorni sono praticamente scomparse nel quadro di una gestione caricaturale e irrispettosa di tutti gli abbonati e gli utenti Atac che non usano la tratta della Metro A.

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Detto ciò, bisogna dire che grazie a questa esperienza tanti soloni che si riempiono la bocca della possibilità di fare a meno delle metropolitane forse smetteranno di dire cavolate. Ecco cosa succede quando una metro si chiude. Ecco quale è la differenza di offerta trasportistica tra una metropolitana e il trasporto su gomma in superficie. Ecco perché bisogna fare presto a ultimare le attuali metro in costruzione, ma soprattutto bisogna mettersi pancia a terra a costruirne di nuove facendo da subito ripartire l'iter che porti alla realizzazione della Metro D e delle altre linee che si possono ricavare dal ferro già esistente. Nel mentre, non dimenticate di firmare i referendum dei Radicali sulla liberalizzazione del trasporto pubblico a Roma!

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