Perché a Roma i monopattini sono un incubo pericoloso e altrove no?

19 giugno 2020

Nelle scorse settimane, a seguito di alcuni bandi comunali, Roma si è dotata di un servizio di monopattino-sharing con quattro o cinque operatori abilitati a offrirlo.
Sperando che le cose cambino presto e che tutto questo sia frutto solo dei uno sciatto effetto-novità, occorre rendersi conto che il servizio è stato recepito dai romani nel peggiore dei modi. Nessuno utilizza gli apparecchi come reale strumento di mobilità per spostarsi da un punto A ad un punto B per motivi di lavoro, di servizio o di studio. Nulla di tutto questo. Una enfasi fuori luogo da parte della sindaca e del suo codazzo per un servizio che non dà e non darà un solo grammo di valore aggiunto alla mobilità urbana della città.

Un servizio usato solo per divertirsi (male) e non certo per spostarsi

La schiacciante maggioranza dei noleggi (basterebbe chiedere dati ufficiali alle compagnie, che hanno big data perfetti da analizzare e devono condividerli quanto meno con l’amministrazione!) è invece appannaggio di ragazzi e, soprattutto, ragazzini che utilizzano i velocipedi elettrici per scorrazzare per il centro, fare le impennate, fare prove di carico con due, tre o più persone sul singolo monopattino e soprattutto organizzare gite di gruppo sciamando in maniera scomposta e caotica per la città (molti di loro non hanno neppure la patente). Spuntano da tutte le parti come palline impazzite di un flipper ad alto tasso di rischio abbattendo totalmente la serenità di chi decide di sposarsi a piedi e in bici: il rischio non è solo che non migliorino nulla della mobilità sostenibile della città, ma che la peggiorino consigliando a chi prima prendeva la bicicletta o andava a piedi a fare diversamente! Il colmo dei colmi. 
Esiste qualcuno che passeggiando in centro in questi giorni non si sia sentito almeno una volta minacciato da un ragazzino cretino su un monopattino con avvinghiato l'amico addosso?
Qualcuno dirà: meglio che girino su piccoli monopattini elettrici rispetto ai caroselli coi motorini. Vero in parte, ma stiamo parlando di luoghi della città dove caroselli pericolosi non ce n'erano - non potevano essercene - e dove invece oggi ci sono.

E pensare che alcuni consiglieri pentecatti si aggirano sui social - poi hanno smesso dopo i primi incidenti - a vantarsi dei buoni risultati dei primi giorni di servizio. Si facessero dire l’età media dei noleggiatori, si facessero dire in che zona avvengono i noleggi e quali sono i percorsi. Andassero a sperimentare cosa significa da qualche settimana frequentare il centro storico sentendosi come attaccati da uno sciame di api inferocite. 
Le compagnie hanno tutto: si capirebbe a quale esigenza rispondono i monopattini a Roma: tutto fuorché una civile esigenza di commuting casa-lavoro, data anche la ridicola area operativa di alcuni operatori che si limita ad una piccola parte del centro storico.
Tutto questo determina però non pochi pericoli (già ci sono stati vari incidenti) e soprattutto una atmosfera orribile di insicurezza in zone che, almeno la sera, erano facilmente fruibili da chi decide di spostarsi a piedi o in bici. 

A causa dei monopattini è diventato pericoloso andare a piedi e in bici

Il filmato è stato girato da una famiglia che - ieri sera - dovendo muoversi dall’Esquilino per andare a cena al Flaminio ha deciso di utilizzare la bici. L’andata è stata fattibile, il ritorno (a mezzanotte) è stato semplicemente un incubo a causa dei mezzi elettrici che sfrecciavano da tutte le parti. Davvero uno scenario difficile da raccontare e il video fa fatica a farlo. Questa è la situazione di un normalissimo giovedì sera di post emergenza: non siamo nel week end, non siamo con una città piena di turisti. Pensiamo cosa può succedere in seguito...

Dice: ma i monopattini ci sono in tutto il mondo ormai. Verissimo. Ma in tutto il mondo i monopattini (quelli di Parigi come quelli di Milano) sono inseriti in un articolato ecosistema di mobility sharing più ampio. Ecosistema che ha al vertice un ampio schema di bike sharing pubblico (quello che a Roma non si fa perché il Comune ha deciso di favorire i malavitosi della cartellonistica) che negli anni ha in qualche modo educato la popolazione a cosa significa utilizzare strumenti di mobilità in condivisione. 

Il vero problema? A Roma non c'è un ecosistema di sharing mobility

A Roma nulla di tutto questo. A Roma - dopo aver visto il trattamento che la città aveva riservato alle biciclette di qualche sparuto bike sharing privato - migliaia e migliaia di monopattini sono stati consegnati nelle mani di una popolazione totalmente impreparata, immatura rispetto ai principi del mobility sharing. i risultati sono sotto gli occhi di tutti e, dopo alcuni feriti, si aspettano purtroppo incidenti più gravi. Ma la cosa più brutta in questo momento è che l’atmosfera per i veri utenti della mobilità leggera (non i ragazzini annoiati che giocano a fare le gare) è peggiorata: andare in bici specie la sera è diventato insidioso. Davvero un bel risultato...

Incubo monopattini. Come provare a risolvere?

Quali contromisure possono essere rapidamente prese contro questo autentico scempio che ben presto, oltre a ulteriori incidenti, inizierà a portare morti e renderà sempre più infrequentabile il centro per chi si muove a piedi e in bici?
Qualche idea:
1. Obbligare gli operatori a aumentare di molto i costi di noleggio orari rendendo invece piuttosto vantaggiosi gli abbonamenti. In questo modo il servizio resterà appetibile per i turisti, per chi usa davvero i monopattini per lavoro ma non per i depensanti che lo usano due ore la sera per cazzeggiare.
2. Escludere i monopattini dalle aree pedonali. Molto complicato a livello normativo e molto complicato da far rispettare però.
3. Incrementare di molto controlli e multe (ieri alcuni ragazzi dicevano “aho c’ha fermato a Munigibale e c’ha fatto scenne perché eravamondue”: beh non ti deve fare scendere, ti deve fare scendere e farti 250 euro di multa; poi forse te la fai finita)
4. Obbligare gli operatori implementare un blocco sui monopattini oltre una certo peso (120kg ad esempio) in modo da rendere impossibile il costume di usarlo in due
5. Obbligare ad un limite di età. Misura antipatica ovviamente (ci vanno di mezzo i giovanissimi che però sono persone per bene) che non risolve il fatto che molti coglioni su due ruote sono ben più che maggiorenni
6. Imporre al funzionamento degli apparecchi un limite orario. Altra misura antipatica, ma se le cose continuano così sarebbe opportuno chiedere agli operatori di spengere i trabiccoli tra mezzanotte e le sei
7. Vietare agli operatori (come fanno oggi, vedasi la app di Lime) di incoraggiare con sistemi di pagamento e di sblocco vantaggiosi le “corse di gruppo”. Che saranno anche divertenti ma sono molto pericolose sia per chi le fa sia per chi le deve subire come appunto chi cerca di transitare in bici o a piedi.

Tutto ad ogni modo potrebbe essere in qualche modo inutile se, come prevediamo, gli apparecchi verranno danneggiati così tanto dal poco corretto utilizzo che se ne fa da costringere le compagnie a sospendere o a modificare radicalmente il servizio. 
Beninteso - per chiudere - siamo stati tutti giovani e abbiamo fatto tutti scemate per divertirci anche oltre i limiti. Ma qui la sensazione è che nella totale irresponsabilità si sia consegnato nelle mani di migliaia di ragazzini uno strumento profondamente pericoloso per loro e per gli altri. Il problema non sono i diciassettenni mentecatti e lobotomizzati (tutti più o meno lo siamo stati), il problema è cosa possono o non possono fare. Si intervenga. 

La forsennata delibera sui tavolini inizia a generare mostri. Un caso esemplare

10 giugno 2020

Ancora sulla delibera-truffa riguardante i dehors dei ristoranti a Roma a seguito dell'emergenza sanitaria. Ne abbiamo parlato tanto e ne parliamo ancora complice questa bella e chiara fotografia.
La foto ci arriva dal Primo Muncipio, Via Statilia. Qui, come in molti angoli del centro in questi giorni , si costruiscono pedane. Intendiamoci: noi siamo sempre stati favorevoli al fatto che i ristoranti possano disporre di spazi all'aperto. La famosa delibera-truffa del Comune però con quale logica assegna i tavolini? Le logiche possono essere due: togliere spazio alle auto per darlo ai tavolini (ed è la logica che ci convince di più) oppure togliere spazio a pedoni per darlo ai tavolini (ed è la logica che piace al nostro assurdo Comune).

Come si può vedere l'esercente nella foto si sta muovendo per piazzare la sua pedana sul marciapiede. Perché? Semplice: la delibera non consente di togliere strisce blu sostituendole come sarebbe logico in questo caso ma anche in tanti altri casi con i tavolini.
E così le auto rimangono, il marciapiede diventa un dehors e lo spazio per il transito dei pedoni viene praticamente annullato.
Probabilmente questa pedana non è neppure del tutto regolare perché occorre lasciare due metri di spazio al passaggio dei pedoni e lì due metri non ci sono, ma magari c'è qualche deroga o magari l'esercente ha capito perfettamente che il Comune non ce la farà mai entro i 60 giorni promessi a vagliare tutte le richieste e a rispondere a tutti, dunque dovrà calare le braghe di fronte a tutti. Tutt'al più nascerà un contenzioso che si risolverà tra decenni. Ecco quale responsabilità hanno gli estensori di questo mostro giuridico. E pensare che bastava copiare. Copiare Milano ad esempio. Tra l'altro a Milano la delibera l'hanno approvata in Consiglio a metà maggio, a Roma manco è ancora arrivata in Consiglio e non si sa quando verrà approvata. Si sa solo che è una schifezza come quasi tutti gli atti prodotti da Roma Capitale. Questo in particolare avrà conseguenze che gestiranno i nostri figli. Nel totale e imbarazzante silenzio di ogni opposizione e della stampa.

L'isola ambientale di Monti si può fare comunque: basta togliere la sosta selvaggia

6 giugno 2020

Come se non bastasse una classe politica di cialtroni e una classe amministrativa fatta di dirigenti e funzionari che non sarebbero accettabili neppure in Nordafrica, Roma ha anche un mix micidiale fatto dai peggiori cittadini, le peggiori associazioni e i peggiori tribunali del paese.

E così la città non cambia, non migliora e non evolve mai. Certamente per colpa della politica e dell'amministrazione intendiamoci, ma quando la politica prova a fare qualcosa di buono intervengono i comitati, i cittadini e infine i tribunali amministrativi. Che in un contesto di caos sistematicamente bloccano tutto. Chi ci legge da fuori Roma penserà che stiamo descrivendo un incubo, in realtà è la tristissima realtà quotidiana qui e spiega tutto delle condizioni della città e del buio declino che sta vivendo da decenni.

A Roma, in definitiva, non è possibile neppure allargare di qualche decine di centimetri un marciapiede senza che si affacci alla finestra il raccomandato di turno, il perditempo di turno (enorme la quantità di persone che vive-senza-lavorare, che vive di rendite squallide, e che dunque ha tempo da investire per qualsiasi nefandezza), il politico di turno, l'avvocatone di turno e cerchi di bloccare tutto. Quasi sempre riuscendoci.

Il progetto di isola ambientale nel Rione Monti, zona di vicoli iper centrali della città stuprati dalle auto in sosta selvaggia manco fossimo in qualche film degli anni Sessanta, è stato impallinato subito. Il Tar aveva dato ragione al Comune, deciso a riqualificare l'area togliendo un po' di macchine e dando giustamente spazio ai pedoni, ma due giorni fa il Consiglio di Stato (il Consiglio di Stato!!! Che si esprime su alcuni marciapiedi!!!) ha dato ragione ai ricorrenti.




Una storia di uno squallore profondo: poche persone che, con cattiveria e egoismo, riescono a bloccare una riqualificazione che non riguardava solo il Rione, non riguardava solo la città, ma riguardava l'intero pianeta essendo queste zone protette a livello mondiale e meritevoli di tutela a prescindere da tutto. E invece decidono quattro residenti annoiati e avvelenati.

Ma una storia anche pericolosa visti i contenuti del dispositivo che potrebbero "far giurisprudenza" ed essere usati contro ogni riqualificazione in futuro. Difficilmente, insomma, una amministrazione (questa o le prossime) si imbarcherà in grandi progetti di riqualificazione profondendo impegno ed energie sapendo che poi una manciata di discutibili personaggi potrebbe vanificare il lavoro di anni. Roma, anche e soprattutto grazie a queste cose, si configura sempre di più come luogo da cui fuggire per chi ha l'ambizione di vivere in un contesto di qualità e di civiltà. O semplicemente di normalità.

Per tacere poi del contenzioso che potrà nascerne a danno del Comune e dunque a danno di tutti noi: la gara per i lavori, infatti, era già assegnata e finanziata e la ditta era pronta a partire. Immaginatevi voi...

Ma cosa dice la sentenza del Consiglio di Stato che boccia la riqualificazione di Via dei Serpenti, Via Urbana e dintorni? Nulla di trascendentale in realtà: solo che bisogna pianificare meglio, bisogna motivare meglio, bisogna allegare migliori specifiche eccetera. Insomma è vero che ci sono cittadini agghiaccianti che si divertono a bloccare ogni cambiamento, ma è altrettanto vero che finché il Comune non imparerà a scrivere in maniera idonea i propri atti e finché non si doterà di personalità tecniche di alto profilo, tutto sarà attaccabile, tutto potrà essere messo in discussione. 

Ora comunque - fermo restando che una città dove avvengono episodi simili è una città senza speranza - si provi a guardare avanti. Ci sono i finanziamenti per questo progetto che non devono restare immobilizzati. C’è addirittura una ditta che ha già vinto la gara. Si modifichi l’assegnazione, si faccia lavorare l’avvocatura, si permetta alla ditta di lavorare lo stesso su ciò che mai potrà essere impugnabile: ad esempio la protezione dei percorsi pedonali, ad esempio l’allargamento dei marciapiedi per eliminare la sosta selvaggia e pazienza se per ora non si potranno pedonalizzare delle strade ma almeno si toglieranno dal Rione Monti decine e decine di auto in divieto a Via dei Serpenti, a Via Panisperna, a Via Urbana e alla Madonna dei Monti. Qust’ultima strada è stata recentemente riqualificata e i percorsi pedonali sono stati disegnati a terra con della vernice (scomparsa dopo poche settimane). Risultato? Ogni percorso pedonale (vale anche per via Tor de Conti, con le auto addossate al Foro di Nerva e al Foro di Traiano perché non protetti in alcun modo se non da qualche sbiadita striscia bianca a terra) è occupato da auto in sosta selvaggia: sono le riqualificazioni che piacciono tanto alla gentaglia che amministra il Primo Municipio che oggi esulta per il fallimento della riqualificazione dell’Isola Ambientale Monti. E allora si usino questi 700mila euro già stanziati e bloccati dal Consiglio di Stato per proteggere quei percorsi pedonali e per restituire sicurezza ai pedoni, ai disabili. Solo questo intervento, magari usando gli stessi paletti usati a Via Urbana già da anni e dunque automaticamente approvati dalla Soprintendenza, e magari limitandosi all’allargamento dei marciapiedi a Panisperna e ai Serpenti, potrà far raggiungere una larga percentuale dei risultati attesi dal progetto di Isola Ambientale. 

Insomma, l'Isola Ambientale di Monti si può fare anche senza pedonalizzazioni: semplicemente agendo sul denominatore più importante che c'è a Roma: la sosta selvaggia delle auto. Auto, quasi sempre, di proprietà dei mediocri cittadini col ricorso facile. Così si prendono pure due piccioni con una fava. E' super semplice: basta applicare il codice della strada, realizzare percorsi pedonali a norma, allargare i marciapiedi come richiesto, togliere ogni spazio fisico alla sosta abusiva. 

Non ci si fermi e si vigili perché ora qualche bell’imbusto cercherà con gli stessi squallidi metodi di eliminare il progetto del tram a Via Lanza: elimina troppi posti auto e toglie troppo spazio per la sosta selvaggia e per loro non è accettabile...

Cosa potrebbe raccontare Roma al mondo del turismo in queste settimane?

4 giugno 2020


Cosa avremmo mai potuto fare in queste settimane per dare di noi (noi come Roma) un'immagine positiva, di appeal, accattivante e curiosa verso tutto il mondo? Come avremmo potuto far dimenticare in un istante anni e anni di percezione e reputazione pessima, dovuta a cittadini incivili, commercianti fuori luogo e amministrazioni inefficaci? Come avremmo potuto sfruttare un evento di portata storica, per certi versi biblica, come la pandemia?

Guardate questa strada qui sopra. E’ Via della Stelletta: triste, nera e abbandonata. Ci affacciano una serie di attività commerciali, di artigianato e di ristorazione, alcune di eccellenza assoluta.

In questa come in mille altre strade si sarebbe potuta costruire una narrazione nuova, coerente con la storia straordinaria della città, in sintonia con le sue bellezze ineguagliabili, con il suo clima invidiabile da marzo a ottobre. Un nuovo modo di vivere all’aperto in una simbiosi tra commercio di qualità, cittadini, turisti, patrimonio culturale. All’insegna, ovviamente della pedonalità.

Immaginatevi come poteva spargersi la voce: Roma nell’immediato post-covid diventa una città dove le strade dopo una certa ora si trasformano in irresistibili salotti pedonali (senza eccedere con gli orari per permettere ai residenti di dormire, beninteso) fatti di tavolini eleganti, o di tavolate rustiche per chi può spendere meno, a seconda delle specializzazioni. Il tutto alla luce gialla dei lampioni del centro e senza passaggio di automobili. Isole pedonali stradali collegate a una a una e capaci di farti percorrere tutto il cuore della città senza mai camminare in promiscuità con le auto. 
Lo storytelling turistico sarebbe stato presto fatto: venite a Roma, avrete l’opportunità di vivere la città senza la folla del turismo di massa, di vedervi il Colosseo e la Cappella Sistina senza caos, di guardare Fontana di Trevi priva di confusione e la sera di cenare nel mezzo dei vicoli pedonalizzati del centro, sotto le più straordinarie chiese barocche del mondo. Neanche al cinema!
Il Comune avrebbe dovuto chiamare i più importanti tour operator al mondo, gli operatori, gli influencer, i siti. Avrebbe dovuto organizzare un bell'incontro su Zoom e gli avrebbe dovuto spiegare per filo e per segno questo progetto di rilancio basato sul fatto che Roma è una delle poche città al mondo (non è così Berlino, non è così Londra, non è così neppure Parigi) che deserta è ancor più affascinante che affollata. 
Il pacchetto turistico più straordinario di sempre: Roma quasi deserta. Immaginatevi il passaparola immediato. 

Gli alberghi si sarebbero riempiti fin da questa settimana. E si sarebbero riempiti di turismo di alta qualità, attento alla sostenibilità e alla cultura. Anche perché in questo periodo solo il turismo di qualità e alto spendente si può muovere liberamente visti i prezzi degli aerei ancora per un po’. Il commercio sarebbe subito rinato grazie alla capacità che la città avrebbe dimostrato di intercettare fasce alte di viaggiatori culturali, finalmente la marmaglia di pellegrini che ogni giorno mastica e divora la città sarebbe per un attimo stata messa tra parentesi e tutti avremmo potuto apprezzare cosa significa un turismo ben selezionato. Alcuni bar e ristoranti iper turistici, disegnati appositamente per i viaggiatori-polli da spennare, si sarebbero trasformati in pochi giorni da tourist-trap a locali dignitosi, altri avrebbero ceduto e lasciato spazio a chi ha idee innovative per questa nuova wave turistica (in alcuni casi sta già succedendo, ma il fenomeno sarebbe stato moltiplicato per 100, un autentica riforma strutturale a costo zero). La ristorazione si sarebbe sentita coinvolta nella rinascita della città durante questa estate e avrebbe investito per ripartire in termini di arredi e estetica, con un vantaggio diffuso di tutti, i tour operator avrebbero proposto pacchetti finalmente non solo di 2 notti, ma di 4, 5 o 6 notti per cenare in ognuno dei Rioni più spettacolari dell’Ansa Barocca in una città finalmente non stuprata da auto e motorini. A misura, oltretutto, di famiglie: il target economicamente più interessante. E le guide turistiche, oggi alla canna del gas, sarebbero state coinvolte in iniziative di cene didattiche durante le quali si sarebbe mangiato mentre si ascoltava la spiegazione di un monumento, di una chiesa, di un palazzo, di un rione o si sarebbe effettuata la visita chiudendola con una cena proprio di fronte al pezzo di patrimonio illustrato.
E magari il progetto, nato in emergenza, si sarebbe trasformato in un festival, da ripetere ogni primavera per un mese o due, sfruttando l'ormai acquisita capacità dei ristoratori di allestire e disallestire dehors di design e di qualità, sulla progettazione dei quali non si sarebbe disdegnato della collaborazione di giovani e talentuosi studi d'architettura della città e di bravi paesaggisti per il verde temporaneo.
Roma sarebbe diventata la destinazione assoluta di questa estate per il semplice fatto che a Roma si sarebbe potuta svolgere una esperienza unica e irripetibile. Non ci sarebbe stato più posto per i jet privati a Ciampino: fidatevi! 

Ma tutto questo non fa parte della visione della città; questa non è la visione dei gretti commercianti che invece di progettualità avanzate capaci di far svoltare hanno chiesto (e ottenuto) solo "apride la Ztl, fade endrà ee maghine" e non è neppure la visione dell'amministrazione che ha nei posti chiave dello sviluppo economico personaggi della caratura di Andrea Coia e Carlo Cafarotti, che sarebbero largamente inadeguati ad occuparsi del commercio e del turismo di Colleferro, figurarsi di Roma che è una delle città più turistiche, complicate e di gran lunga la più bella del mondo.

E quindi a Roma si è deciso non solo di non essere innovativi, non solo di fare come si è sempre fatto senza applicarsi a livello creativo e ideativo, ma di andare addirittura indietro di 40 anni eliminando la Ztl che in parte proteggeva il centro e riempiendo l'area protetta dall'Unesco - che purtroppo tace - di traffico puzzolente e pericoloso durante il giorno e di squallido deserto durante la notte. Senza un racconto, senza un progetto, senza una visione che sia una. 

“Never waste a good crisis” diceva Winston Churchill. “Mai sprecare una buona crisi”. E’ quello che stiamo facendo, è quello che ormai abbiamo già fatto, ed è imperdonabile. Un errore mostruoso mescolato ad altri errori mostruosi da parte di una amministrazione semplicemente raccapricciante.

La delibera che sospende la Ztl fino ad agosto è impugnabile e va impugnata

2 giugno 2020
Lo abbiamo scritto sino allo sfinimento in questi giorni: come risposta all’emergenza sanitaria tutte le città del mondo, da Londra a New York, da Madrid a Milano, da Atene a Vilnius hanno applicato una strategia molto semplice: più spazio alla ciclabilità, più spazio alla pedonalità e libertà di trasformare strade e piazze in salotti con tavolini per scongiurare la morte dell’industria della ristorazione. 
E’ incredibile come queste contromisure siano state così straordinariamente omogenee ed è incredibile come l’unica città a non allinearsi sia stata Roma. Senza vergogna.

Non solo Roma sui tavolini all’aperto ha approvato una sorta di delibera-truffa che, a causa di un caotico meccanismo di silenzio assenso a tempo e di forsennati paletti inderogabili, genererà un contenzioso ventennale tra operatori e amministrazione, ma per quanto riguarda la mitigazione della presenza di auto in città si è superata: mentre tutti sono intenti a pedonalizzare i loro centri storici (l’ultima notizia di oggi riguarda Palermo!), cosa cosa fa? Apre la Ztl. Torna indietro di trenta o quarant’anni e permette fino a tutto agosto (ma questi sono i tipici provvedimenti che restano “transitori” per anni all’insegna di una nuova normalità sbardelliana che Raggi ha sempre perseguito) a qualsiasi autovettura di invadere il centro.

Una scelta semplicemente farneticante. Tutti sanno che in centro storico non ci sono posti auto dunque far entrare le auto significa automaticamente - automaticamente! - autorizzare migliaia e migliaia di cittadini alla sosta selvaggia sui marciapiedi, sui percorsi pedonali, nelle isole pedonali, nelle piazze storiche. Una scelta imbarazzante anche perché effettuata non in nome di una pianificazione e di una strategia, ma semplicemente dietro pressione di quattro o cinque aggressivi commercianti del centro convinti - ingenuamente - che maggior caos, puzzo, inquinamento, ingorghi, incidenti e pericoli possa portare loro maggior affari.

Ovviamente per i commercianti sarà un suicidio, ma loro non lo capiscono: non ci sono mai arrivati e non hanno la struttura intellettuale per farlo. Ecco perché esistono le amministrazioni: per dire qualche no quando è necessario, a beneficio in primis di chi subisce il diniego. 

Trasformare strade e piazze in salotti a cielo aperto chiudendo anche temporaneamente delle aree e concedendo ai ristoratori di maggior qualità di servire da mangiare e da bere nei più bei contesti barocchi del mondo sarebbe stato un racconto capace - da solo! - di rilanciare turisticamente oltre che economicamente il tessuto commerciale della città e la sua immagine del mondo. Ci sarebbe voluto pochissimo: una clamorosa campagna di comunicazione milionaria ma a costo zero. E invece si apre la Ztl alle auto h24. Viene voglia di urlare dalla rabbia!

Ovviamente, come tutte le scelte forsennate e dannose di questa amministrazione, anche questa viene effettuata senza che l’opposizione apra bocca. Non esiste nulla da questo punto di vista. Ma la cosa che fa specie è che non esiste nulla neppure nelle associazioni. Dov’è l’Associazione Residenti del Centro Storico? Dov’è Italia Nostra? Dov’è il Codacons? Tutti ancora impegnati a lottare contro la cappa troppo alta del Mc Donald’s di fronte al Pantheon? Dove sono i partiti di opposizione? Dove sono gli ambientalisti della città che si trovano al cospetto di un atto di una violenza culturale mai vista che divarica ancora di più la distanza tra la nostra città e tutte le altre città occidentali?


La delibera con cui la sindaca ha approntato l’apertura della Ztl è fragile come un castello di carte: basta leggerla. Casca a terra con un soffio tanto è inconsistente e ingiustificabile. Basta non un ricorso, bensì mezzo ricorso. Semplicemente perché la Ztl è nata per determinati obbiettivi e non è possibile - proprio non è possibile! - utilizzarla come dice la delibera come strumento di sedicente sostegno commerciale ad alcune categorie a svantaggio di altre; poi è un danno per i residenti; poi è un disastro a livello erariale perché mette in discussione coloro che per entrare in Ztl hanno pagato e che si vedranno ledere il loro diritto o, nella migliore delle ipotesi, si vedranno prorogare il loro titolo con un danno per le casse del Comune.

Insomma un disastro mostruoso che però crolla con una spintarella. Esiste una realtà associativa degna di questo nome in città capace di bloccare questo autentico scempio o non ce n’è manco una?

Volevo regalare l'app per le spiagge libere al Comune, manco mi hanno risposto

1 giugno 2020

In attesa di comprendere quanto è stata pagata l'app (che non è un'app ma solo una webapp) Seapass dal Comune di Roma e se riuscirà a funzionare, pubblichiamo volentieri una testimonianza di un ingegnere romano e della sua curiosa circostanza.


 In questo periodo di semilibertà un po per studiare nuove tecnologie un po per provare a fare qualcosa di utile decisi verso fine Aprile di scrivere una web app dedicata appunto per la gestione degli accessi alle spiagge libere.

Forse senza crederci troppo, ma notte dopo notte, week end dopo week end bhe l'applicazione era finita.

Soddisfatto di me stess, mi occorre la cosa più importante: il cliente!

Sono romano di nascita, non mi posso muovere per motivi di controllo, allora propongo al Comune di Roma X Municipio la mia idea. Forse ci impiego di più a scrivere la mail che metà del progetto della web app!

Comunque preparo questa benedetta mail e la mando via PEC.
Che giorno era, vi chiederete. Era il 20/5/2020 e lo stesso giorno ricevo la conferma della ricezione ricevuta Automatica di Protocollo Numero: CO/2020/0048729

Il 21, il giorno successivo, ho poi scritto anche a anna.contu@comune.roma.it avendola identificata come persona in grado di poter valutare la mia proposta.

Questa maledetta quarantena non deve avergli permesso di rispondermi...
Continuo a sistemare la mia webApp, cerco contatti, provo a scrivere anche ad altri comuni ma niente... 
Tutto questo fino al 27 quando stupido ascolto la fantastica idea della Sindaca.

Sempre il 27 scrivo all'ufficio della Protezione Civile di Roma per capire cosa sia successo. Questo inoltra la mia mail per competenza 
Municipio 10 <municipio.10@comune.roma.it>,
Giuliana Dipillo <giuliana.dipillo@comune.roma.it>  
ma la quarantena è ancora persistente e anche qui nessuna risposta.

Demoralizzato e tanto deluso, per due giorni chiudo il PC e mi arrendo.

Leggo articoli ed alla fine quando riesco a vedere l'app capisco che questa fantomatica app è identica - identica! - alla mia idea: decido di alzare la testa e farmi valere. Ecco perché ho scritto qui. 
Anche perché la mia webapp è sicuramente una migliore ed ha tante altre funzionalità che questa Seapass onestamente se le sogna.
A quanto l'avrei ceduta al Comune? Non l'ho indicato nella PEC, ma la mia intenzione era chiedere solamente un rimborso spese: 500€.
Francesco Maria Tripodi

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