Quella dei mercati rionali romani è la sfida più affascinante che una amministrazione può trovarsi innanzi in questo contesto. C'è il tema della buona educazione, dell'artigiano, dell'agricoltura nella città che è o dice di essere il primo comune agricolo d'Europa. C'è la questione della salute dei cittadini, delle aree di aggregazione, del riequilibrio del commercio nel cuore della città rispetto agli acquisti nei grandi centri della GDO fuori città. C'è un generale la faccenda annosa del commercio ambulante, oggi più che mai attuale. Anche questo tema, cruciale per lo sviluppo, il benessere, l'economia, il turismo (perché c'è anche questo) è stato affrontato nella maniera più cialtroneggiante possibile, soprattutto senza costrutto, senza visione prospettica, senza alcuna lungimiranza, con una banalità da far cascare le braccia.
Il tutto ovviamente presentato - ieri in conferenza stampa - come grande lavoro di gruppo, come sfiancante impegno amministrativo, come rivoluzione civile. In realtà, purtroppo, fuffa. Tanto i cittadini ci credono e tanto i giornali (nessuno escluso) riportano tutto quanto in maniera acritica. Magari aggiungendo qua e là qualche "svolta" o qualche "rivoluzione". La rivoluzione, come accade molto spesso in questi mesi, è in peggioramento. Al di là del provincialismo più bieco ("facciamo come Barcellona") o della retorica dei posti di lavoro per i giovani e del "trasformiamo qualche box in centro informativo o in sportello pubblico" (!?) nessun documento del famigerato piano di rilancio dei mercati è stato divulgato ufficialmente. Si è anticipato qualche elemento, peraltro patrimonio anche delle passate amministrazioni: aumentare gli orari di apertura, consentire ai banchi di fare somministrazione, gestire i banchi vuoti. Linee guida generiche a dir poco. Cose che si dicono da 10 anni mentre da un'amministrazione così dirompente ci si aspetterebbe innovazione spinta. Ad occuparsi della partita Leonardo Costanzo, braccio destro dell'assessore Meloni, persona onesta e lontana dalle ridicole ideologie pentastellate ma privo di competenza specifica sul tema (e se non hai competenza ti fai governare dalle associazioni di categoria) e di visione complessiva. Il tutto ovviamente all'insegna della arcinota ipocrisia comunale tipica della macchina amministrativa capitolina. Un esempio? Ti dico che ora lavoro per farti fare somministrazione ma intanto il regolamento cittadino sulle canne fumarie (risalente al 1932) vieta le cappe a carboni attivi che sono lo strumento indispensabile che ti consentirebbe di farlo. Ed è giusto per dirne una. E quindi giù a presentare nuovi progetti che però non hanno alcun senso se non accompagnati da una organica e amplissima riforma della burocrazia circostante e degli anchilosati regolamenti sovente risalenti all'inizio dello scorso secolo. Altra ipocrisia? Quella dei soldi. Per risistemare lo scandalo dei mercati romani (70 aree di cui una schiacciante maggioranza non a norma) servirebbero secondo alcuni studi effettuati anni fa tra i 100 e i 150 milioni almeno. Il comune ne stanzia 4 (quattro) per 15 aree. Fate voi le divisioni e capite che i soldi destinati non potranno avere nessuna efficacia, se non quella sull'aumento senza dall'altra parte nessun beneficio del debito comunale che andranno a pagare i nostri figli. Ma poi come fa l'amministrazione a fare progetti in strutture commerciali che non sono a norma e che non potranno esserlo con interventi da pochi spiccioli? Aumentare l'orario? Concedere la somministrazione? E se qualcuno si fa male nei nostri mercati favelas? E se qualcuno si intossica? I mercati richiedono milioni e milioni di investimenti e anche di avere il coraggio di attivare finanza di progetto (come per il Mercato Testaccio ad esempio, che infatti è un caso di successo), solo che di questo nel mitico piano non si parla. Anzi guai agli investimenti dei privati, meglio investire 4 milioni di soldi pubblici.
Ma entriamo nel concreto. Perché pensiamo che il progetto pentastellato sui mercati non sia efficace? Perché pensiamo che non abbia visione d'insieme? Perché pensiamo che sia l'ennesimo spreco e l'ennesima occasione sprecata? Innanzitutto perché consideriamo le centinaia di banchi vuoti oggi nei mercati rionali come una opportunità oltre che come un problema. Vanno viste come moneta di scambio, lo sono, possono esserlo. Moneta di scambio per chi? Ma naturalmente per riequilibrare il mondo allucinante dell'ambulantato romano. I box vuoti nei mercati rionali (assieme alle licenze taxi, alla realizzazione di chioschi fissi sia dentro che fuori le aree verdi) sono la merce di scambio ideale per convincere\obbligare gli ambulanti - anche sfruttando la normativa Bolkestein - ad abbandonare piazze, aree storiche e marciapiedi. Non capire questo significa o non aver compreso la necessità assoluta di mettere insieme due problemi per fare una soluzione (l'unico modo per salvare la città in maniera virtuosa) oppure non avere la volontà politica, neppure di medio periodo, di ridurre le bancarelle in giro per la città. In ogni caso è un danno enorme che pagheremo per decenni, che pregiudicherà la risoluzione di problemi annosi.
Come se non bastasse la partita prevede, come piace ai 5 Stele, spesa pubblica. 4 milioni sono pochi ma sono 4 milioni. Non si capisce perché debbano andare su aree che sono commerciali e che dunque, se ben gestite, possono generare risorse e economie per essere poi reinvestite. E' giusto che un banco di mercato paghi 100 euro al mese di affitto e poi benefici pure di interventi e investimenti pubblici pagati da tutti mentre sulla stessa strada, magari di fianco, magari di fronte, magari con le stessa metratura un negozio paga di affitto almeno 10 volte tanto? Nessuno pensa che un banco di mercato debba costare come un negozio normale su strada, ma neppure dieci volte meno santo iddio, e con i piccoli aumenti che si possono applicare si devono ricavare organicamente le risorse per la riqualificazione dei mercati senza dover far ricorso a denari pubblici sottratti da altre partite. Il modello è il solito che sta dietro al surreale bando per il Farmer's Market di Circo Massimo, pubblicato qualche giorno fa. Un progetto che obbliga il gestore a pagare una certa cifra, bassissima, al Comune; che impedisce rialzi (dunque se qualcuno vuole offrire di più dando più denari al Comune non può farlo); che ha criteri blandi e banali sulla qualità e che intima - manco fossimo a Cuba o in Corea del Nord - il gestore che dovesse fare degli utili a girarli all'amministrazione.
Con questa mentalità vetero sovietica non solo non si riqualificano i mercati, ma si affossa ulteriormente - semmai fosse possibile - la città, i suoi cittadini, i residui talenti che sono rimasti e ogni rimanente speranza di un futuro fatto di dignità, evoluzione e qualità.
***aggiornamento: con queste nove pagine tra falsità e strumentalizzazioni Simona Laing è stata licenziata in tronco il 31 marzo 2017*** La vicenda di Farmacap è incredibile e emblematica a tal punto che, pur essendo l'argomento molto spinoso e difficile da spiegare, abbiamo provato a farlo in tempi non sospetti: lo scorso settembre, quando l'amministrazione Raggi ancora non si era di fatto formata (beh come oggi, del resto). In quel lungo articolo di settembre 2016 raccontammo cosa era successo negli anni precedenti in Farmacap. Roma ha una rete di farmacie comunali, questa rete di farmacie invece di guadagnare soldi come fanno tutte le farmacie del mondo ne perdeva, e molti. Marino voleva vendere tutto, l'assessore Francesca Danese lo convinse almeno a provarci. Arrivò (previo selezione con curriculum, come usava ai tempi di Marino) una manager dalla toscana, Simona Laing, e le cose cambiarono radicalmente. Orari di apertura adeguati, si prese a lavorare anche in agosto, personale che stava a scaldare la sedia mandato a erogare servizi sociali (come il Recup), acquisti di merce intelligenti con risparmi enormi, badge ai dipendenti per controllarne il lavoro e gli incassi, inchieste partite sui tanti dipendenti che rubavano soldi e farmaci (ecco il motivo per cui l'azienda perdeva), licenziamento di alcuni dipendenti infedeli e molto molto altro. Risultato? Azienda in utile, efficienza alle stelle, passaggio dagli ultimi ai primi posti della classifica. E' la storia tipica dei due anni folli dell'epoca Marino, ne abbiamo parlato anche per quanto riguarda Acea, ovvero l'unico periodo in cui qualcuno ha davvero creduto che i carrozzoni municipalizzati, lasciati in pace da tutte le giunte purché creassero soldi da lucrare e consenso da drenare, potessero essere risanati in maniera onesta e seria. Ovviamente questa cosa ha dato fastidio a molti. Forse a tutti. Naturalmente ai dipendenti, che non hanno capito che qualcuno stava invece salvandoli dal fallimento; naturalmente ai sindacati (cosa c'è di più ottuso al mondo?) che però forse negli ultimi giorni stanno capendo che il gioco potrebbe schiacciare in primis i lavoratori; e naturalmente alla pessima politica di cui il Movimento 5 Stelle è alfiere dal primo momento in cui ha messo piede in Campidoglio. Quando scrivemmo di Farmacap nel 2016 il nostro articolo si chiudeva con un auspicio: speriamo che le trasformazioni dell'azienda vengano sostenute e affiancate e speriamo che il Movimento 5 Stelle non faccia pasticci anche qui. Purtroppo le speranze sono state vane. Dopo gli arresti del precedente commissario (che si era scontrato moltissimo con la Simona Laing), l'amministrazione invece di nominare un normalissimo consiglio d'amministrazione (visto che l'azienda ormai era stata risanata) ha nominato un altro commissario. Ci ha messo le manine l'assessore al bilancio Mazzillo, e da lì è iniziato il panico. Innanzitutto a quanto riportano stampa e voci l'attuale commissario di Farmacap è stato consulente e ha lavorato, pagato con fior di parcelle, per Federfarma. Niente di illecito, ma è opportuno mettere a capo delle farmacie pubbliche che grazie al loro recupero di efficienza stanno facendo una dura concorrenza a quelle private, un consulente dell'associazione di categoria proprio delle farmacie private? Boh... Il nuovo commissario ha iniziato subito a fare qualsiasi cosa per cercare di liberarsi della Laing. I bravi manager (i pentastellati lo hanno dimostrato alla grande sia in Ama che in Atac) non stanno simpatici al Movimento grillino e devono essere allontanati in tutti modi. Più o meno leciti. La pressione del commissario si è modulata su vari fronti, a monte di tutto l'ideologia pentastellata dietro la quale si nascondono solitamente interessi, clientele, voti di scambio, stupidità e impreparazione. L'ideologia dice cose tipo: le farmacie comunali non devono essere commerciali, non devono fare utili, non devono stare in salute economica. Tra aziende in utile e aziende in debito evidentemente i grillini prediligono queste ultime: pagano i cittadini, ma almeno non ci spovchiamo le nostre nobili manine con cose troppo commevciali... Ma vediamo i tre punti principali sui quali il direttore generale Laing è sotto attacco da parte del Movimento 5 Stelle: 1. il personale infedele La Laing aveva cacciato via i dipendenti ladri. Gente che aveva rubato (rubato!) all'azienda centinaia di migliaia di euro (ci son fior di filmati, serve a poco aspettare il terzo grado di giudizio), il commissario sta brigando in maniera bizzarra (in combutta con i sindacati) per reintegrarli e sospendere i sacrosanti provvedimenti cavillando su competenze e burocrazie. Basterebbe solo questo a qualificare l'azione del commissariamento promossa da Mazzillo: anche qui un'ennesima restaurazione delle pratiche alemanniane, o veltroniane, o rutelliane. Non dimentichiamoci che Marino fu cacciato via due giorni dopo aver compiuto l'atto dirompente dei primi licenziamenti in Ama di personaggi assunti nell'ambito di parentopoli. A Roma se qualcuno nel pubblico licenzia incapaci e disonesti è atrocemente sovversivo visto che, se applicato erga omnes, il suo provvedimento potrebbe riguardare per estensione migliaia e migliaia di impiegati e funzionari. 2. il bilancio da taroccare Dopo secoli di ruberie e debiti vidimati da giunte di destra e di sinistra, grazie alla giunta Marino e all'ex assessore Francesca Danese Farmacap può chiudere il 2016 con un utile di bilancio e un aumento considerevole della liquidità. Al commissario e all'assessore Mazzillo la cosa non va bene: Farmacap deve restare in deficit, bisogna aggiustare il bilancio affinché la società risulti non in salute, una roba da Procura della Repubblica e speriamo che qualcuno ci vada. Non dimentichiamo che il bilancio è stato approvato e stra approvato dai revisori dei conti a fine febbraio. C'è un documento ufficiale a riguardo che Roma fa Schifo ha avuto modo di visionare. 3. il business e l'approvigionamento Le farmacie sono aziende singole. Al massimo un imprenditore può avere due, tre farmacie. Farmacap ne ha più di quaranta e dunque un potere contrattuale enorme nei confronti delle case farmaceutiche: questo significa poter spuntare prezzi di favore per gli approvvigionamenti. Laing ha sfruttato questo potere che fino a ieri era lasciato in abbandono e sta attualmente comprando farmaci ai prezzi più bassi in Italia. Il magazzino di Farmacap dunque è oggi un luogo dove tutte le farmacie comunali (e anche qualche farmacia privata) può approvvigionarsi contribuendo ulteriormente al benessere economico di una società pubblica. Ovviamente il commissario vuole chiudere il magazzino benché questo modello sia la leva strategica di tutte le migliori reti di farmacie pubbliche in Italia. Ma secondo il commissario questo, che è l'operatività standard di tutte i network di farmacie comunali, è "traffico di medicinali".
Come tutti i problemi complessi sui quali i pentastellati hanno messo le mani in questi mesi, anche questo si è trasformato in una "farsa". Non lo dice Roma fa Schifo, bensì una lettera ufficiale dei sindacati aziendali di Farmacap. Cosa succederà nei prossimi giorni? Una esperienza amministrativa di alta qualità e con risultati insperati verrà valorizzata o si continuerà a brigare per favorire clientele, prepotenze, sindacati, dipendenti infedeli e continuare a mortificare il pubblico a favore del privato?
La Polizia Locale ha ritirato 16 patenti di guida e comminato 10mila euro di contravvenzioni per ingressi fraudolenti, in retromarcia e contromano in ztl. Il comunicato era molto enfatico, noi abbiamo provveduto a sgonfiarlo perché - oltre che enfatico - era un po' patetico: un fenomeno che si ripete con cadenza da una-macchina-ogni-minuto sanzionato con 16 multe in ben due settimane, onestamente ci è parsa una presa in giro. Una presa in giro che però è servita a fare due ragionamenti: seppur in maniera omeopatica la Polizia Locale ha messo gli occhi su un problema annoso e isolato; e questa cosa ha destato anche i giornali. Il Corriere della Sera, ad esempio, a valle di quel comunicato si è messo a fare il suo mestiere (uh!) ed è andato a vedere con i propri occhi cosa succede. Ne è emerso che in un solo varco (su 25, anche se i punti di accesso non corrispondono ai soli varchi telecamerizzati ma sono purtroppo molti di più), quello di Via Giulia, entrano auto in maniera truffaldina al ritmo di una ogni 3 minuti. Altro che 16 patenti ritirate in due settimane... Per la rubrica "noi ve lo avevamo detto" siamo andati a rivederci i nostri filmati sul fenomeno e ci siamo presi un colpo quando ci siamo accorti a che anni risalgono. Abbiamo insistito molto su questo fenomeno in anni passati e poi ci abbiamo rinunciato, se andate sul nostro YouTube trovate documentazione (seppur con firmati girati coi vecchi telefonini dell'epoca) di questo malcostume odioso e pericolosissimo risalente all'epoca preistorica degli Anni Zero del Duemila. I primi video risalgono a esatti esatti 9 anni fa: primavera 2009. L'ultimo video è del 2014. Poi ci abbiamo rinunciato. Basterebbe solo un'analisi di questi filmati, disponibili a tutti pubblicamente, per capire che il problema, oltre che per i varchi, riguarda decine di strade che portano dentro alla Ztl contro mano. Dove grazie ad un arredo urbano traballante tutti si sentono in diritto di infilarsi. Da Via del Viminale a Via dell'Oca, da Via Brunetti a Via del Cefalo. Senza dimenticare le Ztl di Testaccio, di San Lorenzo o di Trastevere, staccate rispetto a quella centrale. Qui sotto solo una piccola selezione di filmati. Molti altri sul nostro profilo YouTube ormai diventato autentico archivio storico delle malefatte cittadine e della zero volontà politica di sanzionarle e interromperle.
Il titolo in Borsa ieri ha volato ben oltre il 3%, gli utili netti del 2016 sono stati pari a 262 milioni e sono cresciuti del 50%, l'ebitda è addirittura vicino al miliardo di euro! Naturalmente salgono anche i dividendi proposti dal CdA: 0,62 euro per ogni azione. Insomma Acea ha chiuso, nell'atroce 2016, il suo anno migliore in assoluto. Il tutto, come spiega la presidente Catia Tomasetti, è frutto di un lungo lavoro di tre anni per efficientare la macchina, tagliare gli sprechi e, chissà, magari anche le clientele. Insomma è la cura Marino, quel sindaco marziano e pazzoide che decise ad un certo punto che le municipalizzate romane (Acea, ma soprattutto Ama e Atac) dovevano servire per fare soldi e per dare servizi di qualità e non per alimentare clientele e ruberie. Dovremo esserne tutti contenti: Acea è una grande azienda romana, i dividendi sono un tesoretto insperato nelle casse del Comune, e se una grande azienda va bene va bene tutto l'indotto e il territorio circostante, specie se si tratta di una grande azienda con milioni di utili, con migliaia di dipendenti e con centinaia di milioni di tasse pagate. Il tutto nella città che punta la propria economia sulla pizza a taglio e il bagarinaggio. Dovremmo essere contenti ma non lo siamo mica tanto. Il benessere di una grande azienda solitamente si riflette sul benessere di tutto quello che c'è intorno, ma per quanto riguarda Acea così non è. Ci piacerebbe, se fosse onesta intellettualmente, che Acea, investendo solo uno zerovirgola di tutti i suoi utili, commissionasse uno studio, una ricerca seria per analizzare quanto è l'ammanco all'economia reale della città dovuto e diretta responsabilità dell'assurda gestione Acea ad esempio sulle utenze commerciali. Aprite un negozio, un bar o, peggio, un ristorante. E provate a dover avere a che spartire con Acea, con le lancinanti ditte che lavorano per suo conto. Poi fateci sapere cosa ne pensate del fatto che Acea ha fatto un anno di boom. Mesi e mesi ad aspettare il nulla, nel frattempo paghi stipendi, affitti e mutui e la tua attività commerciale non può partire perché la società che lavora "per conto di Acea" impiega 3, 6 o 9 mesi per cambiarti la portata dell'impianto elettrico. Certo poi qualcuno ti fa capire che se "offri un caffè" le procedure possono ridursi decisamente. Ovviamente è impossibile dimostrarlo ed è anche difficile avere testimonianze dirette da parte di esercenti, imprenditori e ristoratori. Più per paura che per omertà. Tra l'altro gli episodi di corruzione, che ci sono, non riguardano mai direttamente Acea ma sempre le pletora (la Roma economy) di micidiali mini società che lavorano per Acea e realizzano l'ultimo miglio del lavoro. E mentre Milano, Firenze, Bologna si riempiono di nuovi format commerciali e di giovani che con la loro voglia di provarci hanno portato su il PIL italiano nel 2016, a Roma l'imprenditoria ripete una nenia sempre uguale "siamo pronti, ma aspettiamo Acea". E molti, stufi di sentire i colleghi lamentarsi, neppure ci provano più, neppure partono, neppure la affrontano la battaglia. Il problema non sono le centinaia di imprenditori che subiscono il disagio, il problema sono le migliaia di imprenditori che, sapendo che girano disagi, neppure iniziano l'iter. Ma i problemi non si fermano neppure per quanto riguarda le utenze private. "Abbiamo raggiunto questi risultati grazie alla digitalizzazione" dice Catia Tomasetti. Senza conoscere o forse conoscendo la quantità di operazioni che ancora gli utenti finali sono costretti a fare di persona, perdendo secoli di tempo, giorni di lavoro, produttività in fumo che impatta sulla città. L'auspicio è che gli incredibili utili che quest'anno Acea si è portata a casa servano anche come investimento per migliorare le procedure, le lentezze, le burocrazie che oggi impattano come un macigno, come un tappo, come una palla al piede sulle speranze di sviluppo commerciale e imprenditoriale della città. Una multiutiliy deve essere il boost alle ambizioni di un territorio, non un freno.
Tantissime, dilaganti, ma invisibili. Le vele pubblicitarie invadono silenziosamente la città. Sono dovunque, ma non ne parla nessuno. Muovono un sacco di soldi, ma sottotraccia: il modo migliore per fare business. Non sono legali ma non sono neppure illegali perché per quel che le riguarda le norme sono confuse ed è facilissimo eluderle standosene al confine tra illegalità e perfetta legalità magari sfruttando quell'alea di non detto presente nelle leggi. Se vai sull'Appia o su altre consolari trovi interi parcheggi dedicati a questo genere di veicoli. Sconfinati ettari di furgoni dotati di vela. Gli spazi pubblicitari vengono venduti e i mezzi partono. Non potrebbero fermarsi mai, ma lo fanno tranquillamente. Spesso lo fanno (vedi foto) proprio di fronte a altri cartelloni pubblicitari (cornuti e mazziati) ancor più spesso davanti a monumenti, aree verdi, modificando il panorama. Perché succede in maniera così vasta. Perché ci siamo abituati come se fosse normale? Perché la industry di settore non si fa sentire a riguardo? Se solo qualcosa di lontanamente paragonabile succedesse a Londra, a Parigi o a New York ci sarebbe una sollevazione da parte di chi, pagando fior di tasse e oneri all'amministrazione, gestisce l'impiantistica pubblicitaria "regolare". Ma a Roma non è così e così non può essere. In attesa di una riforma della pubblicità esterna - che l'amministrazione Marino aveva instradato e quasi concluso e che l'attuale amministrazione sta insabbiando con tutte le armi proprie della vecchia politica clientelare e meschina - il settore è abbandonato e preda della peggiore imprenditoria che si possa immaginare: tra ditte e comune il compromesso è rigorosamente al ribasso. Io Comune non ti chiedo nulla, non ti controllo, non ti rompo le scatole, non ti faccio le pulci sugli abusi, tu ditta non pretendere di poter fare il tuo business in un contesto sano. Esattamente il contrario di ciò che crea qualità, affari puliti e riqualificazione. In questo contesto stanno le vele pubblicitarie, sempre di più, sempre più squallide, sempre ferme in sosta selvaggia, con inserzioni sempre più mediocri (siamo finiti ai supermercatini di quartiere o ai negozi di alimenti per animali da compagnia, esercizi commerciali che sono a Roma si rivolgono alla pubblicità esterna e che dovunque in occidente si pubblicizzano esclusivamente su web e su carta tra l'alto sostenendo l'attività editoriale di aziende che qui da noi sono fallite da una vita). Una dimostrazione plastica di come un settore lasciato sgovernato e in mano ad una imprenditoria pessima porti conseguenze non solo sul settore stesso, ma anche in tutti gli ambiti adiacenti: la non sistemazione della pubblicità esterna priva la città di un moderno schema di bike-sharing, impedisce la presenza di toilette pubbliche automatiche, rende le strade più sicure, alimenta la presenza del fenomeno delle vele pubblicitarie che, in presenza di un serio gestore dell'impiantistica esterna, nella migliore delle ipotesi resterebbero posteggiate sull'Appia... Forse l'amministrazione non si rende conto che sfregio sta facendo alla città (e che regalo alle lobbies) nell'insabbiare la riforma dell'impiantistica pubblicitaria.
Purtroppo dobbiamo sottolineare che, dopo un anno di relativa calma forse dovuto alla presenza dei militari in quota Giubileo della Misericordia, le borseggiatrici stano tornando alla stazione Colosseo e stanno riprendendo possesso di tutta l'area in maniera - loro sì - militare.
Questa volta in modo talmente sfacciato che è quasi imbarazzante documentarlo: ben 8 donne adulte facilmente riconoscibili malgrado i sempre più raffinati travestimenti si aggirano tranquillamente nella banchina senza salire mai su alcun treno. Ad un certo punto sono più loro che i passeggeri in attesa. E' incredibile constatare come in tempi di allerta terroristica, con l'area esterna alla stazione presidiata da autentici check point e autoblindo, sotto alla metro, appena la responsabilità passa ad Atac, lo spazio comune possa trasformarsi in terra di nessuno depredata dalla malavita, più odiosa e criminale. A tutto danno della prima risorsa economica della città: il turismo. O ciò che ancora ne rimane...
Che il Municipio XIV sarà l'emblema (uno degli emblemi?) del naufragio della combriccola grillina a Roma si è già ampiamente
scritto e capito, che questa esperienza ridicola e peracottara costituirà l'epitaffio alle parole del buon Beppe è cosa imminente. Inutile ripetere
e ribadire le storielle (qui tutta la copertura possibile e immaginabile) di questa cricchetta di azzeccagarbugli
professionisti quasi sempre senza reddito prima di essere miracolati
nelle ultime elezioni, capeggiati dal prode presidente Alfredino Campagna, il
compagnuccio ripetente delle superiori di Andrea Severini in Raggi: quello assunto in Atac dal collocamento su chiamata diretta divenuto
all'ultimo concorso capotreno; quello che che sotto elezioni nell'unica
intervista rilasciata non si ricordava la terza cosa da fare nei primi 100
giorni, le altre due nel frattempo le abbiamo dimenticare noi data
l'inettitudine della sua giunta di Assessori con dominus l'okkupatore di professione Drakula
Maggi. Tutto ed il suo contrario di nullità assolute in ormai 9 mesi
di non governo (ma in alcuni casi anche di danni ben quantificabili) tra cui la nomina imbarazzante e riteniamo illegittima
dell'Assessore Menna all'urbanistica e lavori pubblici, socio nello
studio a+4 del buon geometra Salamone a sua volta Presidente della medesima
Commissione. Insomma tutte le pratiche urbanistiche del Municipio messe in mano ai due soci di uno studio professionale che si occupa, sul territorio, di pratiche urbanistiche. Subito da noi stanato, coperti dal ridicolo Alfredino e
compari, hanno fatto spallucce e Menna è dovuto correre dal notaio a
cedere le sue quote societarie alla moglie ed al suocero, intanto i
grillini municipali negavano facevano quadrato, facevano quadrato e
passava l'estate. Dovette intervenire la commissione Trasparenza che scrive a
Cantone ed al Segretario Generale del Comune per avere dei pareri.
Cantone manda le carte in procura, Alfredino legge solo l'ultima riga
e tira dritto, aspetteremo gli eventi. Speriamo presto. Ancora non abbiamo capito
come si sia espresso il Segretario Generale del Comune e soprattutto
se l'abbia fatto. Ma a parte l'inopportunità della nomina ed il
ridicolo coprire un incarico illegittimo, nessuno avrebbe mai pensato
che la storiella così triste dell'Assessore all'Urbanistica Menna
del XIV facesse addirittura scuola tra i grillini. E infatti chi ti nomina la
Raggi come suo Assessore all'urbanistica al Comune? Ma ovviamente Luca Montuori, architetto
con studio professionale super attivo in Roma. Bravo, per carità, ma costretto a correre in cerca di notaio per cedere le
quote della sua società di progettazione... Tanto ormai la credibilità della città è azzerata e non ci sono probabilmente neppure i margini per peggiorare ancora, per danneggiare ancora la nostra immagine, per far fuggire ulteriormente gli investitori. Invece di sistemare le pratiche assurde del "Municipio della Vergogna", hanno mutuato quelle pratiche e le hanno utilizzate in comune. Oltre ogni assurdità...
Sono Maura S., giornalista pubblicista trapiantata nella Capitale dalla Lombardia (amavo questa città, prima di venire a viverci!). Vorrei segnalare un malfunzionamento presso l'Ufficio Postale di Roma - Laurentina, Via di Tor Pagnotta, 4. Nell'area ritiro pacchi e raccomandate da oltre 1 anno non funziona il numeratore elettronico: i clienti devono ritirare un semplice tagliando di carta, come fossero in coda alla gastronomia, attendendo di essere chiamati a voce dagli impiegati. Allego foto del Dicembre 2015, nelle quali si vede chiaramente un primo AVVISO MANOSCRITTO Agli utenti, con tanto di data e timbro risalenti al 14.11.2015. Naturalmente quando l'ufficio è affollato, dato il numero degli sportelli (è un salone ampio, con almeno dieci sportelli e decine di clienti presenti nell'ora di punta) e la distanza delle sedie dove attendono i clienti, si genera una certa confusione e gli utenti stessi sono costretti a chiamare i numeri tra loro per verificare continuamente l'ordine di attesa.Pare per un verso quasi una commedia di Totò o Aldo Fabrizi, con scene tragicomiche e persone che stemperano l'attesa e il disservizio con risate amare. Gli impiegati fanno quel che possono, qualche volta con difficoltà. Regna comunque un senso di disordine. La cosa più curiosa e - per un verso - poco gradevole per un ufficio pubblico e per un servizio pubblico come quello delle Poste Italiane, è che questo guasto perduri dal NOVEMBRE 2015. Non stiamo parlando di qualche settimana, ma di oltre 1 anno. Il progresso che abbiamo notato io e mio marito, frequentando l'ufficio al pari di molti altri romani, è che l'altro giorno, 25.02.2017, il numeratore elettronico risulterebbe ancora guasto e si prosegue col sistema chiamata vocale e ritiro di tagliando cartaceo, con i consueti disagi per l'utenza. Tuttavia l'AVVISO ALL'UTENZA (è un progresso?) è stato reso SEMIPERMANENTE; con bell'avviso STAMPATO su foglio giallo, che detta istruzioni ai clienti e conferma la chiamata a voce. La domanda, se lecita è: ma Poste Italiane trova così gravoso - in termini economici ed organizzativi - provvedere alla riparazione o sostituzione di un numeratore elettronico del quale ormai si sono dotati anche il panettiere e il salumiere di borgata? Tale è la spesa da non poter essere sostenuta da un colosso finanziario come Poste Italiane? Dunque la successiva domanda, se lecità, è: può una città dove non si riempiono le buche stradali, dove i tombini killer e gli alberi killer mettono a repentaglio quotidianamente la vita delle persone, dove non si riesce a riparare un numeratore in un ufficio pubblico nonostante il decorso di un anno ... pensare ad ORGANIZZARE OLIMPIADI o PENSARE A REALIZZARE EX NOVO un'area urbana e uno stadio di calcio? Non andrebbe data priorità a quanto necessità di cura, senso civico e manutenzione? La domanda non è retorica. Maura
Certo che Stefano Costantini, nuovo capo della Cronaca di Roma di Repubblica, non deve poi lamentarsi se il suo giornale - come gli altri peraltro - continua a perdere clamorosamente copie vendute. Chi è disposto a comprare quotidiani che propugnano disvalori e diseducano al senso civico? Ma Repubblica, 40 anni fa, non nasceva esattamente su propositi e obbiettivi opposti rispetto a questo?
Parliamo dell'editoriale di oggi sulla prima pagina di Repubblica a firma Christian Raimo. L'argomento? Lo spot Atac contro l'evasione. Per carità, un prodotto video piuttosto scadente, girato malino, montato malino, recitato malino, ma l'Atac almeno ci ha provato. Ci ha provato eccome! Le corde che vengono toccate sono quelle corrette per una volta tanto che questa mossa forse è una delle pochissime mosse azzeccate, quanto a tono di voce e passo, dopo 9 mesi di amministrazione. Un incivile evasore entra nell'autobus, non timbra il biglietto, gli altri cittadini se ne accorgono e cominciano a insultarlo come sarebbe giusto che fosse, dopo un po' arriva il controllore che (invece di fare purtroppo la multa) gli fa chiaramente presente che sta facendo la figura del pezzente per 1,5 euro mentre una cittadina dall'altra parte dell'autobus gli dà del cafone. Magari non servirà a nulla, ma i toni sono corretti. E' proprio quello il punto: non solo sei un cafone se non paghi il biglietto, non solo stai facendo del male non al Comune o all'Atac ma ai tuoi concittadini, ma lo stai facendo per risparmiare una cifra ridicola. E il gioco non può valere la candela. E se ti comporti male chi ti circonda non deve coprirti o proteggerti come si usa pensare a Roma, ma deve emarginarti e additarti come si fa in tutto il mondo civile ed evoluto dove la gente non ha nella propria cultura (e nella propria religione, diciamolo) l'idea di girarsi dall'altra parte, di porgere l'altra guancia. Brava Atac, consigliata bene.
Ovviamente questa impostazione mentale manda su tutte le furie tutta una certa Roma perbenista, borghesuccia, finto intellettuale, molto interessata affinché l'atmosfera di lassismo e illegalità resti intatta nei secoli dei secoli, molto interessata affinché la distanza siderale tra questa e altre cità occidentali resti inalterata. Oggi questa mentalità malata e pericolosa, che non smetteremo mai di combattere, ha preso corpo in un editoriale firmato Christian Raimo sulla prima pagina della Cronaca romana di Repubblica. Secondo Raimo il filmato non funziona perché "non educa". Come se ci fosse bisogno di "educazione" per comunicare ai cittadini a non essere evasori. E' un po' come dire che non bisogna fare la multa a uno che sta in seconda fila, che passa col rosso mettendo al rischio la vita del prossimo, o che elude il fisco. Niente sanzioni: al massimo un po' di educazione. Nella squallida convinzione che chi si comporta male lo fa non perché è un paraculo ma perché è poco informato. Semplicemente ridicolo. Ma Raimo fa di più. Prende di fatto le difese dell'evasore ("è un furbacchione, mica un piccolo criminale", e invece è proprio un criminale. Eccome!) additando come "incattiviti giustizieri" i cittadini che nello spot lo condannano. Li considera, testualmente, dei "delatori". Scrive proprio così e il quotidiano Repubblica mette l'articolo in prima, senza vergogna apparente. Chi condanna un proprio concittadino perché si comporta male è un "delatore". Si tratta di un messaggio semplicemente devastante, profondamente italiano, ancor più romano. Si tratta dell'omertà che sta alla base della sottocultura micidiale che si è divorata questo paese. In questa città l'omertà, che più schiettamente stata rappresentata ad esempio in Sicilia con racconti collaterali alla criminalità organizzata (ma mica la mafia è criminalità, son furbacchioni o, come si dice oggi, furbetti), è resa con una espressione agghiacciante che sta nella testa, nel cuore (vabeh, cuore...) e nelle azioni di tutti i cittadini, anche di quelli che, pur non sapendolo, sono stati avvinghiati dalla mentalità dei Raimo. L'espressione è la seguente: chi se fa l'affari sua torna sano a casa sua. E' il pilastro su cui si basa il declino inarrestabile di questa città, il pilastro che noi da 10 anni cerchiamo di abbattere aprendo gli occhi alle persone. Il motivo per cui la gente che la pensa come Raimo quando ci incontra per strada ci sputa, letteralmente, in faccia. La non partecipazione, il menefreghismo, l'egoismo, il cinismo. Vedi qualcuno che non paga il biglietto? Statte zitto e fatte li caxxi tua che sennò sei un infame. Idem per quanto riguarda tutti gli altri comportamenti sbagliati. Mica ti vorrai trasformare in giustiziere, mica ti vorrai trasformare in delatore? Meglio farti gli affaracci tuoi: d'altro canto il tuo concittadino si comporta da perfetto incivile mica per cattiveria o dolo, nooo, lo fa solo perché non è responsabilizzato. Non è informato. Non è stata fatta sufficiente cultura per persuadere il povero cittadino a stare nelle regole. Insomma, è colpa dell'amministrazione. Questa mentalità atroce impregna la nostra città e contribuisce a trasformarla in quello che è. Cinica, omertosa, incivile, menefreghista, aggressiva. Mafiosa. Di più: questa mentalità impregna anche questa amministrazione: non dimentichiamoci che Raimo - se n'è vantato lui stesso - ha spinto per la nomina dell'assessore alla cultura (oggi Vicesindaco) Luca Bergamo, il quale lo ha ricambiato già con una poltrona, nel CdA delle Biblioteche di Roma. Adesso Luca Montuori, collaboratore di Bergamo, è assessore all'urbanistica. Il rischio, insomma, è che le metastasi di questo modo di ragionare a nostro avviso profondamene dannoso, che dovrebbe essere lavato via, continuino ad innervare una amministrazione che invece è stata votata per essere innovativa. Si passa invece dal rischio alla certezza quando si guarda alla professione di Raimo, la certezza è infatti (ma questo riguarda l'esperienza scolastica di quasi tutti noi in questa città, purtroppo) che impostazioni intellettuali spazzatura come questa finiscano a inquinare le menti giovani e facilmente influenzabili dei ragazzi delle scuole. Raimo, infatti, uno che scrive e pensa le cose che potete leggere qua sopra, è un insegnante di liceo. E non è un problema di Raimo che è uno e fa danni limitai, è un problema delle migliaia di persone (e di docenti della scuola pubblica) che la pensano come lui, che raccontano fandonie ai ragazzi delle scuole superiori perpetuando una pozzanghera di immondizia intellettuale che così non avrà speranza di asciugarsi mai e continuerà a diffondere i suoi effluvi fetenti in una città sempre più marcia a causa proprio di questo modo di approcciarsi ai problemi. Chiaramente per personaggi come Raimo la guerra alla civiltà e al senso civico è comprensibile (fu lui un anno fa, vi ricorderete, a spiegare ai salotti intellettuali romani che il problema della città era in realtà l'eccessivo tasso di legalità, proprio così!): se i cittadini romani dovessero diventare delle persone normali (la condanna civica, l'emarginazione e la reprimenda pubblica verso chi si comporta male e la sanzione da parte di altri cittadini ancor prima che dalle autorità è cosa normale in tutti i paesi evoluti, da Berlino a Londra questo succede, sempre. Altro ché delazione), personaggi folkloristici come Raimo smetterebbero all'istante di essere dei maitre à penser e verrebbero immediatamente ricondotti al loro reale valore. E magari dovrebbero trovarsi un lavoro più adeguato a chi ama diffondere idee folli, anti civile, anti sociali e profondamente diseducative.
La prima considerazione, a dispetto del titolo, è positiva: Luca Montuori - il nuovissimo assessore all'urbanistica - è una figura di qualità, di buon livello, competente e lucida. Molto lucida. Si tratta, intendiamoci, come al solito dell'ennesimo ripiego: nessuno vuole venire a lavorare per una banda di scappati di casa e allora, anche questa volta, come per l'assessore al bilancio, si è dovuto ricorrere a figure interne alla squadra e Luca Bergamo - forse l'unica figura della squadra dotata di esperienza e raziocinio, non sempre ben riposte - è riuscito ad imporre un suo uomo. Per fortuna si tratta di un uomo di buona caratura e questo lo dobbiamo sottolineare. Di buona caratura vera, non come Berdini che aveva una reputazione altissima a dispetto della verità. "Lavora già con noi e abbiamo avuto modo di testarne l'affidabilità" ha detto la Sindaca. Affidabilità, beninteso, non qualità. Quella viene al secondo posto nell'ottica dei Cinque Stelle. Al primo posto essere affidabili, fedeli, possibilmente un tantinello plagiati dalla mentalità malata di questo nuovo partito troppo affine ad esperienze poi drammatica già viste una novantina d'anni fa; la qualità e il merito vengono dopo. Di Montuori ci ha sempre affascinato un video del 2011 a margine della Biennale dello Spazio Pubblico in cui mette insieme una serie di elementi così impopolari e straordinariamente lucidi da averci fatto scattare in piedi ad applaudire. Sentite che spettacolo quando descrive la "partecipazione" ovvero la foglia di fico che le amministrazioni utilizzano per non decidere, o per decidere male, o per scaricare la colpa. Montuori spiega che far partecipare i cittadini non significa far scegliere a loro cosa bisogna fare nello spazio pubblico (altrimenti ti chiedono sempre aree cani e panchine!), ma convincerli e fargli capire che quello che vuoi fare tu è corretto. Siamo esattamnete agli antipodi della patetica e pericolosa demagogia pentastellata che negli ultimi mesi ha infettato una città già largamente malata. In questi 8 mesi l'amministrazione Raggi ha dimostrato di essere totalmente buona a nulla, ma capacissima di imbrogliare i cittadini, di trattarli da bambini deficienti, di avere mille frecce al proprio arco per raggirarli, intortarli, ingannarli. La vicenda dello Stadio della Roma, un autentico imbroglio in tutto e per tutto, è emblematica. Ma sono emblematici anche gli scandali del Parcheggio di Via Giulia (con la copertura abbandonata), la vergogna delle Torri dell'Eur, l'assurda modifica della delibera sulla ex Fiera di Roma. Dovunque imbrogli, dovunque menzogne, dovunque bugie contando sul fatto che tanto nessuno capisce. La domanda dunque che ci si deve porre salutando la nomina di Montuori e esultando per aver perso una figura inquietante come quella di Berdini avendo guadagnato un professionista serio è la seguente: nominando un urbanista come si deve e non una figura folkloristica come Berdini i Cinque Stelle hanno deciso che se la smetteranno di imbrogliare oppure un tipo serio come Montuori ha deciso di vendersi o magari di svendersi a degli imbroglioni? Lo capiremo dai primissimi atti. Speriamo di poter assistere ad una svolta radicale rispetto agli scempi degli ultimi mesi.
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