30 giugno 2018

La ridicola e patetica mobilitazione per la chiusura del San Calisto

Il San Calisto è indubbiamente un bar particolare. Ci sono tanti bar così a Roma, intendiamoci, ma non più tantissimi al centro della città dove un minimo di pressione dovuta a qualche micragnoso investimento in chiave turistica ha teso a modificare ed aggiornare i connotati (spesso in peggio, talvolta in meglio) degli esercizi commerciali tradizionali. 

Come tanti bar di Roma il San Calisto è un bar di medio livello. Liquori e distillati commerciali, vini commerciali, gelato mediocre, lieviti e dolci provenienti da laboratori lontani dall'eccellenza, caffè idem. Il suo nome non esiste in nessuna ipotizzabile classifica dei migliori bar della città, luoghi dove con ricerca, impegno e investimenti si cerca di fare qualità elevando un livello che tende ad adagiarsi sull'idea diffusa che la sciatteria sia la normalità. A Roma, tuttavia, essere mediocri equivale ad essere "tradizionali" e un certo pressapochismo andante e incuranza verso le novità, verso i tempi che cambiano, verso una attenzione al prodotto equivale a un sapore local da tutelare. Lo strapaese e la provincialità dovunque sono un po' uno stigma da superare, qui sono issate a vessilli inscalfibili. Una faccenda antropologica unica, questo crogiolarsi nel proprio squallore combattendo chi vuole migliorarlo, che verrà studiata in futuro nelle università di mezzo mondo.

Ma chi va al San Calisto non è interessato alla qualità, alla naturalità o all'artigianalità dei prodotti, al fatto che i succhi siano di quella azienda che lavora in quel dato modo o che il caffè sia scelto e selezionato chicco per chicco come ormai i bar tendono sempre di più a fare, chi va al San Calisto lo fa perché questo è considerato, a torto o a ragione (in parte a torto, perché le forzature sono evidenti, in parte a ragione), un luogo dove si respira ancora una veracità trasteverina sebbene da tempo la fauna indigena sia stata imbastardita e diluita da un'orda di radical chic, sfaccendati, scemografi, pseudo drammaturghi in cerca di ispirazione, paraculetti figli di papà, militanti di estrema sinistra dal lun al ven (sab e dom a Porto Ercole) e hipster come in una sorta di enclave-Pigneto nel cuore della città. L'esprit borgataro di un tempo (quando Trastevere era una borgata) è stato totalmente soppiantato e non è neppure detto che questo fosse un male, perché va bene l'autenticità e la genuinità ma non si capisce perché a Roma spacciatori, tagliagole, ladruncoli, scippatori cialtroni, cazzari, trucidoni, avanzi di galera e ignoranti debbano essere considerati "folklore da difendere" da difendere invece che "problema da risolvere" o quanto meno da affrontare. 

Il bar San Calisto è stato chiuso per tre giorni per via di qualche assurda normativa (retaggi di qualche Regio Decreto degli anni Trenta o Quaranta, I presume) che permette ai Prefetti di sigillare i locali frequentati da pregiudicati che per di più recano disturbo alla quiete pubblica. Come se servire un caffè ad uno che in passato ha scontato delle pene possa farti rischiare, a te esercente, di dover chiudere bottega rinunciando al tuo business. 
A Roma i commercianti, specie quelli onesti (e non abbiamo motivi di dubitare che i titolari del San Calisto lo siano in pieno), sono oggetto di attacchi continui da parte della burocrazia e delle forze dell'ordine. Quasi mai per cattiva volontà di qualcuno, quasi sempre per via di normative assurde, mai riformate, mai sistemate, ma adeguate ai tempi. 

Chiusure, danni economici gravi, autentiche cattiverie e prepotenze verso chi ha l'unica colpa di dare un servizio ai clienti e di creare benessere, ricchezze, posti di lavoro rischiando in proprio sono all'ordine del giorno. Nonostante questo nessuna ingiusta chiusura beneficia di una mobilitazione come quella che c'è stata per i tre giorni (tre giorni, non tre anni eh!) comminati al San Calisto. 

Appena diffusa la notizia c'è stato un fuoco di fila incredibile armato proprio da quel fighettume di "avanzi del Pigneto" che ha fatto diventare il San Calisto ciò che non era e che ora dice di volerlo tutelare. Paradossale no? Professionisti, giornalisti impegnati, blog benekomunisti (un fanomeno romano sul quale bisognerebbe studiare, guarda caso gli stessi blog gestiti dalla camorra che hanno additato Roma fa Schifo come fosse una sorta di cripto ufficio stampa di Metro C, sic.), cronisti di Repubblica che vivono eternamente come se fossero immersi nell'okkupazione di quarta liceo (ovviamente Liceo Virgilio o Liceo Visconti, beninteso, al massimo Liceo Tasso o Mamiani), politicanti del Pd, redattori de Il Manifesto (ma esiste ancora? Su web pare di sì) e gli immancabili "ragazzi" del Cinema America incavolati perché non c'è nulla che si può muovere a Trastevere senza il loro consenso...

"Aprite il San Calisto dove il caffè costa ancora 0,80". Questa la filastrocca. Mentre tutte le città europee fanno a gara ad offrire format gastronomici di qualità che tramutano il bar non solo in una piazza aperta a tutti, ma in una ambasciata di prodotti e di stili di consumo di ricerca e di qualità, qui stiamo a pensare a risparmiare 10 o 20 centesimi per un caffè. "Il San Calisto accetta tutti, dal senza tetto al notaio, dal povero al politico" urlano i pasdaran radical chic orfani per 72 ore del loro quartier generale, incuranti che questo è ciò che fanno tutti i bar a Roma. Tutti. Questo sarebbe il loro preteso "presidio contro la gentrificazione"; e giù risate a crepapelle da parte di chi ha capito da sempre il giochetto di questi personaggi che con la loro mentalità malata hanno contribuito, non combattuto, alla rovina di quartieri come San Lorenzo, Pigneto e appunto Trastevere. L'unico presidio anti gentrificazione al mondo peno zeppo di imbrazzante fighettume. I veri presidi contro la gentrificazione a Trastevere sono altri: sono Marco Radicioni, artigiano del gelato forse primo a livello planetario, che ha aperto da qualche giorno la seconda sede della sua Otaleg; sono Giuseppe Solfrizzi col suo laboratorio di pasticceria Le Levain che dà lavoro vero e diffonde qualità assoluta; sono Antonio Marino e Marisa de Les Vignerons, l'enoteca che ha insegnato a Roma il vino naturale; sono Antonio Ziantoni che ha raccolto tutti i risparmi di famiglia e ha aperto qualche giorno fa il suo ristorante Zia dove un menù degustazione di livello stellare costa 45 euro; sono Pier Daniele Seu che mettendoci faccia, nome e soldi suoi ha aperto quella che dopo poche settimane dall'inaugurazione è già sul podio delle pizzerie di Roma. E poi ci sono posti straordinari di ricerca gastronomica come Glass, progetti unici nel proprio campo come Eggs, Bir e Fud, Ma che siete venuti a fa, La Punta, l'Enoteca Ferrara, il primo ristorante dei Trapizzini con un'offerta di una bontà indimenticabile e molti altri a venire come il futuro Jacopa. Giusto per contrastare la sciocca narrazione giustificazionista (nella quale però tutti cascano) di un rione pieno solo di postacci per turisti dove c'è chissà quale bisogno di "presidi" contro la gentrificazione. Sono le bugie che una certa Roma racconta e si racconta, sempre uguali da anni: menzogne su menzogne. Per non dire delle cento gallerie d'arte, dei cento negozi di artigianato, dei panifici, delle pasticcerie e così via. A Trastevere (come altrove) c'è solo bisogno di presidi contro l'idiozia di chi diffonde il virus nocivo di un modo di pensare marcio che ha cittadinanza ormai solo a Roma, proprio quel modo di pensare che tiene alla larga gli investimenti di qualità e onesti (che potrebbero essere molto di più) creando per questi un ambiente ostile e spianando la strada ai soldi sporchi, al riciclaggio, ai locali dei localari e alle pappatoie per turisti. 
"Riaprite il San Calisto, dove il gelato costa 1 euro" urlano i paladini dell'autenticità perduta. Ma il gelato, signori miei, non deve costare "1 euro", il gelato deve essere buono, anche se poi questo lo fa costare un euro e mezzo. Il gelato deve essere cultura, deve essere ricerca, deve essere il terminale di artigiani, allevatori, ortolani, aziende agricole. Questo è il gelato, il resto è polverina industriale fatta chissà dove, assemblata chissà dove e a forza di mangiarla si diventa come voi: cervelli totalmente atrofizzati. Questa mentalità schiude la città alle mafie con l'ulteriore colpa mistificatoria di dire di combatterle. Non si capisce perché Roma fa Schifo debba essere l'unico luogo della città dove questo inganno viene raccontato. Perché? Non vogliamo questa esclusiva!

Il gelato chimico a 1 euro e la Birra Peroni (il cui logo brandizza tutto il San Calisto) ormai da tempo proprietà di un gruppo giapponese da 7 miliardi di fatturato. Però la sorseggiano discutendo di fare la guerra alle multinazionali cattive perché loro sono contro la gentrification. Perché li sputtaniamo soltanto noi e non lo facciamo tutti assieme una buona volta? "Il San Calisto è un bar che non caccia via chi ha solo 2 euro in tasca" spiega solerte Puntarella Rossa mentre noi ci domandiamo: ma quale diamine di bar a Roma caccia via chi ha due euro? Con due euro fai la tua consumazione al San Calisto come in millemila altri bar, compreso il bellissimo Giselda di Viale Trastevere che dà lavoro e decine di persone dopo aver investito centinaia di migliaia di euro e che da anni chiede aiuto perché letteralmente sommerso da una cordigliera putrescente di bancarelle: nessun radical chic si è mosso a pietà scrivendo un articolo o confezionando un tweet però...

E poi che razzo di modo da sfigati e da perdenti è questo per combattere il commercio scadente e turistico? Se c'è un problema di commercio scadente cosa fai, ti rifugi nell'unico posto che ha rifiutato di cambiare, come in una fortezza per eletti, oppure aiuti chi vuole cambiare a farlo bene sostenendo l'imprenditoria di qualità, i giovani che rischiano e i progetti di innovazione e di ricerca? Il "presidio" non è mai chi resta uguale a se stesso, ma chi evolve nella direzione corretta contrastando così chi lo fa nella direzione errata semmai.

Ma la protesta è ancor più ridicola, ignobile, patetica (in una parola "romana") se pensiamo che nessuno di questi signori ha protestato quando ingiustizie ben più ingiustificate sono state comminate ad esercizi commerciali che, a differenza di San Calisto, hanno investito sulle strutture, sulla qualità dei prodotti, sugli arredi provando a dare a giovani romani una speranza diversa dall'E' il caso del Casale dei Cedrati, storia incredibile di cui abbiamo parlato qui giusto un mese fa. A parte Roma fa Schifo, il silenzio di tutti coloro che oggi sbraitano. Eppure stiamo parlando di un Comune che si comporta come la 'Ndrangheta, possibile che nessuno si sia scandalizzato? Dopo quel nostro articolo ci sono purtroppo delle novità negative: il Casale dei Cedrati ha addirittura rinunciato a combattere e sta restituendo la concessione. Una sconfitta enorme, passata sotto silenzio. 
Ma i casi di questo tipo sono decine e decine al giorno. Lo schema è sempre il solito. Giovani imprenditori che provano a far qualcosa in questa città, investano, sognano, progettano, magari riescono ad aprire il loro locale provando a farlo per bene, in linea con quello che si fa in tutto il mondo e, proprio per questo (la città non può accettare cose fatte in maniera seria, perché altrimenti farebbero emergere in maniera evidente lo scarto con tutto il resto dunque qualsiasi cosa onesta e bella è destabilizzante per l'ordine costituito), vengono massacrati. 
L'ultimo caso riguarda Materia, progetto a San Giovanni, nelle strade depresse e deserte (prima del loro arrivo) attorno a Via Carlo Felice. Una iniziativa di un gruppo di architetti che ha aperto con un anno di ritardo a causa delle autentiche angherie e sevizie da parte delle nostre preziose società di multiservizi (quelle presiedute da Lanzalone), che ora è stata costretta a chiudere per qualche cavillo relativo ai "locali tecnici". Poco importa se tutto intorno vivacchino indisturbati locali di dubbissimo livello e se di fronte, sul marciapiede lungo il giardino, si svolga ogni giorno uno sconfinato mercato abusivo di prodotti rubati o trafugati dai cassonetti dell'Ama: è più facile colpire i commercianti per bene. Specie quelli che non otterranno mai la mobilitazione della parte peggiore, ma più influente e rumorosa, della città.

26 giugno 2018

Abbattono la Sopraelevata a Tiburtina, al suo posto fanno un progetto ancor più mostruoso


"Non conosco una città che sappia peggiorare meglio di Roma" ebbe a dire Giulio Carlo Argan. Se ci pensi un attimo ti vengono i brividi nell'esatto momento in cui pensi "ma cavolo, è proprio vero". 
Non solo incapacità di saper migliorare, non solo sfiducia e fastidio verso l'evoluzione, lo sviluppo, la crescita, lo svecchiamento. Ma anche capacità impeccabile nel peggiorare.

E' quello che succederà alla Stazione Tiburtina. Come dite? Una schifezza simile non ha margini di peggioramento? Ce li ha eccome invece. Come molti di voi sanno, si abbatte la mitica Sopraelevata almeno in quel tratto. Non serve più a granché visto che ormai la Tangenziale Est passa dall'altra parte del fascio di binari per cui i flussi veicolari sono minimi e gestibili anche con una viabilità a raso, il "mostro" non serve più. 

Già, ma dovunque al mondo si cambia per migliorare, non per rimanere uguali o addirittura per peggiorare. Il progetto che sostituirà la Sopraelevata di fantozziana memoria invece è senza ombra di dubbio peggiore della situazione ante operam. Il piano, messo giù da Risorse per Roma e purtroppo ormai andato a bando già assegnato, è così atroce e così superato (pare qualcosa risalente agli anni Sessanta) da sembrare uno scherzo. Ma purtroppo nessuno sta scherzando e presto inizieranno a demolire la tangenziale e a realizzare questa epica idiozia urbanistica. Tanto nessuno protesta: a Tor di Valle si riqualificava un'area abbandonata realizzando il terzo o quarto parco più grande della città e tutti a urlare alla colata di cemento, qui che come vedrete si ricopre tutto di catrame neppure un fiato da quella strana forma di vita chiamata "ambientalista romano"...



Si tratterà sostanzialmente appunto di una striscia di catrame al posto dei piloni della tangenziale. Verranno fatti una serie di parcheggi, qualche rotatoria e qualche miserabile aiuole in mezzo ai flussi di auto. Benché la tangenziale sia stata spostata come tutti sappiamo sotto terra e dall'altra parte dei binari, il progetto qui prevede la realizzazione di una nuova inutile tangenziale a quattro corsie. Una lingua di asfalto assurda. Nessuna riqualificazione per Largo Mazzoni (oggi in condizioni disperate), nessuna pedonalizzazione, nessuno spazio per la ciclabilità. Le decine e decine di pagine di progetto esecutivo che abbiamo avuto modo di sfogliare firmate da una parte dal SIMU (Dipartimento Sviluppo Infrastrutture e Manutenzione Urbana) del Comune e dall'altra dall'azienda Risorse per Roma fanno spavento davvero. 




Le associazioni di quartiere, di ciclisti, di cittadini attivi hanno scritto e riscritto alla sindaca. Ottenendo nulla. Il progetto assurdo va avanti senza ostacoli. E la cosa fa ancora più rabbia per il fatto che su tutta questa area c'era da anni, vagliato e condiviso coi cittadini, un progetto di alta qualità, firmato da grandi studi di architettura (lo vedete sopra, nelle tavole dello studio Sartogo Grenon), in linea con le prescrizioni europee e internazionali e in linea con le migliori esperienze mondiali di rigenerazione urbana. Le differenze tra la proposta di Nathalie Grenon (nata come Agenda 21, con due Associazioni di Roma, RES Ricerca Educazione Scienza e Coltiviamo) e quella del Comune sono lancinanti. 


Da una parte hai una infrastruttura di aggregazione sociale che mescola ambiente e cittadini tra frutteti condivisi, orti di quartiere e giardini familiari; dall'altra hai una vomitevole autostrada urbana come se ne facevano oltre 50 anni fa. Da una parte hai 4 ettari di verde per quello che sarebbe diventato un polmone per tutto il quartiere e uno dei parchi più straordinari d'Europa; dall'altra hai 4 ettari di catrame. Da una parte hai il recupero di una manufatto industriale straordinario perché il progetto frutto del lavoro anche di tante associazioni di cittadini (La G.R.U.Germogli di Rinascita Urbana, Pedalando Uniti, Jane Goodhall Italia, ApiRomane, ITACA, AssoUtenti, Archeologia Arborea , LABSUS, Città del Vino, AIAB), centri di ricerca (CNR, ENEA, CRA...) e Università (La Sapienza ,Roma Tre ,Tor Vergata ,La Tuscia,Istituto Agrario Emilio Sereni) all'insegna delle risorse rinnovabili sopra ogni cosa, prevedeva di togliere la tangenziale intesa come nastro di cemento armato e catrame, ma di lasciare i piloni a simboleggiare la storia e l'identità, piloni che si sarebbero così tramutati in installazioni, in landmark inconfondibili, in sculture urbane risparmiando anche milioni e milioni per la rimozione e lo smaltimento; dall'altra hai la storica Sopraelevata totalmente demolita (i progettisti della High Line di New York City ridono di cuore). Da una parte hai 1300 posti auto interrati, invisibili e coperti dalla vegetazione capaci di generare risorse per pagare parte del progetto; dall'altra hai 120 posti (oltre 10 volte meno) ma in superficie, con piazzali di sosta nel cuore della città. Da una parte hai strade di quartiere rigorosamente a senso unico e ciclabilità diffusa, dall'altra hai strade a 4 corsie e zero chilometri di piste ciclabili in tutto l'ambito. Da una parte hai un auditorium, un mercato agroalimentare, la riqualificazione a verde del Centro Ittogenico e 500 alberi; dall'altra hai sottopassi carrabili e la realizzazione di un grosso capolinea a raso del Cotral per un totale di 15 alberi da progetto. Da una parte hai mille possibilità per partecipare a bandi europei di finanziamento (Roma in questo senso sta perdendo tutte le possibilità possibili e immaginabili, la prossima scadenza è l'UrbanAct dell'ottobre 2018. Secondo voi parteciperemo?); dall'altra parte hai il comune che investe denari che dovrebbe investire in maniera molto diversa. Da una parte, infine, hai abitazioni rivalutate (basti guardare cosa è successo a New York con la High Line), dall'altra hai immobili che perdono valore e residenti buggerati. 
l'andazzo burocratico

Il tutto, sia chiaro, in maniera definitiva. Il progetto che sta per essere realizzato compromette totalmente qualsiasi progettualità di qualità su tutta quest'area. Significa che grazie alle decisioni scellerate di questa amministrazione (il progetto è datato Giugno 2017 e revisionato Dicembre 2017, dunque è totalmente farina avariata e putrescente del sacco di Virginia Raggi) questa zona della città non solo sarà trasformata in una ridicola schifezza, ma non avrà nessuna speranza futura di poter migliorare davvero. Un danno enorme e una beffa ancor più grande. 

Spesso diciamo che questa Giunta sta facendo danni che necessiteranno di 30 anni per essere sanati. In questo caso il danno è semplicemente definitivo: chi abita in tutta la zona di Tiburtina, Piazza Bologna, Via Livorno, Lega Lombarda, Piazzale delle Province si metta l'animo in pace: c'era l'opportunità di migliorare, ma Roma sa solo peggiorare. C'era l'opportunità di proseguire nel processo di sviluppo dato appunto dalla nuova Stazione Tiburtina, dalla nuova sede BNL, dalla Città del Sole, ma tutto si deve fermare. Non sia mai che si creava un quartiere di livello sul modello (e qui ce ne erano le potenzialità) di Porta Nuova a Milano che ha caratteristiche del tutto similari. Guardate che Porta Nuova era così e pure peggio eh. E oggi è uno dei posti più avvincenti d'Europa...
Un simbolo di tutto questo è il nuovo supermercato nato all'incrocio tra Via della Lega Lombarda e Via Giano della Bella. Andatevelo a vedere. Neppure nel piazzale del casello autostradale di Ceccano sarebbe accettabile nel 2018 una struttura di simile volgarità progettuale. Al confronto il Lidl di Tor Pignattara è un progetto di Norman Foster. E invece questo mostro è stato costruito qui: esattamente di fronte alla Città del Sole (gli acquirenti, infatti inesistenti, delle abitazioni di lusso del bellissimo complesso progettato da Studio Labics ringraziano), di fronte al Cinema Jolly e di fronte alle strabilianti case popolari di Innocenzo Sabatini meta di pellegrinaggi architettonici da mezza città e mezza Italia. Il cattivo gusto che si divora ogni speranza plausibile. Andate a vedere questa immane schifezza perché vi dice molto di quello che sta diventando questa città, della sfrontatezza con cui il male scaccia via il bene. Quando edificarono la Città del Sole i cittadini fecero carne di porco, proteste, manifestazioni, cartelloni, stendardi. Contro questa immondizia urbanistica neppure un fiato ne da parte dei residenti ne da parte della teppaglia dei centri sociali sempre pronti a imbracciare la carabina contro i progetti di qualità. Perché per un dignitoso progetto di supermercato in una zona abbandonata dell'Acqua Bullicante la feccia centrosocialara ha fatto faville per mesi mentre per un merdoso progetto di supermercato in una zona centrale di altissima rilevanza architettonica tutti muti?



Ma torniamo a noi e alla nostra Tangenziale. L'unica piccola flebile speranza: il progetto non rispetta tutta una serie di norme sull'inquinamento, sulle infrazioni europee cui l'Italia è sottoposta, sui regolamenti continentali sulle emissioni. In poche parole fare un progetto così vecchio e assurdo (privo peraltro di Valutazione d'Impatto Ambientale) è ILLEGALE. Ebbene qualcuno impugni e blocchi. Possibile che lo si faccia solo per i progetti di qualità e mai per le zozzerie tipo questa? Se siamo al grado zero di visione di città, allora almeno qualcuno fermi i danni con le carte bollate. E pensare che qui il Comune vuole far arrivare, giustamente, il tram con uno sfiocchettamento da Piazzale del Verano e binari nella preferenziale della Tiburtina. Un tram che poteva correre in un contesto di verde e buona architettura contemporanea, un tram che invece percorrerà una valle di catrame.

25 giugno 2018

Il nuovissimo presidente dell'VIII Municipio e le affissioni abusive



Per un giorno, almeno per un giorno, potremmo starcene tranquilli e goderci (oddio, c'è poco da godere) il sistema di potere di Virginia Raggi che si sfalda ancor prima di essersi strutturato. Che si sbriciola nei municipi dove il Movimento 5 Stelle neppure riesce ad arrivare ai ballottaggi dopo 2 anni di assurdo malgoverno. Probabilmente questo ciclo di amministrazione basato su bugie, clientele sfrenate e su una classe politica priva sia di competenze che di visione finirà molto presto, e potremmo compiacercene (anche perché siamo stati i primi, e sovente anche gli unici, a smontare i castelli di bugie che venivano e vengono goffamente edificati ogni giorno). E invece no, e invece l'indole di rompiscatole non ci abbandona neppure ora.

Anche perché se la classe dirigente "nuova" che si propone come alternativa si comporta in maniera vecchia e superata allora non va bene, allora c'è qualcosa che non è chiaro, allora c'è qualcuno che non ci ha capito niente. Allora è inutile combattere l'attuale sistema.

E così in attesa di poter apprezzare (o, speriamo di no, criticare) l'operato del grande prof. Giovanni Caudo neopresidente del III Municipio, ci concentriamo ancora una volta sull'VIII, territorio controverso di cui abbiamo parlato di recente. Nel constatare che per lo meno Amedeo Ciaccheri dopo la sua vittoria elettorale non ha nominato, come aveva paventato, assessore Paolo Berdini e che all'assessorato al commercio è andata una figura di garanzia e competenza come Leslie Capone (già braccio destro di Marta Leonori), non possiamo evitare però di notare quanto abbiamo visto negli scorsi giorni nel territorio di Garbatella e dintorni.

E così approfittiamo per tornare a parlare dei micidiali bandoni elettorali. Catafalchi di metallo arruzzoniti con i quali a Roma si fa ancora una campagna elettorale che profuma dei peggiori anni Cinquanta, quelli del pressappochismo dettato dai pochi mezzi del dopoguerra. Oggi è ancora così: pali conficcati nei marciapiedi o nelle aree verdi, pannelli di metallo taglienti e ossidati, manifesti affissi sopra da ditte che lavorano in nero con apette Piaggio, scope e colla tossica che cola pericolosa sull'asfalto o nelle aiuole. Uno scenario ridicolo se confrontato a qualsivoglia campagna elettorale in Europa, in Giappone, in Nord America. Terzo mondo, sottosviluppo.

Quando vai a governare e trovi il sottosviluppo hai due scelte: o combatterlo cercando di evolvere il territorio che sei chiamato ad amministrare, oppure adeguarti e sfruttarlo a tuo favore. A quanto ci è sembrato, Ciaccheri ha optato per la seconda scelta. 

Un presidente di Municipio che si presenta come nuovo, giovane e di alternativa rispetto alla cialtronaggine grillina avrebbe dovuto come primo atto richiedere l'immediata rimozione dei bandoni elettorali (vinte le elezioni, la campagna elettorale è terminata!) e avrebbe dovuto consequenzialmente pianificare un sistema più civile per le prossime elezioni.
Ciaccheri, uomo dei centri sociali, che ha fatto invece? Lo vedete dalle immagini. E' partito con un ulteriore giro di affissioni giocoforza abusive riempiendo i bandoni e utilizzandoli per dire grazie ai suoi elettori. Un modo di interpretare la comunicazione politica vecchio di 70 anni, concepibile solo a Roma. Immaginate un presidente di un borgo di Londra o di un arrondissement di Parigi che riempie il proprio territorio di cartacce abusive appiccicate con la scopa e con la colla da qualche dittuncola di attacchini per ringraziare della vittoria elettorale appena conseguita. Sarebbe ipotizzabile? 

Hai un problema, hai un'anomalia sul tuo territorio e invece di risolverlo lo strumentalizzi? Ma dove al mondo...?

La speranza è che questa sia l'unica critica che saremo costretti a rivolgere a Ciaccheri, anche se le forsennate posizioni su Ex Fiera, Piazzale dei Navigatori o Mercati Generali non lasciano ben sperare.

24 giugno 2018

La assurda sperimentazione dei tornelli sui bus smontata pezzo per pezzo

Inventarsi soluzioni nuove e inutilmente creative per problemi "vecchi" e che altrove si sono risolti da decenni è il modo più infallibile per non risolvere mai quei problemi. A Roma lo sanno bene, è una pratica in atto in città da sempre. 
Esempi? Si muore come mosche sulle strade Uh, cosa vogliamo fare? Come possiamo risolvere? Forse gli autovelox? Forse i dossi? O bisogna "fare cultura"? Peccato che l'incidentalità sia stata risolta dovunque con le ricette che tutti sanno. Ci sono i cartelloni abusivi. Come vogliamo fare? Li rimuoviamo? Facciamo un regolamento? Scriviamo un codice? Peccato che lo stesso problema l'abbiano risolto 20 anni fa dovunque, da Parigi a Napoli. E così via per tutti i problemi che uccidono Roma: non solo non vogliono risolverli, ma per non farlo inventano un teatrino di prese per i fondelli clamoroso fatto di dibattiti, discussioni, polemiche a mezzo stampa e immancabili sperimentazioni. A Roma si "sperimenta" tutto, qualche anno fa sperimentarono perfino il count down per il giallo pedonale ai semafori, una misura che esiste da sempre in tutto l'occidente evoluto. Qui si sperimenta. 

L'ultima folle sperimentazione sono i tornelli dentro ai bus. Avete capito bene: i tornelli. Una tecnologia che non ha cittadinanza in nessuna metropoli paragonabile a Roma (Londra, Parigi, New York) e che tutt'al più è sperimentata in qualche città italiana di provincia a puro scopo demagogico.

A Roma pur di non dire la verità a se stessi (ovvero che l'unico modo per eliminare la terrificante evasione sui mezzi pubblici è far bippare il titolo di viaggio all'ingresso controllati dall'autista), pur di continuare a scambiarsi clientele coi sindacati, pur di seguitare a utilizzare l'Atac come un bacino per raccogliere voti e denari e non come un'azienda che deve erogare servizi (solo a chi paga il corrispettivo), sono stati capaci di montare alcuni tornelli su alcuni autobus. Una sperimentazione probabilmente in realtà utilissima, non certo utile però ad abbattere l'evasione tariffaria (c'è chi parla di 120 milioni l'anno) bensì utile a poter dire "signori, abbiamo provato, ma avete visto che non si può!?". Come la "sperimentazione" dei controllori a bordo; come la "sperimentazione" dei funzionari che si trasformavano in pubblici ufficiali lanciati a controllare i biglietti e così via. Tutta fuffa, tutte prese in giro per chi ci casca.

Ma perché il tornello sui bus è una cretinata? Abbiamo provato a mettere giù qualche punto dispostissimi ad aggiungerne altri su vostro suggerimento, anche se davvero ci pare una perdita di tempo discutere ancora sul sesso degli angeli a questo livello. 

1. occupa spazio. Semplicemente occupa spazio. Il sistema occupa spazio. Spazio prezioso specie su alcune linee affollate. Tra l'altro chi entra può trovare il bus pieno e dunque stazionare sulla pedana pre-tornello così da non bippare e non entrare ma comunque usufruire del servizio. Ma in ogni caso quel tipo di apparecchio sottrae almeno tre o quattro posti-passeggero.

2. non permette una corretta evacuazione. Come si scappa in caso di bisogno (e ultimamente i bisogni sono stati notevoli sui veicoli Atac!)? Il sistema rende più facile o più difficile l'immediata evacuazione delle vetture? Secondo noi un po' più difficile

3. richiede più tempo per l'incarrozzamento. Anche solo i temi di apertura e chiusura tornello sono frazioni di secondo preziosissime nell'ottica di un aumento della velocità commerciale. Un conto è beggiare in ultra rapidità di fronte al conducente, un conto è aspettare che si apra e si chiuda il tornello, riprovare se ci sono dei malfunzionamenti ecc. Si aumentano il tempo di attesa alle fermate.

4. costa molto per l'installazione. Un sensore per fare bip ha un costo, un catafalco con due braccetti ha un altro costo. Perché spendere di più quando in tutto il mondo si utilizza un altro modello? E' spiegabile questa scelta?

5. costa molto per la manutenzione. Tutti i tornelli Atac hanno dei problemi enormi di manutenzione, basta vedere la situazione delle metro. Spesso restano chiusi, spesso restano aperti, spesso sono fuori servizio, l'azienda non ha i soldi neppure per chiamare l'assistenza. E quale è la proposta? Implementare sulla flotta altre migliaia e migliaia di tornelli da manutenere? Che è una follia lo capisce anche un bambino.

6. non permette l'accesso a chi non deve avere titolo. E se salgono forze dell'ordine? E se sale qualcuno ha ha comprato il titolo di viaggio dal telefonino? E se salgono delle persone non dotate di titolo di viaggio ma comunque titolate a viaggiare? Cosa succede? Chi aziona l'apertura del tornello? Quanto tempo si perde? 
Ma non dovrebbe essere normale!?

7. il sistema funziona solo perché i tornelli sono presidiati da due controllori e la porta di uscita da un vigilantes. Sembra una barzelletta ma è proprio così. E' semplicemente ovvio che una volta eliminati questi soggetti si tornerà ad una situazione per cui (come in molte stazioni della metro) la presenza del tornello diventa assolutamente pleonastica. Si passa sotto, si passa sopra, si entra dall'uscita, ci si accoda a chi paga facendo il trenino e così via. Tanto il conducente non è incaricato di fare nulla per cui possono pure spaccare un tornello ogni fermata e lui è autorizzato a fregarsene così come è autorizzato a fregarsene se qualcuno entra dall'uscita, se qualcuno fa trenino, se qualcuno gli intima "aprime er tornello sinnò te gonfio". Dunque delle due l'una, o metti migliaia di persone su ogni bus a controllare i tornelli facendo esplodere un costo del personale già esploso oppure implementi un sistema che non funziona. 

8. la proposta non coinvolge minimamente l'autista. Il conducente Atac continua a fregarsene, in questo modo, delle sorti del suo autobus. Non è coinvolto. La cosa non riguarda lui. Se la gente che sta dentro ha pagato o meno non lo tange, non gli importa. Questo a differenza tra i sistemi più evoluti in questo senso come quello di Londra o quello di New York dove il guidatore è dominus della situazione, autoritario e soprattutto autorevole. E pensare che Il Fatto Quotidiano ha titolato "finalmente a Roma il Modello Londra" e giù tremila e passa condivisioni. Ma quale modello Londra e modello Londra? Nulla di più distante. 

9. il sistema non prevede videosorveglianza. Il funzionamento impeccabile del sistema londinese si basa proprio su questo. Quando entri sul bus hai un riconoscimento facciale che levete! Hai una telecamera cctv puntata in faccia che ti fa molto passare la voglia di  fare lo spaccone, idem su tutto il resto del bus. Ogni angolo è videosorvegliato e ogni eventualmente sinistro o malversazione ha i suoi colpevoli facilissimamente individuabili. Questo è l'investimento tecnologico da fare, non i braccetti del tornello stile anni Sessanta. Ma la nostra sperimentazione di videosorveglianza non parla...


E tutta questa presa in giro viene dopo fior di conferenze stampa dedicate alle digitalizzazione dell'azienda e alle "nuove tecnologie". E poi debuttano col tornello, una tecnologia del 1958, mentre a Londra o a Milano hanno implementato ormai la carta di credito contact less: praticamente non esiste neppure più il concetto stesso di biglietto, entri nei mezzi sfiori il sensore col portafoglio, ti riconosce la carta di credito in modalità sfioro e hai pagato. Fine. 
L'unico metodo conosciuto al mondo per far pagare l'utilizzo degli autobus urbani è il seguente:
-il bus ha due porte
-il bus si ferma in fermata
-il bus incarrozza solo dalla porta davanti (quella dietro non può essere utilizzata per salire in alcun modo)
chi entra bippa il proprio abbonamento o carta di credito sul sensore e va avanti
-in caso di anomalie (passeggeri che entrano dalla porta di dietro o passeggeri che non bippano) l'autista è obbligato a spengere il motore del mezzo e a non ripartire finché tutti non hanno ottemperato
Fine. 
Questo si fa a Londra, si fa a New York, ora si fa perfino a Roma grazie alle scelte di Cotral. Ma Atac non può, Atac non si tocca, i conducenti Atac si rifiutano categoricamente di fare quel che fanno tutti i loro colleghi nel mondo. Se li obblighi nun te votano più. E per salvare la faccia bisogna inventarsi le sperimentazioni. 
Intendiamoci bene: la linea politica data dal Comune è stata ottimale eh. Cioè il Comun e ha detto all'Agenzia per la Mobilità qualcosa tipo: "la gente che sale sul bus deve avere il biglietto, chi non ce l'ha non deve entrare". Poi però si è passati all'implementazione e l'Agenzia per la Mobilità, con una scelta imperdonabile e che l'amministrazione non dovrebbe perdonare, ha inventato un catafalco mai visto e ridicolo contribuendo solo a far nuova confusione e a perdere nuovo tempo. 

22 giugno 2018

Vi ricordate il famoso sottopasso unica "grande opera" della Formula E all'Eur? Eccolo oggi

Vi ricordate il Gran Premio di Formula E all'Eur. Grazie ai Cinque Stelle abbiamo perso le Olimpiadi (un indotto da 4 miliardi, capace di risollevare la città), abbiamo perso lo sviluppo di Tor di Valle (un indotto da 1,5 miliardi, con un impatto maggiore di Expo Milano 2015), ma abbiamo guadagnato secondo la loro narrazione la Formula E, nuova panacea per l'Eur e la capitale. 








In realtà l'impatto economico dell'evento è minimo sia a livello di turismo così che di riqualificazioni urbane. Basti dire che l'unica "grande opera" realizzata in funzione della manifestazione è stata la riapertura di un sottopasso. Avete capito bene, non la realizzazione, ma la riapertura. Praticamente hanno preso uno dei tanti sottopassi romani ridotti a mostruosa latrina, l'hanno ripulito, l'hanno ripittato, ci hanno messo delle telecamere e ci hanno mandato la sindaca con la fascia a inaugurarlo.

Ehggià, sindaci, assessori, dirigenti e capi azienda che inaugurano... la ripulitura di un sottopasso. Neppure a Rieti il sindaco inforca la fascia tricolore quando gli operai del comune ripuliscono un sottopassaggio pedonale, a Roma sì, a Roma è un evento, a Roma è grande opera, a Roma è svolta contro il degrado.

Ma se sto sottopasso era una grande opera come mai oggi è ridotto come lo vediamo in queste foto? Forse perché la cialtronaggine che ha praticamente sempre connotato chi ha amministrato questa città oggi è una cialtronaggine al quadrato?

19 giugno 2018

Le strisce blu a 3 euro e addio agli abbonamenti. Tutti incavolati, ma il Comune ha ragione

Può succedere qualsiasi cosa. La Giunta può abbandonare i parchi, può umiliare il verde, può chiudere i musei (come sta avvenendo) o gli asili nido, può interrompere i mezzi pubblici, può razionare l'acqua, può dilapidare qualsiasi speranza di sviluppo economico futuro per la città come fatto con la storia dello Stadio di Tor di Valle e delle Olimpiadi. E tutti nella totale surrealtà tacciono inebetiti. Tacciono perfino i tifosi della Roma che si avviavano ad avere una squadra potente e dotata di un campo di proprietà come le maggiori squadre europee e che ora, senza motivo se non la stupidità e l'ideologia mediocre di chi amministra, si trovano con un pugno di mosche e probabilmente la squadra svenduta e gli investitori fuggiti. In qualsiasi città europea un briciolo appassionata al calcio come lo è la nostra capitale (Barcellona, Manchester, Marsiglia...) ci sarebbero le persone con i forconi e le fiaccole sotto al palazzo comunale, qui il silenzio.

A Roma c'è il silenzio su tutto, il disinteresse su tutto salvo che quando l'amministrazione tocca una cosa e una sola. Una cosa che infatti, salvo poche coraggiose eccezioni, nessuna amministrazione tocca: LA MAGHINA. I romani ne hanno fatto una malattia, le statistiche sono ridicole, assurde, ingiustificate; il cittadino medio prende LA MAGHINA pure per andare al gabinetto se la casa è troppo grande; il romano non può fare nulla senza LA MAGHINA, è una cosa da sfigati, da perdenti, da falliti. In tutto il mondo ormai se sei proprietario di una vettura vieni guardato come un cretino, a Roma è esattamente il contrario. In alcuni casi, per carità, LA MAGHINA serve per davvero, ma nella schiacciante maggioranza dei casi è inutile, pleonastica, superficiale, forzata, eccessiva.

I romani hanno tante vetture per un semplice motivo: è agevole averne. Non c'è limite ad averne. Puoi parcheggiare praticamente dove vuoi, anche in quarta fila, anche bloccando tutti gli altri cittadini, anche ostacolando i mezzi pubblici, anche rendendo la vita dei pedoni e dei disabili un inferno e nessuno ti torcerà un capello. Inoltre parcheggiare è praticamente gratis dappertutto, si può andare in giro con vetture vecchie, decrepite, cadenti perché le leggi che impediscono la circolazione alle auto inquinanti non vengono applicate da nessuno, non esistono autovelox fissi per cui si può spingere sull'acceleratore (250 morti e 35mila feriti l'anno, praticamente una guerra civile; in altre città europee di pari dimensioni i numeri sono esattamente un decimo) e così la macchina diventa perfino un mezzo vantaggioso. Le amministrazioni hanno compresso i diritti di tutti gli altri utenti della strada (ciclisti, pedoni, trasporto pubblico locale) per aumentare artatamente i diritti degli automobilisti e degli scooteristi. Andando esattamente nella direzione inversa di quella di ogni città del mondo. Senza alcuna apparente giustificazione se non fosse quella di assecondare le richieste primordiali di una cittadinanza poco civile, pigra, cafona, rimasta indietro di 30 anni, ai tempi in cui LA MAGHINA era uno status. 

Come l'amministrazione precedente (che in pochissimi mesi lo fece più volte su vari fronti, sebbene meno del necessario), anche questa amministrazione pare timidamente provare a toccare LA MAGHINA. E apriti cielo. Associazioni di consumatori, cittadini scatenati, comitati di quartiere, commercianti. Si sollevano tutti. E' l'unica cosa che li sveglia dal loro torpore di zombie civici ineguagliati in occidente. Toccatemi tutto, ma non la mia Clio del 1991 che inquina come una nave da guerra ancorata nella rada di Taranto e che voglio indiscutibilmente parcheggiare in terza fila, dentro la fermata dell'Atac, con due ruote sul marciapiede, sulla corsia preferenziale, nel posto disabili, sulle strisce, in curva o addosso al cassonetto impedendo ad Ama di pulire...

Ferma sulle pedonalizzazioni, ferma sulle ZTL, ferma sulle isole pedonali (abbandonate), questa amministrazione si sta però muovendo su tre assi tutti e tre seguiti dall'unica figura che oggi nella compagine pentastellata lavora scevra da ideologie, ignoranze, impreparazioni e incolpevole stupidità: Enrico Stefàno. Le battaglie portate avanti riguardano dunque: le corsie preferenziali (alcuni cantieri per proteggerle dovrebbero partire a settimane), le piste ciclabili (quella sulla Tuscolana rappresenterà uno spartiacque, e speriamo che sia progettata bene e che davvero a luglio partano i lavori) e la sosta.

L'ultimo provvedimento è appunto quello sulla sosta. Pare infatti che finalmente, dopo il sacrosanto tentativo della giunta Marino nel 2014 a dir poco bizzarramente impugnato dal TAR, l'amministrazione avvalendosi proprio del PGTU approvato da Marino ("quelli di prima", se, quelli di prima t'hanno lasciato una signora normativa sulla quale puoi pianificare), abbia deciso di mettere mano alla sosta. Il provvedimento è ancora una bozza ma contiene delle linee guida corrette. Vediamole. 

1. la sosta tariffata verrà ampliata anche laddove non c'era, e di brutto

2. le tariffe, bassissime, aumenteranno fino a raggiungere i 3 euro in centro

3. diminuiranno di molto (anche se purtroppo non nella ZTL) le strisce bianche gratuite con il ridicolo sistema del disco orario inventato dall'imbarazzante Alemanno e dai suoi

4. spariranno i mostruosi (mostruosi!) abbonamenti per 8 ore o addirittura per un mese inventati dall'imbarazzante Alemanno e dai suoi, restando solo nelle zone periferiche

5. spariranno anche gli eccessivi vantaggi per i residenti: in parte dovranno contribuire anche loro, il suolo pubblico è suolo pubblico e se compro casa in un quartiere non mi sto comprando anche un pezzo di strada; se mi occorre compro un box privato ma non posso pretendere gratis l'utilizzo del suolo pubblico

6. verrà effettuato un peculiare piano di tariffazione nella zona di Viale Jonio, che altrimenti rischia di diventare un parking di scambio per chi lascia lì l'auto per prendere la metro

Tutto insomma va nella direzione corretta (seppure perfettibile, e parecchio). Attenzione QUI ABBIAMO SPIEGATO ORMAI 4 ANNI FA perché tutto questo è corretto, lo abbiamo fatto quando abbiamo commentato il provvedimento piuttosto simile della giunta Marino, leggete per capire che è importante.

Così facendo l'amministrazione disincentiva non solo all'utilizzo ma anche allo stesso possesso dell'auto (specie della seconda o della terza auto a famiglia, follia ormai solo romana). Così facendo l'amministrazione lavora su un incremento significativo degli introiti e dunque sulla possibilità di avere parecchi denari in più in cassa da investire in mobilità sostenibile (sarebbe opportuno che questi introiti venissero vincolati a: ciclabili&bicipark, nuove preferenziali protette, arredo urbano anti sosta selvaggia e salva-pedoni. Sarebbe davvero molto opportuno!) e innovazione. Aumenteranno le bici, diminuiranno le auto in doppia fila, diminuiranno i flussi, diminuirà la congestione, aumenteranno le persone che passeranno al mezzo pubblico, aumenteranno le persone che determinati percorsi li faranno a piedi scoprendo che grazie alle proprie zampette in poco più di 10 minuti si copre la ragguardevole distanza di un chilometruccio. E tutti questi risultati si potranno avere non solo non spendendo un euro, ma addirittura incassando di più! Uovo di colombo a dir poco: assurdo non approvare tutto... ieri!

Il piano, predisposto dall'Agenzia della Mobilità, dovrà poi passare, ahinoi, in aula. La maggioranza a 5 Stelle a quel punto avrà due strade: rinvigorirlo o indebolirlo rendendolo inutile ma facendo contente clientele e questuanti. Noi ovviamente speriamo che l'Assemblea ci metta il carico da undici togliendo ad esempio le strisce bianche all'interno della ZTL (che senso hanno? Nessuno!) magari sostituendole con strisce gialle esclusivamente dedicate ai residenti - che pagano un bollino eh, a gratis è morto da tempo! - come avviene a Firenze o a Milano; speriamo che l'Assemblea decida di dare nelle more dell'approvazione nuovo impulso alla sosta interrata, unica vera soluzione al problema oggi ferma; speriamo che l'Assemblea escluda ogni facilitazione per le vetture ibride o elettriche perché il suolo pubblico è un valore e non può essere regalato e una vettura ibrida occupa lo stesso spazio di una a gasolio e solo apparentemente consuma meno (specie in un paese che ancora produce la propria energia elettrica con l'olio combustibile dopo la geniale trovata dell'addio all'atomo); speriamo che si decida una tariffazione più specifica e peculiare per Ostia che oggi (pur rappresentando l'attrattiva che sappiamo) versa nella mera zona esterna della mappa. 

Abbiamo tutte queste speranze e seguiremo il dibattito in aula. Denunceremo i consiglieri pentastellati che lavoreranno in nome del populismo per dar retta alle pressioni assurde dei MALATI DELLA MAGHINA perché siamo convinti che il primario compito di un pubblico amministratore sia di curare le malattie dei propri concittadini, non assecondarle consentendo alle persone di farsi del male da sole. Abbiamo tutte queste speranze e tutti questi scetticismi, ma dobbiamo in questo momento dire che la direzione politica che è stata data agli uffici e all'Agenzia per la Mobilità è quella corretta. Coraggio!


18 giugno 2018

La storiaccia dello Stadio della Roma spiegata a tua zia in 27 facili punti chiave

1. Dopo tanti anni di sogni e utopie verso l'inizio degli anni Dieci si inizia a parlare in maniera molto più strutturata di dotare la Roma di uno stadio di proprietà. Del resto questo è l'unico modo per avere squadre di calcio competitive e altre grandi squadre italiane hanno fatto altrettanto.

2. Verso il 2012 il progetto inizia ad assumere una concretezza sempre maggiore.

3. I promotori del progetto sono la nuova proprietà americana della Roma, il costruttore Parnasi, i proprietari terrieri dell'area proposta dai costruttori. L'operazione oltre che a dotare la Roma di uno stadio serve anche per salvare finanziariamente dai guai parte dei proponenti. Le banche sperano dunque di poter rientrare e Alemanno è una ottima sponda in questo senso.

4. Non è il comune a scegliere dove fare lo stadio, ma la scelta viene fatta dai privati. Probabilmente ci sarebbero state aree migliori, ma ai privati conveniva lì e l'amministrazione Alemanno si è adeguata alle proposte non facendo una piega. 

5. A inizio 2013 l'ippodromo cessa di operare e si prepara il terreno per la trasformazione di questa area.

6. A primavera 2013 però Gianni Alemanno non viene confermato sindaco e a vincere è una figura marziana: Ignazio Marino. Marino assegna ad un'altra figura marziana, Giovanni Caudo, il ruolo di assessore all'urbanistica.

7. Caudo e Marino, a differenza di quanto si usa a Roma, decidono di non annullare i progetti dell'amministrazione precedente ma di prenderne il meglio, portandoli avanti. Così fanno per lo Stadio della Roma. Anche perché il progetto è coerente con una delle linee programmatiche dell'amministrazione che vede nell'asse Roma-Ostia-Fiumicino un asse di sviluppo della città.

8. Nel frattempo a fine 2013 viene approvata la prima impostazione (poi modificata nel 2017) della così detta Legge sugli Stadi che va ad incentivare la costruzione degli stadi di proprietà per le società di calcio.

9. Giovanni Caudo mette mano al progetto dello Stadio della Roma e fa un miracolo mai visto in città: spinge i proponenti ad investire cifre considerevoli ottenendo, in cambio di zero investimenti pubblici, una contribuzione pubblica pari a oltre il 30% dell'investimento complessivo: non solo obbliga i proponenti ad un livello di qualità architettonica elevatissimo (le famose torri di Libeskind), ma anche a realizzare stazioni, metropolitane, parchi, ponti, bonifiche idrogeologiche in una vasta area circostante. Un investimento enorme per la città di cui un terzo tornava ai cittadini come opere pubbliche.

10. Il costruttore ingoia amaro, ma decide di andare avanti. Per la prima volta a Roma si arriva a queste percentuali (30/33%) di contribuzione pubblica su un investimento privato. La media è solitamente un quinto, con le conseguenze che vediamo tutti i giorni dal dopoguerra ad oggi.

11. Il progetto va avanti, viene approvato in Aula il pubblico interesse, i cantieri si avvicinano ma si avvicina anche la fine prematura della Giunta Marino.

12. Raggi stravince le successive elezioni con la promessa di non fare lo stadio. A tal fine nomina Berdini come assessore all'urbanistica, un vecchio arnese farsecamente e pittorescamente ideologizzato che non potrebbe ricoprire ruoli di tale strategicità in nessuna altra grande capitale occidentale.

13. Casaleggio, Grillo e Luca Bergamo (all'epoca spin doctor della Giunta Raggi) si rendono conto però che interrompere il progetto significa perdere troppo consenso. Se ne rendono conto una sera durante la quale dalle tv parte un appello di... Francesco Totti: "famo sto stadio" urla l'ex campione. E tutto cambia. Le strategie urbanistiche di una città decise da un centravanti... 

14. Bonafede (all'epoca responsabile per gli enti locali del M5S e oggi Ministro della Giustizia!) e Grillo assieme a Raggi decidono di assegnare il dossier dello stadio all'avvocato Lanzalone.

15. Berdini capisce che lo stadio si deve fare a tutti i costi e si fa volutamente cacciare dalla giunta. Avrebbe potuto tranquillamente durante i primissimi mesi del mandato far togliere il pubblico interesse all'opera dal Consiglio Comunale, ma opta per un'uscita teatrale. Ancora una volta utile alla sua immagine, ma dannosa per la città. 

16. Al posto di Berdini viene nominato Luca Montuori, brillante urbanista che una volta inserito nella macchina pentastellata si rivela persona profondamente incolore che attacca l'asino dove vuole il padrone. Oggi, sul Corriere della Sera, dichiara: "sì, mandavo tutte le carte a Lanzalone anche se non aveva neppure un incarico ufficiale, cosa c'è di male!?".

17. Lanzalone dunque più potente e incontrastato che mai va avanti nella trattativa coi costruttori: bisogna fare lo stadio a tutti i costi ma bisogna anche far vedere che si è modificato qualcosa agli elettori infuriati.

18. L'idea è quella di tagliare le tre torri, che però erano la parte più interessante del progetto. Un danno culturale gigantesco. Invece di parlare di architettura di qualità e rigenerazione urbana a Roma si torna a parlare di urbanistica in termini di "cubbbature". Roba che altrove manco 40 anni fa. Ma Roma è amministrata dagli honesti, quelli della rete, dell'internet, del futuro. Intanto ci si mette pure il Ministero della Cultura con un surreale vincolo prima messo tardivamente, poi tolto misteriosamente sulle tribune dell'ex ippodromo di Tor di Valle.

19. Il costruttore comunque accetta (e di buon grado, poi vedremo perché) il progetto mutilato, a patto di mettere molti meno soldi in opere pubbliche. Le opere pubbliche fondamentali previste dal progetto di Marino o non si faranno (generando in futuro gravi disagi alla cittadinanza) o si faranno con soldi pubblici (curiosamente l'allora ministro delle Infrastrutture nella conferenza dei servizi pare favorevole a pagare lui ciò che nel progetto precedente era pagato dai privati). Nelle intercettazioni poi scopriremo che in quei giorni il costruttore diceva: "è vero quel ponte è indispensabile, quel ponte mancato  fa andare in tilt la Via del Mare, ma tu questo tienitelo per te". Roba paragonabile a quelli che ridevano dopo il terremoto de L'Aquila se non peggio perché una crisi viabilistica in quel punto rischia di creare più morti alla lunga del sisma in Abruzzo.

20. Una scelta incomprensibile che fa perdere tutti e che fa guadagnare solo il costruttore. Intanto il progetto va avanti, la contribuzione pubblica crolla fino al 10%, forse sotto. Il risultato architettonico-urbanistico è raggelante: un progetto di rigenerazione urbana coraggioso e di grande identità si trasforma nell'ennesima speculazione edilizia alla romana, con palazzine basse e centri commerciali modello Porta di Roma (non a caso altra perla regalata a Roma da Parnasi). Roma ha un gran bisogno di uffici direzionali di alta qualità e il progetto delineato da Caudo e Marino andava in quella direzione: i grattacieli firmati da grandi architetti però svaniscono. Ora il progetto è meno rischioso per chi deve investire e più facile tecnicamente da costruire, e visto che diminuiscono i mq (ma non il consumo di suolo!) i costruttori hanno la scusa per investire meno in opere pubbliche: il guadagno marginale dei palazzinari aumenta esponenzialmente. Una tragedia per la città sotto ogni punto di vista, ma la lobotomia ideologica pentastellata ha il suo scalpo. Hanno difeso i costruttori facendolo loro dei regali clamorosi e umiliato la città, ma il loro elettorato di decerebrati non lo comprenderà mai. E possono esultare dicendo che hanno combattuto contro il "cemento" per "uno stadio fatto bene" laddove prima c'era  una speculazione. Peccato sia vero il contrario.

21. Intanto Parnasi cerca di bissare l'operazione Roma su Milano con l'obbiettivo di costruire lo stadio del Milan "rivendendosi" l'esperienza fatta a Roma. Ma le cose non vanno come dovevano andare: l'assessore all'urbanistica di Milano, Pierfrancesco Maran, invece di accettare mazzette, consulenze sottobanco e appartamenti in omaggio spiega che "qui non si usa" e rifiuta il tentativo di corruzione. Una differenza abissale tra Milano e Roma.

22. A maggio del 2018 i Carabinieri vanno a sequestrare le carte relative all'incarico di Lanzalone. Lanzalone, per inciso, viene da Di Maio in persona (sic.) premiato per il capolavoro che abbiamo raccontato sopra con la presidenza di Acea. La più grande municipalizzata del Comune di Roma, una delle più importanti aziende italiane nel suo settore. Avete capito bene: la presidenza di Acea passa da una persona seria come Catia Tomasetti al personaggio Luca Lanzalone...

23. Dopo l'irruzione in comune dei Carabinieri, immediatamente qualcuno dal Campidoglio (secondo alcune accreditate fonti di ieri addirittura Raggi in persona, ma non vogliamo neppure credere ad una ipotesi così surreale) avvisa Lanzalone che probabilmente è sotto indagine.

24. Quando i magistrati irrompono negli uffici di Lanzalone qualche giorno fa alla ricerca di documentazione, trovano tutte le e-mail cancellate. Strano per uno che lavorava con i ragazzi meravigliosi dell'honestà.

25. Secondo la magistratura il costruttore Parnasi avrebbe promesso, in cambio di consenso sul nuovo pessimo progetto, 100mila euro di consulenze a Lanzalone. Sempre secondo la magistratura Parnasi avrebbe in qualche maniera elargito prebende a molti altri politici (incluso il capogruppo del Movimento 5 Stelle Paolo Ferrara, un assessore 5 Stelle del X Municipio cui era stato promesso un lavoro allo Stadio, il folkloristico Adriano Palozzi di Forza Italia e il democratico Michele Civita, che avrebbe fatto assumere una parente) per creare consenso sul nuovo progetto dello stadio, consenso che puntualmente arrivò da questi personaggi mediante i social, con varie moral suasion e talvolta con atti. La magistratura procede agli arresti e agli avvisi di garanzia in virtù di una ordinanza da 288 pagine.

26. La procura di Roma precisa con chiarezza che la corruzione in questo progetto era assente finché la gestione era in mano alla giunta Marino e che si è generata con un vigore virulento solo quando il Movimento 5 Stelle ha preso il potere in città e ha aperto le porte a interessi loschi, appetiti degli imprenditori e faccendieri.

27. In settimana è atteso da parte degli investigatori della Procura il deposito di nuove decine e decine di pagine di ordinanza. Non ci sarà da annoiarsi e speriamo che questa porcheria, l'ennesima in soli due anni di governo, spazzi via in maniera definitiva la peggior giunta che Roma abbia mai avuto. 


Nel frattempo la città ha perso un investimento di oltre un miliardo di euro, con un impatto diffuso superiore secondo alcuni studi universitari de La Sapienza a quello dell'Expo2015 di Milano. Se sommate questa scoppola a quella delle mancate Olimpiadi del 2024 (4 miliardi di indotto) capite perché la responsabilità dei prossimi 30 anni di depressione economica di Roma andranno tutti addebitati a Virginia Raggi. La città poteva essere rilanciata e si è deciso di non farlo. Quei treni non passeranno più.